LETTERA AD UNA FIGLIA
Su fascismo, antifascismo e Resistenza.
E’ di questi ultimi mesi il risorgere in Italia di antiche paure di revanscismo fascista, alimentate dalla vittoria elettorale di FdI e da manifestazioni ed aggressioni di cui si sono resi protagonisti esponenti della destra neofascista. Chi scrive tuttavia non ha mai creduto al rischio di un ritorno all’epoca buia e tragica del ventennio, sia perché ritiene il Paese ormai adeguatamente vaccinato in proposito e sia perché, se un pericolo in tal senso c’è stato davvero, esso è già stato vissuto e superato (anche se a fatica) negli anni settanta del secolo scorso, un’ epoca in cui tale pericolo - tra stragismo neofascista, assalti e vandalismi di matrice squadrista nelle scuole e nelle Università e trame golpiste di vertici politici e militari - si è davvero toccato con mano, come un nembo cupo e graveolente che ha appestato per oltre un decennio l’aria della giovane democrazia italiana.
Oggigiorno questa minaccia non c’è al momento e non è neppure pensabile che ci potrà essere in futuro (organizzazioni giovanili della destra eversiva, commemorazioni e saluti romani per ora non fanno testo: esistono da quando esiste la Repubblica…), il che ci permette di poter guardare al ventennio mussoliniano con scontata condanna e scontato rifiuto ma, al contempo, anche di analizzarlo senza preconcetti e semplificazioni, due elementi che non fanno mai bene alla comprensione dei fenomeni politici e sociali.
Sappiamo tutti che la madre del fascismo è stata la prima guerra mondiale, un conflitto spaventoso che è costato al nostro Paese 600 mila morti e centinaia di migliaia di feriti e mutilati. Dopo Vittorio Veneto i reduci, al rientro nei ranghi della vita borghese, si scontrarono però con l’aperta e per loro incomprensibile ostilità delle masse operaie, che, pur non avendo partecipato al conflitto perché servivano in Patria per la produzione di beni e servizi, nondimeno ne avevano sofferto ugualmente le conseguenze, soprattutto in termini di costo della vita.
Ovviamente l’indigenza profonda e insanabile delle cd. “classi subalterne” non era certo una novità dell’immediato primo dopoguerra: in Italia la questione sociale affondava le sue radici nei secoli e nell’assetto stesso dello Stato sabaudo, retto da una ottusa oligarchia figlia del connubio tra l’arrembante e rapace borghesia capitalistica ottocentesca e una nobiltà di toga e spada abbarbicata ferocemente ai propri privilegi feudali, sorde entrambe ( con le debite eccezioni, tra i politici, di Giovanni Giolitti e di pochi altri) a quelle istanze di partecipazione alla vita pubblica e maggiore giustizia sociale dei ceti subalterni che per tutto il corso della seconda metà del XIX secolo e dei primi decenni del XX scatenarono proteste, occupazioni e ribellioni puntualmente e ferocemente represse, con morti e feriti. Fu tale e tanto il sangue versato negli anni precedenti la Grande Guerra da operai e contadini da indurre, dopo i morti di Milano del 1898, un convinto conservatore come Gabriele D’Annunzio, eletto in Parlamento nelle liste della Destra alle consultazioni dell’anno precedente, a lasciare per protesta gli scranni della sua parte politica per andarsi a sedere in quelli della parte avversa (“Vado verso la vita”).
Ma nel quadriennio 1919-1922, conclusosi con la marcia su Roma e l’ascesa al potere di Benito Mussolini, in questo conflitto permanente tra le istanze della manodopera delle fabbriche e dei campi e i privilegi di censo e casta delle classi dominanti, si inserì un elemento nuovo e dirompente: la rivoluzione bolscevica del 1917.
La rivoluzione russa mutò drammaticamente i termini della questione, radicalizzandola. Il movimento operaio decise di passare a forme di lotta più decise e cruente, nell’attesa di una sollevazione generale che instaurasse il regime leninista anche nella Penisola, ragion per cui in quegli anni si moltiplicarono le proteste, le aggressioni, i ferimenti e persino le uccisioni di proprietari terrieri, imprenditori, reduci (reputati tutti “interventisti” e dunque colpevoli di aver fomentato, nel 1915, l’entrata in guerra del Paese) e membri delle forze dell’ordine. Aumentarono le occupazioni dei luoghi di lavoro, delle sedi dei partiti e dei giornali moderati nonché i feroci scontri con la forza pubblica. Fu l’avvento di un clima di vera e propria guerra civile che provocò pestaggi e decessi da una parte e dall’altra.
