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Questo articolo del 2008 a quasi vent'anni di distanza lo si potrebbe tranquillamente spacciare per un articolo scritto ieri. Nessuno se ne accorgerebbe, salvo che per la citazione dell'allora ministro Padoa Schioppa
9 gennaio 2008
La favola delle api cattive
Bernard De Mandeville era un medico olandese vissuto nell’Inghilterra di Anna Stuart che deve la sua fama ad un’operetta di poche pagine, La favola delle api, nella quale, anticipando le teorie economiche di Adamo Smith, sosteneva che le società prosperano laddove i suoi consociati possono sfogare liberamente vizi ed egoismi. Mirabile esempio del pensiero hobbesiano applicato all’economia, il libretto di Mandeville si proponeva anche di smentire le posizioni moralisteggianti di Shafterbury, altro filosofo dell’epoca ma di scuola lockiana.
La fortuna dell'apologo è legata alla rivoluzione industriale che da lì a poco avrebbe investito l’Inghilterra e, in seguito, tutta la società europea. Gli aedi del liberalismo, infatti, vi hanno sempre visto un inno al dinamismo della borghesia ed alla sua spregiudicatezza, valutati non più col metro severo dei preti e degli intellettuali, ma con quello molto più favorevole dei risultati prodotti in termini di ricchezza individuale e collettiva di una nazione.
Il rovescio della medaglia di una concezione così amorale dell’impresa e del mercato lo si è poi visto all’opera nel corso di tutto l’ottocento: uno sfruttamento scandaloso della forza lavoro operaia, costretta a turni di lavoro massacranti in opifici malsani e sovraffollati, con un impiego indecente della manodopera minorile e paghe di fame. Arricchimenti vertiginosi per pochi, spaventosa indigenza per tutti gli altri, insomma.
Pertanto, quando ci si è accorti che la favola delle api per molti era un film dell’orrore, i governi e le forze politiche hanno iniziato a varare legislazioni di sostegno e tutela delle fasce deboli delle popolazione, blindando i contratti di lavoro attraverso l’imposizione di minimi salariali decorosi, contributi previdenziali e norme a garanzia della salubrità e sicurezza dei luoghi di lavoro. Un apparato di protezione del cd. contraente debole che, in nome di sacrosanti principi solidaristici e di civiltà, alla lunga ha avuto i suoi vantaggi anche per l’economia delle nazioni e per le stesse tasche degli imprenditori: una popolazione più serena e satolla consuma di più, dunque compra di più e consente alle industrie di continuare a produrre.
Un apparato di protezione che, però, da qualche anno qualcuno sta sistematicamente smantellando, con un sostanziale ritorno alle api mandevilliane. La precarizzazione dei contratti e la guardia abbassata dello Stato sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, insieme alla crisi delle economie occidentali provocata dalla globalizzazione dei mercati, hanno riproposto sul desco della pace sociale pietanze indigeste che si pensava scomparse ormai da decenni.
La giustificazione formale di questa brutale rottamazione del welfare non è mai stata mandevilliana, per rispetto del politicamente corretto, bensì scaltramente ruffiana: se il lavoro è precario, il vantaggio per il lavoratore è di poter sempre avere la possibilità di migliorare la propria condizione, cambiando attività e scegliendone una meglio remunerata. Uno specchietto per le allodole buono per coprire la vera natura dell’operazione: con l’apertura dei nuovi mercati in Asia e nell’Europa dell’est, non avendo l’imprenditoria alcuna voglia di battere la nuova concorrenza investendo nella ricerca e nell’innovazione e volendo, d’altra parte, preservare le proprie rendite, l’unico escamotage per salvare capra e cavoli era quello di far ricadere sui lavoratori il prezzo della globalizzazione, tornando ad una lettura strettamente privatistica del contratto di lavoro. Il contratto di lavoro subordinato, per chi non lo sapesse, dovrebbe essere, dal punto di vista del diritto civile, un normalissimo contratto a prestazioni corrispettive (sinallagmatico), soggetto come tutti gli altri alle ipotesi di recesso, nullità, annullabilità, rescissione e risoluzione previste dal codice. La sua particolare rilevanza sociale ha fatto sì che, nel corso degli anni, venisse confezionato per esso un complesso di principi e di regole volti a regolamentarne (gli imprenditori o gli economisti e i politici di scuola liberista userebbero il verbo “ingabbiare”) gli aspetti più iniqui, ossia quelli che potevano determinare un sostanziale squilibrio a danno dei prestatori d’opera, contraenti deboli del rapporto (es. legge sui licenziamenti individuali del 1966 e statuto dei lavoratori del 1970)
Attualmente, invece, soffia forte un vento di restaurazione le cui conseguenze si avvertono maggiormente in quei Paesi, come l’Italia, dove mancano adeguati meccanismi di sostegno per chi, perduto un lavoro, ha la necessità di mantenere se stesso e i propri familiari nel tempo intercorrente tra la fine di un impiego e l’inizio di un altro.
In Italia, poi, manca del tutto anche la possibilità di trovare impieghi migliori: solitamente, per chi chiude un’esperienza lavorativa precaria, inizia un girone infernale di attività a termine malpagate e totalmente scollegate con le attitudini e il bagaglio culturale del prestatore di lavoro.
Se questo è il dramma odierno di molti giovani (ma non solo), altrettanto drammatica è la situazione di coloro che invece un lavoro stabile ce l’hanno, ma retribuito ormai in modo del tutto insufficiente ad assicurare un dignitoso tenore di vita. L’inarrestabile aumento dei prezzi e delle tariffe a cui si assiste sgomenti da qualche anno, ha di colpo impoverito migliaia di individui e nuclei familiari che, fino a non molto tempo fa, potevano ritenersi pacificamente immuni da eccessive preoccupazioni economiche.
Tutto ciò ha spaventosamente allargato, nel nostro Paese, il divario tra chi ha molto e chi ha molto poco. Tra i primi: le tante imprese che (a dispetto dei pianti e alti lai di Confindustria) continuano a elargire dividendi sostanziosi alla propria dirigenza; i miracolati del caravanserraglio italiano politico-amministrativo, percettori di buste paga stratosferiche a carico della collettività, e gli squali della Borsa e del mercato finanziario. Tra i secondi: operai, impiegati, piccoli commercianti, piccoli professionisti e, più in generale, chi trae il proprio sostentamento dal lavoro subordinato o dall’esercizio di attività di modeste dimensioni e con un ridotto volume d’affari.
Le organizzazioni sindacali, che hanno raccolto il grido di dolore dei ceti sociali più esposti a questa inarrestabile erosione del potere d'acquisto dei salari, paiono stavolta decise a mettere alle corde il governo sulla questione della eccessiva pressione fiscale sui redditi da lavoro dipendente. Lodevole iniziativa che difficilmente, però, riuscirà a raggiungere in pieno gli obiettivi che si prefigge.
La pressione fiscale italiana è elevata perché smisurato e dispersivo è il Minotauro che deve nutrire, ossia la spesa pubblica improduttiva. Se lo Stato paga le centinaia di alti burocrati (per tacere di politici e politicastri vari, nazionali e locali) con le somme che ben conosciamo, è ovvio che dopo ha bisogno, per mandare avanti tutta la baracca, di mantenere alto il livello delle imposte.
