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(Leggo)

Dopo che ebbe lavato i piedi ai discepoli, Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone» Gv 13,16-20.

 

Lavare i piedi ai poveri è una metafora cristiana che va contro tutte le regole del buon senso. Per il mondo invece, che disprezza i deboli, i vulnerabili, gli esclusi, il potere risiede nella dominazione e la felicità nella triade empia del potere, del prestigio e del possesso. È un’idolatria seducente. Per questo Cristo l’aveva predetto, per mitigare lo choc e, insieme, per dare prova di essere colui che era stato mandato. Perché questa è la sua prima preoccupazione.

 

(Prego)

O Signore, che conosci coloro che hai scelto per mandarli in missione, fa' che accogliamo con umiltà e fiducia gli apostoli e i profeti di oggi che testimoniano con la loro vita la tua presenza fra noi.

 

(Agisco)

Servire è accogliere.

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(Leggo)

«Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me» Gv 12,44-50.

 

Nel suo ministero, Cristo, tralascia il nome di “Dio” e introduce quello di “Padre”. Il nome di “Dio”, come per esempio “Il denaro è il suo dio”,è diventato un nome freddo, che non esprime né genera alcun sentimento o affetto. Diverso è il concetto di paternità. Esso implica l’idea di figli e di figlie, suggerendo amore e tenerezza. Questa verità è la chiave che apre molte porte, la luce che mette allo scoperto ciò che è santo e nascosto.

 

(Prego)

O Dio, vita dei tuoi fedeli, gloria degli umili, beatitudine dei giusti, ascolta con bontà le preghiere del tuo popolo, perché coloro che hanno sete dei beni da te promessi siano sempre ricolmati dell’abbondanza dei tuoi doni.

 

(Agisco)

Che io possa essere un segno, anche piccolissimo, della paternità di Dio.

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La vocazione della famiglia in Amoris laetitia

 
 
 

Una riflessione ad un mese dall’incontro mondiale delle famiglie

Quest’anno dal 22 al 26 giugno è in programma a Roma il X Incontro mondiale delle famiglie. Da sempre  lo schema seguito è stato abbastanza simile: un Congresso teologico-pastorale internazionale all’inizio e la conclusione, alla presenza del Papa, con una veglia, una festa delle famiglie e con una grande celebrazione eucaristica finale nel Paese designato.

A causa della situazione particolare legata alla pandemia quest’anno la proposta avrà un carattere tutto particolare: il congresso teologico-pastorale sarà organizzato si a Roma ma con la possibilità di seguirlo anche a distanza. Così anche la celebrazione eucaristica alla presenza di papa Francesco sarà celebrata a Roma il sabato pomeriggio e trasmessa in mondovisione per dare a tutti la possibilità di seguirla a distanza. La grande differenza di questa edizione, dal carattere multicentrico è che si invitano le varie diocesi a celebrare l’evento nel proprio territorio e  alla presenza del proprio Vescovo. Nel presentare la novità Papa Francesco in un video messaggio, ha  invitato tutte le diocesi a programmare iniziative a partire dal tema: “L’amore familiare, vocazione e via di Santità”. A tal proposito, il servizio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati dell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie ha chiesto a Mons. Domenico Marrone una riflessione sulla vocazione della famiglia in Amoris laetitia che si riporta di seguito. Un testo significativo e che offre opportuni spunti che ci aiutano nel percorso di preparazione alla X giornata mondiale delle famiglie.

***

Il 19 marzo 2021 ricorreva il quinto anniversario dalla pubblicazione dell’esortazione apostolica “Amoris Laetitia” (AL), sulla bellezza e la gioia dell’amore familiare. Per questa ricorrenza papa Francesco ha indetto un anno dedicato alla famiglia che si concluderà il 26 giugno 2022 con il X Incontro Mondiale delle Famiglie a Roma con il Santo Padre.

