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L' ARCHIVIO DEGLI ARTICOLI

Le sinapsi  soffolte che regolano le azioni della politica italiana spesso sono insondabili e inspiegabili, è cosa nota. Ma nel caso trattato in questo articolo la benevola (...) influenza di Santa Romana sulle decisioni del nostro Legislatore mi sembrarono all'epoca molto meno oscure del solito, in forza della regola probatoria, ben nota alla  giurisprudenza   civile e amministrativa (es. in tema di misure di prevenzione), del "più probabile che non" ...

Settembre/Ottobre 2021

Le nozze impossibili tra  coerenza e incasso

Giornalisti, osservatori e politici si stanno affannando in queste ore a cercare i colpevoli del disastro della decenza e della civiltà andato in onda ieri al Senato con l’affossamento del DDL Zan. Ebbene, permettetemi di dirlo qui senza tentennamenti e pudori di sorta: il disastro va principalmente imputato   alla testardaggine del prof. Enrico Letta. Quando non hai maggioranze solide su un provvedimento, devi necessariamente provare a mediare. La destra omotransfobica aveva chiesto ritocchi su tre articoli del DDL sui quali si poteva e si doveva avviare un tavolo di trattative, perché non toccavano il CUORE del provvedimento, ossia la modifica dell’art. 604 bis c.p. Quando non hai maggioranze sicure, se vuoi far passare comunque un provvedimento importante e gli altri ti chiedono di metterne in discussione alcuni aspetti che in fondo non ne snaturano l’essenza, se sei un politico colleonico ti siedi e vai a vedere le carte degli altri. Perché l’uovo oggi è sempre meglio della gallina domani,  anche perché domani la possibilità concreta della gallina la potresti avere tu (con una salda maggioranza) e far modificare la legge approvata a suo tempo inserendo le prescrizioni che a suo tempo volevi tu e alle quali avevi dovuto (in tutto o in parte) rinunziare. Si è fatto così tante volte in passato, ma Letta, chissà perché , pur sapendo di non avere i numeri, ha sempre detto no.

E allora sorge francamente il dubbio che, da buon democristiano inevitabilmente sensibile su queste tematiche alle opinioni di Santa Romana Chiesa (anche se non l’ammetterebbe nemmeno sotto tortura), Letta inconsciamente la bocciatura se la sia quasi andata a cercare . In politica a pensare male, diceva Andreotti, ci si azzecca quasi sempre. Senza con questo sminuire  ovviamente la portata del carico da undici messo sul funerale del DDL dal caro Renzi, dalle sue  truppe cammellate  e dalle quinte colonne che, all’atto del divorzio dal partito fondato da Veltroni, il Matteo toscano ha opportunamente lasciato dentro il palazzo di via del Nazareno.  Anche se in tal caso, tuttavia,  l’attuale padrone del palazzo lo sapeva bene che il Signore di Rignano gli impetrava da tempo una mediazione sul testo, minacciando in caso contrario una marcia indietro del suo gruppo rispetto al voto favorevole espresso alla Camera.

In merito poi all’obiezione, avanzata da diversi osservatori (nel piccolo: da mia figlia ieri sera con la furente veemenza dei suoi vent’anni),  che altri Paesi europei da anni hanno leggi simili, molte addirittura approvate da governi di destra, ricordo sommessamente che gli altri Paesi non hanno la sede del Vaticano sul proprio territorio, ossia di un’istituzione capace di impedire per secoli l’Unità della Penisola, a partire da Longobardi versus Franchi. Figurarsi l’approvazione di una legge.  Le destre – specie quelle liberali – di altri Paesi dell’Europa occ.le (quelle dell’est sono forse anche peggiori delle nostre in tema di diritti civili), pur essendo pur sempre destre, sono infatti solitamente destre laiche. Le nostre sono tradizionalmente confessionali, perché è baciapile  la gran parte del loro elettorato.

Purtroppo chi ha vent’anni non può ricordare le indecenze che sono state urlate nei comizi dai politici conservatori italiani (DC e MSI in testa) durante le campagne referendarie contro il divorzio e l’aborto.

Io si. Purtroppo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sulla crisi economica greca della metà degli anni 10 di questo secolo ho scritto all'epoca diversi "articoli" (il virgolettato è d'obbligo, non essendo il sottoscritto un giornalista professionista), perchè ritengo sia stato   l'evento che ha "denudato il re", ossia la tanto osannata Unione Europea post Maastricht, mostrandone la sua vera natura di  progetto coltivato  e realizzato dai vertici del capitalismo europeo bancario e industriale per avidi appettiti  economici che è facile intuire. Ma la favola bella della  UE buona e giusta, se illuse Ermione, alla sinistra italiana l'ha addirittura rinco...ta. E il ridicolo e il tragico insieme della faccenda è che il progressismo europeo non si è ancora destato dal sogno, se pensiamo che - fatta eccezione per le sue ali estreme - non ha praticamente battuto ciglio quando i maggiorenti di Bruxelles, dopo aver scassato per anni i benemeriti agli Stati membri se sforavano di una virgola il Patto di Stabilità, con canagliesca disinvoltura dall'oggi al domani hanno preteso che ogni nazione aderente si impegnasse al più presto ad investire   miliardi in spese militari. Alla faccia, ovviamente, della decenza, dei salari , delle spese sociali  e di quelle per l'istruzione e la sanità.

 

17 luglio 2015

 

Tsipras, la sinistra impossibile e le chiavi della cassa

La sintesi perfetta della tragicommedia greca andata in onda nei giorni scorsi l’ha fatta Eugenio Scalfari in una intervista all’Huffington Post: "A poker con la Germania non puoi giocare, perché la Germania non ti consente il bluff, va a vedere ogni puntata; tu puoi rilanciare, e quella rilancia ancora di più." Tuttavia ridurre l’enormità di ciò che è accaduto nell’Eurogruppo del 13 luglio scorso alla dabbenaggine di un maldestro biscazziere pare riduttivo ai molti che ancora scommettono sulla statura politica del premier ellenico, ragion per cui da giorni è tutto un intenso fiorire di tesi e analisi sia sui social che sugli organi di informazione. C’è chi addirittura è arrivato a ipotizzare stringenti pressioni americane su Tsipras tese ad evitare che la Grecia, uscendo dall’euro, si gettasse nelle braccia di Putin. Teoria tanto affascinante quanto indimostrabile, a meno che il concusso di turno- ossia il primo ministro greco – non si decida ad ammetterlo pubblicamente. Cosa la cui verificazione pare piuttosto difficile da realizzarsi.

Salutando le scie chimiche e rientrando sulla Terra, chi scrive è dell’opinione che Tsipras molto più semplicemente abbia sottovalutato i suoi avversari. Meglio ancora: abbia sottovalutato gli avversari e sopravvalutato i possibili aiuti che gli amici dell’ultima ora (Russia e Cina) erano disposti (a chiacchiere) a fornirgli. Da qui una catena ininterrotta di errori di valutazione: quando rifiuti un accordo che – alla luce dei successivi eventi - era il Paradiso di Milton, indici un referendum, stravinci il referendum, elabori un piano alternativo più rigoroso di quello rifiutato, lo presenti e i tuoi interlocutori ti ridono in faccia o quasi e ti rispondono che se ti va bene si prendono pure le mutande dei greci e se non ti va bene là c’è la porta, una qualche riflessione sulla tua sagacia forse sarebbe il caso di farla. Viceversa Alexis Tsipras, con una sconcertante disinvoltura e mostrando una abilità scenica da far invidia ad Arturo Brachetti, si è limitato soltanto a mettersi finalmente una (ideale) cravatta, ossia ad assumere pose e toni da classico politico socialdemocratico europeo, di quel socialismo democratico sollo e dolorosamente (per i popoli) subalterno nei confronti dello strapotere neo-liberista di cui francamente abbiamo da tempo piene le scatole e che è ben compendiato nella vita e nelle opere di Martin Schultz , ma che nei documenti ufficiali viene definito "responsabile" e "realistico". E dunque anche per lui, per il Masaniello pentito e rientrato nelle grazie del viceré, è arrivato il momento del cilicio, del "non è un buon accordo, ma non avevamo scelta", de "l’alternativa era la catastrofe" (ma come, per mesi hai detto che non saresti arretrato di un millimetro e ora ingoi persino il possibile ri-licenziamento di migliaia di lavoratori pubblici?). L’unico successo, se così si può chiamare, che può sbandierare e che in effetti sbandiera in ogni occasione è l’aver evitato tagli a pensioni e stipendi. Dimenticando, però, che tagliare in Grecia stipendi e pensioni più di quanto siano stati già tagliati sarebbe stata ribalderia che forse avrebbe ripugnato persino a Schaeuble. A tutto ciò aggiungiamo quello che poteva fare e che decenza – prima ancora della trojka- avrebbe voluto facesse e non ha fatto: la lotta ad un fenomeno criminale che in Grecia da sempre raggiunge livelli intollerabili come l’ evasione fiscale, la fine del regime fiscale di favore per gli armatori, l’abolizione delle baby pensioni (anche se in quest’ultimo caso pare piuttosto strano che non vi abbiano già provveduto i governi precedenti, così proni verso la trojka).