Da questo orecchio Padoa-Schioppa ci sente poco, però, non si sa se per simpatia verso privilegi e privilegiati o per incolpevole ignoranza del problema.
Una soluzione potrebbe essere quella di tassare le rendite finanziarie per compensare il minor gettito. Le rendite oggi sono tassate al 12%, una inezia rispetto alla tassazione dei redditi. Chi specula in Borsa, pertanto, non solo può guadagnare cifre enormi con la semplice pressione di un tasto, ma si libera pure degli obblighi verso il fisco versando un obolo alquanto modesto.
Altra soluzione potrebbe essere quella di introdurre una imposta sui beni di lusso, la tanto vituperata patrimoniale, bandiera della sinistra radicale. E’ comprensibile che i cultori di scienza delle finanze, figli spirituali di Luigi Einaudi, inorridiscano di fronte a simile prospettiva, ma è altrettanto comprensibile che il resto della popolazione italiana inorridisca di fronte ad un possessore di yacht e quadri di valore che non deve pagare nulla per la proprietà di oggetti che valgono centinaia di migliaia di euro e che spesso si rivalutano nel tempo.
Vedremo se la montagna partorirà topini o elefanti. Una soluzione la dovranno comunque trovare, perché la favola di Mandeville sarà pure stuzzicante e provocatoria, ma la sua applicazione pratica, ove è avvenuta, ha reso il mondo più ingiusto e più cattivo. Se non vogliamo tornare alle brioches di Maria Antonietta, essa va pertanto rispedita in soffitta, non senza l’avvertenza, ove qualcuno un domani le volesse dare una spolveratina, di maneggiarla con estrema cura.
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Giuliano Pisani appartiene ad una categoria di docenti e studiosi che per chi ha frequentato, come il sottoscritto, il liceo classico nella seconda metà degli anni settanta ( il "canto del cigno", a mio avviso, dei professori di tale livello) meriterebbero, illico et immediate, come minimo l'egida del Ministero della Cultura e la qualifica di patrimonio nazionale, tanto rara è ormai la presenza di insegnanti della loro statura ( umana e culturale) dentro le aule dei licei e delle Università. Non dico altro.
Metti, lettore, uno stimato erudito, di quelli di una volta, di quelli che, ad ere geologiche di distanza dal diploma, ancora ti traducono Plutarco e Seneca all’impronta, manco fossero articoli della Gazzetta sull’ultimo derby Milan-Inter; di quelli divenuti, per i liceali che oggi arrancano con fatica pure dietro al rosa –rosae, entità misteriose, probabilmente leggendarie, di certo, se esistenti, non aventi per essi natura umana, quasi alieni caduti sulla Terra come il marziano a Roma di Flaiano.
Metti al servizio della narrativa di intrattenimento lo sconfinato livello di conoscenze di un personaggio del genere, la cui pagina su Wikipedia già basterebbe ad indurre quel sano e rispettoso metus reverentialis che una volta era corredo d’obbligo del bagaglio educativo di ognuno, dal più umile artigiano al borghese opimo ma incolto, e che da anni sembra smarrito nelle discariche a cielo aperto dei social media, nel putridume di quel percolato graveolente dove l’ultimo dei cercopitechi coprofagi può assurgere a maestro di pensiero anche per un tweet o un commento insultante, razzista, sessista, omofobo, delirante, indegno dei duemila e passa anni di civiltà che, volenti o nolenti, tutti in Occidente ci portiamo sul groppone come Enea col padre Anchise; metti tutto questo e inizia la lettura di un libro come Raphael (Edizione GMLibri), romanzo d'esordio del professore veneto Giuliano Pisani, intellettuale eclettico e saggista dalle molteplici competenze e passioni in campo umanistico, a cominciare da Giotto e dalla sua Cappella degli Scrovegni (a cui ha dedicato anni addietro un volume - I volti segreti di Giotto, Rizzoli 2009 - che tuttora resta, per esperti e meno esperti, una delle più dettagliate, illuminanti e appassionate analisi del capolavoro del genio fiorentino).
Metti tutto questo, lettore, e ti accorgerai di avere per le mani , con Raphael , un testo dalla trama avvincente, assistita da un periodare appassionato, elegante, eppur chiaro e scorrevolissimo (come sempre dovrebbe essere, ma sempre più spesso non è , uno scritto redatto nella lingua di una nazione , l’Italia, forse unica nella sua capacità di coniugare la semplicità con la bellezza); un romanzo che ha soprattutto l’accuratezza della ricostruzione storica, ambientale e culturale dei ben più celebrati , ma – ahinoi – spesso anche ben più criptici romanzi storici del compianto Umberto Eco.
Raphael invece prende per mano il lettore e con un’ immaginaria macchina del tempo, unita ad estremo rigore storico e bibliografico e ad un sapiente rimbalzo tra retrospezione analettica e contemporaneità, lo trasporta nell’India del XVI secolo, prima che diventasse, duecento anni dopo, teatro di ingordigia coloniale tra francesi e inglesi, ma già allora terra di missioni gesuitiche e fondachi portoghesi, lacerata dalle lotte tra indù e musulmani ma governata da un sovrano illuminato, quell’ Akbar-e Azam, terzo sovrano timuride dell'Impero Moghul, di religione musulmana e discendente di Tamerlano, che amava intrattenersi piacevolmente nella propria dimora regale di Fatehpur Sikri in dotti simposi teologici con esponenti dei diversi credi, dai gesuiti alle autorità religiose ebraiche, induiste o islamiche, per cercare la “pietra filosofale” della concordia e del reciproco rispetto. Quanta attualità in queste nobili aspirazioni!
In tutto ciò , la trama gialla ambientata nella contemporaneità e che vede protagonisti due fidanzati-detective - un docente italiano di Storia dell’arte ed una giovane e affascinante assistente francese, che, insieme ai poliziotti indiani, tentano di scoprire l’assassino del mentore indiano della ragazza - malgrado l’impeccabile e tersa perfezione stilistica dei dialoghi e delle situazioni, appare piuttosto come mero stratagemma narrativo per mascherare i veri scopi del libro, ossia quello di far conoscere al lettore un mondo ai più del tutto sconosciuto, come la conturbante e misteriosa India precoloniale, con tutte le contraddizioni, le disuguaglianze sociali e le ingiustizie che ancora ne lacerano il tessuto sociale, unito ad un messaggio ecumenico di convinta redamazione fra popoli e fedi di cui si avverte sempre più l’impellente necessità.
In questa cornice, l’affascinante vicenda umana e politica del sultano timuride sembra quasi voler rappresentare, per l’autore, un compendio ideale delle innumerevoli, analoghe e sfortunate vicende umane e politiche di tutti coloro che, da posizioni di potere o di prestigio culturale , nei secoli, sfidando l’ostilità di opinione pubblica , sudditi, cortigiani e consiglieri, hanno tentato di riuscire a trovare il bandolo della civile convivenza tra fedi religiose opposte e spesso ostili tra loro . Si pensi a imperatori come Alessandro Severo o Giuliano l’Apostata , a uomini di Stato colti e raffinati come Federico II di Prussia, a grandi pensatori , tra cui anche scettici o non credenti, come Ipazia, Voltaire, Montaigne, Erasmo o Tommaso Moro.
