Libero

donmichelangelotondo

  • Uomo
  • 50
  • Andria
Leone

Mi trovi anche qui

ultimo accesso: 4 ore fa

Profilo BACHECA 2395

donmichelangelotondo più di un mese fa

L'ultima volta dell'unanimità

 
La tedesca Ursula von der Leyen, 63 anni, è la presidente della Commissione Europea, il governo dell'Europa

La tedesca Ursula von der Leyen, 63 anni, è la presidente della Commissione Europea, il governo dell'Europa

Sto per scrivere qualcosa di davvero banale, però a volte serve anche ripassare le tabelline. La qualità di una democrazia dipende dalla qualità delle persone che la incarnano. Essa qualità – delle persone – è mutevole. Può accadere, in certi periodi storici, che le persone elette per rappresentarne molte altre, votate da costoro, abbiano competenze modeste ed esperienze fragili. Succede per esempio quando si radica il principio dell’incompetenza come valore: se passa l’epica dell’uomo del popolo, uno vale uno, che bellezza eleggere in Parlamento il benzinaio  dell’angolo che è proprio uno di noi, mica quei burocrati quella casta di sapientoni, lui sì che è simpatico, ecco che nel giro di qualche anno la qualità della democrazia si livella al grado zero.

Esagero, ma non troppo. In generale l’uguaglianza a cui tendere dovrebbe essere verso l’alto, non verso il basso: è un discorso lungo e impopolare. Ora si dibatte, in Europa, sul voto all’unanimità. E’ la discussione indicata come “la riforma dei Trattati”. In poche parole: se la regola è che dobbiamo essere tutti d’accordo non si riesce a far niente. E’ vero, ma anche questo dipende. Dalle intenzioni, dalle competenze, dagli interessi.

L’ultimo voto all’unanimità di cui ho esperienza diretta fu in prima elementare, quando la maestra chiese se volevamo fare lezione in classe o in cortile. Da quella volta non mi è mai più successo di vivere né di vedere che più di sei persone fossero d’accordo. L’Europa di oggi non è quella del 1950, non parliamo della classe politica italiana. Perciò sì: o si cambia il modo di procedere, o si cambia la qualità della rappresentanza. Più rapida la prima opzione, più saggia e difficile la seconda.

Ti piace?
donmichelangelotondo più di un mese fa

Punta sul 37

Punta sul 37
1 minuti di lettura
 
 

La prima cosa bella di martedì 10 maggio 2022 è continuare a credere nelle cose che i più considerano impossibili, come giocare alla roulette e puntare sul numero 37. Come saprete sulla ruota si va da 0 a 36. Il croupier perciò rimase esterrefatto quando si vide porgere una pila di fiches  e la domanda: “Me le punta sul 37, per favore?”. I giocatori si bloccarono, tutti fissaromo l’uomo che voleva fare quell’assurda scommessa: smoking blu oltremare, niente papillon, completamente calvo, occhi trasparenti. Spuntato per un gioco di prestigio.

Protendeva irregolari gettoni dorati. Il croupier esitava. Il responsabile del tavolo decise: “Il signore chiede di giocare il 37. Sia accontentato”. Le fiches vennero posate in una zona neutra. Il giocatore, compiaciuto, aggiunse: “Vorrei giocarmi tutto, anche queste”. Estrasse dalla tasca diamanti e sorrisi, lacrime e perle, occhi di bambola, denti di tigre, barlumi di saggezza e scintille si speranza. Creò una piccola piramide luccicante. Nessun altro giocò: gli altri erano lì per imparare che esiste sempre un’altra possibilità. “Rien ne va plus”.

La pallina corse impazzita dietro la sua causa persa. Schizzò dalla roulette e rotolò sul pavimento della sala. Una donna sulla soglia la fermò con la punta della sua elegante scarpa bianca. “Scusi madame, che numero di piede ha?”, domandò il croupier. “37”, rispose lei. “Trente-sept, blanche”, annunciò lui. Il giocatore incassò la vincita.

Ti piace?
donmichelangelotondo più di un mese fa

(Leggo)

«Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio» Gv 10,22-30.