La sommatoria di velleità non traducibili in azioni concrete – perché alla dracma , prima ancora che Tsipras, non ci vogliono tornare i cittadini greci – di ottusa rigidità luterana della Germania (rimasta ancora, nel suo atteggiamento verso i Paesi dell’Europa mediterranea, al viaggio a Roma di fra’Martino nel 1511 e alla pessima impressione che ne riportò) e di irritante inconsistenza delle altre nazioni europee (in primis la Francia, ex rivale storica della Germania, addirittura perché ancora scioccata da Sedan , a sentire lo storico dell’economia Giulio Sapelli) hanno condotto ad un risultato che è la morte dell’Unione Europea, perlomeno di quel concetto ragionieristico di Unione Europea figlio di Maastricht e Lisbona e che tanti lutti ha addotto non solo agli achei.

I liberisti e gli europeisti convinti , dopo l’accordo-capestro raggiunto lunedì scorso, hanno invece intonato i peana della vittoria, affrettandosi a seppellire i cadaveri dei nemici e ammonendo gli euroscettici irriducibili sulle nefaste conseguenze che ne potrebbero derivare per loro se continueranno a propalare certe perniciose opinioni. Al contrario, se c’è qualcosa di cui Tsipras può andare veramente fiero (e magari in futuro scopriremo che era stato fin dall’inizio il suo vero obiettivo) è di aver smascherato la vera natura aridamente contabile della Ue , la quale, tolti lustrini e paillettes e spediti in soffitta i manifesti di Ventotene, oggi altro non sembra che una scorbutica locandiera di campagna, di quelle obese e col grembiule macchiato ma che non ti tolgono nemmeno un centesimo dal conto. Dopo lunedì, insomma, passerà parecchio tempo prima che qualcuno si azzardi a proporre – come continua insulsamente a predicare da noi l’ala renziana del PD, alla quale qualcuno dovrebbe spiegare correttamente la trama del film che credono di aver visto- più Europa e maggiori cessioni di sovranità da parte degli Stati dell’Unione. Perché se star dentro le padelle è brutto, saltar dentro la brace lo è ancor di più.

Tornando a Tsipras e concludendo, la lezione principale che dovrebbe aver ricavato da tutta questa vicenda, a parte ogni altra considerazione,  non è la santità del rigore e la necessità di deificarlo in ogni momento della giornata, come piacerebbe ai fan della Ue a trazione teutonica, ma, più banalmente, l’assoluta inutilità di citare ai tedeschi i filosofi antichi: se infatti la Grecia è la patria della filosofia antica, la Germania lo è di quella moderna e contemporanea. La differenza è che in Grecia andava di moda l’atarassia e in Germania l’imperativo categorico.

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"La cultura li ha affrancati da un confronto impossibile con i padri biblici….Più parlano di brutalità e più se ne considerano lavati, assolti e sterilizzati come da un soffio di aria compressa.”
 
Leggere le prime pagine del romanzo di Walter Siti ,“Resistere non serve a niente”, meritatissimo Strega del 2013, suscita di primo acchito la fallace impressione di avere davanti qualcosa di parzialmente diverso da ciò che ci si aspetta di trovare. 
Ci si aspetta  un atto d’accusa contro la finanza corsara , moloch feroce ed invisibile   che gioca con  i destini del pianeta e al quale la  geremiade popolare imputa le peggiori nefandezze; ci si ritrova  per le mani all’inizio la storia di un uomo (quasi) normale, se non fosse per un genitore in carcere per omicidio e una debordante obesità giovanile.
Ci si aspetta  un’indagine da giornalismo d’inchiesta in forma di racconto sugli intrecci perversi tra politica e poteri occulti o un catalogo illustrato  delle malvagità e delle capriole telematiche che questi moderni templari dell’economia, gli operatori finanziari, fanno col denaro altrui, spostando capitali da un Continente all’altro; ci si ritrova a solidarizzare o quasi con i travagli e le angosce di  un ricco proletario,  affamato di sesso quanto d’affetto ma con un’abbondanza  del primo  direttamente proporzionale alla desertica assenza del secondo. 
Bisogna superare la boa dei due terzi del volume per veder rivelata la vera natura del protagonista e dei suoi compagni di cordata.
Tommaso, il personaggio principale del libro, vive a Roma ed è figlio di un malvivente di piccolo cabotaggio affiliato ad una cosca calabrese. Per dimostrare la fedeltà al clan, il padre ha dovuto compiere un omicidio “espiatorio” ed è stato condannato ad una lunga permanenza dentro le patrie galere, lasciando il piccolo Tommaso e la madre Irene in gravi difficoltà economiche. Ma Tommaso, bambino e adolescente afflitto da una spaventosa obesità, ha una dote di natura che si dimostrerà la sua carta vincente nella partita  a poker della vita: è un genio della matematica. Qualcuno , nell’anno della promozione alle scuole superiori, si accorgerà di questa dote e gli fornirà i mezzi per diventare magro (pagandogli una costosissima operazione), istruito,  facoltoso  e vincente.
Alla soglia dei quaranta dell’orso quindicenne bulimico, impacciato e sovrappeso non è rimasta più traccia: Tommaso è uno spregiudicato e infallibile squalo della finanza che muove miliardi come fossero pedine di una scacchiera,  un vero e proprio mago dei grafici di Borsa che azzecca puntualmente salite e discese di titoli, aziende e governi, nonché un seduttore seriale di donne, tutte possedute ma nessuna amata davvero a parte Gabriella, detta Gabry, modella abituata al lusso, alle feste della gente che conta, all’adorazione per la sua bellezza rovente e algida allo stesso tempo. Tommaso in fondo per lei è solo un generoso bancomat e neppure l’unico, visto che lo tradisce con frequenza e disinvoltura. Ma anche  Tommaso, pur amandola, alla fine la tradirà a sua volta con Edith, una scrittrice molto meno attraente ma passionale, colta, intelligente e, soprattutto,  profondamente legata a lui, nonostante non apprezzi il suo lavoro e tanto meno gli ambienti che frequenta.
Fino al giorno in cui, però, scopre che dietro l’infallibilità di Tommaso coi soldi e coi numeri c’è la mano della criminalità organizzata.
E’ questo il momento nel quale  il romanzo si cambia d’abito e diventa qualcos’altro. Fino ad allora  il lettore  ha solo  potuto intravedere quello che c’è dietro il successo professionale di Tommaso, perché l’astuzia da consumato mestierante dello scrittore l'ha schermato dietro la comoda facciata del riscatto sociale e dell’educazione sentimentale. Da lì in poi invece capisce, senza più infingimenti , deviazioni in corsa e cambi di marcia strategici, che la leggenda metropolitana della cupola che governa il mondo, che fa e disfa gli Stati e i patrimoni, che decide seduta in poltrona se conviene di più, per il portafoglio dei suoi membri, far scoppiare un conflitto armato nell’ Africa equatoriale piuttosto che un crollo dei mercati azionari in Sud America, è verità tragicamente apodittica. Capisce, in definitiva, quanto sia spaventosamente sottile la linea di confine tra il colore dei soldi e l'orrore dei soldi.
E’ risaputo che le mafie da tempo hanno cambiato pelle, indossando le camicie firmate al posto delle coppole e uccidendo con le tastiere dei computer più  che con le lupare. Questo nel libro viene chiarito e ribadito più volte fin dalle prime pagine, fin da quando Tommaso contatta l’avatar di Walter Siti per commissionargli la sua biografia.  Quello che volutamente all’inizio non è chiaro è la tentacolare estensione e ramificazione della penetrazione criminale dentro i gangli vitali dell’economia mondiale, l’asservimento totale della politica interna ed estera degli Stati agli interessi delle consorterie malavitose e il conseguente potere d’interdizione che tali consorterie esercitano ogni giorno sulle scelte, piccole o grandi che siano, della pubblica amministrazione e dell’imprenditoria. 
Tuttavia  nell’attimo in cui,  complice la crisi dei mutui subprime,  la slot machine rallenta e il protagonista comincia a temere che nei suoi committenti si risvegli l’indole ferina e tornino le canne mozze  al posto dei doppiopetti, la vicenda, come abbiamo già accennato, muta repentinamente registro, trasformandosi in uno spaccato maledettamente realistico di quel teatro delle marionette che è diventata la società italiana (e non solo) da quando i padroni delle ferriere non sono più i grandi gruppi industriali o i partiti politici di maggioranza (roba fatta di gente in carne e ossa, parafulmini ideali per la bile popolare) bensì entità inquietanti e sfuggenti, opacizzate e impersonali, che danno e tolgono con un clic del mouse e contro le quali è impossibile e in ogni caso inutile organizzare  cortei e proteste, innalzare cartelli, urlare slogan.
Bravissimo, prima e dopo il giro di boa, nel mescolare nomi veri e nomi di fantasia, accadimenti reali e accadimenti inventati, trame accertate e trame intuite, Siti lascia alla fine nel lettore il retrogusto amaro di una teofania indesiderata, l’inverarsi concreto di un sospetto che era meglio continuare a ritenere mitologia finanziaria e vaniloquio di millenaristi televisivi. Perché se “resistere non serve a niente”, forse ancor meno serve orrire senza poter rimuovere.
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Luglio 2015

