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francesco61dgl2 più di un mese fa

Il secolare dilemma tra cultura e censura: il caso Gergiev

 

Chi pensava che dopo l’omicidio del filosofo Giovanni Gentile,  giustiziato da partigiani dei G.A.P. nel  1944 per la sua “consustanzialità” col fascismo - di cui è stato un importante teorico ed esponente di governo -   fosse  ormai chiara a tutti nel nostro Paese la distinzione, quando si giudicano illustri esponenti della cultura vicini a regimi politici autocratici, dell’intellettuale dal simpatizzante, si sarà dovuto ricredere dopo le virulente e sdegnate prese di posizione contro l’ invito fatto dal Presidente della Campania De Luca al Direttore d’orchestra Gergiev , grande musicista ma anche grande amico di Vladimir Putin.

Gentile pagò con la vita le sue aderenze incondizionate alle scellerate politiche mussoliniane ma chi lo assassinò avrebbe dovuto mettere sul piatto della bilancia, prima di privare l’Italia di un tale pensatore di altissimo livello, le sue responsabilità nell’appoggio al regime fascista e i suoi meriti.   

Questi ultimi furono obiettivamente enormi: padre del neoidealismo italiano, cofondatore dell’Enciclopedia Treccani, Presidente dell’Accademia dei Lincei, autore di numerosi trattati e ispiratore di una importante riforma della scuola che porta il suo nome e che ancor oggi da molti - compresi intellettuali di area marxista come Diego Fusaro - viene ritenuta superiore a quelle succedutesi nell’Italia del dopoguerra, Giovanni Gentile fu l’ultima, grande espressione della scuola filosofica italiana, che dopo di lui non ha prodotto personalità della medesima statura intellettuale.

Prova ne sia che, consapevole di ciò, il CLN all’epoca, con l’eccezione dei comunisti, condannò senza mezzi termini il suo assassinio, nella convinzione che i G.A.P. della Toscana, uccidendo il filosofo siciliano, avessero privato la Nazione di un personaggio dalle virtù culturali infinitamente superiori alle sue mende ideologiche.

Le medesime dinamiche si stanno replicando col maestro Gergiev (per fortuna senza pallottole): il musicista non ha ucciso nessuno, non ha torturato o bombardato nessuno e  nessuno ha spedito nelle carceri e nei gulag del dittatore russo, eppure dovremmo privarci del piacere di ascoltare, nella splendida cornice della Reggia di Caserta, una orchestra diretta da un gigante della musica classica come lui perché lo berciano le Picierno e i suoi ascari.

Ragionando come costoro ragionano, a questo punto perché non ostracizzare anche gli scritti e la memoria stessa di un colosso della drammaturgia come Luigi Pirandello, grande adoratore del fascismo e di Mussolini? Pirandello fu un convinto assertore della dittatura fascista e non nutrì mai il  benché minimo  dubbio sulle bontà delle politiche e delle scelte del Duce. Per averne conferma basta consultare le biografie dedicategli dagli studiosi nel corso degli anni, prime tra tutte quelle di due suoi conterranei: “Il gioco delle parti” di Matteo Collura e la "Biografia del figlio cambiato" di  Andrea Camilleri.

Pirandello a parte, la Storia poi è piena di poeti, scrittori, filosofi e artisti amici e consiglieri di dittatori, tanto da poter ritenere a ragione che se si volessero condannare all'oblio i loro nomi, enciclopedie, monografie e  manuali scolastici subirebbero una drastica cura dimagrante. 

Una democrazia matura separa le  opinioni e le simpatie politiche dell’intellighentia dal giudizio sulla statura e sulle opere dei suoi protagonisti. Ma nel Belpaese è lezione che dobbiamo ancora mandare a memoria...

 

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francesco61dgl2 più di un mese fa

L'ARCHIVIO DELLE RECENSIONI

 
 
E se i vangeli altro non fossero che l’instrumenta regni adoperato dall’impero romano per ammansire le turbolente popolazioni della Palestina? Domanda stuzzicante quanto blasfema, almeno  per un credente. Eppure  Furio Bressanutti su un presupposto così scabroso ci ha costruito una storia intrigante come un giallo e affascinante come un’indagine storiografica, Il manoscritto di Tolosa. Un libro sfalsato innanzitutto su due livelli- quello del narratore e quello dei due protagonisti principali - perfettamente bilanciati nell’architettura del romanzo.
Il narratore  è un bibliotecario vaticano che trova, nel corso del suo lavoro, un fascicolo zeppo di lettere e documenti risalente alla fine degli anni settanta. Il suo primo istinto è quello di restituirlo definitivamente all’oblio dello scaffale, ritenendolo di scarsa importanza, ma la lettura distratta di una nota scritta da un cardinale italiano nel lontano 1959 accende la sua curiosità. In quella nota il cardinale accenna ad un incontro con un suo collega tedesco che gli ha lasciato una pessima impressione.
Quasi vent’anni dopo, alla vigilia della morte del Papa in carica, gravemente ammalato,  i due cardinali si ritroveranno su fronti opposti nella lotta per la successione e per raggiungere il loro scopo non esiteranno a servirsi di un giovane ed inconsapevole studioso di sacre scritture da poco giunto in Vaticano per completare delle ricerche sul vangelo apocrifo di Tommaso.
Julius Neinei, questo il nome dello studioso, verrà così coinvolto sempre più nelle trame diaboliche ordite soprattutto dal cardinale italiano, degno erede dei pontefici e dei porporati rinascimentali, di cui replica, grazie al fisico corpulento, anche fattezze solenni e movenze aggraziate. L’altro, il tedesco, è il suo esatto opposto, persino fisicamente: tanto è pingue e composto il primo, quanto è magro e ieratico il secondo, viso smunto e occhi febbricitanti; tanto è imponente e calmo il primo, che ci si immagina con un bel faccione alla Leone X , quanto è irrequieto e irascibile il secondo, una sorta di moderno Savonarola che vede il peccato e il peccatore dietro ogni porta e ogni finestra.
In questo gioco al massacro,  spietato e al contempo incruento come solo i conflitti che si accendono dentro le ovattate stanze pontificie sanno essere, a Neinei viene volutamente offerta la visione di un documento rivoluzionario, che testimonierebbe di un’apparizione della Madonna nell’Occitania  catara del 1273.
Il Manoscritto è un romanzo dai toni cupi, claustrofobici, che immerge mirabilmente il lettore nell’atmosfera silenziosa e rarefatta dei palazzi vaticani. Palazzi enormi, riccamente decorati e affrescati, e sale di studio e lettura dalle pareti colme fino al soffitto di rarità bibliografiche di inestimabile valore. Stanze e corridoi dove un silenzio assoluto, talvolta angosciante, è rotto soltanto dal raro scalpiccio dei passi frettolosi di funzionari e sacerdoti indaffarati o da quelli lenti, gravi, cadenzati di presuli e dignitari appartenenti ai piani nobili della gerarchia vaticana.
Prigioniero di questo universo privilegiato di cose e persone che pare fluttuare in una dimensione spazio-temporale esterna ed estranea  a quella dei comuni mortali, Neinei precipita sempre più nello smarrimento provocatogli da rivelazioni  che per lui, cattolico devoto,equivalgono alla perdita di tutte le certezze.
Ma forse il pregio maggiore del Manoscritto di Tolosa non sta né nella trama, pur originalissima e  ottimamente strutturata, né nell’accurata ed impietosa radiografia psicologica dei personaggi, quanto nell’impressione che i rimandi storici alla vicenda di fantasia possano contenere alcuni nuclei di verità. Bressanutti , tra l’altro, è un esperto della materia e troppo dettagliate sono le fonti che cita e gli episodi che riporta per credere che il tutto sia frutto della sua fervida immaginazione. Conviene però  pensare che egli abbia  tratto da materiale debitamente documentato conclusioni affatto prive di serio conforto scientifico, perché se così non fosse  lo sconcerto di Neinei   potrebbe diventare quello di noi tutti, a prescindere dalla nostra appartenenza o meno alla fede cristiana.
 