Per carità, Akbar fu governante capace anche di inflessibili spietatezze nella repressione delle rivolte interne e nelle guerre coi sovrani rivali, non dimentichiamolo, ma anche un uomo che in ogni caso cercò per tutta la durata del suo regno di raggiungere un obiettivo che solo Dio o chi per lui sa quanto le cronache di questi giorni, con le macerie di Gaza e il rinnovo della sfida infinita tra fanatismo sionista e fanatismo islamico, rende ormai indifferibile: la pace.
La pace assoluta, lo sappiamo, è però araba fenice che purtroppo nessuno vedrà risorgere dalle sue ceneri, perché abbattere barriere, diffidenze, odi , vendette , avidità , rancori che affondano le radice nei secoli e per le più disparate ragioni, è più facile a dirsi che a pensare soltanto di farsi.
Ma smettere di versare sangue umano sol perché qualcuno crede che il suo Dio sia più Dio di un altro è molto più semplice di quanto si creda: basterebbe recarsi tutti insieme a bere alla medesima fonte, quella dell'agnizione, del riconoscimento dell’alterità nell'uguaglianza. L’acqua che sgorga da quella fonte ha l’identico colore , l’identico sapore e l’identica freschezza per tutti coloro che se ne vorranno servire . Va bevuta , dunque, quest’acqua, al più presto e da tutti, credenti e non. Lo pretende la ragione umana e lo pretendono le migliaia di vittime delle innumerevoli persecuzioni religiose scoppiate da quando qualcuno si è messo in testa che il suo Cielo è migliore degli altri . E quindi va bevuta per Ipazia e per i catari, per Serveto e per i valdesi delle pasque piemontesi , per i pagani slavi sterminati dai cavalieri teutonici e per gli ebrei delle mille diaspore e della “soluzione finale”, per i bosniaci di Srebrenica, per i palestinesi cacciati dalle terre dei padri e per gli armeni massacrati dai turchi. Va bevuta per noi, per i nostri figli e per chi figli non he ha potuti avere o li ha lasciati soli, perché prima di essere infilzato dalla lancia di San Michele, come nel quadro di Raffaello tanto amato da Akbar, il demone dell’intolleranza, della sopraffazione, della supremazia dell’uomo sull’uomo ha avuto il tempo di alitare sulla Terra il suo pestilenziale alito di morte.
Va bevuta e al più presto , quest’acqua miracolosa, altrimenti chiamarsi uomo prima o poi varrà quanto chiamarsi ameba.
21 maggio 2021
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L' Italia si ama come la figlia scapestrata si ama più di quella assennata, mi disse anni fa un anziano artigiano catanese. Sarà, ma qua mi sa che il fascino della scapestrata sta arrivando al capolinea...
Tutt'a posto sta m...
Gli affezionati spettatori del duo comico palermitano ricorderanno che in una delle scene chiave dello spassosissimo film di Ficarra e Picone “Il 7 e l’8” un grande Toni Sperandeo , nelle vesti dell’infermiere che trent’anni prima - incazzato nero per una vincita milionaria alla lotteria di Capodanno sfumata per un nonnulla - aveva scambiato in culla i due protagonisti, provvede a modo suo a sistemare le cose scambiandoli di posto sul divano di casa. “Tutto a posto”, dice poi soddisfatto, facendo seguire però alla frase un commento sarcastico a mezza voce in puro dialetto panormita: “Tutt’ a posto sta m….”
Ugual commento tra l’ironico e l’amaro mi è fluito dalle labbra l’altra sera sentendo in tv il nostro Presidente del Consiglio confortare i terremotati abruzzesi alla stessa maniera dell’infermiere palermitano.
Cos’è tutto a posto, signor Presidente?
Contrariamente ad altri opinionisti di sinistra, non ho trovato nulla da ridire sul come Berlusconi ha gestito finora l’emergenza e neppure sul suo tanto criticato (a sinistra) presenzialismo sui luoghi della tragedia. Se non l’avesse fatto, sarebbero piovute critiche ben più feroci sulla sua “assenza”, perché sarà pur vero che così facendo si è confezionato un enorme spot ma è anche vero che alla gente comune colpita da questo genere di eventi la vicinanza degli alti rappresentanti dello Stato è cosa che fa sempre piacere, pur nella consapevolezza che trattasi solo di operazione mediatica e sublime presa per i fondelli.
Ma, preso atto che la fase emergenziale è stata governata in modo egregio, non può il Lider Maximo pretendere di coprire sotto il casco dei pompieri la vergogna di un Paese di cartapesta, costruito a “petra e sputazza”, come si dice dalla mie parti: ciottoli e saliva.
Lo stesso stadio dei primi interventi, tanto enfatizzato dalla propaganda del PDL, probabilmente non avrebbe avuto quei connotati di efficienza e rapidità messi in mostra a L’Aquila se il terremoto marsicano non fosse stato preceduto da una attività sismica iniziata già nello scorso ottobre. Insomma, se – toccando ferro - da qualche altra parte e senza preavvisi dovesse verificarsi all’improvviso una forte scossa, siamo così sicuri che l’apparato della Protezione Civile darebbe prova della medesima efficienza?
Resta poi, pesante come un macigno, l’incognita della ricostruzione. Le passate esperienze ci hanno insegnato che in genere la riedificazione si rivela un affare d’oro per pochi intimi ed un calvario infinito per coloro che hanno perso la casa. Sapranno il governo e gli enti locali evitare la replica di film già visti altrove? Le premesse non sono delle migliori neppure stavolta. Si mormora già di mafie pronte nell’ombra a gettarsi sugli appalti e di un Abruzzo “campanizzato” che, per chi conosce la tranquillità e l’ordine che regnavano in quei territori, è una previsione da far venire i brividi anche a Ferragosto.
No, Presidente: non c’è niente a posto, a cominciare dal cornicione frantumato della Prefettura, sconcertante metafora litica dell’implosione dello Stato e delle sue leggi. A L’Aquila intere prosapie di politici, tecnici e pubblici funzionari , per connivenza o quieto vivere, hanno giocato per anni alle tre scimmiette, fino al disastro del 6 aprile. E dunque, cos’è a posto? E quante altre Aquile ci sono nel resto d’Italia?
L’abnegazione dei volontari, le tende montate a velocità supersonica, i pasti caldi garantiti ogni giorno a migliaia di persone sono la faccia pulita dell’Italia perbene, che si rimbocca le maniche e corre in aiuto di chi soffre. Ma troppe volte l’altra Italia, quella delle furberie, dei facili arricchimenti sulla pelle altrui, dell’illegalità in doppio petto, ha utilizzato quella faccia per occultare le proprie responsabilità o farle passare in secondo piano, per nascondere sotto il tappeto dell’emergenza la sconcezza e la pravità dei propri comportamenti, certa che il tempo e la farraginosità della giustizia avrebbero puntualmente giocato a proprio favore, annacquando colpe e omissioni.