 

Graecia capta

"Graecia capta ferum victorem cepit" . La Grecia conquistata conquistò il rude vincitore, scrisse il poeta latino Orazio. Ma nel 2015  la Grecia fu solo capta,  e noi con lei. La resa della Grecia all'ungulato e  insaziabile ordocapitalismo UE fu infatti la resa di tutte le Nazioni che, come la nostra,  della UE facevano parte, sì, ma quella dei  parenti poveri e col piattino in mano.

Che poi è la parte che recitiamo tuttora:  comprimari  si nasce, si sa.

 

5 luglio 2015

 

Graecia capta

Colpisce, in questi giorni di via crucis per il futuro della Grecia e della UE, non tanto l’esito di una eventuale Grexit (per quanto drammatico potrebbe essere, e non solo per i diretti interessati) e neppure l’inusuale asprezza del braccio di ferro tra Brussel Group (o Troika, come preferite) e governo greco, bensì lo stupore e il fastidio che l’indizione del referendum da parte di Syriza ha provocato nei santuari della governance comunitaria. A guardarne le facce , sembrano tutti quanti appena caduti dal pero, come se il coinvolgere il cittadino elettore in faccende che hanno conseguenze dirette sulla sua vita quotidiana fosse una abnormità figlia di lontane ere geologiche. 

A questo punto è lecito chiedersi quale concetto di democrazia alberghi in pianta stabile negli uffici dei vari Juncker , Dijsselbloem e co. E, più in generale, quale concetto di democrazia oggi guidi gli intendimenti e le azioni di organismi come la Commissione europea. Ce lo dobbiamo chiedere e dobbiamo provare a darci una risposta non per puro amore di fuffa populista antieuro-come direbbero i moderni fan di Von Hajek- ma semplicemente perché un responso che non comprendesse, nell’idea di democrazia oggi imperante dentro gli scintillanti grattacieli comunitari, il coinvolgimento popolare, confermerebbe tutti i dubbi che si nutrono sulla reale natura di ciò che vent’anni fa fu forgiato con la creta di Maastricht.  

Che la Ue degli ultimi due decenni non fosse un modello specchiato di pluralismo, partecipazione dal basso e attenzione ai bisogni delle fasce deboli della popolazione, lo avevamo già fortemente sospettato in base alla tecnica adottata per approvare i vari trattati che concorrono a formare il vigente diritto comunitario. Nessun interpello popolare, linguaggio criptico, ricadute negative dell’applicazione di certe regole scoperte solo a danno compiuto. Lo ha ammesso anche Amato tempo fa in una intervista: “il linguaggio dei trattati europei è volutamente oscuro”, disse. Oscuro perché teso ad evitare polemiche nei parlamenti e rivolte nelle piazze. Questa UE, in pratica, ha il passo felpato del felino: la vittima si accorge del morso quando è ormai troppo tardi. Le elite economico- finanziarie che dirigono la baracca comunitaria tramite i loro emissari politici non gradiscono, infatti, il chiasso, la confusione, la dialettica dello scontro tipica dei regimi democratici. Hanno uno stile che assomiglia a quello del gruppo Bildelberg (col quale probabilmente si identificano): riunioni segrete, chiacchiere ridotte all’osso o silenzi carichi di significati , luci soffuse e patti siglati tra pochi e selezionati gentiluomini. E poco importa se tali patti poi cozzano sul groppone di tutti quanti, se hanno ,cioè , valenza erga omnes. Hanno agito così persino con l’euro, forse convinti che gli elettori dei Paesi membri- all’epoca estasiati dall’idea della moneta unica- avrebbero votato plebiscitariamente a favore. O forse – e più probabilmente- spaventati dall’esito per loro negativo dell’unico referendum sull’euro tenutosi in Europa, quello svedese. 

Fatto sta che la creatura nata nel 1992 sull’onda della caduta del Muro e della riunificazione tedesca non è affatto quel consesso di popoli fratelli che ci hanno spacciato per anni. Assomiglia piuttosto ad una s.p.a. ,con tanto di consiglio d’amministrazione e amministratori delegati, dove le scelte che contano vengono decise ai piani alti e sottoposte a quelli bassi a titoli di mera divulgazione. Una presa d’atto, insomma. Più o meno come fa la direzione di una azienda. 

Pertanto qua siamo oltre il ritorno dei fascismi, talvolta evocato , a proposito di Ue, da quella innamorata delusa e ferita che è la sinistra dei Paesi mediterranei, fino a poco tempo fa la più accanita sostenitrice dell’integrazione europea, sempre pronta a difendere a spada tratta anche le decisioni più indigeste per l’orgoglio nazionale. Qua siamo oltre perché i fascismi, come tutte le dittature, cercavano e cercano, nel perseguimento dei loro aberranti disegni, il consenso dell'opinione pubblica. Pur essendo i mallevadori dei privilegi dei ceti dominanti, inevitabilmente le autocrazie hanno bisogno infatti di nutrirsi anche del placet delle masse. No, qua forse è pure peggio. Qua siamo di fronte ad un feudalesimo di ritorno, con tanto di vassalli e servitù della gleba, che adopera la leva economico-finanziaria ( i cordoni della borsa, tanto per intenderci) per tenere la politica nazionale al guinzaglio, concedendole solo quel minimo spazio di manovra imposto dalla necessità di rispettare le forme esteriori del gioco democratico. Siamo di fronte, cioè, ad una nobiltà di censo più spocchiosa e arrogante di quella con parrucca e tricorno, che nutre un' ubbia profonda per parole come “sovranità popolare”,convinta com'è che le merci e il denaro debbano sempre prevalere sugli esseri umani, e che ritiene il lavoro e i lavoratori semplici pedine da muovere a piacimento sullo scacchiere dei profitti. E dunque, passi che ogni tanto si debba votare - perché purtroppo per loro l’Europa del XXI secolo non è il Sudamerica degli anni 70 - l’importante è che il voto non cambi gli equilibri. Ma i referendum sulle scelte economiche della UE no, mai. Il referendum è pericolosissimo, è uno strumento incontrollabile. Non puoi mettere un Renzi o un Monti a vigilare sul suo corretto esito. Le normali elezioni – a parte la Grecia, ma stanno provvedendo - sì, quelle le puoi controllare benissimo, e così pure la formazione dei governi. Ma i referendum no:per l’eurocrazia dei poteri forti sono quasi un male assoluto e il Paese debitore che s’azzardasse a indirli un paria da ostracizzare e mettere ai margini del consesso comunitario. 

Siccome però ogni tanto la Storia ritorna, come diceva un tizio nato a Napoli nella seconda metà del seicento, non è un caso che a sfidare il Leviatano europeo oggi sia la piccola Grecia, culla di democrazia e civiltà (Graecia capta ferum victorem cepit) ; la stessa Grecia che duemilacinquecento anni fa per difendere la propria libertà non esitò ad affrontare e sconfiggere un impero immenso, dotato di un esercito di centinaia di migliaia di soldati. 