È un’opportunità per approfondire i contenuti dell’Esortazione apostolica. Dal momento che il tema dell’incontro mondiale, scelto da papa Francesco, sarà “L’amore familiare: vocazione e via di santità”, questo mio contributo intende soffermarsi sulla categoria di vocazione riferita al matrimonio, anche perché rileggere tutta la ricchezza di contenuti dell’Esortazione apostolica è compito impegnativo.

Sin dall’inizio dell’Esortazione apostolica è affermata la centralità dell’amore nel matrimonio. Il documento pontificio presenta una triplice caratteristica di novità, semplicità e complessità.

Dio chiama tutti alla santità e quindi alla felicità. Il raggiungimento di questa chiamata non è il prodotto di uno sforzo personale ed è impossibile senza il rapporto con gli altri. Non siamo individui isolati, ma persone in relazione con Dio e con i fratelli e le sorelle che vivono accanto a noi e condividono con noi questa esperienza. Siamo cercatori di una gioia che non ci costruiamo, ma che ci viene donata ed è tutta da scoprire. L’iniziativa della santità non parte da noi, ma da Dio stesso: è Lui che ci chiama e ci ama per primo. Quella degli uomini è solo una timida risposta a questo amore.

Aprendo la Scrittura ci accorgiamo che il Signore chiama continuamente a un rapporto di amicizia personale. Ogni chiamata, pur diversa, è accomunata dalla stretta relazione Dio-uomo. C’è una sola vocazione comune a tutti, quella ad amare, ma ci sono modi diversi di realizzarla.

Nel documento traspare la gioia per il dono della vocazione matrimoniale narrata e valorizzata. Sebbene in questo nostro tempo le coppie che chiedono di sposarsi nel Signore giungano con percorsi, storie e condizioni le più diverse, rimane fondamentale riconoscere come la scelta di vita matrimoniale sia una vocazione, alla pari di quella presbiterale o religiosa.

La domanda che interpella da sempre la nostra esistenza è il senso di un’esistenza vissuta nella sua pienezza e totalità; cioè un’esistenza soddisfatta, pienamente realizzata. Questo però non nel senso egoistico: una vita è decisamente realizzata nel momento in cui si completa/realizza in un’altra persona. Questo è ciò che avviene per chi decide di vivere la propria vita accanto ad un’altra persona (vocazione matrimoniale) e chi decide di realizzare la propria esistenza al servizio totale di altri (vocazione religiosa). La personale risposta a questo appello è l’atto attraverso il quale io “decido” che quella non può essere altrimenti che la realizzazione della mia vita: non c’è altro modello di vita che potrebbe portare a pienezza la mia esistenza.

Il termine vocazione in AL è inteso in senso biblico, così come appare fin dal primo capitolo, nel quale la realtà familiare è contemplata alla luce della Parola di Dio, un Dio che bussa alla porta di ogni famiglia perché desidera essere accolta da questa per condividerne l’intimità e trasfigurarla (cfr. AL 15).

Mentre in Familiaris consortio l’accento è posto sull’idea di stato di vita, in AL l’accento cade decisamente sull’incontro personale con il Vangelo e la persona di Cristo.

In AL si parla a più riprese della vocazione, proprio perché il matrimonio è realmente una vocazione. Attenzione, però: vocazione significa riferimento a Cristo. Non può esserci alcuna consapevolezza della propria vocazione, né alcuna preparazione al matrimonio, se non c’è un rapporto con Cristo.

La connotazione biblica della categoria linguistica della vocazione ne evidenzia la dimensione storico-salvifica: la chiamata a seguire il Signore è animata da un dinamismo che spinge a un progressivo approfondimento della relazione con Cristo. La vocazione della famiglia è quindi intesa come la storia della relazione con Dio nella vita di coppia.