Oggi su Repubblica c’è un articolo di Sofri che commenta la sortita provocatoria di un giovane giornalista siciliano deciso a non dare neppure un euro ai terremotati “perché Schifani guadagna in un mese quanto prende in un anno mia madre, pensionata dello Stato”. Ossia: i soldi ci sono già, sono quelli delle nostre tasse e quelli sperperati allegramente ogni giorno dalla classe politica. Il ragionamento del giovane non fa una grinza e mette a nudo le troppe macchie di sugo e i troppi rattoppi di cui è pieno il vestito buono di questo Paese; nondimeno, condivido con Sofri l’opinione che l’euro vada dato comunque, per la sua valenza simbolica e per il concreto aiuto che può fornire in una situazione in cui i soldi non sono mai abbastanza. Il senso di appartenenza ad una nazione, in definitiva, si cementa anche così. Tuttavia Sofri dimentica di aggiungere che, per ogni euro donato, le aziende di telefonia prelevano ai donanti due euro quale costo del servizio…
Ecco il ghigno lascivo e beffardo dell’altra Italia che riemerge puntualmente dietro la polvere dei palazzi crollati, dietro le lacrime e il sudore di vittime e soccorritori. Ecco lo sciacallaggio legalizzato, si chiami speculazione edilizia, malversazione di pubblici amministratori o indebito profitto della grande imprenditoria, che alla fine si protrude sempre, in un modo o nell’altro, ad occupare gli spazi sgomberati dalle ruspe e dalla fatica dell’Italia solidale, pronto a mandare in scena il solito copione di cui ormai conosciamo a memoria tutte le battute.
No, signor Presidente, decisamente non c’è proprio niente a posto.

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L'articolo che stasera tirerò fuori dal cassetto delle mie boiate, dove dormiva beatamente dal 2022, non è lo sfottò irridente di un simpatizzante di destra, ma il grido di dolore di un uomo di sinistra, socialdemocratica ma pur sempre sinistra. Grido di dolore per il processo irreversibile di banalizzazione dei temi, delle pose, dei comportamenti e delle proposte del progressismo italico, sia da parte delle persone che vi militano (si tratti di opinionisti, esperti, intellettuali o politici di professione) che dei partiti che lo rappresentano .
Perchè se il cretino di sinistra ai tempi di Sciascia, come sostengo anche nello scritto in questione, in fondo era ancora una mosca bianca, una bizzarra eccezione alla regola, ai nostri giorni, se non è ancora diventato maggioranza rumorosa, poco ci manca. E davanti ad una destra di governo di cui si può dire tutto il male possibile (opinione personale ovviamente), tranne che, fatta eccezione per alcuni suoi esponenti (anche autorevoli…), sia una armata composta da minus habentes, avere una sinistra dove "la prevalenza del cretino", per dirla con Carlo Fruttero, giorno dopo giorno da incubo notturno rischia di trasformarsi in realtà effettuale, significa garantire alla controparte altri trent’anni di potere col vento in poppa.
L'eterno ritorno del cretinismo di sinistra
“Intorno al 1963 si è verificato in Italia un evento insospettabile […]. Nasceva e cominciava ad ascendere il cretino di sinistra: ma mimetizzato, nel discorso problematico e capillare. Si credeva che i cretini nascessero soltanto a destra e perciò l’evento non ha trovato registrazione. Sono pericolosi questi cretini dai discorsi problematici, perché alla loro imbecillità si aggiunge il fanatismo” (Leonardo Sciascia, Nero su nero, Einaudi, 1979).”
Mai verdetto più profondo e imbarazzante era stato emesso in tanti anni da un intellettuale di sinistra di quella statura sugli stoltiloqui di politici , giornalisti e uomini di cultura della medesima area politica.
Ma se nel 1963 il cretinismo di sinistra era ancora un bimbo in fasce rispetto ad oggi, attualmente pare stia sempre più diventando quasi lo stigma identitario degli eredi morali di Pellizza da Volpedo.
Sono tante e varie le sortite cretiniste effuse, dalla caduta della cd. Prima Repubblica in poi, da uomini e donne del progressismo italico, che l’elencarle tutte diventerebbe fatica di Sisifo, se non altro per l’enorme tempo che richiederebbe il ricercarle e collazionarle .
A semplificarci il compito fortunatamente è però intervenuta un mese fa la vittoria della destra e la nascita del governo Meloni, motivo per cui abbiamo ora la possibilità di compendiare mirabilmente l’essenza del cretinismo di sinistra in poche righe, tra l’altro rendendolo chiaro come un mattino di sole anche a coloro che alla politica hanno sempre preferito il coltivare l’esegesi delle fonti o l’analisi logica e grammaticale di Milan –Inter.
La Meloni , dicevamo. Cosa avrebbe fatto la Meloni per far riemergere in tutta la sua possanza il cretinismo di sinistra, vi chiederete voi. Praticamente poco o nulla, perché si è semplicemente limitata a riesumare il “rasoio di Occam”: a parità di condizioni… va sempre preferita la soluzione più immediata.
E quale soluzione più immediata ci può essere in Italia per far starnazzare il pollaio del cretinismo mancino? Rinominare in un certo modo i ministeri o usare determinati termini, per esempio.
Ed è così’ che la parola Nazione al posto di Paese, adoperata spesso dalla leader di FdI con riferimento all’Italia, è diventata il pretesto per far dichiarare in tv nei giorni scorsi ad un noto ed apprezzato docente di Storia dell’arte (ebbene sì, il cretinismo di sinistra di solito è inversamente proporzionale all’ intelligenza e alle competenze di chi se ne fa inconsapevole vessillifero) che essa sarebbe sintomatica delle deriva fascista a cui starebbe andando incontro l’Italia.
Peccato tuttavia che questo vocabolo così inquietante sia riportato in diverse norme di legge del nostro ordinamento giuridico, vigenti e non, e persino nella nostra adorata Costituzione , oltre ad essere frequentemente adoperato all’estero, e senza rossore alcuno, in entità nazionali dalle granitiche tradizioni democratiche
Peccato infine che questa pericolosissima espressione, rivelatrice del distopico futuro di orbace e olio di ricino che ci attende, sia riportata da sempre persino nella formula di giuramento di neo ministri e pubblici dipendenti.
Svanito poco dopo l’entusiasmo per la scoperta di quello che era stato bollato come un sicuro indizio di squadrismo strisciante (“ecco, vedete, l’avevamo previsto: dicono nazione ma intendono nazionalismo…”) , il movimento cretinista si è concentrato su altri presunti inciampi mussoliniani dell’ incauta Meloni e dei suoi sodali, ad iniziare dalla modifica del nome del Ministero dell’istruzione, a cui il nuovo governo ha aggiunto l’orrifica (per qualcuno) parola merito, locuzione che il cretinismo di sinistra ritiene inconfutabile spia di un ritorno delle orecchie d’asino sulla testa della prole di operai e contadini.
Agli aedi del cretinismo, dunque, non è passato nemmeno per l’anticamera dell’encefalo che merito potrebbe semplicemente significare che le “capre” per loro libera e consapevole scelta e a prescindere dal ceto sociale d’appartenenza, malgrado gli eventuali sforzi ammirevoli dei docenti non possono essere messe sullo stesso piano o addirittura preferite ai loro colleghi preparati e vogliosi di conoscenze, poveri o ricchi che siano.