Non so voi, ma io se fossi Juncker o la Merkel, condottieri dei nuovi barbari che bussano alle porte dell’Ellade, una ripassatina alla cronaca della battaglia di Maratona gliela darei.


 

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francesco61dgl2 28 febbraio

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Febbraio 2022

Semplicemente Monica

Qualche giorno fa, lo sappiamo tutti, si è spenta un’altra luce nazionale di cultura e  bellezza. Si è spenta in silenzio, così come in silenzio ha vissuto gli ultimi 20 anni della sua vita, segnati da una grave malattia degenerativa che solo l’amore del marito,  Roberto Russo, è riuscito a preservare dall’ingordigia  gossippara e dalla sete insaziabile di notizie, foto, illazioni sui cosiddetti vip e su tutti quelli che tali non sono (ma che, per un “friccico di luna” ,qualcuno per poco riesce a spacciare per tali), di cui è famelica la nostra attuale informazione giornalistica e televisiva .Se n’é è andata in silenzio ma facendo lo stesso un grande rumore, suo malgrado .

Perché Monica Vitti non era solo la grandissima e bellissima attrice che chi ha oggi l’età della pensione può ben ricordare.  Se n’è andata nel rumore (degli altri) perché è stata un immenso simbolo, sempre suo malgrado: di semplicità, di incantevole fascino acqua e sapone, di serietà professionale, di orgogliosa italianità e romanità, di eclettismo recitativo, di disarmante modestia a fronte di una sconfinata capacità professionale, di cordialità,  umorismo,   ironia e saggezza popolare.

E ora vorrei dire qualcosa a chi se l’è portata via con sé. No, non  è quello a cui pensate voi.  Sono agnostico e dunque libero di scegliere con chi prendermela quando si costringe qualcuno a cui tengo e a cui sono legati particolari ricordi, volti e momenti della mia vita , a recitare la nota sentenza inappellabile del buon San Gerolamo : pulvis es et in pulverem reverteris.

Dalla fine degli anni 90 dello scorso secolo, poco a poco sono deceduti i “mostri sacri” della cultura e dello spettacolo italiani,  quelli che, senza neppure rendersene conto, hanno contribuito  a ricostruire le macerie del 45 e ridato onore e rispetto a questo Paese.  Il primo a lasciarci fu Tognazzi, nel 1990, lo stesso giorno in cui morì mio padre  e a me parve , appresa la notizia, quasi un segno del destino: un ‘epoca s’avviava al tramonto. Era arrivata l’ora di diventare grandi… Seguirono le morti di Gassmasn, Sordi, Melato, Manfredi e Proietti, per citare solo i più noti nel campo dello spettacolo; di Battisti ,  De Andre’ , Dalla , Morricone e Battiato, nella musica; precedenti agli anni novanta la scomparsa di due giganti della letteratura italiana come  Calvino e Sciascia, ,seguiti nel 2015 da Sebastiano  Vassalli e l’anno dopo da  Umberto Eco.  E’ un mosaico di eccellenze manchevole di tanti tasselli meritevoli di citazione ma ritengo  che comunque dia l’idea di quanti , tra i suoi migliori cittadini , negli ultimi anni  questa nazione magnifica e maledetta abbia smarrito per strada  e dovuto fare a meno.

Troppi, per non sentirsi più poveri, più indifesi . Troppi per non sentire la necessità di preservare fino in fondo forse l’ultimo emblema di bravura, bellezza, ,misura  e simpatia. Lei, Monica. A costo di sfidare il tempo, il destino e soprattutto la brama del giovane Thanatos (sì, è lui l’oggetto dei miei strali) e dell’obbediente esecutore dei suoi voleri, Hermes di Cillene dalla verga d’oro. No, Thanatos, hai sbagliato: dovevi lasciarcela ancora un po’, perché  ne avevamo egoisticamente bisogno.

Che vuoi farci, siamo italiani.  Sventoliamo tripudianti  il tricolore solo quando un bravissimo pennellone campano para un rigore decisivo come fosse il gesto più semplice del mondo e poi ricominciamo a lamentarci di chi ci vuol far rispettare le regole, a intascare bustarelle, a frodare il fisco, a parcheggiare l’auto in doppia fila come fossero le cose più normali del mondo.

Però, in uno dei nostri rari sussulti di onestà intellettuale (succede persino ai peggiori), ritengo anche che siamo tutti ugualmente ben consapevoli che quel tricolore possono sventolarlo, con dignità e decoro, solo pochi eletti tra noi. E tra questi c’era fino all’altro ieri una giovane romana del 1931, bella e brava.  Algida ed inarrivabile in Antonioni; pirotecnica ed esilarante con Tognazzi e Sordi; insuperabile ragazza siciliana che scopre l’emancipazione femminile nell’Inghilterra di fine anni sessanta, forgiata dalle sapienti mani del genio di Mario Monicelli.  E tu, invece,  te la sei voluta portar via, Thanatos, fratello di Hipnos e figlio della notte. E no.  Ancora un po’ potevi aspettare. Non ti costava nulla.    

Lo so, è il tuo mestiere, Thanatos, ma è un brutto mestiere.  Specialmente quando ti porti via un capolavoro di femmina – in tutti i sensi – chiamato Monica Vitti. No, io non te lo perdonerò mai. Gli altri, si sa, nella maggior parte dei casi – come succede quasi sempre –  dimenticheranno presto. Io no.

Che la terra ti sia leggera Monica e che la politica avverta il debito di riconoscenza di dedicarti almeno un’agorà, una grande piazza dove tutti possano rivederti ogni tanto in grandi schermi e riamarti.  In Italia le vie di solito, con le debite eccezioni, sono strette   e lunghe, nate per il movimento, per  spostare da un punto all’altro cose e persone; i monumenti commemorativi sono invece quasi sempre, fateci caso, un po’ pacchiani o magniloquenti, spesso oltre le  stesse intenzioni, la fama e l’autorevolezza del loro  autore.

Solo la piazza, da secoli, è nata per radunare la gente, per farla incontrare. A  te , che - pur nella tua proverbiale riservatezza  –  la gente l’hai sempre amata tanto, spetta quindi di diritto una piazza. Grande, assolata, inclusiva.

Come sono certo che la vorresti tu.

