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L' ARCHIVIO DEGLI ARTICOLI

 

Questo articolo   del 2008  a quasi vent'anni di distanza  lo si  potrebbe tranquillamente spacciare per un articolo  scritto ieri. Nessuno se ne accorgerebbe, salvo che per  la citazione dell'allora ministro Padoa Schioppa   

 

9 gennaio 2008

La favola delle api cattive

 

Bernard De Mandeville era un medico olandese vissuto nell’Inghilterra di Anna Stuart che deve la sua fama ad un’operetta di poche pagine, La favola delle api, nella quale, anticipando le teorie economiche di Adamo Smith, sosteneva che le società prosperano laddove i suoi consociati possono sfogare liberamente vizi ed egoismi. Mirabile esempio del pensiero hobbesiano applicato all’economia, il libretto di Mandeville si proponeva anche di smentire le posizioni moralisteggianti di Shafterbury, altro filosofo dell’epoca ma di scuola lockiana.

La fortuna dell'apologo è legata alla rivoluzione industriale che da lì a poco avrebbe investito l’Inghilterra e, in seguito, tutta la società europea. Gli aedi del liberalismo, infatti, vi hanno sempre visto un inno al dinamismo della borghesia ed alla sua spregiudicatezza, valutati non più col metro severo dei preti e degli intellettuali, ma con quello molto più favorevole dei risultati prodotti in termini di ricchezza individuale e collettiva di una nazione.

Il rovescio della medaglia di una concezione così amorale dell’impresa e del mercato lo si è poi visto all’opera nel corso di tutto l’ottocento: uno sfruttamento scandaloso della forza lavoro operaia, costretta a turni di lavoro massacranti in opifici malsani e sovraffollati, con un impiego indecente della manodopera minorile e paghe di fame. Arricchimenti vertiginosi per pochi, spaventosa indigenza per tutti gli altri, insomma.

Pertanto, quando ci si è accorti che la favola delle api per molti era un film dell’orrore, i governi e le forze politiche hanno iniziato a varare legislazioni di sostegno e tutela delle fasce deboli delle popolazione, blindando i contratti di lavoro attraverso l’imposizione di minimi salariali decorosi, contributi previdenziali e norme a garanzia della salubrità e sicurezza dei luoghi di lavoro. Un apparato di protezione del cd. contraente debole che, in nome di sacrosanti principi solidaristici e di civiltà, alla lunga ha avuto i suoi vantaggi anche per l’economia delle nazioni e per le stesse tasche degli imprenditori: una popolazione più serena e satolla consuma di più, dunque compra di più e consente alle industrie di continuare a produrre.

Un apparato di protezione che, però, da qualche anno qualcuno sta sistematicamente smantellando, con un sostanziale ritorno alle api mandevilliane. La precarizzazione dei contratti e la guardia abbassata dello Stato sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, insieme alla crisi delle economie occidentali provocata dalla globalizzazione dei mercati, hanno riproposto sul desco della pace sociale pietanze indigeste che si pensava scomparse ormai da decenni.

La giustificazione formale di questa brutale rottamazione del welfare non è mai stata mandevilliana, per rispetto del politicamente corretto, bensì scaltramente  ruffiana: se il lavoro è precario, il vantaggio per il lavoratore è di poter sempre avere la possibilità di migliorare la propria condizione, cambiando attività e scegliendone una meglio remunerata. Uno specchietto per le allodole buono per coprire la vera natura dell’operazione: con l’apertura dei nuovi mercati in Asia e nell’Europa dell’est, non avendo l’imprenditoria alcuna voglia di battere la nuova concorrenza investendo nella ricerca e nell’innovazione e volendo, d’altra parte, preservare le proprie rendite, l’unico escamotage per salvare capra e cavoli era quello di far ricadere sui lavoratori il prezzo della globalizzazione, tornando ad una lettura strettamente privatistica del contratto di lavoro. Il contratto di lavoro subordinato, per chi non lo sapesse, dovrebbe essere, dal punto di vista del diritto civile, un normalissimo contratto a prestazioni corrispettive (sinallagmatico), soggetto come tutti gli altri alle ipotesi di recesso, nullità, annullabilità, rescissione e risoluzione previste dal codice. La sua particolare rilevanza sociale ha fatto sì che, nel corso degli anni, venisse confezionato per esso un complesso di principi e di regole volti a regolamentarne (gli imprenditori o gli economisti e i politici di scuola liberista userebbero il verbo “ingabbiare”) gli aspetti più iniqui, ossia quelli che potevano determinare un sostanziale squilibrio a danno dei prestatori d’opera, contraenti deboli del rapporto (es. legge sui licenziamenti individuali del 1966 e statuto dei lavoratori del 1970)

Attualmente, invece, soffia forte un vento di restaurazione le cui conseguenze si avvertono maggiormente in quei Paesi, come l’Italia, dove mancano adeguati meccanismi di sostegno per chi, perduto un lavoro, ha la necessità di mantenere se stesso e i propri familiari nel tempo intercorrente tra la fine di un impiego e l’inizio di un altro.

In Italia, poi, manca del tutto anche la possibilità di trovare impieghi migliori: solitamente, per chi chiude un’esperienza lavorativa precaria, inizia un girone infernale di attività a termine malpagate e totalmente scollegate con le attitudini e il bagaglio culturale del prestatore di lavoro.