 
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francesco61dgl2 più di un mese fa

L'ARCHIVIO DEGLI ARTICOLI

Gennaio 2017

Ci voleva un comunista

“Adda veni’ baffone” era l’invocazione con la quale il proletariato italiano degli anni cinquanta impetrava la realizzazione di una tra le più fosche (per qualcun altro) e note profezie attribuite a Don Bosco: l’arrivo in Italia dei cosacchi di Stalin, che avrebbero abbeverato i propri cavalli alle fontane di Roma. Ignari dei milioni di morti che il “Piccolo padre” sovietico teneva sulla coscienza, operai e contadini di una Penisola sulla cui pelle bruciavano ancora le ferite e le miserie della guerra, all’epoca ne auspicarono, infatti, la presa del potere perché ritenuta l’ unico lenitivo alle loro disagiate condizioni di vita.

Baffone non è mai arrivato (per fortuna…) e il PCI ha conosciuto l’ebbrezza del potere (quello vero) soltanto nel momento in cui, dopo la caduta dell’URSS, l’allora segretario Achille Occhetto ne decretò la morte e la contestuale resurrezione in salsa socialdemocratica. Ma un comunista è un comunista e rimane tale, nel bene e nel male, anche dopo aver saccheggiato tutto il variegato guardaroba del trasformismo politico. E’ proprio delle ideologie forti marchiare a fuoco (idealmente) i propri adepti, i quali anche se nel tempo mutano opinioni, ammorbidendole o contaminandole, mantengono quasi sempre al fondo un nucleo inscalfibile di orientamenti e visioni della vita su cui nessun cambio di casacca potrà mai incidere.

Confesso che è stato questo il primo pensiero che mi è venuto in mente nel momento in cui, dopo il cambio della guardia al Viminale, il democristiano Alfano ha lasciato il posto al comunista Minniti (uso volutamente questi due disusati aggettivi) e quest’ultimo ha esordito sulla panchina scottante degli Interni ricordandosi e ricordando a tutti che la sicurezza non ha colore politico e che la legge italiana (abito che non si può indossare solo quando ci fa comodo) distingue tra profughi (beneficiari del diritto d’asilo) e migranti economici, i quali ultimi vanno soccorsi (se necessario) e poi rimandati indietro.
Parole sacrosante e abbiamo dovuto aspettare un comunista – dopo anni di ubriacature immigrazioniste senzaseesenzama e una copiosa produzione normativa tesa a non far fare un giorno di detenzione a chi delinque – per sentircelo dire. Ma questo è accaduto perché Minniti è un comunista – comunista, seppur candeggiato in acque laburiste, non un anarco-comunista e tanto meno un catto-comunista, ossia due “categorie dello spirito” che negli ultimi anni hanno fagocitato la gauche italiana occupando tutti i piani dell’edificio progressista, sia a livello di uomini politici che di giornalisti, intellettuali o semplici attivisti. Oggi la sinistra italiana - da quella cd. moderata a quella cd. Antagonista - è una sinistra che sa poco o nulla di Marx e tutto di Don Milani e Papa Francesco. E questo non è normale: Don Milani, la cui grandezza – sia chiaro – nessuno qui vuol mettere in discussione, è pur sempre una emanazione del mondo ecclesiale nella sua più ampia accezione, così come Papa Francesco; Marx,  Proudhon e gli altri padri nobili del comunismo e del socialismo internazionali sono un’altra cosa.
Tralasciando il confronto con l’anarchismo libertario, dove le differenze in teoria dovrebbero essere siderali, i punti di contatto, pur numerosi, tra la dottrina sociale della Chiesa o il pauperismo cristiano in genere e il movimento dei lavoratori non sono obiettivamente sufficienti a giustificare la fusione così profonda avvenuta in questi anni tra due realtà che in alcuni settori – come appunto la sicurezza o l’accoglienza – dovevano restare rigorosamente distanti, diverse essendo le responsabilità dell’una (religiose) e dell’altra (politiche) e di conseguenza anche i fini perseguiti: per la Chiesa, un perdonismo (per chi si macchia di reati) che non ammette contropartite o una mistica dell’ ospitalità (verso il pellegrino) che – necessariamente, dal punto di vista della fede - prescinde dalle ragioni (economiche o meno) del peregrinare dell’ospite; per la politica di sinistra, nel primo caso l’emenda inscindibilmente legata al recupero (differenza, questa, sostanziale tra le due declinazioni della sicurezza, quella di destra e quella di sinistra) e nel secondo caso una accoglienza che inevitabilmente non può essere disgiunta dalla sua compatibilità con i numeri, le motivazioni, i comportamenti, la volontà di integrarsi di chi approda nel nostro Paese.

E’ una precisa responsabilità dei gruppi di protesta giovanili post –sessantottini aver innestato nel corpo dei partiti dei lavoratori segmenti di DNA, se non proprio incompatibili, quanto meno in astratto difficilmente conciliabili con la loro natura. Tant’è che il PCI di quegli anni mantenne sempre un atteggiamento profondamente ostile nei loro confronti [1] , così come nei confronti dei piccoli partiti sorti alla sua sinistra, più permeabili agli apporti della cultura cattolica e di quella liberale. Ma dopo il 1989, proprio gli esponenti di quei gruppi e di quei partiti sostituirono lentamente la classe dirigente dell’ormai ex Pci, portando dentro quel partito e dentro la sinistra in genere anche un universo valoriale leggermente diverso, su certe tematiche, da quello nativo delle forze politiche in questione. Il “matrimonio” con i cattolici delle correnti di sinistra della Dc ha fatto il resto.