Papa Francesco ribadisce con forza la presenza di Cristo vivente all’interno della famiglia, Chiesa domestica, che diventa, con l’aiuto dello Spirito Santo, forza permanente e trainante per la vita della Chiesa, famiglia di famiglie. Questo legame rende il matrimonio un segno sacramentale dell’amore di Cristo per la Chiesa, una vocazione specifica che invita a vivere l’amore coniugale come segno imperfetto dell’amore tra Cristo e la Chiesa.

Nel matrimonio la risposta all’amore di Dio che chiama prende corpo nella storia d’amore degli sposi, i quali nella loro quotidianità costruiscono le relazioni di comunione familiare dove Dio ha la propria dimora (cfr. AL 315).

Se il matrimonio è la risposta della coppia all’invito rivoltole da Cristo a seguirlo sulla strada del reciproco dono totale di sé, allora è necessario discernere continuamente nella propria storia coniugale le orme di Cristo che conduce progressivamente gli sposi alla pienezza del dono “per portarlo ai vertici dell’unione mistica” (AL 316).

L’autodonazione degli sposi, sotto la guida di Cristo, assume ogni giorno di più la forma dell’autodonazione di Cristo impressa in ogni relazione sponsale affinché possa svilupparsi nel corso della propria storia attraverso un dinamismo incessante di dono di sé analogo al dinamismo intratrinitario che in esso si rispecchia (cfr. AL 314).

Si tratta di un cammino che si svolge tra il già del dono gratuito di Dio che chiama e non ancora del compimento al quale ogni coppia tende incessantemente. Assistiamo qui a un cambio di paradigma: si passa dal matrimonio come stato di vita predeterminato, nel quale si entra per vivere conformemente alle regole che lo definiscono, al matrimonio come vocazione nella quale si cresce giorno dopo giorno in relazione a Dio che chiama.

C’è un passaggio da un paradigma volto ad operare un controllo sullo spazio in cui si articola la relazione coniugale a un paradigma incentrato sull’intento di attivare un processo che nel tempo porti a una sempre maggiore conformazione della relazione degli sposi a Cristo.  È l’applicazione al matrimonio del principio della superiorità del tempo sullo spazio (cfr. Evangelii gaudium 222).

Se il matrimonio è la “risposta alla specifica chiamata a vivere l’amore coniugale come segno imperfetto tra Cristo e la Chiesa” (AL 72), ne consegue che il matrimonio è edificato dall’amore coniugale in termini di fedeltà, cioè come atteggiamento che prende corpo all’interno della relazione di coppia per esigenze interne all’amore e non come legge imposta dall’esterno, dunque come espressione della totalità del dono di sé e non come diritto all’uso esclusivo del corpo. Appare di tutta evidenza il superamento di una visione giuridico-formale del matrimonio nella quale l’amore era talmente irrilevante da arrivare ad affermare non amor sed consesum facit nuptias.

In un tempo segnato dalla frammentarietà e dall’instabilità, gli sposi cristiani svolgono la vocazione-missione di chi insegna con la vita, la fedeltà e la perennità dell’amore di Dio che non viene meno.

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Fernanda Romagnoli

 
 
 

Una poetessa a lungo dimenticata

Fernanda Romagnoli (1916-1986) considerata una delle più grandi voci del Novecento italiano, è stata lungamente dimenticata.

La sua prima raccolta viene pubblicata nel 1943. In essa la poetessa rivela il suo autentico bisogno di percepire le cose in una prospettiva “diversa”

“…odo antiche parole

rinascer lievi come piume nuove”

(Campane e fontane)

l’andare oltre verso l’Altrove

“…dove il mare respira con la luna,

dove la via del libero infinito

è facile a salir, come nessuna”

(La rondine)

trovando conforto e forza nella religiosità della sua anima scovando, così, una via d’uscita da formule rigide a cui lei sembra refrattaria.

La seconda raccolta esce nel 1965, qui i versi acquistano una maturità più spiccata e ne intensificano la sua presa di coscienza della propria diversità e il suo desiderio di mettere le distanze da tutto ciò che non è autentico.