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francesco61dgl2 16 febbraio

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Ci sono libri di una semplicità disarmante, per  dialoghi, trama e  linguaggio, eppure capaci di sopravanzare qualitativamente opere ben più complesse, strutturate, pretenziose. Raccontano “storie semplici” , per dirla con Sciascia, non ambiscono al Nobel, non tendono a  suscitare  accesi dibattiti e accapigliamenti fra i critici. Si limitano a metterci davanti agli occhi – a seconda dei casi -  la banalità o la crudeltà del reale  nelle sue  molteplici varianti e lasciano il lettore  con il dubbio che qualche volta la scrittura, per essere “alta”, non ha bisogno di frequentare le terrazze dei grattacieli.
Appartiene a questa particolare categoria di libri “Cronaca di un suicidio”, di Gianni Biondillo, architetto e scrittore, autore dei gialli che hanno per protagonista l’ispettore Ferraro ,  di cui Cronaca è il penultimo della serie.
Giovanni Tolusso, figlio di un muratore friulano emigrato in Svizzera, è uno sceneggiatore televisivo Rai educato al culto della rettitudine e del rispetto delle regole.  Risiede per necessità di lavoro a Roma , dove conduce una vita appartata, ma ha una moglie che vive a Milano. Tolti  i rapporti professionali, frequenta soltanto tre persone: il suo commercialista - forse il suo unico amico - l’avvocato della casa produttrice e il postino che gli recapita la corrispondenza. Proprio quest’ultimo sarà il latore di una missiva che sconvolgerà l’esistenza di Tolusso, gettandolo nella più cupa disperazione: una raccomandata di Equitalia che gli ingiunge il pagamento di una somma considerevole per imposte non versate.
Tolusso cade dalle nuvole: ha sempre pagato regolarmente tutto il dovuto al fisco, tramite  il suo commercialista, e non si capacita del perché lo Stato pretenda ora il saldo di quel debito spaventoso, che lui tra l’altro non è assolutamente in grado di onorare, visto che, causa la crisi, attende da mesi la liquidazione delle sue competenze e ha pure in corso due mutui per l’acquisto di altrettante case, quella di Roma dove vive e quella di Milano dove vive la moglie. La lettera sarà il biglietto  per un viaggio di sola andata in un inferno di domande senza risposte e di inutili pellegrinaggi all’Agenzia delle Entrate, dal commercialista, dall’avvocato del suo datore  di lavoro. Da quel momento l'esistenza di Tolusso viene totalmente stravolta e quasi condotta per mano verso scelte estreme .
A quel punto toccherà  all’ispettore Ferraro, in vacanza a Ostia Lido con la figlia quattordicenne, intuire, da una barca vuota in mezzo al mare e da una frase di Pavese, la fine di Tolusso e  - su sollecitazione di un collega romano, dopo il rinvenimento del cadavere- provare a ricostruire, una volta tornato a Milano (dove  Ferraro normalmente vive e lavora), le ragioni del suo gesto, attraverso i colloqui con la moglie e con il commercialista.
Stupisce, in Biondillo, che la nettezza delle parole, il lavoro di cesello  sugli stati d'animo dei personaggi e sugli ambienti in cui si muovono, il ritmo incalzante che sa imprimere agli avvenimenti, non tolgano una virgola allo spessore del romanzo; anzi, sono il suo valore aggiunto, perché la forma,  nella sua esemplare chiarezza e nell’assenza totale di inutili e narcisistici orpelli, oltre ad essere perfetta in sé, è perfettamente adatta a raccontare una vicenda dal sapore vagamente kafkiano e al contempo niente affatto surreale, perché calata nel contesto drammatico della crisi economica, che in questi anni talvolta ha inverato ciò che prima neppure si sarebbe potuto  concepire.
Ma Tolusso, ci fa capire Biondillo, non è  solo una vittima del “sistema” e delle circostanze, ossia dell’intransigenza del potere in combinato disposto con le difficoltà che vive attualmente  il  Paese. Tolusso è anche il simbolo di una categoria di italiani che ha già perso in partenza: il cittadino perbene, corretto, educato, laborioso . In Italia è un animale destinato all’estinzione, braccato e vinto dal cinismo, dall’indifferenza, dalla disonestà e da una tracimante volgarità collettiva. 
Ecco perché il magistrale colpo di scena finale che si concede lo scrittore,  dopo un primo attimo di smarrimento non sorprende più di tanto ed anzi viene accolto con sollievo  da chi legge, quasi fosse l’ultimo tassello perso e ritrovato di un puzzle che altrimenti  sarebbe rimasto mestamente incompiuto. 
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francesco61dgl2 14 febbraio

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Settembre /Ottobre 2022

 

POTREI NON SENTIRMI ITALIANO

 

Giorgio Gaber cantava  “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono” C’è, a mio avviso,  in questo famoso refrain di una delle sue canzone più note, tutta l’essenza del sentirsi figli del Bel Paese. Perché si è davvero fortunati ad essere cittadini di  una delle  nazioni più belle del mondo, per ricchezze di Storia, cultura e paesaggio. Elencare le eccellenze  d’Italia,  siano esse figlie dell’uomo o della natura, richiederebbe il consumo di tanti di quei volumi da far invidia alla Treccani, lo sappiamo bene. Geniali, versatili, tenaci, intraprendenti, da nord a sud il popolo italiano  è una miscellanea unica  di qualità e difetti, alcuni comuni altri specifici delle singole zone di provenienza. Ma sono proprio le sue diversità, umane e naturali, uno dei segreti della specificità italiana, della sua capacità, negli anni, di eccellere in molti campi del sapere: dall’imprenditoria all’artigianato, dall’ agricoltura alla ristorazione, dalle arti figurative alla  letteratura . E via discorrendo.

E però c’è nei versi di Gaber c’è anche il rovescio della medaglia , il “purtroppo lo sono”.

L’elenco dei “ purtroppo lo sono” degli italiani e della nazione Italia è lungo quanto i pregi, sappiamo bene anche questo: burocrazia bradipica e bizantina,  croniche nefandezze della politica,  strutturale  incapacità di coniugare  i verbi “fare” e   semplificare” senza lasciare autostrade di raggiri impuniti a chi ha intenzione di approfittarne,  malfunzionamenti e  inefficienze di molti servizi pubblici, atavica neghittosità di alcuni territori e dei suoi amministratori e cittadini, corruzione, pertinace inclinazione alle furbate illecite o quanto meno moralmente biasimevoli (l’evasione fiscale in primis), incapacità di estirpare una volta per tutte la mala pianta  della criminalità organizzata e via discorrendo. D’altronde, uno degli aforismi più celebri di quell’inarrivabile talento del giornalismo al curaro, caustico e irriverente, che fu Leo Longanesi,  è quello che definì gli italiani  “ popolo di buoni a nulla ma capaci di tutto”. Nel bene e nel male , avrei aggiunto io.  Mettendo nella seconda casella, assieme a tutto quello che di pessimo da sempre siamo stati capaci di fare, ad onta di un apparato cerebrale di tutto rispetto e di una ammirevole resilienza nel subire e superare  crisi e catastrofi (si tratti di guerre, terremoti o altro),  anche l’imbecillità razzista.

Fenomeno recente, che pensavamo di aver seppellito definitivamente nel 1948, l’imbecillità razzista pare invece godere da qualche tempo di nuova e ubertosa linfa grazie a quell’invenzione tanto utile, per certi aspetti, quanto repellente per altri (Umberto Eco docet) che sono i cd. social: piazze telematiche dove il primo minus habens che si collega con  i molteplici strumenti che   fornisce oggi la tecnologia, si sente in diritto di poter scrivere impunemente le più vomitevoli scelleratezze, protetto  dal comodo usbergo dell’anonimato.

Non rendendosi conto, il minus, della sua irrecuperabile e criminale idiozia, ovviamente e conseguentemente egli non conosce neppure freni e remore di alcun genere. Ragion per cui si permette – cronaca di oggi – di domandare ironicamente alla miglior giocatrice di pallavolo della nazionale italiana, protagonista indiscussa degli ultimi, prestigiosi successi della nostra rappresentativa femminile  (vice campione del Mondo nel 2018, campione d’Europa nel 2021  e medaglia di bronzo ai mondiali appena conclusisi), il “perché sia italiana”, poiché di origine nigeriana.

Non essendo la prima volta che viene presa di mira  con simili battute da quadrumani che ancora non hanno capito come si scende dall’albero, l’ immensa, bella e bravissima Paola Egonu ha avuto un comprensibile crollo nervoso, impietosamente immortalato dalle telecamere e diffuso nei media subito dopo la vittoriosa finale per il terzo posto contro gli U.S.A.

Ora io mi comincio a chiedere , da semplice   italiano innamorato da sempre del proprio Paese e –malgrado tutto – orgoglioso dei suoi abitanti, come possa riuscire a mantenere inalterato nel tempo questo amore e questo orgoglio se devo continuare a condividere il mio status di cittadino con simili reperti in forma (apparentemente) umana che definire archeologici sarebbe un’offesa agli archeologi e all’archeologia.

So benissimo che il razzismo, il sentirsi figli di un dio maggiore sol perché nati in una certa porzione del Pianeta piuttosto che in un’altra, è male atavico e purtroppo inestirpabile. Come pure so benissimo che in altre nazioni d’Europa il fenomeno è da sempre più diffuso, radicato e imputridito che nel nostro, ma proprio perché l’Italia finora – a parte la parentesi delle leggi antisemite del 1938 – non ha mai fatto parte dell’ ignobile hit parade delle nazioni europee maggiormente inclini a considerare un essere umano superiore ad un altro in base al colore della pelle e/o al luogo di nascita, c’è da domandarsi  cosa sia accaduto nel frattempo.

A modesto giudizio di chi scrive, è successo  a qualche anno in qua  qualcosa di geneticamente diverso dall’insofferenza verso lo straniero frutto della pulcinellesca gestione dei flussi migratori di politica e istituzioni (peraltro insofferenza comprensibile per singoli casi ma inaccettabile se generalizzata) e di cui tanti connazionali dovrebbero vergognarsi, a nord, al centro e al sud: considerare la cittadinanza privilegio esclusivo di chi è nato in Italia e può anche vantare una incontaminata discendenza tricolore. Praticamente una replica in grande stile del feudalesimo, ma in tal caso nella sua versione stracciona, cioè di un feudalesimo  dell’ ”uomo qualunque”,  sia esso borghese o proletario,  che si reputa  destinatario  esclusivo di diritti e prerogative per nascita e lignaggio, come l’aristocrazia europea ante Bastiglia.