Risale pertanto a tale fase delle vicende politiche nazionali e internazionali quella deriva neoliberista della socialdemocrazia europea che il PD in Italia ora cerca di celare dietro lo scaltro paravento di un rinnovato vigore sul fronte delle unioni civili (a rigore, un cavallo di battaglia del liberalismo) e di una disponibilità illimitata all’accoglienza dei migranti africani (a rigore, un cavallo di battaglia del volontariato cattolico), in ciò (ma solo in ciò) in pieno accordo con i partiti alla sua sinistra, ormai avvinti come l’edera in un connubio tanto entusiasta quanto poco coerente con radicali e conferenza episcopale.
Ma certe mutazioni genetiche come quelle sfociate, in Italia, con l’approvazione del job act e lo svuotamento dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori (per non parlare della claque appassionata di Confindustria e potentati economico-finanziari dietro ogni peto del governo Renzi), in tandem con gli inevitabili conflitti tra poveri accesi da una gestione esclusivamente emotiva dei fenomeni migratori, sostanzialmente focalizzata solo sulla fase del soccorso umanitario, a lungo andare rischiano di provocare in molte realtà geografiche piccole e grandi del nostro Paese un pericoloso travaso di voti dalla sinistra (radicale o riformista che sia) alla destra lepenista di Salvini, che non a caso sfoggia da tempo opinioni “socialiste” in tema di lavoro e di diritti dei lavoratori (gli attacchi alla legge Fornero, l’adesione ai referendum della CGIL per l’abolizione del job act ecc.), abbinate alla scoperta di una inedita – per la Lega – vocazione nazionale e al sempiterno refrain contro stranieri e malvivenza spicciola (ladri, rapinatori, piccoli spacciatori ecc.).
Infatti, contrariamente a tanti soloni della sinistra culturale e ad altrettanti tromboni di quella politica usi a trascorrere le loro giornate beatamente sdraiati sulle nuvole, Salvini ha capito che una larga fetta di elettori di sinistra desidera con uguale intensità il ripristino dell’art. 18, il contenimento dell’immigrazione (o quanto meno un approccio oculato e attento al problema che tenga conto di molteplici fattori, ad iniziare dalla conoscenza della personalità e delle intenzioni di chi entra nel nostro Paese) e un deciso cambiamento di rotta sul fronte della lotta al degrado, all’ inciviltà e ai reati di cd. allarme sociale come i furti in appartamento; fenomeno questo che ha raggiunto negli ultimi anni dimensioni davvero preoccupanti, con borghi di poche centinaia di anime fino a poco tempo addietro immuni da qualsiasi tipo di criminalità e oggi invece letteralmente assediati da bande organizzate di malfattori (italiani e stranieri) che “visitano” puntualmente e talvolta ripetutamente le loro case, certi della sostanziale impunità delle proprie condotte, visto che per i giudici ripulire un appartamento e far precipitare nel dramma famiglie che magari con grande fatica l’avevano arredato, non è un illecito penale meritevole d’attenzione e di risposte severe da parte dell’ordinamento.
Le famiglie italiane però la pensano diversamente, così come diversamente la pensano su centri d’accoglienza stracolmi collocati in paesi piccoli e piccolissimi e sulle conseguenze poco gradevoli in termini di decoro urbano e qualità della vita che un afflusso indiscriminato di stranieri nullatenenti (inevitabilmente disposti, tra l’altro, a una spietata concorrenza salariale con gli anelli più deboli del mondo del lavoro, per il sollazzo del padronato) può determinare e sta determinando in parecchie città italiane, piccole o grandi che siano. Salvini tutto questo lo sa bene e ci marcia, conscio che l’insistere ossessivamente su questi temi potrebbe procurargli in futuro lusinghieri risultati in termini di consenso elettorale. Non ingannino, da questo punto di vista, i sondaggi che danno la Lega inchiodata al 12- 13 per cento: chi risponde ai sondaggi spesso si vergogna di ammettere che condivide le idee di politici considerati “impresentabili” come il leader leghista. La vicenda di Trump insegna.
La sinistra invece finora si è stoltamente baloccata sulla questione aggrappandosi a quattro narrazioni, per usare un linguaggio caro a Niki Vendola: quella dell’immigrato che ci paga le pensioni e innalza il PIL, immemore che questo genere di immigrato è quello munito di un regolare permesso di soggiorno e il cui ingresso in Italia è da anni ormai impedito dall’emergenza dei barconi; quella dell’accoglienza diffusa, ossia della distribuzione di piccoli nuclei di immigrati in ciascuno degli ottomila comuni della Penisola, immemore che senza una decisa diminuzione degli sbarchi la percentuale di immigrati per comune, oggi fissata in 2,5 unità ogni 1.000 abitanti, nel giro di poco tempo schizzerebbe alle stelle; quella – sublime – della “paura percepita” e sparsa a piene mani tra la popolazione dalla malafede di certi organi di informazione, immemore che basterebbe scendere per una volta dalla ionosfera e interpellare direttamente in strada i cittadini per rendersi conto che di percepito in giro c’è ben poco e, infine, il sempiterno mantra: “è la povertà la madre delle ruberie”, affermazione apodittica che collide clamorosamente con organizzazione, professionalità, personalità, precedenti e tenore di vita di chi oggi è dedito a tempo pieno, ad esempio, al disonesto mestiere di svaligiare le case altrui.

L’esito del referendum, insieme alla sostituzione dell’inquilino del Viminale e alle prese di posizione del commissario europeo all’immigrazione (secondo il quale l’80 per cento dei migranti che arrivano in Italia non sono profughi: una roba che sa tanto di scoperta dell’acqua calda…) paiono tuttavia il segnale di una svolta, anche se non si sa quanto duratura ed efficace. La verità – comunisti o non comunisti- è che forse i vertici del partito democratico a trazione renziana hanno preso atto del peso avuto, nell’esito del disastroso (per il PD) referendum di dicembre, proprio dall’insofferenza di parecchi elettori progressisti verso la filosofia adottata dall’ex premier, un po’ per mentalità (boy scout e cattolico per giunta) e un po’ per calcolo (accoglienza in cambio di condiscendenza comunitaria sui conti italiani), nell’affrontare certe questioni particolarmente scottanti. Da qui il cambio di passo di Minniti : contatti coi Paesi di provenienza per facilitare il rimpatrio degli irregolari, ripristino e aumento dei CIE, con buona pace degli strepiti della sinistra metafisica.

Chi come il sottoscritto, da sinistra e per la salvaguardia della sinistra stessa, questo cambio di passo lo auspicava da tempo non può che esserne soddisfatto, quantunque scettico sulla reale capacità dell’esecutivo di portare a termine la missione, soprattutto per quel che concerne la concreta utilità dei CIE, istituzione che in passato si è sovente rivelata del tutto inutile: nei CIE la permanenza è attualmente limitata per legge, dal punto di vista dei soggetti, a una quota minoritaria di clandestini (i destinatari di espulsioni con accompagnamento coatto alla frontiera) e, dal punto di vista dei tempi, ad appena 3 mesi, alla scadenza dei quali se non s’è individuato il vettore, reperito i documenti o stretto accordi con il Paese d’origine del migrante, allo straniero viene consegnato un foglio di via accompagnato dalla calda raccomandazione di lasciare l’Italia entro tot giorni.  Il che equivale a dire “scusate, abbiamo scherzato”.

[1] A onor del vero, l’avversione del vecchio PCI nei confronti del   movimento  studentesco scaturì più che altro dall’esistenza, in seno ad esso, di un vivace dibattito interno che- quantunque spesso svilito da sloganismo, velleitarismo e furore ideologico- rappresentava comunque, per il monolitico partito di  Gramsci e Togliatti, una inammissibile ed eretica deviazione   dalla regola aurea del cd. centralismo democratico.

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francesco61dgl2 più di un mese fa

L' ARCHIVIO DELLE RECENSIONI

 

 