Lo afferma già l’art. 34 della Carta costituzionale, la quale troppo spesso da qualcuno viene invocata solo quando conviene: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. “
Il ritorno del merito nel linguaggio ministeriale potrebbe anche sottintendere, peraltro, la lodevole volontà di porre un freno al prolasso qualitativo che da anni affligge l’istruzione in Italia, vittima di uno spaventoso livellamento verso il basso per una cattiva lettura del messaggio didattico di Don Milani e della sua Barbiana, con elementari e medie dove vengono puntualmente promossi tutti e spesso con voti elevati di massa, ingenerando negli studenti meno “capaci e meritevoli” l’idea malsana di aver maturato l’ inalienabile diritto ad un ideale tappeto volante che li conduca lietamente fino al diploma o addirittura alla laurea senza inciampi di sorta.
Detta in parole povere: se 5.000 candidati – laureati in legge e in genere “figli” dei licei – di un recente concorso in magistratura , agli scritti sono stati quasi tutti sonoramente bocciati per clamorosi errori di grammatica e sintassi nei loro elaborati, forse un problema di merito, inteso nel senso politicamente corretto del termine, c’è.
Merito, infine, vuol sommessamente suggerire, a mio avviso, che imparare a piantumare ortaggi togliendo ore all’italiano o alla geografia , probabilmente non sarebbe la cosa migliore da fare per formare adeguatamente , dal punto di vista culturale, le giovani generazioni.
La professoressa – scrittrice Paola Mastrocola, torinese e sessantottina (autrice, tra gli altri, di quel delizioso romanzo di formazione che è Una barca nel bosco), anni fa ha sintetizzato perfettamente questo concetto davanti alle maestre elementari di una scuola di Napoli che, dopo averla invitata ad un loro convegno, le mostravano orgogliose gli eccellenti risultati delle fatiche prediali dei loro allievi: “Ecco allora perché quando arrivano al liceo non sanno scrivere”.
Ultimo ma non ultimo pretesto per scatenare le ire funeste del cretinismo (pseudo) progressista, la nuova denominazione del Ministero dell’Agricoltura, a cui è stata aggiunta la dicitura “e della sovranità alimentare.”
Qua davvero cadono le braccia .Da anni tutti – consumatori, imprenditori, politici di qualunque orientamento – lamentano le distorsioni prodotte al nostro settore agro-alimentare dalla globalizzazione e da certe direttive UE, dato che l’Italia è da sempre un Paese che, grazie alla geografia, è in grado di produrre di tutto e con livelli di qualità e genuinità sconosciuti altrove. Prova ne sia che nei nostri supermercati le merci che riportano il tricolore sulle loro confezioni sono da tempo le preferite dai clienti nei loro acquisti. Quindi sovranismo altro non vorrebbe stare a significare che maggior tutela del prodotto nazionale, in modo che, ad esempio, in futuro non si debba più assistere, in Sicilia, alle stragi di quintali di arance e limoni la cui commercializzazione non è economicamente conveniente per i produttori, mentre nei mercati di Milano spadroneggiano gli agrumi tunisini o le castagne turche.
Mi fermo qui e da elettore di sinistra mi auguro che finalmente dalle mie parti politiche si ricominci a parlare di patrocinio delle classi e delle categorie meno agiate, di riduzione delle diseguaglianze, di tutela dell’ambiente, di lotta alle ingiustizie, agli abusi, ai soprusi, ai privilegi, al malaffare, alle mafie e a tutto ciò che i padri nobili della sinistra italiana consideravano consustanziale alla parola “sinistra”.
Parola che con gli articoli determinativi ed indeterminativi e la ricerca spasmodica delle pulci nei sostantivi e negli aggettivi non ha mai avuto nulla a che vedere, tranne quando esprimevano un palese dileggio a chi la forza o lo status sociale per difendersi non l’aveva.
E’ vero che “le parole sono pietre” , come titola un bellissimo racconto del piemontese Carlo Levi incentrato sulle miserrime condizioni dei contadini siciliani degli anni 50, ma anche i cervelli possono esserlo: la differenza è che molte parole diventano pietre solo se mal declinate. Per i cervelli il discorso è più complicato…
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Questo articolo è un omaggio. critico ed encomiastico insieme, ad una grande capitale italiana ed europea. E' uno scritto al contempo critico e laudativo perchè ci sono casi in cui il plauso senza il biasimo, si tratti di persone, luoghi, categorie sociali o istituzioni, talvolta rischia seriamente di chiamarsi ipocrisia.
14 gennaio 2008
Ecoballe
Non conosco la realtà partenopea se non per le testimonianze di qualche collega originario di quelle zone e per una fugace visita di qualche anno fa. Ho il sospetto, però, che non sia mai stata amministrata bene, né dalla destra né dalla sinistra. I pesanti condizionamenti della camorra e la spudorata politica clientelare non sono nati certo con Bassolino, ma tutti si attendevano che con Bassolino diventassero retaggi del passato. Così non è avvenuto, se è vero, com’è vero, che la malavita organizzata è infiltrata in ogni ganglio della vita pubblica e delle attività economiche e se è vero, com’è vero, che la pratica delle assunzioni clientelari di persone desiderose di tutto (a cominciare dallo stipendio) meno che di lavorare non ha conosciuto alcuna flessione (20 netturbini ogni tot abitanti contro i 5 delle città del nord dovrebbero fare di Napoli un luogo più lindo ed asettico di una sala operatoria…)
Napoli è sempre stata una città difficile. Uno dei libri più belli e controversi che io abbia letto su Napoli è La pelle di Malaparte. Vi è descritta una città sontuosa e pitocca al tempo stesso, barocca e stracciona, ma viva, effervescente, addirittura magica, anche se immersa nel gorgo spaventoso della guerra e della miseria. La plebe di Napoli è stata celebrata in mille romanzi e mille film, ma forse la rappresentazione colorita e cartolinesca dei vicoli e del popolo dei vicoli alla lunga ha nuociuto alla città, pur avendole dato la notorietà internazionale che merita, perché l’ha ingabbiata in stereotipi dai quali adesso è difficile liberarsi.
Napoli, insomma, non è pizza e mandolino e non è neppure Totò, Peppino e la malafemmina. Ma non è nemmeno quella cloaca a cielo aperto descritta da una certa corrente antinapoletana ultimamente in voga tra i politici e gli intellettuali italiani.
Napoli è una grande città che occupa un posto centrale nella cultura italiana e europea. Napoli ospita, nelle sue chiese e nelle sue dimore gentilizie, opere di artisti come Pietro Cavallini, Tiziano, Tiepolo, Correggio, Parmigianino, Carracci, Bruegel il Vecchio. Napoli è la città di capolavori come Castel dell’Ovo e il Maschio Angioino, il Teatro S.Carlo e la Reggia di Capodimonte. Nella sua Università, fondata da Federico II, ha insegnato tra gli altri S. Tommaso d’Aquino. Napoli è una città con tremila anni di storia e un passato glorioso di capitale prima angioina e poi aragonese e borbonica. Napoli è la città di Vico, di Giannone, di Gravina , di Spaventa e Benedetto Croce. Napoli e i suoi dintorni sono uno dei luoghi più celebrati da Goethe nel suo viaggio in Italia.