 

Gesù è davvero il Figlio di Dio? I Giudei l’accusano di proclamarsi Dio. La verità è però un’altra. La verità è che in Gesù, Dio si fa uomo.

 

(Prego)

O Padre, tu sei buono verso tutti e la tua tenerezza si espande su ogni creatura: guarda e ascolta il tuo popolo che esulta per la rinnovata speranza donatagli dal Cristo risorto.

 

(Agisco)

Alimento i miei amori tenendo in principio l'amore di Dio per me e la profonda unjione di gesù cristo con Dio Padre.

Ti piace?
donmichelangelotondo più di un mese fa

Da Odessa un messaggio di pace con ‘O sole mio

 
 
 

È probabilmente la canzone più coverizzata di sempre, ma la versione che Gianluca Cannone (in arte Giaka) e Francesco Narducci offrono di ’O sole mio tocca le corde dell’anima con un sound rock che fa da ponte per la pace. Pare infatti che l’intramontabile classico napoletano sia nato proprio ad Odessa più di un secolo fa.

Ciao Gianluca. Perché avete deciso di performare “’O sole mio”?

L’idea mi è venuta leggendo un articolo di giornale in cui si ricordava che questo brano è stato composto proprio in Ucraina, nella città di Odessa: il compositore Eduardo Di Capua scrisse la musica di questo brano nel 1898, mentre si trovava in quella città, all’epoca parte dell’impero russo. Già diversi anni fa ne avevo realizzato una versione simile a quella proposta su Youtube, che eseguo ancora adesso con il mio gruppo, ma il collegamento con la guerra l’ha reso improvvisamente molto attuale. Ho utilizzato questo spunto per costruire un messaggio di pace, con la metafora del sole splendente che spazza via le nubi della guerra.

Cosa differenzia questa cover dall’originale di Giovanni Capurro ed Eduardo di Capua del 1898?
L’originale è un classico immortale che è stato eseguito da tenori e cantanti di ogni tempo. La mia versione, con un arrangiamento elettronico con venature rock, vuole sottolineare un po’ di più quelle sfumature nostalgiche e malinconiche contenute nel testo. Poi la collaborazione con il mio amico Francesco Narducci mi ha consentito di inserire quell’impronta rock in più, data dalla sua chitarra elettrica e in particolare dall’assolo che sentite nella parte finale, che a me piace davvero molto. Ho fatto anche delle piccole variazioni nella melodia vocale in modo da costruire un crescendo tra la prima  e la seconda strofa.
Allora come oggi, quale ruolo può assumere la musica nel tentativo di dirimere conflitti?

Questa è una domanda difficile! La musica può essere di ispirazione per coloro che hanno una sensibilità tale da essere capaci di ascoltare il messaggio che trasmette. L’auspicio è che piccole iniziative come la nostra, nate da semplici appassionati di musica, possano far arrivare un messaggio chiaro a chi ha responsabilità politiche: la guerra è la follia più grande che l’essere umano possa concepire.

Progetti futuri?

Attualmente sto lavorando ad un brano inedito col mio gruppo e spero entro l’estate di riuscire a realizzare anche un video musicale. Non escludo anche altre collaborazioni con Francesco, che oltre ad essere un ottimo chitarrista mi aiuta a districarmi nel mondo social, di cui non sono un grande esperto.

Ti piace?
donmichelangelotondo più di un mese fa

Travaglio e lavoro

 
 
 

Tra 1 maggio e festa della mamma

Il termine ci riporta immediatamente al parto, o meglio alla sua preparazione. Un momento particolare, intenso, emozionante, doloroso: non è un caso che il termine derivi dal tripalium medievale, noto strumento di tortura. Ciò che fa pensare è l’incidente linguistico per cui la parola è passata a designare il “lavoro”: dal siciliano travagghiare al francese travailler, dal traballu dei sardi al trabajo spagnolo e al trabalho portoghese, in una certa area geografica il concetto di “essere in travaglio” si è sovrapposta all’idea di “lavorare”, in una commistione di sofferenza e squilibrio, in cui non si sa se si traballa perché si soffre o se si soffre perché si traballa.