Concezione già ridicola di suo ma che diventa addirittura infinitamente grottesca e surreale se il bersaglio di cotanta infamia colpisce una ragazza nata e cresciuta a Cittadella, Padova, Italia.

       

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francesco61dgl2 12 febbraio

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Sono passati ben 9 anni  dalla pubblicazione di questo  articolo su un giornale telematico ormai (purtroppo) defunto da tempo, ma la mia opinione sulla UE, mi spiace per i fan di Bruxelles,  non è cambiata.

Marzo 2017

La lezione (incompresa) della Brexit

Non so se sia leggenda metropolitana, ma pare che in Svezia, tempo fa, l’Ikea abbia battezzato una linea di zerbini con i nomi delle maggiori città danesi. L’episodio, vero o falso che sia, appare tuttavia come un attendibile termometro di quelli che sono tuttora i veri rapporti reciproci, gli umori e le reciproche antipatie fra le nazioni europee. Quelle fra Danimarca e Svezia datano addirittura al 1611, ossia dalla cd. Guerra di Kalmar. E parliamo davvero di poca roba, tenuto contro tra l’altro che entrambi i popoli sono di etnia scandinava. Se infatti ci spostiamo lungo la cartina geografia del continente europeo, le mai sopite liti di condominio non si contano più, anche se ormai in versione – per fortuna – “fuoco sotto la cenere”: Francia e Spagna, Francia e Inghilterra, Spagna e Inghilterra, Francia e Germania, Germania e Inghilterra, Italia e Francia, Italia e Germania ecc. ecc. Ancora peggio, poi, se invece di spostarci sul lato occidentale della cartina volgiamo lo sguardo su quello orientale: lì è una babele di rancori feroci e conflitti secolari, etnici e religiosi, a partire dai Balcani.

Faccio questa premessa non per auspicare, a pochi mesi dalla Brexit, un ritorno all’Europa delle rivalità, delle guerre e dell’odio – ci mancherebbe – ma solo per evidenziare ancor di più, se mai ce ne fosse bisogno, come l’Europa sia irrimediabilmente e da sempre il continente meno unificabile del globo terraqueo e che il voler ignorare a tutti i costi questa inequivocabile anche se avvilente verità -come fanno da sempre imperterriti gli ultrà dell’europeismo -per perorare la causa perdente di una maggiore unione politica tra gli Stati membri, significa soltanto attizzare a bella posta, quantunque in buona fede, la collera della gente e rischiare i tumulti di piazza.
Questa UE non piace e non piacerà mai, se ne facciano una ragione. L’Inghilterra è un caso a parte, è sempre stata dentro la Comunità con un piede in e un piede out, sempre lo stesso: quello della convenienza e dell’interesse nazionale. Il voto del giugno scorso, pertanto, è stato solo la conseguenza della presa di coscienza della maggioranza degli inglesi che in una UE che assomiglia sempre più in una riedizione del Sacro Romano Impero con capitale Berlino, il trucco del “ci siamo e non ci siamo” alla lunga non avrebbe più funzionato. Motivo per cui meglio decidersi in tempo per un out definitivo e categorico. Tutto qui. La vicenda britannica per la sua peculiarità dunque non può essere presa ad esempio del fallimento del progetto comunitario, evento la cui genesi va certamente ricercata altrove.

Però il caso inglese resta comunque un detonatore, o un abbrivo se preferite, e cioè il primo tassello di un domino devastante per tutto ciò che fu deciso a Maastricht 25 anni fa. Dico Maastricht e non Roma, da tutti universalmente considerata la città natale del sogno europeista, per una ragione molto semplice: il pollice verso sul cantiere comunitario non riguarda il 1956 e ciò che prese vita allora, ossia la vecchia CEE, bensì quel Frankenstein politico, fiscale ed economico che si è preteso di far nascere negli anni novanta, ossia la UE e il parto dei suoi lombi: l’Euro.

La CEE, com’è noto, a suo tempo è sorta per un motivo ben preciso: far cessare l’eterno confronto militare fra Francia e Germania, un confronto che nell’arco di un solo secolo (tra gli anni 50 dell’ottocento e gli anni 50 del novecento) aveva prodotto ben 3 guerre devastanti (il conflitto franco-prussiano del 1870 e le due guerre mondiali). L’obiettivo fu raggiunto molto più facilmente e rapidamente di quanto ci si potesse aspettare (anche perché era epoca di confronti est-ovest e figurarsi se a occidente ci si poteva permettere ancora il lusso di litigare per l’Alsazia e la Lorena), dopo di che, manifesto di Ventotene come bussola, crebbe rapidamente la smania di fare della Comunità a sei Stati qualcosa di molto più complesso e ambizioso: gli Stati Uniti d’Europa. Oggi solo a pronunziare una parola del genere brividi di gelo corrono lungo le schiene degli abitanti del vecchio Continente, soprattutto di quelli dell’Europa mediterranea, ma fino a tutti gli anni novanta è sembrata la realizzazione di una splendida utopia. Dal nuovo millennio in poi, però, a poco a poco i popoli europei hanno cominciato a rendersi conto che la famosa “costruzione europea” in soldoni altro non era se non una immensa fusione societaria tra banche, comitati d’affari e potentati politici e finanziari supportata da una nomenklatura elefantiaca, spocchiosa e supponente, brava soltanto a imporre per legge la lunghezza massima dei cetrioli e a smantellare il consolidato welfare continentale.
La candida vecchina della casa di marzapane si era trasformata definitivamente nell’orrida strega.

Cos’era successo nel frattempo? La mutazione genetica del sogno europeo ha una data ben precisa: 9 novembre 1989, giorno della caduta del muro di Berlino. Dopo quella data, i detentori delle chiavi del Palazzo comunitario capirono che ad oriente si stava spalancando davanti a loro una sterminata prateria di alti profitti a basso costo. Per accaparrarseli occorreva tuttavia smantellare la complessa intelaiatura dei diritti dei lavoratori eretta ad ovest nel corso del novecento. Occorreva, in sintesi, estendere al resto del Continente il modello thatcheriano affermatosi nel Regno Unito nel corso degli anni 80, abbracciando le dottrine economiche neo liberiste di Milton Friedman e della scuola di Chicago, predicando il ritorno allo Stato minimo ottocentesco e la privatizzazione selvaggia dei servizi pubblici, imbavagliando le politiche dei governi nazionali dentro rigidi vincoli di bilancio, spogliando le nazioni di quote significative di sovranità.
Tutte decisioni prese nel chiuso delle ovattate stanze dei palazzi di Bruxelles e Francoforte. Tutte decisioni prese non dall’unico organo eletto dai cittadini dei Paesi membri (il Parlamento europeo) ma da organi collegiali controllati in genere dai membri nominati dagli Stati più forti, a cominciare dalla sempiterna Germania. Tutte decisioni che fino alla crisi dei mutui subprime non avevano determinato in apparenza alcuna frattura tra la gente comune e l’ideale europeo. Tutte decisioni che oggi, dopo anni di devastazione sociale e di fronte ad una migrazione epocale dall’Africa che rischia di aggravare ulteriormente in Europa le condizioni di vita delle classi meno agiate, si scrivono UE ma si leggono Brexit, termine onnicomprensivo che possiamo tranquillamente adottare per definire nel suo complesso i sentimenti anti-Euro che serpeggiano in quasi tutte le nazioni aderenti alla UE e non solo tra i sudditi della regina Elisabetta.
La Brexit è stata solo questo: il rifiuto di un’Europa dei notabili, dei balivati della ricchezza, di lobby e congreghe dagli interessi più o meno opachi, dei santuari del credito e delle grandi multinazionali. Pertanto, mente sapendo di mentire chi punta il dito contro i partigiani dell’antieuropeismo accusandoli di voler affossare meritorie conquiste comunitarie come Erasmus, normative anti-trust e di tutela del consumatore, libera circolazione. Chi rifiuta QUESTA Europa non vuole tornare alle miseria delle piccole patrie in lotta perenne l’una contro l’altra, vuole semplicemente un’ALTRA Europa, un’Europa rispettosa dei doverosi spazi da lasciare alla sovranità nazionale, che abbia a cuore i problemi delle persone e non quelli di “lor signori”, che non passi il tempo ad emanare editti e placiti volti a rendere più difficile la vita alle economie più deboli. Ma soprattutto un’Europa senza maestrini e primi della classe, che tolga dal piedistallo lo spread per rimetterci gli esseri umani.