Il partito socialista, nel frattempo, si divise tra la corrente turatiana (moderata e favorevole alla via parlamentare per dar voce e peso ai bisogni dei ceti sociali svantaggiati) e quella massimalista, fomentatrice delle agitazioni.
E il fascismo?
I fasci di combattimento furono fondati da Mussolini nel 1919 e fino alla marcia su Roma ebbero un numero esiguo di militanti, benché rumoroso, organizzato, muscolare e facinoroso, e una bassa attrattività nell’elettorato (alle consultazioni del 1921, dominate dai socialisti, non riuscirono a conquistare neppure un seggio). Mussolini, anche lui reduce di guerra nonché ex direttore del quotidiano socialista L’Avanti, espulso dal partito per le sue posizioni interventiste, inizialmente tentò a lungo e inutilmente di riaccreditarsi presso gli operai e l’opinione pubblica progressista, provando a dare ai Fasci, soprattutto attraverso la componente interna del socialismo interventista, una impronta di sinistra rivoluzionaria.
Purtroppo l’acredine dei reduci (frangia nettamente maggioritaria all’interno dei Fasci), in specie dei cd. arditi, per la palese ostilità delle classi popolari nei loro confronti e la spinta di alcuni dei suoi consiglieri più ascoltati, tra tutti Cesare Rossi, per una decisa sterzata a destra del movimento, condussero alla fine ad una lotta senza quartiere tra fascisti e simpatizzanti della sinistra, con uccisioni, ferimenti, agguati, devastazioni e roghi delle sedi socialiste.
In tutto ciò ovviamente chi patì le perdite più gravi furono i lavoratori, atteso che i loro avversari erano quasi tutti ex militari armati fino ai denti, provati da quattro anni di trincea e perfettamente adusi, dunque, alla violenza e alle tecniche di guerra.
Il biennio 1919-1920 si lasciò così dietro di sé una teoria infinita di scioperi selvaggi, lutti, soprusi e vittime che alla lunga finì per spaventare (soprattutto per la sempre più incombente minaccia di una rivoluzione bolscevica) i ceti abbienti e la piccola e media borghesia impiegatizia e delle professioni, favorendo il loro mefitico abbraccio, o quanto meno l’ignava acquiescenza, alla causa fascista, considerata il male minore sia dal re e dal suo entourage che dall’opinione pubblica moderata, nonché unico baluardo contro il pericolo rosso.
Il programma di San Sepolcro e la Carta del Carnaro
Eppure sia il cosiddetto Programma di San Sepolcro che la Carta del Carnaro, redatta dal socialista interventista Alceste De Ambris, stanno lì a testimoniare che il partito fondato dal futuro Duce avrebbe potuto avere, qualora fossero riusciti a convincere l’elettorato socialista, una marcata impronta di sinistra. Invece il primo cadde nel vuoto, aiutando in tal modo le correnti misoneiste dei Fasci ad imprimere al partito una chiara svolta autoritaria, militarista e borghese, mentre il secondo evaporò con la fine dell’avventura fiumana del “Vate”.
Cosa prevedeva il Programma di San Sepolcro
Suffragio universale; voto ed eleggibilità per le donne (che in Italia potranno votare davvero ed essere elette soltanto alla fine del secondo conflitto mondiale); età minima di 18 anni per l’elettorato attivo e di 25 per quello passivo; abolizione del Senato; giornata lavorativa di otto ore; istituzione per legge (legge che tuttora in Italia non è stata varata…) di un salario minimo; coinvolgimento dei rappresentanti dei lavoratori nella gestione delle aziende e addirittura l’affidamento, alle loro organizzazioni, della gestione di industrie e servizi pubblici; assicurazione sulla invalidità e sulla vecchiaia, con abbassamento dell’età pensionabile a 55 anni; istituzione di una milizia nazionale con compiti esclusivamente difensivi; politica estera improntata a una collaborazione o ad una pacifica competizione con gli altri Stati; parziale espropriazione delle ricchezze attraverso l’istituzione di una imposta straordinaria progressiva sul Capitale; requisizione dei beni e delle proprietà degli enti ecclesiastici.
Come si può notare, un programma rivoluzionario e avanzatissimo per l’epoca, che si stenta davvero a credere che sia stato partorito da Mussolini e da una fazione dei suoi seguaci.
E’ vero che, anche nella sua spietata versione autocratica, il dittatore amico e protettore della grande finanza e della grande industria non dimenticò del tutto le sue origini proletarie e la sua militanza socialista, ma le iniziative di larvata vicinanza all’universo laburista (le famose e tanto decantate, dai nostalgici, “politiche sociali” del fascismo) furono alla fine ben poca cosa e in ogni caso sovrastate da tutto il resto dell’immondezzaio totalitario messo in piedi dal regime.
