L'ARCHIVIO DEGLI ARTICOLI
Il brano di Longanesi ho omesso in questa sede di riportarlo per la sua lunghezza, ma è facilmente reperibile nei testi di Paolo Longanesi e Pietrangelo Buttafuoco citati alla fine dell' articolo.
Luglio/Agosto 2021
RISVEGLI
Mi ha colpito molto stamattina, appena alzato, guardare su Repubblica online il video di un Achille Lauro struccato cantare insieme a Venditti Notte prima degli esami e leggere del suo profondo debito di riconoscenza ai grandi cantautori e alla grande musica italiana del passato. Mi ha colpito perché chi ha superato da parecchio la soglia degli anta come il sottoscritto spesso è portato a formulare giudizi affrettati e ingenerosi sulle giovani generazioni, additate tutte come ottusamente movidare e serbatoio di cantanti che ragliano, attori che raggiungono, grazie a social e serie tv, successi inversamente proporzionali alle loro qualità, scrittori che riescono a pubblicare romanzi obiettivamente mediocri e pur tuttavia pubblicati da editori di prestigio e fatti oggetto di critiche fin troppo generose.
In questo quadro desolante, dunque, a chi ha memoria di tempi e di protagonisti culturali di ben altro livello, viene spontaneo ritenere che la mancanza di spessore e la povertà di contenuti delle espressioni artistiche contemporanee siano figlie di quella cultura dell’informazione scultorea e sincopata che predomina sui moderni mezzi di comunicazione, quasi una sorta di futurismo al ribasso che farebbe inorridire futuristi veri come Marinetti, Soffici e Papini e dove la velocità fa rima quasi sempre e soltanto con scurrilità o banalità.
Ecco perché sentire dalla voce di un giovane autore tra i più interessanti del panorama attuale (non foss’altro, a parte le canzoni, per le geniali provocazioni e le citazioni colte che ha esibito in questi anni sui palchi di tutta Italia, dalla trasgressiva contessa Luisa Casati Stampa, amante di D’Annunzio, a Elisabetta I d’Inghilterra, da David Bowie al San Francesco di Giotto) un elogio così sincero e appassionato del patrimonio musicale italiano degli anni 70-80, stupisce piacevolmente e piacevolmente riconcilia con la generazione dei millennials, a molti dei quali però sommessamente vorremmo suggerire più quotidiani e meno tweet, più Calvino e Sciascia e meno Veronesi e Gamberale (con tutto il rispetto) , più Treccani e meno Wikipedia.
E visto che, per dirla con Bauman, siamo in tema di società liquida, di una realtà fatta di apprendimenti sommari e settari del quotidiano e della politica, di consumismo totemico, di individualismi rancorosi, di giudizi affrettati, di confronti astiosi, di gare a chi strepita più forte , mi permetto di proporre questo mese ai lettori un brano profetico di quel genio del nostro giornalismo e della nostra letteratura che è stato Leo Longanesi, maestro di stile e autore di analisi visionarie sulle poche virtù e sui molti vezzi e vizi degli italiani – in primis il trasformismo e il pecoresco accodarsi al vincitore di turno – di impietose e caustiche disgressioni sulla farsa mista a tragedia che fu il fascismo e, in parte, anche il post fascismo nonché , da ultimo, di aforismi al curaro su amici, nemici, parenti e conoscenti. E’ un testo tratto da Fa lo stesso, raccolta di articoli di Longanesi pubblicati tra il 1931 e il 1953 e pubblicati in unico volume dal figlio Paolo; testo riportato peraltro anche nel libro Il mio Leo Longanesi di Pietrangelo Buttafuoco. Leggendolo, fa veramente impressione la capacità dello scrittore ravennate di prevedere e motivare lucidamente, in un’epoca in cui c’erano solo radio e cinema a contrastarle, il declino miasmatico e inesorabile delle buone letture tra i cittadini italiani, che nei decenni successivi toccherà profondità abissali, probabilmente inimmaginabili persino per il facondo e scanzonato direttore di Omnibus.