Tutto ciò non basta a far di Napoli un paradiso, è vero, ma dovrebbe bastare a far capire che l’Italia non può fare a meno di Napoli e Napoli dell’Italia. Napoli è l’Italia, con tutti i suoi splendori e tutte le sue miserie, perché tutto il bene e tutto il male d’Italia trova a Napoli la sua sinossi, la reductio ad unum nella quale tutti possiamo specchiarci e condividere i motivi d’orgoglio e quelli di vergogna del Paese intero.
Per questo non possiamo dire “l’immondizia di Napoli è problema di Napoli”. L’immondizia napoletana e tutto il suo corollario di errori, omissioni, inadempienze, connivenze, crimini e corruttele, altro non sono che la rappresentazione in scala ridotta di quel malgoverno e di quella mala amministrazione che da decenni costituiscono la nota dolente della questione italiana, il debito formativo mai recuperato che ci relega ai margini del sinedrio europeo.
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25 maggio 2015
Vogliamo Barabba
Il cantante Jovanotti, invitato a parlare agli studenti universitari, esprime un’opinione sui giovani che lavorano gratis e scoppia il finimondo. Il magistrato Cantone, intervistato in proposito, esprime un’opinione sulla nota vicenda Bindi – De Luca e scoppia il finimondo. Gianni Morandi esprime su FB un’opinione sul problema delle migrazioni e scoppia il finimondo. Ormai si ha l’impressione che qualsiasi cosa dicano i personaggi pubblici, politici e non, il ludibrio telematico e la gogna mediatica sono assicurati, complice il modo spesso subdolo con cui i giornalisti riportano le loro affermazioni. Premesso che chi scrive non condivide neppure la versione edulcorata delle idee di Jovanotti sul lavoro gratuito, è doveroso ricordare che il cantautore non ha propriamente tessuto l’elogio dello sfruttamento delle prestazioni d’opera altrui. Ha semplicemente ricordato come talvolta ai ragazzi da sempre capiti di offrirsi volontari per l’allestimento di sagre o altri eventi e di come ciò possa rappresentare per loro un importante bagaglio esperienziale. Solo questo.
Identico ragionamento si potrebbe fare per Cantone, passato da un giorno all’altro dalle stelle dell’idolatria collettiva alle stalle dei commenti sprezzanti o indignati nella galassia dei social network. Cantone, fino a prova contraria, ha espresso giudizi di tipo giuridico, da tecnico qual è, auspicando-de iure condendo- una modifica della Severino che precluda lo svolgimento di incarichi istituzionali anche a chi si è reso responsabile di comportamenti, attualmente non considerati dalla legge, molto più gravi di un abuso d’ufficio. Tutto qui.
Ancora più grave , se vogliamo , è infine l’aggressione becera, indecente, indegna di un Paese civile a cui è sottoposto da settimane Gianni Morandi, reo agli occhi di migliaia di utenti di FB di aver paragonato i migranti che oggi approdano sulle nostre coste agli italiani che, nel secolo scorso, emigrarono in massa all’estero in cerca di lavoro e di migliori condizioni di vita. Personalmente non condivido tale parallelismo (gli italiani potevano mettere piede in Germania, Francia o Svizzera solo se muniti di un regolare contratto di lavoro, motivo per cui la clandestinità – al contrario di ciò che accade attualmente da noi - era un fenomeno sconosciuto o estremamente marginale), ma non mi sognerei mai per questo di insultare Morandi, di riempirgli la bacheca di villanie e epiteti irripetibili, di augurargli la morte o le peggiori sventure.
Cosa stiamo diventando? O, peggio, cosa siamo sempre stati e non ce n’eravamo mai accorti?
Viviamo in un ‘epoca in cui le informazioni circolano a velocità supersonica. Per i bardi del web e di tutto ciò che interconnette e mette in rapporto persone, cose e continenti, questo è un fenomeno estremamente positivo, di cui dovremmo esser grati in modo imperituro a chi lo ha inventato. Ma come al solito, in queste analisi celebrative, leibniziane, da Dott. Pangloss e migliore dei mondi possibili, c’ è un rovescio della medaglia che si fa finta di non vedere. Questo rovescio si chiama talvolta superficialità, apprendimento parziale e giudizi tranciati con l’accetta a fronte di notizie veicolate a loro volta in maniera approssimativa o con titoli d’effetto; talaltra si chiama "sbobinamento incontrollato delle nevrosi", un qualcosa che trasforma la Rete in un’immensa vasca di decantazione delle frustrazioni e delle insoddisfazioni personali. Basta andarsi a leggere i commenti che fioccano nelle versioni online dei maggiori quotidiani o dei blog più frequentati per rendersene conto. Un campionario rutilante e policromo di cinismi, volgarità, meschinità e cattiverie gratuite che fa venire la nostalgia delle lettere al direttore o della posta del cuore delle riviste femminili.
E’ in tali luoghi, celati dal comodo usbergo di una tastiera, che il popolo degli internauti si diverte ad esercitare il dileggio come forma anomala e distorcente di comunicazione. Il dileggio su tutto e tutti. Non c’è categoria professionale che vi sfugge, tutte sono ricettacolo di parassiti sovrapagati o di incalliti evasori. Si è iniziato coi politici, si è proseguito con i pubblici dipendenti e ora l’ukase selvaggio dei cyber commentatori si accanisce indistintamente su ogni corpo sociale del Paese: professionisti, insegnanti, imprenditori, forze dell’ordine. Si salvano solo operai e disoccupati, ma soltanto perché, trovandosi in tempo di crisi nel sottoscala del grattacielo sociale, nessuno finora ha trovato il coraggio di parlarne male. Quando qualcuno lo troverà, state pur certi che non faticherà a trovare anche un buon numero di appassionati epigoni.
Così però si frantuma un Paese, così si mandano a ramengo decenni di sforzi per rendere coese le varietà – geografiche e di status - che lo compongono. Nessuno sembra darvi soverchia importanza, ma con questo imbarbarimento comunicativo, con questo messaggio che ridiventa mezzo nel senso più deteriore del termine, si corrono principalmente due rischi: il primo, quello di creare una pericolosa frattura tra le diverse componenti della società italiana. Se il professore è, a prescindere, un fannullone incompetente e il poliziotto, a prescindere,il feroce cane da guardia di un potere corrotto e corruttore, chi ci va di mezzo non sono gli esponenti di quelle categorie ma la convivenza civile nel suo complesso, lievito indispensabile di ogni democrazia degna di questo nome.
Il secondo rischio è quello di delegittimare non tanto i singoli politici, ma la politica nel suo complesso; la politica come strumento di composizione dei conflitti e di rappresentazione di istanze e bisogni. E’ il rischio che, dopo i guasti del ventennio berlusconiano, attualmente si divertono ad alimentare i Grillo, i Renzi e i Salvini.
Beppe Grillo questo deterioramento del dibattito politico, sotto la coltre della lotta al malaffare e agli sprechi, lo ha inaugurato e lo ha spudoratamente vellicato, con i suoi slogan ad effetto, con la studiata aggressività dei suoi "sermoni", con lo sdoganamento dell’insulto e della sconcezza. E’ difficile credere che il comico genovese non si rendesse conto, nel momento in cui ha scoperchiato il vaso di Pandora delle insofferenze collettive, che così facendo il suo movimento avrebbe avuto un elettorato tenuto insieme più dal collante della rabbia che da quello della proposta, con le conseguenze che è facile immaginare sul livello della sua offerta politica .Perché in politica non basta vantare un buon ceto politico, servono anche i buoni elettori. Così come non basta vivere in eterno di antipolitica, specialmente se ci si presenta puntualmente alle elezioni smentendo , nei fatti, ciò che a chiacchiere si va sbandierando in ogni piazza: antipolitica e urna elettorale sono termini antipodici.