Cosa prevedeva la Carta del Carnaro
Non meno ambiziosa e audace, nonché anch’essa di strabiliante modernità, è la Carta della Reggenza del Carnaro (settembre 1919-dicembre 1920), in linea peraltro con lo spirito democratico e libertario che caratterizzò l’impresa dannunziana di Fiume, provocata dal mito della cd. “vittoria mutilata”, ossia della mancata annessione all’Italia, dopo la dissoluzione dell’impero austro-ungarico (soprattutto per la manifesta ostilità, in sede di trattative di pace, del presidente americano Wilson), dell’ Istria, della Dalmazia e di Fiume, promesse a suo tempo dall’ Entente Cordiale (L'alleanza politico-militare tra Francia e Gran Bretagna), quale premio per l’ingresso dell’Italia nel conflitto.
Il suo estensore, il sindacalista rivoluzionario De Ambris, prima della promulgazione la sottopose al vaglio di D’Annunzio il quale, da impareggiabile prestigiatore della parola qual era, pare vi abbia apportato soltanto alate correzioni stilistiche. Il suo marchio di fabbrica, insomma.
La Costituzione di Fiume prevedeva le pensioni di invalidità, l' habeas corpus, il suffragio universale maschile e femminile, la libertà di opinione, di religione e di orientamento sessuale, la depenalizzazione dell'omosessualità, del nudismo e dell'uso di droga (sic…), la funzione sociale della proprietà privata, il corporativismo, le autonomie locali e il risarcimento degli errori giudiziari.
Praticamente un clone o quasi del Programma mussoliniano con in più però la libertà di orientamento sessuale e la depenalizzazione dell’omosessualità, due novità a dir poco sconvolgenti per la morale corrente e per le legislazioni statali dell’epoca.
Lo squadrismo ( 1921-1922), la marcia su Roma, la presa del potere, la crisi dello Stato liberale.
L’acuirsi delle tensioni sociali, l’intensificarsi degli scontri tra le opposte fazioni, il progressivo ingrossamento dei ranghi del fascismo (sempre più simile ad una bene armata organizzazione paramilitare) nella tacita condiscendenza della politica liberale, degli organi di Polizia da essa dipendenti e dell’opinione pubblica moderata, sfociarono infine nel putsch, nel colpo di mano istituzionale, dell’ottobre del 22, nota come “marcia su Roma”. Una marcia che le truppe schierate da re Vittorio lungo tutto il percorso, per controllarla ed eventualmente reprimerla, avrebbero potuto far fallire senza neppure sparare un solo colpo di cannone ma che il sovrano, ansioso di placare i continui torbidi del dopoguerra e rassicurare il ventre molle della Nazione, non aveva alcuna intenzione di reprimere, rifiutandosi di firmare lo stato d’assedio proposto dal premier Luigi Facta e offrendo a Mussolini l’incarico di Capo del Governo.
Cominciava così, il 28 ottobre dell’anno 1922, il lungo inverno italiano della dittatura fascista.
L’omicidio Matteotti e il consolidamento del regime: 1925-1935
“Potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli. Potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo composto esclusivamente di fascisti. Potevo, ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”.
Con queste raggelanti parole Mussolini, dopo mesi di violenze squadriste contro i partiti e i militanti della sinistra da parte delle milizie fasciste, il 16 novembre del 22, a quasi un mese di distanza dalla marcia su Roma, presentò alla Camera il proprio biglietto da visita di Capobanda matricolato per ottenere la fiducia dei parlamentari al governo da lui presieduto.
Dal 22 al 25, tuttavia, non si ebbe in Italia la piena percezione della degenerazione autoritaria degli apparati dello Stato. Percezione che invece si avvertì in tutta la sua drammaticità dopo il rapimento e l’assassinio, da parte di una banda di fascisti comandata da Amerigo Dùmini, dell’onorevole socialista Giacomo Matteotti. Avvenne lì il punto di rottura tra la, fino ad allora, compiacente borghesia liberale e il regime mussoliniano. Avvenne lì la presa di coscienza dell’enorme errore di valutazione commesso dalle forze politiche moderate dell’Italia post unitaria. Ma avvenne lì, in quei drammatici frangenti, anche una singolare convergenza di punti di rottura e punti di consolidamento del regime che, prevalsi alla fine i secondi sui primi, rinsalderanno il potere di Mussolini e dei suoi ministri fino al luglio del 1943 e al successivo epilogo di Dongo.