Se questo è il dramma odierno di molti giovani (ma non solo), altrettanto drammatica è la situazione di coloro che invece un lavoro stabile ce l’hanno, ma retribuito ormai in modo del tutto insufficiente ad assicurare un dignitoso tenore di vita. L’inarrestabile aumento dei prezzi e delle tariffe a cui si assiste sgomenti da qualche anno, ha di colpo impoverito migliaia di individui e nuclei familiari che, fino a non molto tempo fa, potevano ritenersi pacificamente immuni da eccessive preoccupazioni economiche.

Tutto ciò ha spaventosamente allargato, nel nostro Paese, il divario tra chi ha molto e chi ha molto poco. Tra i primi: le tante imprese che (a dispetto dei pianti e alti lai di Confindustria) continuano a elargire dividendi sostanziosi alla propria dirigenza; i miracolati del caravanserraglio italiano politico-amministrativo, percettori di buste paga stratosferiche a carico della collettività, e gli squali della Borsa e del mercato finanziario. Tra i secondi: operai, impiegati, piccoli commercianti, piccoli professionisti e, più in generale, chi trae il proprio sostentamento dal lavoro subordinato o dall’esercizio di attività di modeste dimensioni e con un ridotto volume d’affari.

Le organizzazioni sindacali, che hanno raccolto il grido di dolore dei ceti sociali più esposti a questa inarrestabile erosione del potere d'acquisto dei salari, paiono stavolta decise a mettere alle corde il governo sulla questione della eccessiva pressione fiscale sui redditi da lavoro dipendente. Lodevole iniziativa che difficilmente, però, riuscirà a raggiungere in pieno gli obiettivi che si prefigge.

La pressione fiscale italiana è elevata perché smisurato e dispersivo è il Minotauro che deve nutrire, ossia la spesa pubblica improduttiva. Se lo Stato paga le centinaia di alti burocrati (per tacere di politici e politicastri vari, nazionali e locali) con le somme che ben conosciamo, è ovvio che dopo ha bisogno, per mandare avanti tutta la baracca, di mantenere alto il livello delle imposte.

Da questo orecchio Padoa-Schioppa ci sente poco, però, non si sa se per simpatia verso privilegi e privilegiati o per incolpevole ignoranza del problema.

Una soluzione potrebbe essere quella di tassare le rendite finanziarie per compensare il minor gettito. Le rendite oggi sono tassate al 12%, una inezia rispetto alla tassazione dei redditi. Chi specula in Borsa, pertanto, non solo può guadagnare cifre enormi con la semplice pressione di un tasto, ma si libera pure degli obblighi verso il fisco versando un obolo alquanto modesto.

Altra soluzione potrebbe essere quella di introdurre una imposta sui beni di lusso, la tanto vituperata patrimoniale, bandiera della sinistra radicale. E’ comprensibile che i cultori di scienza delle finanze, figli spirituali di Luigi Einaudi, inorridiscano di fronte a simile prospettiva, ma è altrettanto comprensibile che il resto della popolazione italiana inorridisca di fronte ad un possessore di yacht e quadri di valore che non deve pagare nulla per la proprietà di oggetti che valgono centinaia di migliaia di euro e che spesso si rivalutano nel tempo.

Vedremo se la montagna partorirà topini o elefanti. Una soluzione la dovranno comunque trovare, perché la favola di Mandeville sarà pure stuzzicante e provocatoria, ma la sua applicazione pratica, ove è avvenuta, ha reso il mondo più ingiusto e più cattivo. Se non vogliamo tornare alle brioches di Maria Antonietta, essa va pertanto rispedita in soffitta, non senza l’avvertenza, ove qualcuno un domani le volesse dare una spolveratina, di maneggiarla con estrema cura.

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Mi descrivo

Scrittore amatoriale, vincitore di premi letterari rigorosamente amatoriali, opinionista amatoriale... praticamente un fallito :-)

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sposato/a

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  2. Le persone colte e intelligenti
  3. La Storia

Tre cose che odio

  1. La stupidità
  2. La cattiveria
  3. I posti affollati

I miei interessi

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Nota dell’autore

Che “La sponda sbagliata” sia un tipo di racconto lungo   che i francesi definirebbero un mero divertissement, senza alcuna pretesa valoriale in termini di stile o di contenuti, l’ipotetico lettore lo capirà fin dalle prime battute del testo. Però da buon siciliano, come tutti i siciliani, sono anch’io figlio inconsapevole di Pirandello e quindi anche in un semplice divertimento come “La sponda” alla fine gli specchi deformati, le illusioni ottiche e mentali, le doppie verità, il gioco delle maschere  inevitabilmente  reclamano la loro presenza. E’ come se la Marta Ajala del grande agrigentino o lo sciasciano prof. Laurana di A ciascuno il suo ci mettessero sempre lo zampino quando ci avventuriamo nei dedali della scrittura creativa.

E’ dunque quasi una inclinazione naturale di chi è parto di una terra come la Sicilia -“la chiave di tutto” di Goethe - rifletterne la complessità, le mille sfaccettature, le mille contraddizioni, le mille qualità e gli altrettanti difetti in uno scritto o in un’opera d’arte, a prescindere dalla levatura del prodotto.

Con la “Sponda” pertanto ho voluto, da un lato, smitizzare un fenomeno vecchio quanto il mondo come il tradimento di coppia, privandolo di quella carica di drammaticità che spesso gli viene attribuita nei film e nei romanzi e, dall’altro, esercitarmi anch’io con le verità proclamate che spesso celano quelle effettuali.

Per la prima “ambizione” mi ha ispirato Bernard Slade e la sua irresistibile e famosa commedia Lo stesso giorno, il prossimo anno; per la seconda…beh chi meglio del Brancati del bell’Antonio, dove la verità apparente è estetica e quella nascosta è erotica.

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