Ritrovare in libreria un autore come Andrea Vitali è , per chi scrive, come ritrovare un vecchio amore. E come in ogni vecchio amore che si rispetti, nei libri di Vitali l’innamorato ritrova pregi e difetti di cui aveva smarrito la memoria. Nei vecchi amori editoriali, come in quelli in carne ed ossa, non si cerca l’eccitazione dell’ignoto, il viaggio nella foresta vergine inesplorata, lo sconvolgimento ormonale per la novità che si annuncia gravida di piacevoli (o spiacevoli) sorprese. Si sa già quello che ci aspetta e questa certezza a volte può essere parecchio rassicurante, perché ognuno di noi, nella vita come nella letteratura, necessita in egual modo, a seconda del momento, del riparo che offrono le certezze e del sapore d’avventura che solo  le frontiere sconosciute possono dare.
Non sfugge ovviamente alla regola del “vecchio amore” neppure l’ultima “fatica” letteraria di Vitali, La leggenda del morto contento, un tuffo nella Bellano asburgica della prima metà dell’ottocento per un’ operazione che olezza intensamente, però,  di camillerismo spinto.
E qui già s’intravedono i primi difetti del “vecchio amore”, peraltro noti. Come Camilleri, anche Vitali scrive troppo e come Camilleri, il suo dioscuro meridionale, sembra vittima delle leggi impietose della grande editoria che vincola gli autori più redditizi con contratti-capestro,  costringendoli a sfornare un certo numero di libri all’anno a prescindere  dallo stato di salute della loro creatività. Insomma, lungo il confine sottile che corre tra uno scrittore prolifico (es.Simenon) e uno scrittore “schiavizzato”, si ha ormai la spiacevole sensazione che per Vitali e Camilleri si abbia a che fare con la seconda delle opzioni.
Ma se Camilleri finora se l’è cavata, più o meno,  diversificando generi e fondali d’ambientazione dei suoi ultimi lavori (con esiti comunque ugualmente discutibili, soprattutto se paragonati alla freschezza e alla intensità di libri  come La forma dell’acqua ),  il povero Vitali , saccheggiate  tutte le chiacchere di comari e le fole di paese del ventennio fascista e del primo dopoguerra, stavolta dà l’impressione di essersi dovuto arrampicare sugli specchi per accontentare i suoi aguzzini, partorendo una storia più soporifera e noiosa della predica di un pastore metodista.
Tutto ruota attorno ad un viaggio in barca, a caccia di bagordi nei borghi viciniori, compiuto da due  rampolli di famiglie benestanti in una torrida giornata di fine luglio del 1843. Viaggio finito tragicamente, perché nel bel mezzo della traversata si scatena, come talvolta capita sui grandi laghi lombardi, una spaventosa  ed imprevista tempesta di vento che rovescia la barca, uccide il figlio unico dell’uomo più ricco di Bellano e disperde il suo compagno, figlio di un ingegnere svizzero e ospite di un’altra famiglia altoborghese del posto.
Una tragedia come tante, quindi, a cui però ha assistito il sarto del paese, un povero cristo che, per sfuggire alle grinfie di una moglie bisbetica, all’ora di pranzo ogni tanto si rifugia nella solitudine del molo. Il sarto, tra l’altro, si diletta  di meteorologia e ha intuito, provando inutilmente ad avvisare alla partenza i due scavezzacollo, il prossimo mutare violento del tempo.
Ad un canovaccio che , come si può già intuire da queste scarne indicazioni, di suo non è dei più appetitosi , Vitali aggiunge anche una certa stanchezza che traspare evidente nel corso della lettura, non fosse altro per la fretta con cui liquida l’unica parte del romanzo che avrebbe potuto risollevarlo e che non stiamo qua a dire per non privare il lettore della sorpresa. Tutto il resto è effervescente e sapida descrizione dei soliti personaggi di paese-poveri e ricchi, umili e potenti- e dei loro vizi e vizietti. Qui Vitali dà, come al solito, il meglio di sé, dipingendo il consueto affresco collettivo di miserie e nobiltà che ricorda certi quadri del rinascimento fiammingo, impietosi nel disvelare il grottesco e il ridicolo dell’animo umano. Ma si avverte tangibilmente la mancanza di qualcosa, quel qualcosa che ha reso unici, presso gli affezionati lettori, libri come La figlia del Podestà, Olive comprese e Una finestra vistalago: manca il divertimento dello scrittore, quel piacere di raccontare che affiorava  nitido in altri romanzi e che sapeva trasformare la banalità in epica, la vita quotidiana di un modesto villaggio lacustre in un caleidoscopio esilarante di fatti e personaggi  dove la risata giunge  puntuale ad ogni paragrafo, spontanea e impossibile da trattenere.
Vitali ha un merito che nemmeno il più accanito  dei detrattori (e lui ne ha tanti tra i soloni della critica ufficiale)  potrà mai negargli: aver reso la sua Bellano un ombelico del mondo, un luogo marginalizzato dalla Storia che riesce ugualmente a far parlare di sé coi suoi prevosti, i suoi sindaci, i suoi marescialli, i suoi nullafacenti da osteria, le sue pettegole e micidiali beghine. Ma nella Leggenda si percepisce chiaramente come il grande burattinaio di queste originalissime maschere della commedia umana  stavolta nello spettacolo ci abbia messo solo il mestiere, lasciando mestamente a casa la passione.
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francesco61dgl2 più di un mese fa

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Maggio 2018

Se la libreria piange più della tasca

Osservazioni ad adiuvandum all’Amaca “classista” di Michele Serra

Credo che tutti i lettori assidui di Repubblica (ma non solo) conoscano l’Amaca di Michele Serra, ovverosia quella rubrica deliziosa che il noto scrittore e giornalista tiene da anni sul quotidiano romano e nella quale veicola, in brevi e icastici concetti, il proprio punto di vista sugli eventi politici o di costume del momento. Sono articoli di poche righe e pur tuttavia sempre estremamente chiari e incisivi. Merito questo dell’inconfondibile stile di Serra, al contempo piano e raffinato come nella migliore tradizione montanelliana. Tuttavia talvolta la necessaria sinteticità del testo, malgrado le indubbie capacità del autore, può ingenerare equivoci e dare la stura alla solita e stucchevole giostra di polemiche sia sui social (dannazione eterna a chi li ha inventati…) che su internet o sui giornali concorrenti.

E’ quello che puntualmente è accaduto dopo un’Amaca della scorsa settimana a proposito del commento di Serra, da molti giudicato classista, su un grave e deplorevole episodio di bullismo scolastico ai danni di un docente accaduto all’interno di un istituto tecnico di Lucca. Cosa ha mai detto Serra di tanto scandaloso da scatenare la solita gazzarra di insulti, derisioni e malevolenze? Ha detto una cosa sgradevole ma estremamente vera: purtroppo certe manifestazioni di inciviltà, per non dire altro, sono più frequenti tra gli studenti degli istituti tecnici e professionali che tra quelli dei licei. Il motivo? L’inopia economica e culturale delle categorie sociali di provenienza della maggior parte degli allievi del primo tipo di scuola, solitamente appartenenti a famiglie in cui scarseggiano soldi e congiuntivi.

Immediati i fulmini e le saette, dalle Alpi alle Piramidi e dal Manzanarre al Reno: Serra ottuso, Serra rimbambito, Serra altoborghese con le puzze al naso, per finire col sempiterno “Serra fascista”, un condimento buono per tutte le pietanze ed asperso in abbondanza alla minima occasione. Ovviamente giudizi del genere sono stati spadellati con generosità e nella loro espressione più rozza e truculenta soltanto nei famigerati social, luoghi dove gli onagri da tastiera, tra una forchettata e l’altra di biada, sfogano in assoluta libertà la propria idiozia compulsiva demolendo a colpi di villanie da taverna e rutto finale azioni, valori e persone (Umberto Eco Santo Subito). Dal canto loro, opinionisti e colleghi di Serra hanno invece espresso, com’era logico attendersi, critiche aspre ma ragionate e soprattutto consone agli insegnamenti di monsignor Della Casa. In entrambi i casi, tuttavia, la sostanza del messaggio è rimasta la stessa: sia gli uni che gli altri, imbevuti di quel donmilanismo da strapazzo che tanti guasti arreca da anni alla società e alla scuola italiane, non hanno capito che le riflessioni di Serra, oltre che rispecchianti in pieno quella che purtroppo è da tempo la realtà quotidiana di tante aule scolastiche, sono tutt’altro che classiste. Quello di Serra è, infatti, nient’altro che un enorme urlo di Munch, l’ urlo di rabbia e indignazione di un progressista erudito, cresciuto a pane e Gramsci (“studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza”), che osserva sgomento il fallimento di uno dei caposaldi valoriali per i quali si è speso e nei quali ha creduto: la diffusione del sapere, e specialmente di quello umanistico, tra le classi meno agiate quale volano di elevazione morale e materiale, fonte di riscatto e di eguaglianza sostanziale – quella che elimina gli ostacoli e offre a tutti le medesime possibilità di partenza (art. 3, comma secondo, Cost.) – strumento principe per la realizzazione di un modello di società improntato al rispetto dei precetti di legge e di civile convivenza.