Benito Mussolini, infatti, uscito infine rafforzato – dopo aver rischiato il tracollo- dalla crisi del delitto Matteotti, nei successivi dieci/undici anni, ossia fino alle avventure militari e coloniali in Spagna, Eritrea ed Etiopia, godrà in Italia e all’estero di un prestigio e di una reputazione di statista inusuali per un despota golpista come lui.
Contribuirono a questa ritinteggiatura in salsa moderata dell’immagine del regime e del suo Capo: l’emarginazione degli elementi del PNF più indisciplinati, incontrollabili e maneschi, a vantaggio di esponenti moderati e illuminati come Giuseppe Bottai, promotore delle prime leggi di tutela del patrimonio culturale e naturale del Paese e della prima, organica normativa in materia di urbanistica ed edilizia nonché protettore, in qualità di ministro della Cultura, di scrittori e artisti di sospetta e talvolta persino conclamata fede antifascista (leggasi, in proposito,l'ottima biografia di Bottai scritta da Giordano Bruno Guerri).
Contribuirono inoltre al temporaneo imborghesimento della dittatura, al di là di sabati fascisti, sfilate in orbace e salti del cerchio infuocato di staraciana memoria, il culto della personalità e l’aura di infallibilità e onniscienza che circondò Mussolini, offerto agli italiani dalla martellante propaganda di regime come l’uomo della Provvidenza che paternamente si prende cura di tutti i cittadini e dei loro problemi e, infine, l’alleggerimento, il lightening, delle misure repressive nei confronti delle fronde di intellettuali e politici d’opposizione (cattolici, liberali, socialisti e comunisti), in genere, e con le debite eccezioni, spediti al confino (Carlo Levi, Cesare Pavese).Per il resto, scese nel Paese un sudario opprimente fatto di occhiute censure, di capillare controllo dei mezzi di informazione e della vita quotidiana dei cittadini, di conformismo bigotto, di limitazione delle libertà, ma l’Italia profonda, piccolo borghese, abituata da secoli a doversi adattare ad ogni giravolta del potere (“Il signore è andato a sinistra, ma ritorna a destra per l'ora di cena”, Leo Longanesi), in fin dei conti, al contrario di una parte degli intellettuali e del proletariato, non sembrò soffrirne più di tanto, prova ne siano le spontanee adunate oceaniche inneggianti al regime e al suo leader in occasione dei discorsi di Mussolini da Palazzo Venezia.
Insomma, nei dieci anni che precedettero l’avventurismo africano e, in seguito, lo sciagurato imbertonimento di Mussolini per Hitler, con le conseguenti, odiose leggi razziali emanate per ingraziarselo (malgrado il sincero e talvolta anche appassionato contributo al fascismo fornito fino ad allora da moltissimi ebrei italiani) , la dittatura in orbace – feroce, ridicola e ottusa come tutte le dittature – in definitiva si imbolsì, rifacendosi il trucco e rendendosi in tal modo bene accetta all’ opinione pubblica nazionale e internazionale e alle principali Cancellerie europee (sono rimasti memorabili gli attestati di stima per Mussolini di statisti come Winston Churchill, dell’accademico Farrere, del Mahatma Gandhi e della rivista americana Times).
Molta di tale agiografica visione del regime nonché della popolarità del suo Capo in Italia e all’estero nel corso di quegli anni, va fatta risalire solitamente alla titanica impresa della bonifica delle paludi pontine (celebrata nei due famosi romanzi del compianto Antonio Pennacchi) e alla mistica delle porte aperte. E’ cosa nota, infatti, che con l’avvento della dittatura i crimini in Italia erano misteriosamente spariti, evaporati come d’incanto, ragion per cui gli onesti cittadini potevano tranquillamente dimenticare le porte di casa aperte persino di notte, anche perché la solerte e onnipresente milizia con le sue ronde notturne vigilava affinché il mito non venisse incrinato da qualche criminale incosciente.
Ma sono tre i fattori che davvero hanno contribuito in quegli anni ad alimentare il consenso delle masse verso l’uomo di Predappio e il suo partito: l’aura di infallibilità del leader, sapientemente forgiata ad arte nella costruzione del “personaggio” Mussolini; la sua sbandierata disponibilità ad interessarsi e risolvere direttamente i problemi di ciascun cittadino della Penisola, per umile e privo di mezzi che fosse (quasi una sorta di versione, riveduta e corretta, del “giudice a Berlino” di Brecht: “Ci pensa Mussolini”); l’esaltazione continua del primato dell’Italia nel mondo e della sua missione “civilizzatrice”, in qualità di erede diretta dell’Impero romano, che vellicava l’orgoglio nazionale e provava a rimettere il Paese al centro dello scacchiere internazionale.
