L'ARCHIVIO DELLE RECENSIONI
Giuliano Pisani appartiene ad una categoria di docenti e studiosi che per chi ha frequentato, come il sottoscritto, il liceo classico nella seconda metà degli anni settanta ( il "canto del cigno", a mio avviso, dei professori di tale livello) meriterebbero, illico et immediate, come minimo l'egida del Ministero della Cultura e la qualifica di patrimonio nazionale, tanto rara è ormai la presenza di insegnanti della loro statura ( umana e culturale) dentro le aule dei licei e delle Università. Non dico altro.
Metti, lettore, uno stimato erudito, di quelli di una volta, di quelli che, ad ere geologiche di distanza dal diploma, ancora ti traducono Plutarco e Seneca all’impronta, manco fossero articoli della Gazzetta sull’ultimo derby Milan-Inter; di quelli divenuti, per i liceali che oggi arrancano con fatica pure dietro al rosa –rosae, entità misteriose, probabilmente leggendarie, di certo, se esistenti, non aventi per essi natura umana, quasi alieni caduti sulla Terra come il marziano a Roma di Flaiano.
Metti al servizio della narrativa di intrattenimento lo sconfinato livello di conoscenze di un personaggio del genere, la cui pagina su Wikipedia già basterebbe ad indurre quel sano e rispettoso metus reverentialis che una volta era corredo d’obbligo del bagaglio educativo di ognuno, dal più umile artigiano al borghese opimo ma incolto, e che da anni sembra smarrito nelle discariche a cielo aperto dei social media, nel putridume di quel percolato graveolente dove l’ultimo dei cercopitechi coprofagi può assurgere a maestro di pensiero anche per un tweet o un commento insultante, razzista, sessista, omofobo, delirante, indegno dei duemila e passa anni di civiltà che, volenti o nolenti, tutti in Occidente ci portiamo sul groppone come Enea col padre Anchise; metti tutto questo e inizia la lettura di un libro come Raphael (Edizione GMLibri), romanzo d'esordio del professore veneto Giuliano Pisani, intellettuale eclettico e saggista dalle molteplici competenze e passioni in campo umanistico, a cominciare da Giotto e dalla sua Cappella degli Scrovegni (a cui ha dedicato anni addietro un volume - I volti segreti di Giotto, Rizzoli 2009 - che tuttora resta, per esperti e meno esperti, una delle più dettagliate, illuminanti e appassionate analisi del capolavoro del genio fiorentino).
Metti tutto questo, lettore, e ti accorgerai di avere per le mani , con Raphael , un testo dalla trama avvincente, assistita da un periodare appassionato, elegante, eppur chiaro e scorrevolissimo (come sempre dovrebbe essere, ma sempre più spesso non è , uno scritto redatto nella lingua di una nazione , l’Italia, forse unica nella sua capacità di coniugare la semplicità con la bellezza); un romanzo che ha soprattutto l’accuratezza della ricostruzione storica, ambientale e culturale dei ben più celebrati , ma – ahinoi – spesso anche ben più criptici romanzi storici del compianto Umberto Eco.
Raphael invece prende per mano il lettore e con un’ immaginaria macchina del tempo, unita ad estremo rigore storico e bibliografico e ad un sapiente rimbalzo tra retrospezione analettica e contemporaneità, lo trasporta nell’India del XVI secolo, prima che diventasse, duecento anni dopo, teatro di ingordigia coloniale tra francesi e inglesi, ma già allora terra di missioni gesuitiche e fondachi portoghesi, lacerata dalle lotte tra indù e musulmani ma governata da un sovrano illuminato, quell’ Akbar-e Azam, terzo sovrano timuride dell'Impero Moghul, di religione musulmana e discendente di Tamerlano, che amava intrattenersi piacevolmente nella propria dimora regale di Fatehpur Sikri in dotti simposi teologici con esponenti dei diversi credi, dai gesuiti alle autorità religiose ebraiche, induiste o islamiche, per cercare la “pietra filosofale” della concordia e del reciproco rispetto. Quanta attualità in queste nobili aspirazioni!