 

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francesco61dgl2 08 febbraio

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“Poi è arrivato il periodo delle elezioni  e Berlusconi ha messo nel suo programma …la possibilità di un condono che veniva chiamato tombale, e a giudicare dalla definizione i nostri soppalchi rientravano ampiamente….Insomma, cercando di dirla per quel che era: avremmo risolto i nostri problemi se Berlusconi avesse vinto le elezioni….intanto che speravamo che vincesse la sinistra, non ci sarebbe dispiaciuto del tutto se avesse perso…”
 
Faccio una premessa che ritengo imprescindibile: non si compra  Il desiderio di essere come tutti se non si appartiene alla medesima koinè umana, valoriale e culturale a cui appartiene l’autore, perché in caso contrario potrebbe rivelarsi un acquisto inutile e persino irritante.  In Italia la stragrande maggioranza dei cittadini – elettori ha infatti orientamenti politici di centro destra (compreso un buon 50 per cento di grillini), motivo per cui acquistare un libro come quello dello scrittore casertano per costoro  potrebbe  significare soltanto aver sprecato denaro e fatto provviste di nervosismo per tutto l’inverno.  E dico questo pur nella consapevolezza che il romanzo autobiografico di Piccolo è tutto meno che un testo  imbevuto di faziosità,  furori ideologici e  legnosità dogmatiche; in ogni caso, però, racconta una storia con la s minuscola (la sua) ed una con la S maiuscola (quella dell’Italia dalla metà degli anni settanta ad oggi e della coeva evoluzione –involuzione del PCI) che  solo chi si è trovato su un certo lato della barricata può comprendere fino in fondo e apprezzare fino in fondo. 
Chi scrive questa appartenenza al medesimo campo da gioco dell’autore l’ha avvertita profondamente, anche se, a stretto rigore, non ha militato sotto le sue stesse bandiere: Piccolo  è stato un simpatizzante comunista “innamorato” di Berlinguer; l’estensore di queste note è stato invece un pertiniano senza tessere ostile a qualsiasi spostamento a destra del socialismo democratico (la famigerata “mutazione genetica” denunziata a suo tempo da Riccardo Lombardi) ma anche parecchio distante (politicamente) da comunismi e comunisti. Il punto d’incontro? L’antipatia per Craxi ed il craxismo e, dopo, per la sua naturale conseguenza:  il berlusconismo.
Per il comunista Piccolo Craxi ha rappresentato, a torto o a ragione, l’elemento di disturbo che,  dopo il rapimento e l’omicidio di Moro,  ha affossato definitivamente il compromesso storico,  ponendosi come interlocutore privilegiato  della Dc e condannando all’opposizione  il PCI di Enrico Berlinguer; per il qui scrivente Craxi – pose illiberali e derive tangentistiche a parte - è stato semplicemente il necroforo di una certa idea di socialismo e  l'artefice di un’altra - tuttora purtroppo in auge - che con i principi del socialismo classico ha poco o nulla da spartire. 
Ma il libro di Piccolo, attenzione, non è né un nostalgico e sterile “come eravamo” (malgrado il famoso film con Redford e la Streisand venga richiamato più volte nel corso della narrazione) e nemmeno un isterico e livoroso “cosa siamo diventati”. E’ semplicemente  la storia di un percorso - umano, ideale e professionale -  che parte dalla Reggia di Caserta e da un bambino di 9 anni che ruba gelati e arriva quasi ai giorni nostri, passando per i mondiali di calcio del 1970, il colera di Napoli del 1973, l’assassinio di Aldo Moro e della scorta, il terremoto dell’Irpinia, l’ascesa di Craxi, la morte di Berlinguer, Tangentopoli e l’avvento  della  seconda repubblica, la parentesi ulivista e il ventennio berlusconiano. 
Inframmezzati agli  eventi e alle persone  pubblici,  “di tutti”,  gli eventi e  le persone della sfera privata: il padre di simpatie conservatrici, lo zio democristiano, la zia comunista, la compagna di banco militante della sinistra extraparlamentare, una moglie dall’indole atarassica (soprannominata non a caso “Chesaramai”). Ognuno di loro è un tassello fondamentale del mosaico di vita e di opere creato dallo scrittore, senza il quale si perderebbe il senso del tutto. Così come fondamentali si rivelano, dissipando subito nel lettore il dubbio sulla loro congruenza , i riferimenti letterari e cinematografici di cui è infarcito il libro: il già ricordato film di Sydney Pollack , il capolavoro “America” di Altman e il racconto di Raymond Carver che lo ha ispirato, la “Terrazza” di Ettore Scola, quell’inarrivabile vertice della letteratura europea che è “La promessa” di Durrenmatt e, soprattutto, Max Weber  e la sua distinzione tra l’etica dei principi e  l’etica delle responsabilità. 
Con il filosofo tedesco, infatti, si arriva allo snodo centrale della narrazione, senza il quale non si può comprendere lo sguardo disincantato sulle proprie “viscere” di uomo di sinistra che Piccolo – contrariamente a tanti altri- ha avuto il coraggio di  gettare.  
Piccolo innanzitutto ha distinto il suo lavoro in due parti : la prima parte si intitola  “La vita pura: io e Berlinguer”; la seconda parte  “La vita impura: io e Berlusconi”. Detta così, potrebbe sembrare che tutta l’opera sia un inno alla vita pura e un continuo ripudio di quella impura. Niente di più sbagliato: il ragionamento di Piccolo è molto più complesso e intelligente e tocca corde profonde e abissi insondati delle vicende del riformismo  italiano.
E’  qua, tra l’altro, che entra in gioco  Weber e la sua etica a due velocità: con Berlinguer prima e poi col Bertinotti del divorzio dal governo Prodi del 1998, Piccolo e tanti altri come lui   hanno  sposato senza tentennamenti l’etica dei principi, orgogliosi della propria diversità, della propria minorità, del far parte di una schiatta nobile e perdente. Ma chi l’ha detto che è sempre questa la marcia giusta da  ingranare  davanti agli incroci della Storia ? Se Berlinguer, dopo il fallimento del compromesso storico, ha avuto i suoi buoni motivi per arroccarsi nella ridotta della Valtellina della questione morale e di un PCI altezzosamente diverso e migliore della diarchia craxiano-democristiana, la Valtellina  di Bertinotti ha regalato il Paese al predominio ventennale delle destre e per motivazioni dall’importanza inversamente proporzionale alle conseguenze dello strappo. 
D’altro canto, fa capire Piccolo, la successiva, sofferta adesione, nel corso del nuovo millennio, del popolo di sinistra all’etica delle responsabilità  a scapito dell’etica dei principi (il che, tradotto, vuol dire  semplicemente una sinistra che si sporca le mani con la fatica del governare),  è stato sì un passaggio indispensabile per un elettorato e una classe politica che aspiravano a diventare forza motrice del Paese, ma anche la rivelazione per molti di una alterità mancata, uno scoprirsi maledettamente simili per certi aspetti al nemico, perfino a  quel nemico incarnato da   Silvio Berlusconi,  sintesi iconica del peggio nazionale, perché, in definitiva: “Berlusconi è meglio se perde, però  - cavoli - se vince  mi sano il soppalco…”
Affresco d’epoca  e testimonianza di un sentire  individuale e collettivo che ha marcato  una sofferta stagione del nostro Paese, il  libro-confessione di Piccolo tuttavia non fa sconti ai sentimenti e scava nel meandri inesplorati delle velleità e dei desideri della   generazione del pugno chiuso mettendone  a nudo dubbi e contraddizioni,  debolezze e lacerazioni.  Una radiografia impietosa e complice al contempo che solo ai militanti di sinistra, chissà perché, riesce sempre bene. 
 

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francesco61dgl2 06 febbraio

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Questo articolo   del 2008  a quasi vent'anni di distanza  lo si  potrebbe tranquillamente spacciare per un articolo  scritto ieri. Nessuno se ne accorgerebbe, salvo che per  la citazione dell'allora ministro Padoa Schioppa   

 

9 gennaio 2008

La favola delle api cattive

 

Bernard De Mandeville era un medico olandese vissuto nell’Inghilterra di Anna Stuart che deve la sua fama ad un’operetta di poche pagine, La favola delle api, nella quale, anticipando le teorie economiche di Adamo Smith, sosteneva che le società prosperano laddove i suoi consociati possono sfogare liberamente vizi ed egoismi. Mirabile esempio del pensiero hobbesiano applicato all’economia, il libretto di Mandeville si proponeva anche di smentire le posizioni moralisteggianti di Shafterbury, altro filosofo dell’epoca ma di scuola lockiana.