“…la colomba dell’alba sulla riva

nell’occhio roseo decifrò me sola

che non avevo ballato”

(Lungamente)

L’inautentico che aborra e da cui si allontana sentendosi un’estranea “ io quella donna dall’anima dimessa/dicono che son io” (Io) immaginando di poter succhiare come un’ape il polline della vita affinché ciò che muore possa rinascere in altre forme:

“…Lente alla ringhiera

stanno le rose-ansiose di sfiorire-

e invocano il pugnale delle vespe.

Ma Iddio manda fra loro

un’ape che ne serbi la memoria

quando il morto rosaio non sarà

che una corona di spine” (Rosaio).

La terza raccolta Confiteor del 1973 è un libro di confessioni a tutto campo, qui la Romagnoli scandaglia i lati più contraddittori, passionali e vacillanti della propria storia intima. Tutto questo meravigliosamente racchiuso nei versi di una tra le sue poesie più belle: Stigmata

“Qui dunque fui bambina. Alla marina

crescevo accanto: l’anima digiuna

d’ogni perché – famelica altrettanto.

Gigli ad oriente, la riva era una spada.

Stupendo sacrilegio imporvi un segno

– l’arco del piede – premere col viso

La freschezza deposta dalla luna.

Il mare straripava nel sereno

a livello dei cigli. Ah, la bellezza

che pativo, non mia, che mia stringevo

in quel primo singhiozzo di creatura

che s’arrende all’immenso – era già il pegno,

la stigmata che in me sfolgora e dura.”

Lei, nei ricordi di bimba, si estranea e ritrova quella fiducia infantile in quel che sarà e che, invece, si rivelerà in modo totalmente diverso: una vita di madre, moglie e poetessa che non saprà mai conciliare, una realtà familiare quasi subita, in cui la Romagnoli sente attorno a sè i duri confini che la vita le ha alzato attorno.

Per non perdersi, per ritrovare se stessa e per comprendere il senso della propria vita, rivolge al suo Dio la sua preghiera in modo accorato:

“…Ma Tu, dovunque effuso ad ascoltare,

presente ma nascosto,

zitto come l’uccello avanti l’alba:

non dove sei-rivelami ov’io sono.

Mio Dio, se t’abbandono

io sarò abbandonata”

(Preghiera)

Il libro-testamento appare nel 1980, Il Tredicesimo Inviato. Qui la poetessa ha riportato le sue angosce, i suoi turbamenti e il tempo che fugge inesorabile ma in modo più attento, rifinito, un’attenzione dolce verso la poesia considerata come la via preferenziale per raggiungere la verità e la salvezza:

“…Il mio poco darei

per un unico verso che resti

testimonio di me,

un attimo posato sulla terra

-lieve-come un coriandolo

di questi”

(Carnevale)

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Uomini in gruppo e donne sole

 
American Girl in Italy, 1951, copyright 1952, 1980 Ruth Orkin, con l'autorizzazione del Ruth Orkin Photo Archive

American Girl in Italy, 1951, copyright 1952, 1980 Ruth Orkin, con l'autorizzazione del Ruth Orkin Photo Archive

Mi capita ancora oggi. Se camminando per strada vedo un gruppo di uomini con una birra in mano, che ne so, davanti a un pub, o nei pressi dello stadio dopo la partita, o di notte in un angolo di una piazza: attraverso, cambio marciapiede. Istintivamente, proprio. Perché ho imparato da piccola a difendermi, me lo hanno insegnato come credo a tutte le bambine, e nel corso dei decenni ho continuato. Che un gruppo di uomini insieme, forse ubriachi, sia un pericolo per una donna sola non è una possibilità: è una certezza.