Strano? Forse non troppo, soprattutto di questi tempi. Si muore ancora per il lavoro, o per la sua assenza. Si soffrono ingiustizie, lentezze, contraddizioni. Si accusa burnout, ci si licenzia, si cercano ininterrottamente nuove opportunità, si brama riposo e nel riposo si controllano le e-mail, perché “non si sa mai”. Si ha paura di una gravidanza, fino al punto che la sua comunicazione in sede lavorativa o di colloquio diventa una “confessione”: per la serie «mi perdoni, padre, perché ho peccato», oppure «giuro di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, vostro onore». Per non parlare del fatto che per molti, ancora, partorire è l’unico lavoro di una donna, l’unico compito, l’unico scopo, il suo ruolo sociale.

Un’ansia infinita, che a poco più di una settimana dalla Festa del Lavoro fa riflettere e che, soprattutto, con il travaglio del parto non ha poi così tanto in comune. Perché in un travaglio quello che conta non è il dolore, per quanto intenso e inevitabile. Quello che conta e quello che salva è la fede nella vita, la speranza di farcela, il presagio del futuro, in un ritmo di impegno, spinte, respiri e pause. Se c’è una cosa che il travaglio insegna, non solo alle partorienti, è anzitutto questa: nessuno e nessuna è chiamato o chiamata a una sofferenza cieca, fine a se stessa. “Travaglio”, del resto, è connesso anche al “tribulum”, la trebbiatrice, strumento di raccolta in cui il dolore dello strappo, della separazione, della consapevolezza dell’ora di cambiare, è il preludio di qualcosa di nuovo, trasformato, buono, genuino.

La vicinanza sul calendario del 1° maggio e della “festa della mamma” impone di far pace con le parole e di congedare il dolorismo e le facili immolazioni dalle nostre culture, dai nostri linguaggi, dalle nostre mentalità. Soprattutto, chiede di convertire ogni retorica socio-politica e ogni sdolcinatura uterina in una seria consapevolezza dei labirinti del mondo lavorativo e della complessità della maternità, entrambi parte di un macrocosmo turbolento, in cui i buchi neri sembrano per ora avere la meglio sulle stelle danzanti.

L’augurio è quello di riscoprire la fede nel futuro e, in qualunque travaglio ci si trovi, di ritrovarsi a tenere tra le braccia i sogni più veri, piangenti, fragili e potenti come un neonato.

Ti piace?
donmichelangelotondo più di un mese fa

Interviste, ministri e il mio idraulico

 
Il presidente del Consiglio Mario Draghi durante l'intervista concessa al Tg1 il 17 agosto 2021

Il presidente del Consiglio Mario Draghi durante l'intervista concessa al Tg1 il 17 agosto 2021

Censura, libera stampa e altre piccole cose. Pensavo, in margine al dibattito sui talk show e su chi sia giusto ospitare e chi no, che nella nostra avanzatissima democrazia, liberale e aperta al contraddittorio, ci sono esponenti di governo che hanno scelto di non sottoporsi mai a interviste pubbliche televisive. Lo stesso presidente Draghi, che ha definito “un comizio” l’intervista di Lavrov, da quando ha assunto l’incarico ha accettato se non sbaglio una sola volta di rispondere alle domande di un giornalista del Tg1.

Le conferenze stampa hanno diversa natura e funzione. Parlo, qui, di una conversazione in cui l’intervistato risponde alle domande dell’intervistatore, possibilmente non conoscendole prima e non avendo la possibilità di far tagli o montaggi, dopo: come avviene, appunto, in un libero confronto. Altri ministri – Economia, Interni, Giustizia tra gli altri– non ricordo di averli visti né sentiti mai. Diversa è una conversazione per la carta stampata la quale, appunto, si può fare per scritto, o rileggere e correggere. In tv contano la prossemica, le esitazioni, i tempi di risposta, le espressioni del viso: è rilevante (e diverso dal leggere) vedere una persona mentre parla. Non farlo è una scelta. Può dipendere da diversi fattori.