In tutto ciò , la trama gialla ambientata nella contemporaneità e che vede protagonisti due fidanzati-detective - un docente italiano di Storia dell’arte ed una giovane e affascinante assistente francese, che, insieme ai poliziotti indiani, tentano di scoprire l’assassino del mentore indiano della ragazza - malgrado l’impeccabile e tersa perfezione stilistica dei dialoghi e delle situazioni, appare piuttosto come mero stratagemma narrativo per mascherare i veri scopi del libro, ossia quello di far conoscere al lettore un mondo ai più del tutto sconosciuto, come la conturbante e misteriosa India precoloniale, con tutte le contraddizioni, le disuguaglianze sociali e le ingiustizie che ancora ne lacerano il tessuto sociale, unito ad un messaggio ecumenico di convinta redamazione fra popoli e fedi di cui si avverte sempre più l’impellente necessità.
In questa cornice, l’affascinante vicenda umana e politica del sultano timuride sembra quasi voler rappresentare, per l’autore, un compendio ideale delle innumerevoli, analoghe e sfortunate vicende umane e politiche di tutti coloro che, da posizioni di potere o di prestigio culturale , nei secoli, sfidando l’ostilità di opinione pubblica , sudditi, cortigiani e consiglieri, hanno tentato di riuscire a trovare il bandolo della civile convivenza tra fedi religiose opposte e spesso ostili tra loro . Si pensi a imperatori come Alessandro Severo o Giuliano l’Apostata , a uomini di Stato colti e raffinati come Federico II di Prussia, a grandi pensatori , tra cui anche scettici o non credenti, come Ipazia, Voltaire, Montaigne, Erasmo o Tommaso Moro.
Per carità, Akbar fu governante capace anche di inflessibili spietatezze nella repressione delle rivolte interne e nelle guerre coi sovrani rivali, non dimentichiamolo, ma anche un uomo che in ogni caso cercò per tutta la durata del suo regno di raggiungere un obiettivo che solo Dio o chi per lui sa quanto le cronache di questi giorni, con le macerie di Gaza e il rinnovo della sfida infinita tra fanatismo sionista e fanatismo islamico, rende ormai indifferibile: la pace.
La pace assoluta, lo sappiamo, è però araba fenice che purtroppo nessuno vedrà risorgere dalle sue ceneri, perché abbattere barriere, diffidenze, odi , vendette , avidità , rancori che affondano le radice nei secoli e per le più disparate ragioni, è più facile a dirsi che a pensare soltanto di farsi.
Ma smettere di versare sangue umano sol perché qualcuno crede che il suo Dio sia più Dio di un altro è molto più semplice di quanto si creda: basterebbe recarsi tutti insieme a bere alla medesima fonte, quella dell'agnizione, del riconoscimento dell’alterità nell'uguaglianza. L’acqua che sgorga da quella fonte ha l’identico colore , l’identico sapore e l’identica freschezza per tutti coloro che se ne vorranno servire . Va bevuta , dunque, quest’acqua, al più presto e da tutti, credenti e non. Lo pretende la ragione umana e lo pretendono le migliaia di vittime delle innumerevoli persecuzioni religiose scoppiate da quando qualcuno si è messo in testa che il suo Cielo è migliore degli altri . E quindi va bevuta per Ipazia e per i catari, per Serveto e per i valdesi delle pasque piemontesi , per i pagani slavi sterminati dai cavalieri teutonici e per gli ebrei delle mille diaspore e della “soluzione finale”, per i bosniaci di Srebrenica, per i palestinesi cacciati dalle terre dei padri e per gli armeni massacrati dai turchi. Va bevuta per noi, per i nostri figli e per chi figli non he ha potuti avere o li ha lasciati soli, perché prima di essere infilzato dalla lancia di San Michele, come nel quadro di Raffaello tanto amato da Akbar, il demone dell’intolleranza, della sopraffazione, della supremazia dell’uomo sull’uomo ha avuto il tempo di alitare sulla Terra il suo pestilenziale alito di morte.
Va bevuta e al più presto , quest’acqua miracolosa, altrimenti chiamarsi uomo prima o poi varrà quanto chiamarsi ameba.
21 maggio 2021