Non occorre aver letto “Massa e potere” di Elias Canetti per conoscere il comportamento delle folle, anche se aiuta. Basta averne fatto esperienza una sera qualsiasi. Quando sono insieme, gli esseri umani in quanto animali si comportano molto diversamente da come farebbero trovandosi da soli. Per una serie di ragioni studiate, codificate e ricorrenti. Ora: io capisco perfettamente che difendersi non sia la lezione giusta da dare. Lo ripeto da tutta la vita, lavoro a questo: non è la vittima a doversi difendere ma l’aggressore a dover imparare a non aggredire. Bisogna insegnare a non offendere, non a schivare l’offesa. Certo.

Però poi, nel frattempo, mentre questo percorso arduo e virtuoso è in corso (è in corso?) bisogna tenere presente la realtà. “Il battaglione Aosta sta sempre sulle cime ma quando scende a valle attente ragazzine” – slogan scandito da alcuni alpini al raduno di Rimini, secondo le denunce di centinaia di donne – è vintage come una radio a transistor. Farebbe persino sorridere, non fosse che poi ti mettono le mani addosso. Servono anni di educazione e sanzioni, cultura condivisa. Intanto serve anche, se hai un bar, non mettere bariste al banco, quel giorno.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Il mediatore

Il mediatore
(reuters)
1 minuti di lettura
 
 

La prima cosa bella di mercoledì 11 maggio 2022 è il mediatore in tempo di guerra. Ce ne vorrebbe uno adesso, tra Russia, Ucraina e tutto il resto.

Uno come il professor Maggini. Mi aggiravo per un piccolo, splendido borgo toscano chiamato Quota (e in quota situato), quando ho visto la targa in memoria di quest'uomo e della sua mediazione in occasione di una rappresaglia nazifascista.

I testi ricordano che, oltre a lui, intervenne l'insegnante del paese, la maestra Giovannuzzi. I tedeschi volevano vendicare l'uccisione di due soldati. Qualcuno in zona rivelò che il commando partigiano era sceso da Quota. Furono rastrellati trenta uomini, destinati alla fucilazione. La negoziazione, dialogando con il nemico, portò il numero a cinque.

 

Non fu una vittoria, ma evitò una sconfitta peggiore. La mediazione serve a ottenere il migliore dei risultati possibili date le circostanze. Vallo a dire alle famiglie di quei cinque. Certo, ma lo puoi dire anche agli altri venticinque, e alle loro famiglie. Il migliore dei mondi possibili è un risultato aritmetico: quello più alto raggiungibile. Poi ci sarebbe la storia di Amedeo, ma domani.  

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Newton e l’impenetrabilità dei “corpi” …

 
 
 

Ucraina, Russia e USA: si corre tutti dietro al “topo” mentre il “gatto”, sornione, se la ride

Ogni qualvolta accusiamo mal di stomaco, come causa, diamo la colpa all’ultimo cibo ingerito. Il cibo non avariato se è stato ingerito con parsimonia, equilibrio, necessità di fame, non vedo come possa causare simili accidenti. Orbene può essere che se ne sia fatto uso errato, oppure che ci sia stata una forma di rigetto, d’incompatibilità: un’allergia al prodotto o indisponibilità del corpo in un dato momento, ad assumerne.

Si sa che il nostro organismo è soggetto a certi vincoli educativi, pedagogici per cui certi comportamenti scorretti nell’alimentarlo possono creare non solo disturbi momentanei ma altrettanti e più gravi problemi nel tempo.

Newton spiega, attraverso la sua legge che chiama “Impenetrabilità dei corpi”, dove enuncia che lo spazio occupato da un corpo non può essere, allo stesso tempo, occupato da un altro corpo; non ci dice altro che quando un recipiente e zeppo il di più rimane fuori dal suo spazio.