La fortuna dell'apologo è legata alla rivoluzione industriale che da lì a poco avrebbe investito l’Inghilterra e, in seguito, tutta la società europea. Gli aedi del liberalismo, infatti, vi hanno sempre visto un inno al dinamismo della borghesia ed alla sua spregiudicatezza, valutati non più col metro severo dei preti e degli intellettuali, ma con quello molto più favorevole dei risultati prodotti in termini di ricchezza individuale e collettiva di una nazione.

Il rovescio della medaglia di una concezione così amorale dell’impresa e del mercato lo si è poi visto all’opera nel corso di tutto l’ottocento: uno sfruttamento scandaloso della forza lavoro operaia, costretta a turni di lavoro massacranti in opifici malsani e sovraffollati, con un impiego indecente della manodopera minorile e paghe di fame. Arricchimenti vertiginosi per pochi, spaventosa indigenza per tutti gli altri, insomma.

Pertanto, quando ci si è accorti che la favola delle api per molti era un film dell’orrore, i governi e le forze politiche hanno iniziato a varare legislazioni di sostegno e tutela delle fasce deboli delle popolazione, blindando i contratti di lavoro attraverso l’imposizione di minimi salariali decorosi, contributi previdenziali e norme a garanzia della salubrità e sicurezza dei luoghi di lavoro. Un apparato di protezione del cd. contraente debole che, in nome di sacrosanti principi solidaristici e di civiltà, alla lunga ha avuto i suoi vantaggi anche per l’economia delle nazioni e per le stesse tasche degli imprenditori: una popolazione più serena e satolla consuma di più, dunque compra di più e consente alle industrie di continuare a produrre.

Un apparato di protezione che, però, da qualche anno qualcuno sta sistematicamente smantellando, con un sostanziale ritorno alle api mandevilliane. La precarizzazione dei contratti e la guardia abbassata dello Stato sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, insieme alla crisi delle economie occidentali provocata dalla globalizzazione dei mercati, hanno riproposto sul desco della pace sociale pietanze indigeste che si pensava scomparse ormai da decenni.

La giustificazione formale di questa brutale rottamazione del welfare non è mai stata mandevilliana, per rispetto del politicamente corretto, bensì scaltramente  ruffiana: se il lavoro è precario, il vantaggio per il lavoratore è di poter sempre avere la possibilità di migliorare la propria condizione, cambiando attività e scegliendone una meglio remunerata. Uno specchietto per le allodole buono per coprire la vera natura dell’operazione: con l’apertura dei nuovi mercati in Asia e nell’Europa dell’est, non avendo l’imprenditoria alcuna voglia di battere la nuova concorrenza investendo nella ricerca e nell’innovazione e volendo, d’altra parte, preservare le proprie rendite, l’unico escamotage per salvare capra e cavoli era quello di far ricadere sui lavoratori il prezzo della globalizzazione, tornando ad una lettura strettamente privatistica del contratto di lavoro. Il contratto di lavoro subordinato, per chi non lo sapesse, dovrebbe essere, dal punto di vista del diritto civile, un normalissimo contratto a prestazioni corrispettive (sinallagmatico), soggetto come tutti gli altri alle ipotesi di recesso, nullità, annullabilità, rescissione e risoluzione previste dal codice. La sua particolare rilevanza sociale ha fatto sì che, nel corso degli anni, venisse confezionato per esso un complesso di principi e di regole volti a regolamentarne (gli imprenditori o gli economisti e i politici di scuola liberista userebbero il verbo “ingabbiare”) gli aspetti più iniqui, ossia quelli che potevano determinare un sostanziale squilibrio a danno dei prestatori d’opera, contraenti deboli del rapporto (es. legge sui licenziamenti individuali del 1966 e statuto dei lavoratori del 1970)

Attualmente, invece, soffia forte un vento di restaurazione le cui conseguenze si avvertono maggiormente in quei Paesi, come l’Italia, dove mancano adeguati meccanismi di sostegno per chi, perduto un lavoro, ha la necessità di mantenere se stesso e i propri familiari nel tempo intercorrente tra la fine di un impiego e l’inizio di un altro.

In Italia, poi, manca del tutto anche la possibilità di trovare impieghi migliori: solitamente, per chi chiude un’esperienza lavorativa precaria, inizia un girone infernale di attività a termine malpagate e totalmente scollegate con le attitudini e il bagaglio culturale del prestatore di lavoro.

Se questo è il dramma odierno di molti giovani (ma non solo), altrettanto drammatica è la situazione di coloro che invece un lavoro stabile ce l’hanno, ma retribuito ormai in modo del tutto insufficiente ad assicurare un dignitoso tenore di vita. L’inarrestabile aumento dei prezzi e delle tariffe a cui si assiste sgomenti da qualche anno, ha di colpo impoverito migliaia di individui e nuclei familiari che, fino a non molto tempo fa, potevano ritenersi pacificamente immuni da eccessive preoccupazioni economiche.

Tutto ciò ha spaventosamente allargato, nel nostro Paese, il divario tra chi ha molto e chi ha molto poco. Tra i primi: le tante imprese che (a dispetto dei pianti e alti lai di Confindustria) continuano a elargire dividendi sostanziosi alla propria dirigenza; i miracolati del caravanserraglio italiano politico-amministrativo, percettori di buste paga stratosferiche a carico della collettività, e gli squali della Borsa e del mercato finanziario. Tra i secondi: operai, impiegati, piccoli commercianti, piccoli professionisti e, più in generale, chi trae il proprio sostentamento dal lavoro subordinato o dall’esercizio di attività di modeste dimensioni e con un ridotto volume d’affari.

Le organizzazioni sindacali, che hanno raccolto il grido di dolore dei ceti sociali più esposti a questa inarrestabile erosione del potere d'acquisto dei salari, paiono stavolta decise a mettere alle corde il governo sulla questione della eccessiva pressione fiscale sui redditi da lavoro dipendente. Lodevole iniziativa che difficilmente, però, riuscirà a raggiungere in pieno gli obiettivi che si prefigge.

La pressione fiscale italiana è elevata perché smisurato e dispersivo è il Minotauro che deve nutrire, ossia la spesa pubblica improduttiva. Se lo Stato paga le centinaia di alti burocrati (per tacere di politici e politicastri vari, nazionali e locali) con le somme che ben conosciamo, è ovvio che dopo ha bisogno, per mandare avanti tutta la baracca, di mantenere alto il livello delle imposte.

Da questo orecchio Padoa-Schioppa ci sente poco, però, non si sa se per simpatia verso privilegi e privilegiati o per incolpevole ignoranza del problema.

Una soluzione potrebbe essere quella di tassare le rendite finanziarie per compensare il minor gettito. Le rendite oggi sono tassate al 12%, una inezia rispetto alla tassazione dei redditi. Chi specula in Borsa, pertanto, non solo può guadagnare cifre enormi con la semplice pressione di un tasto, ma si libera pure degli obblighi verso il fisco versando un obolo alquanto modesto.

Altra soluzione potrebbe essere quella di introdurre una imposta sui beni di lusso, la tanto vituperata patrimoniale, bandiera della sinistra radicale. E’ comprensibile che i cultori di scienza delle finanze, figli spirituali di Luigi Einaudi, inorridiscano di fronte a simile prospettiva, ma è altrettanto comprensibile che il resto della popolazione italiana inorridisca di fronte ad un possessore di yacht e quadri di valore che non deve pagare nulla per la proprietà di oggetti che valgono centinaia di migliaia di euro e che spesso si rivalutano nel tempo.

Vedremo se la montagna partorirà topini o elefanti. Una soluzione la dovranno comunque trovare, perché la favola di Mandeville sarà pure stuzzicante e provocatoria, ma la sua applicazione pratica, ove è avvenuta, ha reso il mondo più ingiusto e più cattivo. Se non vogliamo tornare alle brioches di Maria Antonietta, essa va pertanto rispedita in soffitta, non senza l’avvertenza, ove qualcuno un domani le volesse dare una spolveratina, di maneggiarla con estrema cura.

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