Una disistima radicale e generalizzata per la categoria dei giornalisti, per esempio. Tutti inadeguati. O poco tempo e molte cose più importanti da fare. Però anche il mio idraulico, penso, ha molto da fare e non grande stima delle mie competenze nella sua materia, ma se gli chiedo cosa sta facendo porta pazienza e risponde. Perché lo pago, direte. Certo. Ma anche i ministri li pago e per giunta, diversamente dall’idraulico, mi rappresentano.

Ti piace?
donmichelangelotondo più di un mese fa

L’organo

L’organo
1 minuti di lettura
 
 

La prima cosa bella di mercoledì 4 maggio 2022 è la notte di un giorno di festa, in quella cattedrale vuota che è un ospedale silente, aspettando il miracolo laico: l’arrivo di un organo. Neppure quello strepitoso romanzo che è Riparare i viventi di Maylis De Kerangal aveva raccontato il protagonista di questa cerimonia della vita, perché di questo si tratta. I medici, con i loro gesti studiati e ripetuti, sempre precisi e immutabili; il paziente con la sua fede in una forma di resurrezione; il sacrificato, già lontano, assurto a una dimensione per noi inconcepibile; i parenti dell’uno e dell’altro, collegati dal pudore di sperare e la volontà di immaginare; i trasportatori, attenti e concentrati su un percorso che non ammette incidenti, non più. Ma al centro di tutto, dentro un contenitore freddo, in attesa di un corpo caldo, resta l’organo. Ci attribuiamo l’istinto di sopravvivenza come connotato di base e pensiamo risieda nel cervello: sia quello a dare l’input a tutto il resto per fare la scelta che, in casi estremi, ci tenga vivi. In realtà, qualunque parte di noi è pronta a lottare per sopravvivere e, questa è la cosa fondamentale, anche senza di noi. L’organo passa da un corpo all’altro, da una persona all’altra, sostituisce l’imminenza della fine con un nuovo inizio, si adagia sul suo predecessore come fosse un abbraccio sulla soglia, attende scollegamento e collegamento, poi ricomincia a battersi per la vita: quella di uno sconosciuto e la propria. Salva un essere umano per salvare sé stesso. E’ la trasmigrazione dei cuori, dei fegati, dei reni, sotto questo cielo scuro.   

Ti piace?
donmichelangelotondo più di un mese fa

Difendi il buzzurro

 Difendi il buzzurro
1 minuti di lettura
 
 

La prima cosa bella di lunedì 9 maggio 2022 è l’Elegia americana, o dei buzzurri. Il libro va letto o il film guardato, per capire che accade non solo in Ohio, ma  nel mondo. Non l’avevo mai fatto perché la trama della storia (e i volti del cast nella versione cinematografica) mi mettevano un po’ tristezza. Poi l’autore, J.D. Vance, ha vinto le primarie repubblicane in Ohio, a 37 anni, ponendosi al fianco e oltre Donald Trump. Elegia è la storia sua e della sua famiglia. Un pianeta ai margini: la nonna resta incinta a 13 anni e viene regolarmente picchiata dal nonno. La mamma è tossicodipendente e passa da una relazione all’altra. La sorella si consegna a 17 anni all’unico amore della sua vita. Vivono in case tristi e appena mettono piede fuori dallo Stato li chiamano buzzurri. Ma credono che il loro piccolo mondo custodisca un seme. Che una famiglia sbagliata sia più una famiglia che uno sbaglio. Che esista la fine dei giorni, ma anche la redenzione. E’ una speranza basta sulla mancanza di esperienza, sul sacrificio come istinto, sull’unicità di ogni destino. Non è il sogno americano, è la sua ruggine, ma ancora scrostabile. J.D. Vance diventa avvocato, scrittore, finanziere, ora politico. Domani forse vice o presidente. Ci sono state rincorse anche più lunghe (Obama), ma la domanda è un’altra: perché, lì come altrove, i buzzurri non hanno scelto chi aveva nel dna la difesa dei più deboli? Chi ha tradito se stesso?

Ti piace?
, , , , , , , , , , , , ,