Renzi, a sua volta, ha fatto proprio un famoso concetto di Leonardo Sciascia ("il cretino di sinistra ha una spiccata tendenza verso tutto ciò che è difficile. Crede che la difficoltà sia profondità"), deformandolo, banalizzandolo, rendendolo indigesto pure a chi adora Sciascia e il pensiero sciasciano. Perché sarà pur vero che la sinistra italiana ha sempre avuto il difetto della complicazione affari semplici, ma da qui a inscatolare il messaggio politico in tweet e facezie da settimana enigmistica per poi venderlo un tanto al chilo su internet o in tv, ce ne corre. Anche nel caso di Renzi, dunque, si asseconda una moda popolare, si facilita un degrado della qualità del confronto politico per acquisire consenso a buon mercato e (nel suo caso) gestire indisturbati, da posizioni di potere, i mutamenti che l’attuale temperie socio-economica suggerisce o impone.
Salvini, infine, ha semplicemente tesaurizzato la lezione grillina , piegandola alle proprie esigenze. Ha preso due problemi reali e meritevoli di ben altro approccio - i massici flussi migratori che ci stanno investendo da qualche anno e l’insofferenza crescente verso le istituzioni europee e verso l’euro - e li ha trasformati in due autentiche "star" della televisione e di FB, due totem che si porta in processione senza sosta e tira fuori ad ogni occasione, come le ampolle sacre dei predicatori. Il tutto accompagnato da metaforici rutti e scoregge, ossia da un frasario tanto rozzo quanto efficace (pensiamo alle famigerate ruspe), capace di stimolare a dovere la pancia di un certo genere di elettore.
Il risultato finale di questa politica da taverna è un vuoto farneticare di soluzioni spicce e tabule rase, con le teste mozze del buon senso e della critica ragionata infilate sulla picca di un livore plebeo. "La rabbia degli schiavi ubriachi", tanto temuta dal protagonista de La vergine delle rocce di D’Annunzio - l’ aristocratico decadente Claudio Cantelmo- oggi non è più la sacrosanta rivolta del Quarto Stato di Pellizza, bensì una ridicola secchia rapita, la fanfarona sommossa verbale di una moltitudine finto operaista e molto piccolo borghese di eroi da poltrona che baratta un giusto e meditato sdegno con i trenta denari di un facile vaffa digitato un secondo prima di andare a dormire, senza rendersi conto che così facendo salva sempre Barabba e manda sempre a morte Cristo.
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Questo mio articolo del 2007 potrebbe sembrare, a prima vista, roba da cimitero del giornalismo amatoriale, eppure rileggendolo vi ho rilevato una preoccupante contemporaneità , sintetizzata perfettamente dal titolo, perchè da uomo di sinistra mi sono reso conto da tempo che chiunque abbia governato questo bellissimo e disgraziato Paese più o meno ha commesso le stesse sviste, gli stessi errori e le stesse dabbenaggini dei suoi concorrenti di parte avversa. Ragion per cui quando sento pontificare contro l'attuale esecutivo di destra esponenti progressisti di quell'epoca, ossia i vari Prodi, Bersani e compagnia cantante, l'unica cosa che mi sorge alle labbra è uno sconsolato sorriso di compatimento.
1 settembre 2007
Questo o quello per me pari sono
A bocce ferme e urne sigillate, il risultato non esaltante del centrosinistra alle amministrative di domenica si presta a molteplici interpretazioni. La più ovvia, ma anche la meno perspicua, è che la compagine prodiana ha deluso coloro che da essa si attendevano in un anno miracoli e resurrezioni che, ovviamente, nessun esecutivo, specie se italiano, può assicurare. La meno indagata, ma anche la più conferente, è quella invece che fa appello alla profonda crisi di rigetto della politica sempre più diffusa nel corpo elettorale nazionale.
Per questo secondo filone di pensiero, la sinistra perde perché avrebbe perso la sua diversità, ossia quella distanza dai trogoli fetidi nei quali da sempre una certa politica italiana ama immergere le proprie fauci voraci. Per decenni, al di là delle barriere ideologiche, alla sinistra d’opposizione ed ai suoi leader è stata riconosciuta anche dagli avversari una intransigenza etica che la differenziava in positivo da altre formazioni più aduse, per la maggior confidenza col potere, ad utilizzare la politica per scopi tutt’altro che nobili ed altruistici.
Il primo colpo di piccone a questa concezione agiografica del politico di sinistra la diede il PSI nenniano quando, entrato nei primi anni sessanta nelle coalizioni governative, vide scemare la sua reputazione (“ il partito dei galantuomini”) e quella dei suoi rappresentanti parallelamente alla progressiva infiltrazione degli affiliati nei gangli della macchina amministrativa locale e nazionale.
Rimasto solo a cassandrare per il Paese sventure e cataclismi a causa della spigliata malandrineria dei troppi ladri di Stato che pascevano beati nei prati della cosa pubblica , l’ex PCI , dopo gli sconvolgimenti degli anni novanta e l’ingresso in pompa magna tra i partiti di governo, si è trovato alla fine a dover affrontare i medesimi problemi d’immagine e di credibilità dei cugini socialisti, perché è indubitabile che, anche al centro-nord, attualmente parecchi dei suoi funzionari ed amministratori non hanno, verso la questione morale, le stesse fermezze di un Enrico Berlinguer.
Se a questo, poi, aggiungiamo l’alluvionale esondazione delle spese della politica che negli ultimi anni ha portato l’Italia a sperperare un oceano di denaro statale per alimentare le brame insaziabili di una classe di pubblici servitori tanto inane quanto lautamente foraggiata, l’affresco che ne vien fuori è quello di un Paese ormai disilluso e inacerbito, che rigetta in toto i suoi ceti dirigenti e non ne tollera più privilegi e prerogative drammaticamente stridenti con la spaventosa situazione dei conti pubblici e dei bilanci familiari.
Chi paga, in questi casi, è soprattutto la politica di centro-sinistra, per l’aspettativa elevata che ripongono in essa i suoi elettori e per la particolare sensibilità degli stessi sul tema della morale applicata alla politica. Il governo Prodi, pertanto, sconta per ora un calo di consensi che è conseguenza della sua scarsa percezione, nonostante i moniti dalemiani, dei rapporti oggi esistenti in Italia tra politica e società civile: la prima impegolata nelle sue sterili beghe e nella difesa ad oltranza delle sue rendite; la seconda dibattuta tra le mille idre della sua periclitante quotidianità.
La politica che diventa casta, come brillantemente eviscerato nel libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, perde inevitabilmente il contatto con i problemi della gente comune e la gente comune, nei Paesi a democrazia rappresentativa, si vendica nel segreto dell’urna o mancando volontariamente l’appuntamento elettorale.