Vabbè ma se noi parliamo di uno spazio dilatabile, come quello dello stomaco? Allora bisogna che alla legge di Newton si applichi quella del buon senso, oltre quello del buon gusto. Non fare dello stomaco, insomma, né una “discarica” a cielo aperto né un “silos” vero e proprio, ma tener ben conto che lo stomaco è un organo contenitore “provvisorio” di alimenti ingeriti. Questi, con un processo fisiologico che avviene già nella cavità orale, poi nello stomaco e infine nella prima parte dell’intestino, mediato da una serie di trasformazioni chimico-fisiche, porta l’organismo a mutare gli alimenti in sostanze atte ad essere assorbite ed assimilate dal corpo.

E se parlassimo di notizie a non finire, dove per contenitore usiamo la memoria? Qualcuno direbbe che la similitudine non si porrebbe in quanto la memoria, se funziona bene, può assimilare dati a non finire, o quasi. Allora perché si afferma che la memoria va in tilt ogni qualvolta è martellata da molteplici informazioni a cui non si può starci dietro? Forse per il travaso contemporaneo di moltissime nozioni, oppure per le contrastanti logicità delle stesse?  O essendo non lineari vengono inconfutabilmente male accettate da una ragione, refrattaria, di base, insita nel soggetto ricettivo?

Le ragioni di due opposti sono proprio quelle che non han bisogno di ulteriori, causidici consigli di terzi, per essere affermate oppure sconfessate. Altrimenti, sai che confusione…!

Esse vanno sottoposte a regole prestabilite, conformate a degli impegni, serenamente presi in precedenza. Per questo vanno discusse in modo da scioglierne i nodi pretestuali dei pretendenti, in modo da riportarle ad amalgama di saggezza su di un unico binario, in coerenza a ciò che si sera stabilito prima.

Lo scontro anomalo che la Russia s’è inventato contro l’Ucraina con la scusa della NATO che le stava soffiando sul collo, e l’America di Biden, col mantice sempre attivo e che attizza la sua fucina delle armi: il mal di pancia iniziale, è divenuto una cancrena. Anche lui, Zelensky, non la conta giusta: vuol vincere, ma che cosa? Si trova nel pantano e chi gli sta dando una mano rischia di essere tirato dentro. Si parla che, ancor prima che tutto iniziasse, molte magagne siano state taciute tra lui e gli americani. Ed è così che si corre tutti dietro al “topo” mentre il “gatto”, sornione, resta quieto e se la ride: c’è sempre il “padrone” che penserà ai suoi pasti, da gourmet.

Dacché al posto di costruire granai e riempirli di grano si sono costruiti depositi di bombe a non finire e, non avendo più spazio per mantenerli in deposito, l’unico modo per liberarsene dei “vecchi” per quelli più innovativi, “micidiali”: è sempre quello d’inventarsi delle scuse per innescare guerre.

Ma non sono le guerre le medicine per risolvere i mali degli uomini: ne sono sempre la causa di ulteriori, dannatissimi mali. Se uno ti molla uno schiaffo e tu vuoi stare al Vangelo, ti tieni lo schiaffo e basta; al secondo gli mostri l’altra guancia, ma al terzo schiaffo ché gli poni?

Se vogliamo dar retta ai guerrafondai e ai lavaggi di testa che ci fanno: si lotta per la pace; la guerra, coi suoi danni e le paure fa tornare la ragione…sarà forse così? Però non dicono mai chi ne subirà le spese: chi prende schiaffi e se li tiene? E con quale ragione darli? Con quale sentimento prenderli? Torniamo coi piedi per terra poiché l’oltraggio provoca sempre, Vangelo o non Vangelo, delle ritorsioni più o meno bilanciate o maggiorate in brutalità, arrivano sempre: è cosa fisiologica, istintiva nell’uomo.

Ché le spese le pagano i deboli, i poveri che non c’entrano nulla e che non lo dice mai nessuno, è cosa assodata: ce le fanno pagare e basta. E qui che la legge di Newton, sull’impenetrabilità dei corpi la si potrebbe leggere in senso ambiguo: se le banche prendono soldi a non finire, senza mai riempirsi… e gli stomaci degli ingordi, col cibo, pure: come mai chi non ha nulla da mangiare ne accusa sempre, i malori più gravi?