Non ha importanza che tutto ciò non fosse vero o perlomeno enfiato, è importante che la poderosa macchina propagandistica, condotta da periodici fascistissimi come il Tevere di Interlandi o il Popolo d’Italia, lo veicolasse in maniera ossessiva e convincente.
Tutto questo apparato di cartapesta crollerà miseramente con l’invasione dell’Etiopia e la successiva partecipazione alla guerra civile spagnola a sostegno dei franchisti, che alienò all’Italia le simpatie franco-britanniche, e poi con il Patto d’Acciaio, ossia l’alleanza con la Germania hitleriana, che non incontrò affatto il favore della popolazione e alienò a Mussolini le (tiepide in verità) simpatie di nazionalisti notoriamente antitedeschi come D’Annunzio (che definì Hitler “pagliaccio feroce”, “marrano dall'ignobile faccia offuscata sotto gli indelebili schizzi della tinta di calce di colla”, “ridicolo Nibelungo truccato alla Charlot”, “Attila imbianchino” ) e come la Sarfatti, da sempre favorevole, in sintonia con l’inquilino del Vittoriale, ad un rafforzamento dei rapporti dell’Italia con la Francia e che alla fine, in quanto ebrea, dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali andrà in esilio proprio nella patria di Voltaire.
Incombevano ormai sulla Penisola, dunque, gli anni della tragedia bellica, della guerra civile, della faccia più ferina e lutulenta del fascismo e dei suoi esponenti, di Giulino di Mezzegra.
Reputo tuttavia superfluo soffermarmi su quest’ultima, stranota fase di esistenza della tirannide in orbace e del suo artefice, una fase contrassegnata, da Salò in poi, da torture, stupri, esecuzioni sommarie, rastrellamenti, complicità nelle stragi naziste di partigiani e cittadini inermi. Un film dell’orrore che ha avuto la parola fine davanti ad una villa sul lago di Como, con la restituzione dell’Italia alla democrazia e ai suoi cittadini.
Un film dell’orrore però, è anche onesto ricordarlo, la cui regia, nella Repubblica Sociale, va imputata più al delirio di follia, ferocia, sadismo e disumanità dell’entourage mussoliniano che allo stesso Mussolini, un uomo ormai depresso, debole, irriconoscibile e privo di qualsiasi potere decisionale. Un autentico fantoccio nelle mani dei tedeschi e dei suoi psicopatici gerarchi, che anzi espressamente condannò, come riportato da Montanelli in un volume della sua Storia d’Italia, le rappresaglie e le stragi commesse dai militi di quello Stato fantoccio di cui lui era ormai soltanto un ectoplasmatico leader, la cui opinione contava meno di quella dell'ultimo dei suoi domestici.
Il rapporto del fascismo con artisti e intellettuali
Singolare invece è la vicenda dei rapporti del regime con l’intellighentia nazionale dell’epoca. Rapporti che, pur in presenza di una censura poliziesca vigile e pedante, hanno ugualmente consentito il fiorire, tra gli anni venti e lo scoppio del secondo conflitto mondiale, di una eccelsa generazione di scrittori, giornalisti, poeti, pittori e architetti, autori di opere tra le più celebrate e qualitativamente elevate del panorama culturale italiano ed europeo del 900.
Resta quindi tuttora inspiegabile, soprattutto alla luce del sudario di conformismo, repressione e mediocrità che avvolse la cultura tedesca, con il programma di “allineamento della cultura” di Joseph Goebbels, e quella russa (Bulgakov a parte) dopo la salita al potere di Hitler e Stalin, la vivacità e la ricchezza creativa italiana di quel periodo, specie tenendo conto che sì, tante eccellenze letterarie e artistiche nazionali sostennero convintamente e per anni il fascismo, per poi in larga parte allontanarsene, ma tante altre non si curarono mai di nascondere fin dall’inizio la propria distanza politica e morale dalla dittatura, senza però per questo subire censure o persecuzioni.