C’è però nel (corretto) ragionamento di Serra anche la perpetuazione di un equivoco di fondo che nessun commentatore riesce mai a cogliere: oggigiorno le fasce sociali cosiddette inferiori spesso sono tali solo per un pregiudizio ottocentesco duro a morire. Mi spiego meglio: negli istituti tecnici e professionali ci troveremo più facilmente il figlio dell’operaio rispetto al figlio del cancelliere di tribunale, ma non è detto che il primo sia sempre economicamente più povero del secondo. Molto spesso la povertà è soltanto culturale, non economica. Ragion per cui il meccanico, l’artigiano o il negoziante con una situazione reddituale senza particolari patemi mandano la loro prole all’istituto tecnico perché latino, greco e storia per costoro son solo perdite di tempo o perché il ragazzo scrive ancora è verbo senza accento (e dunque, che liceo vuoi fargli fare?); mentre l’impiegato e il piccolo professionista, che di solito non navigano certo nell’oro, preferiscono che i figli comunque vadano al liceo perché danno più importanza alla formazione culturale che agli sbocchi occupazionali immediati.
Per capire che gli squilibri tra le famiglie d’origine di liceali e studenti dei tecnici sovente sono inesistenti o quasi (almeno all’apparenza), basterebbe osservare abbigliamento e accessori (smartphone, ciclomotori ecc.) degli adolescenti che frequentano i due indirizzi scolastici: praticamente identici. La disparità, dunque, non sta tanto nel portafogli quanto nelle biblioteche e casomai, per trovare i rampolli dei veri benestanti, bisognerebbe visitare – oggi come ieri – i licei privati di prestigio, non certo un Terenzio Mamiani qualsiasi. Di contro, i figli della gente veramente povera tuttora si fermano alle medie (l’obbligo scolastico fino ai 16 anni non è coperto da sanzione, il che, in un Paese come l’Italia, equivale a dire che non esiste…), soprattutto perché i costi dei libri di testo delle superiori-liceo o tecnico che sia- per le tasche dei loro genitori sono davvero proibitivi.

Se non comprendiamo questa fondamentale differenza rispetto all’epoca e alla scuola di Don Milani, non riusciremo mai a capire il perché dei bullismi e dei vandalismi dilaganti tra i giovani d’oggi. Quando le carenze sono soprattutto economiche, la rabbia dei giovani provenienti da realtà ambientali svantaggiate ha sempre ed essenzialmente un sostrato di protesta sociale; quando la stessa rabbia promana da studenti espressione di contesti familiari dal tenore di vita bene o male sereno, le cause sono più complesse e vanno cercate altrove, in special modo nel machismo (anche declinato al femminile) e nelle logiche da branco che dominano gli stadi e le periferie delle grandi città (ma questi comportamenti collettivi da tempo si sono espansi pure ai centri medi e piccoli), nell’aggressività elevata a imprescindibile cifra esistenziale individuale (pensiamo alle liti di condominio, oggi autentica piaga sociale e fino a pochi anni addietro fenomeno estremamente circoscritto) nonché nell’eccessivo risalto e nell’eccessivo seguito che hanno certi cattivi maestri televisivi (gli “eroi” di Gomorra, dica quello che vuole certa sociologia di larga manica, non saranno mai un innocuo intrattenimento e tantomeno un buon esempio): tutti fattori che inevitabilmente esercitano una maggiore presa tra chi ha una confidenza con le pagine di un buon libro inversamente proporzionale a quella che ha con playstation, discoteche e sale giochi.

Miscelate tutto questo con l’infimo livello di considerazione e autorevolezza di cui godono oggi i professori e con la pervicace convinzione di parecchi genitori di avere per figli dei cherubini dal rendimento scolastico bugiardo rispetto alle  eccelse qualità,  e avrete come risultato... Lucca.

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francesco61dgl2 più di un mese fa

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Ottobre 2017

 

Polvere di UE ( e di buon senso)

Domenica primo ottobre a Barcellona più che ad una rinascita, quella della nazione catalana, abbiamo assistito ad un funerale, quello dell’Unione Europea, perlomeno della sua versione post Maastricht e Lisbona. Questo lo hanno capito tutti ma pochi hanno il coraggio persino di bisbigliarlo.

Abbiamo sempre creduto, nel lato occidentale del vecchio Continente, che le pulsioni nazionalistiche e irredentistiche fossero ormai appannaggio quasi esclusivo dei Paesi slavi. Faccenda di sarmati e ostrogoti, insomma, di popoli ancora semibarbari o quasi (nell’immaginario di certa opinione pubblica occidentale) che non riescono ad affrancarsi dal fascino perverso dello scannamento reciproco, della sopraffazione del vicino, dell’ecatombe di chi è diverso da qualcun altro per religione, etnia o tribù.
Niente di più falso. In queste cose, l’Europa dell’Est ha semplicemente la febbre più alta di quella dell’Ovest. L’unica differenza, a parte la temperatura corporea, è che in Occidente la malattia cambia nome e si chiama sovranismo. La diversità non è solo terminologica, però: il nazionalismo è per sua natura aggressivo, parte dal presupposto che la propria nazione sia stata investita della missione divina di prevaricare gli altri, di sottometterli quando non, addirittura, di sterminarli; il sovranismo è un atteggiamento difensivo, rinasce quando comincia a serpeggiare tra i componenti di una comunità sovranazionale la paura che qualcosa o qualcuno voglia aggiogare il proprio Paese, metterne in pericolo l’integrità e privare gli organi di governo di poteri, attribuzioni e prerogative. Due stati d’animo collettivi diametralmente opposti, dunque, ma che fa comodo a qualcuno considerare omogenei nella genesi e nei fini.

In Francia, in Italia, in Grecia e in altre realtà europee dopo la crisi del 2008 e la scoperta dell’acqua calda,  ossia che a Bruxelles interessava (e interessa) principalmente la salute delle banche e del sistema finanziario più che quella dei cittadini, ciò che si è riaffacciato alla finestra della Storia è il sovranismo, non il nazionalismo. L’esempio più lampante è stato quello della Lega di Salvini, che cogliendo la palla al balzo ha deposto ampolle, riti celtici e velleità secessioniste per abbracciare appassionatamente la causa del made in Italy, della difesa delle frontiere e dell’orgoglio nazionale, tant’è che ormai in via Bellerio manca solo lo sdoganamento del tricolore e dell’inno di Mameli.
La Catalogna è tuttavia, a mio avviso, un’altra cosa ancora rispetto a nazionalismi e sovranismi classici e i conestabili della UE questo non l’hanno capito, convinti che la voglia di indipendenza dei catalani fosse solo la folcloristica agitazione di alcuni emuli iberici di Bossi e co. Invece la questione catalana è da secoli una controversia istituzionale molto particolare e molto seria e solo chi reputa la conoscenza della Storia una categoria dello spirito buona solo per le citazioni dotte può sottostimarla o addirittura deriderla.

Giorni addietro è uscito un bell’articolo sul FQ che riassumeva i prodromi di quello che sta accadendo in queste ore. Si parte da Isabella e Ferdinando, dalla perdita di ricchezze e centralità dei possedimenti del secondo (tra cui la Catalogna) dovuta alla chiusura, agli inizi del XVI secolo, delle rotte mediterranee tradizionalmente battute dai commercianti catalani (peraltro con contestuale apertura e fortuna di quelle atlantiche, appannaggio dei castigliani) ma ormai infestate dai corsari turchi, fino ad arrivare agli orrori della guerra civile del 1936, che vide la Catalogna repubblicana e antifascista opporsi tenacemente al franchismo prima e alla dittatura poi. In mezzo, l’assedio e la caduta di Barcellona del 1714, alla fine della guerra di successione spagnola, quando la Catalogna fece un’altra scelta di campo coraggiosa e perdente, schierandosi con gli Asburgo in contrapposizione ai Borbone.