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Newton e l’impenetrabilità dei “corpi” …

 
 
 

Ucraina, Russia e USA: si corre tutti dietro al “topo” mentre il “gatto”, sornione, se la ride

Ogni qualvolta accusiamo mal di stomaco, come causa, diamo la colpa all’ultimo cibo ingerito. Il cibo non avariato se è stato ingerito con parsimonia, equilibrio, necessità di fame, non vedo come possa causare simili accidenti. Orbene può essere che se ne sia fatto uso errato, oppure che ci sia stata una forma di rigetto, d’incompatibilità: un’allergia al prodotto o indisponibilità del corpo in un dato momento, ad assumerne.

Si sa che il nostro organismo è soggetto a certi vincoli educativi, pedagogici per cui certi comportamenti scorretti nell’alimentarlo possono creare non solo disturbi momentanei ma altrettanti e più gravi problemi nel tempo.

Newton spiega, attraverso la sua legge che chiama “Impenetrabilità dei corpi”, dove enuncia che lo spazio occupato da un corpo non può essere, allo stesso tempo, occupato da un altro corpo; non ci dice altro che quando un recipiente e zeppo il di più rimane fuori dal suo spazio.

Vabbè ma se noi parliamo di uno spazio dilatabile, come quello dello stomaco? Allora bisogna che alla legge di Newton si applichi quella del buon senso, oltre quello del buon gusto. Non fare dello stomaco, insomma, né una “discarica” a cielo aperto né un “silos” vero e proprio, ma tener ben conto che lo stomaco è un organo contenitore “provvisorio” di alimenti ingeriti. Questi, con un processo fisiologico che avviene già nella cavità orale, poi nello stomaco e infine nella prima parte dell’intestino, mediato da una serie di trasformazioni chimico-fisiche, porta l’organismo a mutare gli alimenti in sostanze atte ad essere assorbite ed assimilate dal corpo.

E se parlassimo di notizie a non finire, dove per contenitore usiamo la memoria? Qualcuno direbbe che la similitudine non si porrebbe in quanto la memoria, se funziona bene, può assimilare dati a non finire, o quasi. Allora perché si afferma che la memoria va in tilt ogni qualvolta è martellata da molteplici informazioni a cui non si può starci dietro? Forse per il travaso contemporaneo di moltissime nozioni, oppure per le contrastanti logicità delle stesse?  O essendo non lineari vengono inconfutabilmente male accettate da una ragione, refrattaria, di base, insita nel soggetto ricettivo?

Le ragioni di due opposti sono proprio quelle che non han bisogno di ulteriori, causidici consigli di terzi, per essere affermate oppure sconfessate. Altrimenti, sai che confusione…!

Esse vanno sottoposte a regole prestabilite, conformate a degli impegni, serenamente presi in precedenza. Per questo vanno discusse in modo da scioglierne i nodi pretestuali dei pretendenti, in modo da riportarle ad amalgama di saggezza su di un unico binario, in coerenza a ciò che si sera stabilito prima.

Lo scontro anomalo che la Russia s’è inventato contro l’Ucraina con la scusa della NATO che le stava soffiando sul collo, e l’America di Biden, col mantice sempre attivo e che attizza la sua fucina delle armi: il mal di pancia iniziale, è divenuto una cancrena. Anche lui, Zelensky, non la conta giusta: vuol vincere, ma che cosa? Si trova nel pantano e chi gli sta dando una mano rischia di essere tirato dentro. Si parla che, ancor prima che tutto iniziasse, molte magagne siano state taciute tra lui e gli americani. Ed è così che si corre tutti dietro al “topo” mentre il “gatto”, sornione, resta quieto e se la ride: c’è sempre il “padrone” che penserà ai suoi pasti, da gourmet.