Pertanto, come acutamente ha fatto notare Giampiero Mughini, uomo di sinistra, contestando un giudizio tranciante di Norberto Bobbio nel suo volume sul giornalista siciliano Telesio Interlandi, direttore del ripugnante quindicinale “La difesa della razza” (“A via della Mercede c’era un razzista”), è una fola bella e buona quella del profondo isterilimento vissuto dall’ universo culturale italiano nel periodo fascista. Basti ricordare, per smentire questa ricostruzione totalmente farlocca e ingenerosa, che gli anni venti e trenta del novecento ci hanno “regalato” letterati del calibro di Alberto Moravia, Elio Vittorini, Vitaliano Brancati, Guido Piovene, Corrado Alvaro, Curzio Malaparte, Giuseppe Ungaretti, i premi Nobel Luigi Pirandello e Grazia Deledda, Eugenio Montale, Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giuseppe Prezzolini, Carlo Emilio Gadda, Vincenzo Cardarelli; critici letterari come Emilio Cecchi; critici d’arte e mecenati di pittori come Margherita Grassini in Sarfatti (sì, proprio lei: amante di Mussolini e prima storica dell’arte italiana), giornalisti della statura di Mino Maccari e Leo Longanesi, filosofi come Benedetto Croce.
Altrettanto ricca è anche la bacheca delle arti figurative e dell’architettura, con nomi del livello di Mario Sironi (tra i fondatori della rivista Novecento), Fortunato Depero, Pietro Annigoni, Giacomo Balla, Gino Boccasile, Luigi Bonazza, Corrado Cagli, Duilio Cambellotti, Massimo Campigli, Carlo Carrà, Michele Cascella, Felice Casorati, Renato Guttuso, Giorgio Morandi, Bruno Rosai, Luigi Russolo, Gino Severini, Ardengo Soffici, Adolfo Wildt, Adalberto Libera, Marcello Piacentini, Giulio Aristide Sartorio (il pittore romano autore dei 50 pannelli dell’Aula di Montecitorio).
Fucine inesauribili di talenti e di effervescenza intellettuale furono poi le riviste pubblicate nel corso del ventennio, periodici che hanno segnato un’epoca e formato una generazione intera di grandi giornalisti italiani: Solaria (la più importante di tutte, anche se fondata ben prima del fascismo), Dedalo e Pegaso, dirette dal grande Ugo Ojetti, Critica fascista e Primato, fondate da Giuseppe Bottai, Quadrivio, settimanale diretto dall’ onnipresente Telesio Interlandi e che ha ospitato, tra gli altri, scritti di Francesco Jovine, Alberto Moravia ed Ennio Flaiano (oltre ad aver assunto, nei suoi giornali, insieme ad un giovanissimo Giorgio Almirante, un altrettanto giovanissimo Antonello Trombadori, futuro onorevole comunista e già allora ideologicamente legato alla falce e martello).
Molti dei personaggi citati mutarono in seguito fede politica, in genere transitando sotto le bandiere rosse del PCI (due nomi su tutti: Vittorini e Guttuso, entrambi siciliani), altri si riciclarono comunque nella nuova realtà dell’Italia repubblicana, pochissimi quelli che non rinnegarono la loro originaria militanza.
Questo lungo viaggio nei fervori narrativi e artistici del ventennio e nelle personalità illustri che emersero in quell’epoca, non è stato proposto di certo per una forma subdola di “giustificazione” del carcere e del confino per i dissidenti, dell’olio di ricino, dei linciaggi, delle bastonate, degli omicidi di Matteotti, Leone Ginzburg, Nello e Carlo Rosselli, ci mancherebbe, ma per evidenziare quella che, in qualunque altra dittatura, sarebbe stata una intollerabile anomalia da eradicare in culla: la convivenza (relativamente) “pacifica” tra soffocante censura e autonomia creativa che si creò sotto i cieli plumbei dell’Italia fascista, una convivenza che la Russia staliniana concesse praticamente al solo autore del Maestro e Margherita (forse perché, come vuole la leggenda, il dittatore georgiano l’aveva in simpatia) e la Germania nazista a nessuno, avendo bollato ogni espressione artistica che non avesse una rigida finalità encomiastica del Nazismo con il marchio d’infamia di “arte degenerata”.
In conclusione
Ti inalberi perché riconosco al fascismo una sua complessità rispetto ad altri regimi dispotici del 900. Hai pienamente il diritto di farlo, ma ti ricordo sommessamente che fior di storici (Renzo De Felice su tutti, ma da ultimo anche i docenti dell'Università di Teramo ) immuni da simpatie per fez, labari e manganelli la pensano allo stesso modo.