Come si può notare, siamo di fronte a risentimenti antichi mai sopiti e soprattutto estremamente diffusi tra la popolazione catalana. La risposta per tentare di lenire o sedare questo genere di situazioni, potenzialmente devastanti per la tenuta democratica di uno Stato, è solitamente e unicamente quella del dialogo. L’esecutivo guidato dal conservatore Rajoy ha scelto invece di rispondere nel modo più ottuso possibile, militarizzando la Catalogna, dando licenza di manganello contro cittadini inermi alla Guardia Civil e tutto questo per ottenere alla fine il risultato opposto a quello desiderato: oggi probabilmente se si potesse rivotare gli elettori catalani sarebbero molti di più dei 2,2 milioni che hanno votato domenica e il risultato finale a favore del sì ancora più schiacciante.
E l’Europa? “Silenzio assordante” scriverebbero i giornalisti professionisti, a parte un balbettio ad urne chiuse di Juncker che prova a salvare capra e cavoli, condannando sia l’indizione del referendum che le violenze poliziesche. Troppo poco, anzi pochissimo. Una Unione Europea che si intromette spesso e volentieri e senza alcun rossore nelle competenze degli Stati nazionali, non può poi tirarsi indietro quando in ballo, invece della lunghezza dei cetrioli e del diametro delle vongole, c’è il rischio che imploda uno tra i più importanti ed autorevoli (per storia, cultura ed economia) dei suoi membri.
Rilevo però in tutto questo anche una nota positiva. Per noi italiani poi, roba da non crederci. Ebbene sì: per una volta, lasciatemelo dire col petto gonfio di orgoglio patrio, l’Italia ha fatto la figura del gigante in mezzo ai nani. Non mi riferisco ai referendum autonomisti del prossimo 22 ottobre in Lombardia e Veneto, referendum consultivi conformi alla vigente Costituzione e tesi unicamente a chiedere maggiore autonomia a Roma. Mi riferisco ad un referendum – anch’esso, come quello catalano, del tutto arbitrario – indetto nel nord della Penisola nel 1996 dalla Lega secessionista di Bossi che vide la partecipazione al voto di quasi cinque milioni di persone, la maggioranza delle quali optò massicciamente per il divorzio dall’Italia.

Scesero i carrarmati in strada? Ci furono lanci di parà del Tuscania nei cieli di Milano, Venezia e Torino? Si videro reparti della Celere in tenuta antisommossa impegnati a cacciare a calci dai seggi i cittadini di quelle regioni? Volarono i Tornado sopra la Mole, Rialto e la Madonnina? Assolutamente no. Votarono tutti pacificamente e allegramente. Il giorno dopo, tutto come prima. Lo sapevano i leghisti e lo sapeva il governo nazionale. Il quale governo forse sapeva anche, per citare un tweet “ secessionista” che in questi giorni sta facendo furore sulla Rete, che quando negli scacchi si muove il Re, si è già persa la partita. L’opposto di quella coronata sarebbe la pedina del “buon senso”, merce che pare ancora reperibile nei nostri mercati. Altrove invece scarseggia parecchio.

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francesco61dgl2 più di un mese fa

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Premessa: mi giocherei la futura pensione  che noi italiani - Andreotti docet - sotto sotto amiamo tanto la Francia che ne vorremmo due...Questo articolo, pertanto, consideratelo pure la scoperta dell'acqua calda...😊

 

Luglio/Agosto 2017

Douce France

Chissà perché quando da noi si dice Francia, il pensiero corre subito a Napoleone. Forse perché bussò alle porte della Penisola vestendo i panni del liberatore e del modernizzatore e se ne andò indossando quelli del tiranno. La sua parabola italiana pertanto rappresentò la sintesi perfetta dell’atteggiamento tenuto per secoli dai cugini d’oltralpe nei confronti del nostro Paese e l’attuale padrone dell’Eliseo, tanto osannato dalle Cancellerie europee agli inizi del suo mandato quanto ora deplorato per l’uzzolo di grandeur che pare pervaderlo (l’entrata a piedi uniti nel ginepraio libico, la chiusura ermetica delle frontiere, i rimbrotti all’Italia per la gestione dei migranti, la minacciata nazionalizzazione dell’industria siderurgica per evitarne l’acquisto da parte di Finmeccanica), in fondo non starebbe facendo altro che perpetuare una lunga e consolidata tradizione.

La colpa però è nostra. Terra di conquista, saccheggio e confronto militare tra le potenze europee fin dalla fine del quattrocento, l’Italia chissà perché ha sempre avuto un occhio di riguardo nei confronti dell’imperialismo transalpino. Da un certo punto in poi della Storia, infatti, si ha l’impressione che i francesi siano diventati occupanti più simpatici e accettabili degli altri, malgrado che più degli altri fossero spesso tracotanti, brutali e razziatori. Il baubau per gli italiani erano casomai gli austriaci che,  nonostante il passo felpato nell’amministrazione dei loro possedimenti asburgici, scontavano il fatto di essere i discendenti di quei sovrani tedeschi che nel Medioevo avevano aspirato a fare dello Stivale la propria vasca da bagno, e gli insolenti spagnoli, che con i loro governatori avidi e spendaccioni dissugavano, specie al Sud, l’Italia e i suoi abitanti peggio di una carovana di vampiri in gita aziendale.

I francesi invece dai primi decenni del sedicesimo secolo in poi, ovvero dai tempi dello sfortunato Francesco I di Valois e della sua raffinata corte di intellettuali e artisti, alle nostre latitudini hanno goduto di una fama di gentili e colti messaggeri di progresso che mal si confà però con le spoliazioni sistematiche di beni e opere d’arte e con le rozze sopraffazioni e prepotenze che hanno in genere caratterizzato l’epoca delle loro dominazioni. Eppure nell’immaginario collettivo nazionale la Francia continua ad essere vista come la terra della libertà e del pensiero evoluto ed evolvente. Un modello irraggiungibile da imitare per l’Italietta dai mille ritardi e dalle mille imperfezioni.
La verità è che la Francia è tutto questo ma anche molto altro, un altro decisamente meno attraente per le nostre orecchie. La Francia è Voltaire e Moliere ma è anche, tanto per fare un esempio, il generale Alphonse Juin, quello delle marocchinate del 1944, ossia gli stupri di massa e le esecuzioni sommarie commessi dai goumier dell’esercito gollista nei confronti di donne, uomini e bambini della Valle del Liri. La Francia è libertè, egalitè, fraternitè, è Anatole France e Proust, è Monet e Poussin, ma anche una nazione in cui lo sciovinismo e le frenesie di grandezza tornano ciclicamente ad infettare larghi strati del mondo politico e dell’opinione pubblica con una virulenza degna delle epidemie di colera dell’Africa occidentale.

Per farla breve, un Macron prima o poi ce lo dovevamo aspettare e invece siamo rimasti sbalorditi come adolescenti imberbi davanti al primo nudo di donna. Prima di Macron in Italia avevamo due pregiudizi che l’elezione del rampante presidente francese ha prontamente provveduto a spazzar via: quello che i nostri nemici storici, gli odiatori costituzionali degli italiani, fossero i tedeschi e quello che i nostri amici storici fossero i francesi, nonostante le risapute e accanite rivalità in tema di calcio, moda, cucina e vini.
Niente di più inesatto. La Francia, dopo decine di conflitti sanguinosi che hanno devastato l’Europa e decimato i suoi abitanti, oggi con la Germania, sua grande rivale di sempre, ci cammina a braccetto. La notizia, che in altri momenti avremmo accolto con enorme favore, alla luce delle ultime sortite della presidenza francese vuol dire soltanto che il re di Parigi e la zarina di Berlino si sono accordati per la spartizione dell’Europa: al primo il mediterraneo, alla seconda le brume del nord.

 

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francesco61dgl2 più di un mese fa

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Premessa:credo  - opinione mia - che non pochi penseranno che il libro di cui tratta la mia recensione di oggi sia la versione letteraria di una fiction famosissima andata in onda un paio di anni fa su Netflix. Errore: è nato molto prima il libro. E che libro. E che scrittore...