E’ quanto sembra essere accaduto domenica 27 e lunedì 28 maggio. La bocciatura dei candidati di centro-sinistra, infatti, non va letta come un premio ai candidati dell’opposto schieramento, perché la condanna popolare del malcostume e dello spreco oggi colpisce indifferentemente a destra come a sinistra. Se il ministro Lunardi o il Cavaliere, per rifarci sempre al libro di Stella e Rizzo, hanno approfittato empiamente dei loro incarichi di governo per ingrassare ulteriormente i propri conti personali e quelli degli amici attraverso l’affidamento a società create ad arte di commesse pubbliche del valore di milioni di euro, non da meno è stato quel questore rifondino che, nel silenzio generale, ha consentito ad uno speculatore romano di dragare cifre spropositate dal bilancio della Camera grazie all’affitto di due edifici della capitale da destinare ad uffici dei parlamentari. E non da meno è stato Pecoraro Scanio quando ha utilizzato uno dei sontuosi aerei della flotta governativa per trasportare gratuitamente la sua augusta persona e un nutrito manipolo di giornalisti compiacenti ad un convegno a Nairobi
Basta, poi, allontanarsi da Roma e immergersi nella variegata galassia delle realtà locali, regionali o comunali, per accorgersi del livello insostenibile di incoscienza e superficialità, non si sa quanto inconsapevoli o volute, che gli amministratori oggi esibiscono nella gestione delle casse pubbliche: incarichi esterni affidati a iosa, spesso per ragioni risibili e a persone dai curricula imbarazzanti, appalti distribuiti allegramente a imprenditori e società affettuosamente vicini agli uomini di potere ed ai loro partiti, indennità astronomiche generosamente attribuite per l’espletamento di funzioni pubbliche presso enti, consorzi, comunità montane, agenzie, fondazioni e consigli di circoscrizione (ossia presso organismi i cui componenti, una volta, spesso ci rimettevano di tasca propria) e via discorrendo
L’elenco potrebbe continuare all’infinito così come gli esempi che inchiodano i politici, di destra e di sinistra, alle loro gravissime responsabilità di dissipatori inveterati del pubblico denaro.
Ma l'imponente schiera di porfirogeniti, cartulari, catapani, esarchi, igumeni, logoteti e protonotari che formano, insieme alla colorita ecclesia di nobilotti e dignitari di piccolo cabotaggio, la sfarzosa corte bizantina della politica italiana contemporanea, sovrasta oggi una massa di sudditi i cui tenori di vita si sono paurosamente abbassati dopo l’ingresso dell’Italia nel sistema della moneta unica europea. Ciò rende ancor più stridente il contrasto tra il lusso da maragià dei capi e la dolorosa inopia della plebe, tornata dopo secoli a potersi appellare tale dopo un periodo nel quale sembrava che tutti, dall’operaio metalmeccanico al professore di liceo, potessero fregiarsi orgogliosamente dell’altisonante titolo di ceto medio.
E’ impossibile non rilevare, allora, come le risposte balbettanti o contraddittorie date finora dal governo di centro-sinistra ai problemi di sussistenza della gran parte dei cittadini nonché alle loro legittime rogazioni in tema di sicurezza, controllo dei flussi migratori, diminuzione della pressione fiscale, qualità e costi della politica e dei servizi pubblici etc., abbiano svolto un ruolo determinante nel mezzo insuccesso riportato alle amministrative, con un impatto aggravato proprio dalla circostanza che si è trattato di risposte provenienti da politici privilegiati e non da ministri e parlamentari col cappotto di lana rivoltato, come ai bei tempi che furono.
A parte ciò, comunque, il bilancio di un anno di governo Prodi risulta obiettivamente tutt’altro che esaltante, sia per la continua rissosità interna, sia per gli autogol che certi provvedimenti hanno segnato nella porta ulivista. Tre, in particolare:
1) le liberalizzazioni di Bersani, presentate come la panacea di tutti i mali e ridottesi poi ad una congerie confusa di precetti che si limitano a intaccare le modeste rendite di posizione di professioni già di per sé fortemente marginalizzate nell’organigramma della ricchezza nazionale, senza effettivi benefici per i consumatori e con un inutile aggravio di costi e burocrazia per alcune fasce di cittadini (pensiamo, nelle zone rurali, all’imposizione del conto corrente a quei piccoli proprietari terrieri che chiedono contributi per le colture olivicole);
2) l’indulto (forse il più clamoroso degli autogol), che ha infastidito una largo numero di simpatizzanti di centro-sinistra, i quali anzi da tempo chiedono a gran voce (checché ne pensi una certa sinistra alternativa) una maggiore severità delle istituzioni nella repressione dei reati e nel rispetto del principio di certezza della pena;
3) la legge finanziaria, che se ha apportato qualche lieve beneficio nelle tasche dei poverissimi, ha ingiustamente penalizzato quei milioni di contribuenti oggi invischiati anch’essi fino al collo nel pantano del caro-vita, a dispetto della relativa tranquillità economica di cui potevano vantarsi fino a pochi anni addietro. Senza scordare, poi, la beffa del tetto agli stipendi dei manager ed altre amenità del genere.
Il tempo per recuperare c’è, ma è necessario che l’attuale esecutivo adotti una linea univoca nella conduzione della nave Italia, senza farsi irretire né dalle sirene massimaliste della sua ala sinistra, né dal liberismo di quella destra. Il primo obiettivo improcrastinabile non è di natura contabile, come vorrebbe Padoa Schioppa, ma sociale: il recupero del potere d’acquisto delle famiglie. Il secondo obiettivo è strategico: eliminare o ridurre il più possibile gli sciali del pianeta della politica e dei suoi troppi satelliti. Il terzo è etico: restituire al mondo del lavoro quella dignità e quei diritti conculcati dalle (contro) riforme del 2003; riaffermare la centralità dello Stato e il rispetto delle sue leggi, attraverso norme e atti concreti che riportino il tasso di illegalità entro una cornice di fisiologica sostenibilità; avviare il risanamento meritocratico della scuola (il 98% di promossi è percentuale metafisica, prima ancora che indecente) e della pubblica amministrazione, oggi oberata da battaglioni di dirigenti, funzionari e semplici “policarpi” allegramente saltati a bordo grazie alle buone aderenze (politiche o burocratiche) e muniti dalle stesse di una solida corazzatura che consente loro carriere fulminanti a scapito dei capaci e meritevoli.
Sono tre obiettivi difficili da raggiungere, non fosse altro per la divergenza di opinioni e soluzioni che agita l’arengo prodiano, ma sono anche i tre obiettivi minimali per tentare di ricostituire un rapporto fecondo con l’opinione pubblica. L’alternativa sarebbe lasciarsi andare ad una mediocre navigazione a vista, in attesa del prossimo giro di boa. Il quale, però, potrebbe trovare in testa alla gara, filante veloce verso il traguardo, o il redivivo mago di Arcore, immemore di tutti i disastri da lui provocati in cinque anni di residenza a Palazzo Chigi, o un salvifico uomo forte, magari espressione (come lo fu nel 22 Mussolini) delle cattedrali economiche e finanziarie nazionali, come il sermone appassionato di Montezemolo indurrebbe malevolmente a supporre...
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Maggio 2022

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