Forse però il termine è sbagliato, in effetti: più che di complessità, si dovrebbe parlare da un lato di fascinazione, con riferimento a tutta una generazione di italiani, di qualsiasi ceto, che ne vennero attratti ( la gran parte dei quali, tuttavia, alla fine della “giostra” se ne allontanò per approdare su sponde opposte), nonché, come ho già accennato, di singolare indulgenza del regime, rispetto ad altre dittature, nei confronti di intellettuali, artisti e giornalisti, anche di opinioni politiche avverse, fatta eccezione per chi la propria avversità la esibiva in modo eccessivo ed evidente (che comunque, ricordiamo, fatte le debite, tragiche eccezioni, al massimo finiva al confino, il quale non era certo una vacanza in un resort di lusso ma nemmeno il carcere o peggio: Hitler e Stalin adoperavano metodi più veloci e sbrigativi per stroncare la dissidenza, per blanda che fosse…)
A parte ciò, quello che del fascismo io credo attrasse tanti cittadini italiani, tra cui parecchi uomini e donne di cultura, fu proprio la sua carica eversiva (peraltro più sbandierata che praticata), tesa allo svecchiamento della società italiana e delle sue strutture attraverso lo smantellamento di quelle polverose e tarlate dello Stato liberale. Insomma, quasi una prosecuzione delle idee iconoclaste del futurismo, che tanto aveva sedotto (o scandalizzato, a seconda dei casi) l’Italia dei primi anni del 900.
E la violenza, mi chiederai?
L’Italia post unitaria era un Paese afflitto da un costante clima di violenza, di Stato e non, e il consenso di cui godette il fascismo - dal 1925 e fino al 1936-37 e alle leggi razziali, in specie tra i ceti medi e le classi abbienti – fu dovuto alla forzata pacificazione sociale che impose al Paese insieme a quella che io chiamo la temporanea “democristianizzazione” del regime che Mussolini, dopo la burrasca dell’affaire Matteotti, impose invece al suo movimento, emarginandone gli elementi più violenti e difficili da controllare (che torneranno però alla ribalta con la repubblica di Salò) e adottando uno stile di governo che si potrebbe definire, con un ossimoro, di paternalismo autoritario.
Nessuna assoluzione, dunque, per una autocrazia repellente come tutte le autocrazie, solo uno sguardo più sereno e obiettivo sulla Storia, per provare a capire, in primis per noi stessi, perché un’intera Nazione – tra l’altro una Nazione “vecchia” di appena sessanta anni - in un certo momento della propria “esistenza” consegnò se stessa e la propria democrazia- per quanto altamente imperfetta, oligarchica e classista – nelle mani di un uomo solo e di un raggruppamento politico che esaltava la brutalità, il sopruso e il soffocamento delle voci dissonanti, elevandoli alla “dignità” di strumenti di perseguimento dell’azione di governo.
Perché tanti italiani, giovani e anziani, si dichiarano ancora fascisti
Bella domanda, che peraltro fa il paio con un’altra domanda, ossia sul perché altri italiani ripensano ancora con affetto alla Russia di Peppone (Iosif Stalin). La verità è che forse c’è nascosto nel cervello di tanti esseri umani un neurone primordiale che, di fronte alle inevitabili imperfezioni delle democrazie, risveglia il desiderio di clava e capi tribù.
Battute a parte, le risposte al quesito, anche con riferimento al nostro “cortile” nazionale, possono essere parecchie.
Innanzitutto il fattore familiare: chi ha avuto nonni partigiani o repubblichini, a nord come a sud, in genere ha avuto anche una madre o un padre con le stesse idee politiche, quasi sempre trasmigrate ai nipoti per proprietà transitiva. Quasi sempre ma non sempre, appunto: un mio zio, classe 1922, austero preside di scuola media di Olgiate Comasco, è rimasto fascista fino alla precoce fine dei suoi giorni, i figli sono stati invece due accaniti sessantottini che si sono accapigliati col genitore da mane a sera.
Ma, fatte le debite eccezioni, il passaggio del testimone politico all’interno delle famiglie italiane è stato ed è tuttora una catena di S. Antonio difficile da spezzare, perché entrano in gioco nodi affettivi e condizionamenti difficili da recidere.
Un altro elemento che determina i nostri orientamenti in politica, a parte clima e vicende familiari, sono le esperienze dirette di ciascuno, il modo con cui ha vissuto il ventennio. Tuo nonno paterno è stato comunista nella Libia fascista di Balbo, tua nonna paterna una nostalgica del Duce che però votava Dc...
Ma il livello culturale dell’una è stato inversamente proporzionale a quello dell’altro, così come l’ambiente in cui sono cresciuti e hanno vissuto la loro giovinezza negli anni del regime è stato ben diverso e ha inciso nella loro formazione: la Tripoli del governatore Balbo (soltanto Tripoli però, non il resto della Libia) è stata una realtà moderna, colta, vivace e cosmopolita, dove si incrociavano e si confrontavano etnie diverse (europei, arabi, ebrei); la Riposto degli anni 30 è stato un sonnacchioso comune di pescatori e artigiani ai piedi dell’Etna, dove il trasporto forzato dell’ubriaco dall’osteria alla porta di casa era la peggiore violenza squadrista in cui ci si poteva imbattere. Come poteva tua nonna, appena tredicenne, futura sarta sopraffina ma ragazzina con solo la quinta elementare, non piangere per l’esecuzione di un uomo che per lei, come per quasi tutta la generazione nata dopo il 1922, aveva incarnato l’idea stessa di Stato e di Italia e di cui sconosceva totalmente i lati oscuri e le turpitudini?