 

 

 

 
Un libro come La regina degli scacchi dello scrittore americano Walter Tevis (autore anche de Lo spaccone e dell’Uomo che cadde sulla Terra) offre, a mio avviso, tre chiavi di lettura: è un omaggio alla genialità, vista come dote misteriosa e imperscrutabile che gratifica a suo piacimento alcuni esemplari del genere umano; un romanzo sugli scacchi e la testimonianza di  una caduta e di un riscatto.
Come libro sugli scacchi, diversamente da altri esempi del genere (pensiamo a quel delizioso e raffinato noir iberico che è La tavola fiamminga di Perez Reverte), Tevis propone al lettore una sfida: quella di appassionarsi alle partite di Beth Armon, la giovanissima protagonista, pur non conoscendo neppure l’abc del gioco.  E innegabilmente riesce nell’intento. Le gare continue ed estenuanti della ragazza per la sua scalata ai vertici scacchistici mondiali diventano così un passaggio obbligato ed atteso del romanzo, malgrado per molti le manovre sulla scacchiera di Beth e dei suoi avversari risultino del tutto incomprensibili. Ma il tono epico, da contesa mortale, che vi infonde Tevis fa passare in secondo piano l’astrusità delle mosse, facendo sì che gli incontri si seguano con lo stesso pathos con cui si assiste ad una battaglia o alla finale di un campionato del mondo di calcio. La scacchiera diventa in tal modo la continua prova del nove del fallimento o del successo di una persona, Beth, che avrebbe tutto, nell’America competitiva e perbenista dei primi anni sessanta, per essere classificata come un prodotto difettoso.
E’ orfana, donna, povera, bruttina e introversa e non possiede dunque la benché minima fideiussione  per il successo in società.  Non bastasse ciò, vive nella profonda provincia del Kentucky, lontana dalle grandi metropoli del sogno americano. Però Beth ha un dono di natura, scoperto in età infantile nell’istituto in cui è stata rinchiusa dopo la morte dei genitori: è un talento formidabile negli scacchi, gioco ritenuto fino ad allora prerogativa esclusiva dell’universo maschile. L’eccitante scoperta della propria preziosa diversità segna la lenta ma costante rincorsa di Beth verso la conquista dei santuari del gioco, dai campionati locali a quello continentale fino  all’apoteosi   in Russia, nazione considerata da sempre la culla degli scacchi, dove finalmente riesce a battere il campione mondiale in carica. Ma il suo non è certo un percorso scevro di difficoltà, dubbi,  sconfitte,  abbandoni, continue scommesse con se stessa. Beth ha un demone che la divora e che tante volte, nel corso della narrazione, rischierà di allontanarla dal suo obiettivo di diventare la prima donna campione del mondo di scacchi: beve e ingurgita tranquillanti. Beve, si impasticca e in fondo non sa neppure lei perché lo faccia, perché ad ogni nuovo, faticoso tassello sulla strada della gloria  l’alcolismo e le pillole si insinuino nella sua vita minacciando di mandarla definitivamente a rotoli.
Qui Tevis pare volerci ammonire sulla fragilità dell’uomo, sulla sua incapacità, sia esso genio o idiota, di gestire razionalmente la propria esistenza secondo regole rassicuranti, prefissate, conformi all’immagine  che proiettiamo all’esterno, a ciò che gli altri si aspettano da noi. C’è, insomma, un imponderabile dietro ogni essere umano che talvolta scompagina piani e prospettive, una pecca, nell’ingranaggio apparentemente perfetto della personalità, che ci fa scoprire nudi e indifesi davanti al mondo e ci ricorda continuamente quale pozzo di bassezze e di virtù possa convivere simultaneamente dentro di noi.
In tutto questo c’è ovviamente anche molto di autobiografico: Tevis è stato un alcolista e un intellettuale lacerato continuamente da incertezze e ripensamenti sul reale valore delle sue opere, prova ne sia che, ad onta del successo ottenuto con Lo spaccone, fu sorpreso da un giornalista a frequentare corsi di scrittura creativa. Come Beth Armon, si sforzò sempre di migliorarsi, non fidandosi dei doni di natura e rinunziando per anni a scrivere anche un solo rigo. Quando finalmente, nella prima metà degli anni settanta, sembrò aver fatto pace con se stesso e con la letteratura, una crudele malattia lo condusse alla morte appena cinquantaseienne.
 
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francesco61dgl2 più di un mese fa

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Nota: l' articolo di oggi può ritenerersi "ammuffito" per l'anno in cui lo scrissi, di certo non (purtroppo) per l'attualità del tema e per  i suoi contenuti.

 

Novembre 2017

Ho visto giocare Roberto Baggio

Io c’ero. Ero lì, davanti alla tv, fresco di laurea in legge e in compagnia di un padre che se ne sarebbe andato appena quattro mesi dopo, in una maledetta e piovosa sera di fine ottobre. Era l’anno dei mondiali, quelli delle notti magiche, e si giocava Italia-Cecoslovacchia (ebbene sì, ancora per poco ma c’era ancora la Cecoslovacchia). A metà del secondo tempo esordisce per l’Italia un ragazzino basso, smilzo e col codino. Piglia un pallone a centrocampo, triangola con un compagno e poi inizia a danzare, palla al piede, verso la porta avversaria. Salta un avversario, ne salta un altro, ne dribbla un altro ancora, tira e segna. Il tutto con grande leggerezza, come se stesse facendo la cosa più naturale del mondo. A casa lo guardiamo ipnotizzati, pensando di assistere ad una recita. Suvvia, è uno scherzo, si è messo d’accordo con gli avversari, non è possibile, per le leggi della fisica e per quelle del pallone, che tanti esperti marcantoni si possano irridere così, scartati come birilli da un ragazzino di appena 21 anni. Invece era tutto vero.
Quel ragazzo si chiamava Roberto Baggio, un giovanissimo talento regalo della profonda provincia veneta, e negli anni seguenti di magie come quelle ne avrebbe fatte molte altre, deliziando gli occhi del pubblico e le penne dei giornalisti sportivi. Agli adolescenti d’oggi, calcisticamente cresciuti a Neymar e Cristiano Ronaldo, il suo nome forse non dirà più nulla ma è stato uno degli ultimi prodotti di alta qualità, insieme a Pirlo, Totti e Del Piero, della tradizione calcistica italiana, quella che privilegiava i piedi buoni di bernardiniana memoria a scapito di centometristi e palestrati senz’anima e senza fantasia. Quelli li lasciavamo agli altri, soprattutto anglosassoni, scandinavi e teutonici, non foss’altro per il piacere di batterli puntualmente ogni volta che ci capitava di incontrarli.

Noi eravamo diversi, noi eravamo latini. Noi eravamo adoratori del Dio Estro e della Dea Inventiva. Noi aspiravamo ad essere, nel calcio, i sudamericani d’Europa.
Cos’è successo nel frattempo? Me lo chiedevo ieri sera mentre una nazionale con tanta buona volontà e pochissime idee si faceva ignominiosamente cacciare dal mondiale del prossimo anno da undici biondi e onesti (anche se piuttosto fallosi) operai svedesi della pedata. Fino a pochi anni fa, Italia-Svezia sarebbe stata una partita di tutto riposo: noi sapevamo che la loro fisicità e il loro gioco noioso e ripetitivo ci avrebbero creato qualche problema, loro sapevano che tuttavia alla fine il livello superiore del nostro gioco e dei nostri giocatori avrebbe avuto la meglio.