Dacché al posto di costruire granai e riempirli di grano si sono costruiti depositi di bombe a non finire e, non avendo più spazio per mantenerli in deposito, l’unico modo per liberarsene dei “vecchi” per quelli più innovativi, “micidiali”: è sempre quello d’inventarsi delle scuse per innescare guerre.

Ma non sono le guerre le medicine per risolvere i mali degli uomini: ne sono sempre la causa di ulteriori, dannatissimi mali. Se uno ti molla uno schiaffo e tu vuoi stare al Vangelo, ti tieni lo schiaffo e basta; al secondo gli mostri l’altra guancia, ma al terzo schiaffo ché gli poni?

Se vogliamo dar retta ai guerrafondai e ai lavaggi di testa che ci fanno: si lotta per la pace; la guerra, coi suoi danni e le paure fa tornare la ragione…sarà forse così? Però non dicono mai chi ne subirà le spese: chi prende schiaffi e se li tiene? E con quale ragione darli? Con quale sentimento prenderli? Torniamo coi piedi per terra poiché l’oltraggio provoca sempre, Vangelo o non Vangelo, delle ritorsioni più o meno bilanciate o maggiorate in brutalità, arrivano sempre: è cosa fisiologica, istintiva nell’uomo.

Ché le spese le pagano i deboli, i poveri che non c’entrano nulla e che non lo dice mai nessuno, è cosa assodata: ce le fanno pagare e basta. E qui che la legge di Newton, sull’impenetrabilità dei corpi la si potrebbe leggere in senso ambiguo: se le banche prendono soldi a non finire, senza mai riempirsi… e gli stomaci degli ingordi, col cibo, pure: come mai chi non ha nulla da mangiare ne accusa sempre, i malori più gravi?

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Swappie, scopri le differenze

Swappie, scopri le differenze
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Fino a pochissimo tempo fa, ogni volta che usciva un nuovo smartphone in molti di noi sentivano un irresistibile impulso a cambiare quello che avevamo che ci appariva ormai inesorabilmente obsoleto. Un po’ era che davvero il sistema operativo iniziava a rallentare a causa di una pratica commerciale scorretta e da poco abolita; ma molto dipendeva dal fatto che il nuovo modello sembrava davvero molto migliore anche se le differenze effettive erano minime.

 

Cambiare uno smartphone all’anno è stata una ubriacatura collettiva da cui stiamo iniziando a guarire. Epperò anche il fatto di prendere per forza uno smartphone nuovo è insensato: ci sono modelli di uno, due o anche tre anni fa, con prestazione eccellenti. Anche se usati. Sono i cosiddetti smartphone ricondizionati, cioè usati ma rigenerati e garantiti. Partendo da questa considerazione in Europa sono nate diverse startup: una di queste, Swappie, è addirittura l’azienda che è cresciuta di più nell’Unione Europea nell’ultimo anno (+ 477 per cento). Si dedica solo al mercato degli iPhone, è stata fondata in Finlandia nel 2016 da una una giovane coppia, Sami Marttinen & Emma Lehikoinen, che punta moltissimo, giustamente, sull’economia circolare, sugli impatti nocivi di uno stile di vita basato sull’usa e getta, e sui benefici per tutti del mercato dell’usato.

L’idea di Swappie in sé non è geniale: anche in Italia ci sono alcuni che si sono dedicati al mercato degli iPhone usati, per dire. E’ geniale però aver pensato di farne una piattaforma globale, già presente in 24 paesi europei. Non essersi accontentati di gestire un negozietto nel proprio quartiere. Ed è clamorosa la differenza di opportunità con l’Italia: mentre le nostre startup, con qualche eccezione, si arrabattano fra finanziamenti risicatissimi, Swappie in tre anni ha raccolto quasi 150 milioni di euro di investimenti.
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