Sulla Sicilia e sul convinto consenso che a lungo i siciliani accordarono al regime (e che oggi continuano ad accordare ai suoi “eredi”), va poi aperta una finestra: la Sicilia, come peraltro tanta altra parte del Meridione, dall’avvento del vicereame spagnolo (1517) in poi non ha più avuto uno Stato, bensì tanti piccoli, rapaci e prepotenti Stati quanti erano le “voscenza s’abbenedica” che si spartivano poteri, privilegi e territorio. Gente che faceva il bello e il cattivo tempo con le vite agre dei contadini e delle loro poverissime famiglie grazie alle ribalderie e alle vessazioni di manigoldi (veri e propri mafiosi ante litteram) al loro servizio.
Mussolini, che di certo non poteva tollerare l’esistenza e la prosperità, in una parte del Paese, di realtà statuali alternative alla sua, mise a cuccia la malavita organizzata con le maniere forti (Prefetto Mori) e, soprattutto nella parte orientale dell’Isola, smantellò parzialmente il latifondo distribuendo le terre ai contadini. I quali, grati, nel 1943 si sdebitarono con lui sparando addosso agli alleati insieme ai tedeschi (ne parla lo scrittore Pierangelo Buttafuoco nel romanzo Le uova del drago).
Ecco anche perché Catania è, da allora, città prevalentemente di fede fascista, così come Latina, dove i poverissimi contadini veneti, lombardi ed emiliani, spediti nel Lazio per bonificare le sterminate paludi pontine, alla fine dell’immane impresa si videro premiati con la proprietà di quei vasti e fertilissimi lotti di terreno bonificato che hanno arricchito la loro progenie.
C’è poi pure da aggiungere - oltre al fatto che l'isola fu risparmiata dalla spaventosa guerra civile che imperversò nel centro-nord della Penisola dal 43 in poi - che il siciliano medio è anarchico per natura ed ha un concetto dello Stato che non oltrepassa lo zerbino di casa, ragion per cui accoglie sempre con sollievo l’arrivo di qualcuno che gli dica “si fa così e basta” e sempre, pertanto, ha avuto un debole per i “monarchi assoluti”, ossia per capi politici che mettevano a tacere con uno starnuto lo starnazzante pollaio dei governati.
Infine un elemento preponderante su tutti gli altri nel determinare la tenace sopravvivenza, nel cuore di tanti connazionali, siciliani e non, , di un relitto della decenza e della Storia come il fascismo è certamente il troppo sangue versato negli anni della guerra civile tra partigiani e militi di Salò.
Se sei discendente di uno dei tanti resistenti o parenti di resistenti o semplici cittadini torturati e trucidati dai repubblichini, difficilmente potrai mai provare attrazione per movimenti o partiti di destra.
Allo stesso modo, se sei discendente, che so, di una Giuseppina Ghersi, una ragazzina di 14 anni torturata, violentata e uccisa solo per aver scritto un tema scolastico su Mussolini, o di una delle vittime delle stragi post 25 aprile commesse soprattutto da "cani sciolti" e da membri delle Brigate comuniste “Garibaldi” (Argelato, Schio, Codevigo, Costa d’Oneglia, Rovetta, Oderzo, Thiene, Cadibona ecc. ), difficilmente potrai mai votare o simpatizzare per movimenti o partiti di sinistra.
Lo vedi com’è complicata la Storia? Mai dare per indiscutibili le sue (talvolta apparenti) verità, cercare sempre la pagina nascosta del libro senza bisogno, per questo, di dover rinnegare o mettere in discussione le proprie opinioni e i propri ideali: solo gli stupidi e i fanatici cacciano sotto il tappeto le zone d’ombra delle “bandiere” ideologiche per cui fanno il tifo o gli eventuali profili positivi di quelle a loro avverse.
Cambellotti è l’autore di un bellissimo affresco, anche se di natura celebrativa, dipinto in una sala della Prefettura di Ragusa. Stupidamente celato dopo la guerra, è stato riportato alla luce alla fine degli anni 80 grazie all’ interessamento e alla tenacia di Leonardo Sciascia e Vittorio Sgarbi