Da ora in poi, invece, Italia-Svezia sarà sinonimo di incubo, disastro epocale, tragedia nazionale. Ovviamente tutti eventi catastrofici riferiti al calcio, ossia ad un gioco, ma trattandosi dello sport più popolare, quello che spesso è chiamato a supplire – giusto o sbagliato che sia – ai fallimenti tricolore in altri e ben più importanti campi e che di fatto, a seconda dei casi, risolleva il morale dei cittadini o lo fa finire definitivamente sotto le scarpe, una mancata qualificazione ai campionati mondiali di calcio del 2018 (dopo ben 60 anni di partecipazioni ininterrotte), piaccia o meno non può essere sbrigativamente liquidata come un puro e semplice evento sportivo.

Preso atto di ciò, sarebbe pertanto il caso che la Caporetto di ieri sera diventi l’occasione per un’altra Vittorio Veneto, per voltare definitivamente pagina, per tornare a coltivare i vivai nazionali, per tornare a giocare come sappiamo giocare, senza provare a scimmiottare filosofie e metodi che non appartengono alla nostra storia calcistica.
Tanti puntano il dito sull’eccesso di stranieri, altri ribattono che pure altrove gli stranieri abbondano. La verità probabilmente sta nel mezzo: all’estero, al contrario che in Italia, fanno giocare molti stranieri ma tenendo sempre d’occhio e curando amorevolmente la “fauna” calcistica locale, specie quella giovanile. Invece noi, con italica insipienza, abbiamo subito buttato bambino e acqua sporca, al punto che attualmente nei nostri campionati quando una squadra schiera in campo più di due giocatori italiani, si grida al miracolo.
Altra moda deleteria invalsa da anni (perlomeno dalla metà degli anni novanta) e da abiurare senza tanti rimpianti sarebbe quella che ha rimosso dal Pantheon calcistico italiano la Dea Fantasia per sostituirla con il Dio Modulo. Da noi oggigiorno un dodicenne di una scuola calcio che tentasse un dribbling in allenamento, rischierebbe come minimo il solenne cazziatone dell’allenatore e l’esclusione dalla prima squadra per almeno due turni.

Se a tutte queste concause (l’eccesso di stranieri, l’idolatria per i tatticismi, il ripudio del talento dei singoli in nome della sacralità del collettivo ecc.) aggiungiamo pure l’assoluta inadeguatezza del commissario tecnico (il 4-2-4 contro la Spagna non si schiera nemmeno alla playstation e tenersi in panchina Insigne è un insulto alla decenza e all’intelligenza), il risultato finale è Svezia in paradiso e Italia al mare.

Sì, ho visto giocare Roberto Baggio, ma si trattava di un’altra storia, un’altra epoca e forse pure di un altro pianeta.

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francesco61dgl2 più di un mese fa

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Cosa c’è di più duro dell’acciaio? Forse nulla. Eppure in natura non esiste, è una lega, un composto di minerali creato dall’ansia dell’uomo. L’ansia di modificare la natura, plasmarla, inventarla, per sentirsi come Dio, per usurpare le prerogative di Dio.

Cosa c’è di più duro degli operai che quell’acciaio lo lavorano, lo piegano incandescente, lo forgiano per le necessità di trasporto e di utilizzo, ne fanno fili, tubi, cavi, pentole, piloni, barre, casseforti? E cosa c’è di più duro di un quartiere operaio, un alveare affacciato sul mare che gioca a fare Montecarlo con gli stracci appesi ai davanzali, con le urla e le liti nei ballatoi, le risse, il vociare dei bambini nei cortili e la puzza di cavoli e sudore che esce dalle porte e dalle finestre degli appartamenti? Cosa c’è di più duro di un mondo che sa di aver perso prima ancora che cominci la partita? Un mondo di schiene spaccate negli altiforni, bollette e affitti che sedimentano nei cassetti,  mogli  e tappezzerie consunte e rattoppate, figlie adolescenti che sculettano per la via divorate dagli sguardi dei maschi e convinte di potersi scansare il destino delle madri, giovani spersi dietro tirate di coca e figa a poco prezzo.

Questo brulicante e tragico microcosmo urbano, questo girone infernale di anime belle e dannate, Silvia Avallone lo ha vissuto per noi e ce lo racconta in Acciaio, grande e meritato successo editoriale del 2010 che una volta tanto ci riappacifica con la letteratura contemporanea, e con quella italiana in particolare.

Ci riappacifica con uno scrivere affilato come la lama di un samurai, una lama che penetra nel corpo vivo di un universo di uomini e donne dove tutto, ma proprio tutto, sembra essersi fermato al giorno della Creazione, quando un Padre Eterno distratto dimenticò un angolo di terra e un po’ di creature da qualche parte del suo laboratorio e là le lascio in eterno a macerare e a macerarsi dietro sogni di riscatto, case che si sbrecciano e televisori perennemente accesi sulla vita degli altri.

Ci riappacifica, Silvia, perché qui i contorcimenti intimisti e le masturbazioni mentali di quella borghesia smarrita che troppo spesso la fa da protagonista in libreria lasciano il passo alla vita vera, quella fatta di casermoni anonimi, vene varicose e calzini acquistati al mercato. O di giovani irrequieti  che pencolano le loro esistenze tra la spiaggia e il bar, tra la fabbrica del mattino e la discoteca della notte, tra la sveltina nel sottoscala e la scazzottata col migliore amico.

Sì, sono veri i personaggi della  Avallone. Sono veri e sono vivi. Sembra una cosa scontata quando si parla di trame e scrittori, ma non lo è . Troppi anni di sperimentalismo inconcludente e di letture adulterate della realtà, ci hanno regalato troppi personaggi e troppe storie di plastica, sostituibili gli uni agli altri come le cover di un cellulare e altrettanto facilmente destinati all’oblio. Invece dimenticare Anna, Francesca, Sandra, Arturo, Enrico, Alessio, Cristiano, Mattia  e tutta la corte dei miracoli che si agita, respira, scopa, si droga, si sballa, si ama, si odia e si riproduce tra i cubi di cemento armato di via Stalingrado è difficile, molto difficile. Ti entrano nella pelle e negli occhi , destinati a restarci a lungo, ciascuno con le sue miserie, i suoi drammi e le sue vanaglorie. Come si conviene ai grandi personaggi della letteratura sociale, dai ragazzi di vita di Pasolini agli intellettuali sfigati di Bianciardi. E non è un caso, forse, che  la Avallone condivida proprio con Bianciardi la stessa provenienza geografica, la stessa provincia toscana materna e maledetta. Una Toscana meridionale piatta, scorbutica e priva di belletti e pastorellerie, dominata dalla miniera, in Bianciardi, o  dall’acciaio della Lucchini e della Dalmine nella Avallone.

E come in Bianciardi la miniera maremmana o la Milano straniata  e straniante        dei grattacieli del boom alla fine la fanno da padrone, da vere protagoniste, così la Lucchini, la fabbrica mostruosa e incombente che signoreggia sulle vite agre dei suoi operai e delle loro famiglie, il Minotauro multicefalo e insaziabile che divora esistenze e metalli ad ogni ora del giorno e della notte, diventa, via via che si scorrono le pagine del libro, la primadonna della narrazione, un organismo che   sembra pulsare  di vita propria e condizionare ogni gesto, ogni emozione, ogni bestemmia di chi vive per e grazie a lui, sia esso uomo, gatto o pantegana.

Ed è  viva e vera,infine,  la Piombino del romanzo, vista però nel suo lato meno attraente, con quell’isola d’Elba proprio di fronte a via Stalingrado e alla sua spiaggia spelacchiata di periferia, a ricordare ai reclusi dell’alveare che esiste un mondo diverso e distante dal loro, un mondo di belle macchine e di donne ben vestite, di paeselli ordinati e tranquilli, di sabbia dorata per gente benestante e alla moda. Un mondo anelato e irraggiungibile, malgrado sembri lì a portata di mano: un paio di chilometri di mare, che ci vuole? Invece è più lontano dell’America.

 

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