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Il campo del cambiamento

 
Mario ha fornito di sé questa immagine completamente decontestualizzata

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Mario Cantore, 23 anni, all'Università di Torino studia Sociologia e Ricerca Sociale

Negli ultimi anni sentiamo costantemente di cambiamenti che avvengono nella società e influenzano il nostro stile di vita; il Covid 19 è l’esempio più vicino, da quest’ultimo passiamo a tre macro trasformazioni che sono in corso: il cambiamento climatico, il cambiamento tecnologico e l’uguaglianza di genere. Quello che da qualche mese mi chiedo è come un Paese riesca a far mutare comportamenti tradizionali e culturali insediati nella nostra società. L’ambiente politico è ai vertici di questo potere decisionale e la scuola è il campo di azione. È possibile inserire dentro le scuole attività didattiche che trattano i cambiamenti citati sopra? Inoltre, è possibile inserire ciò adottando approcci di insegnamento diversi dalla normale lezione frontale che da anni gli studenti sono abituati a vedere, guardando anche aspetti più psicologici?

Da queste due domande nascono due questioni; la prima è la necessità di studiare i cambiamenti che sono in atto e in seguito inserirli dentro il sistema scolastico, la politica per questo punto è centrale. Prendendo in esame i tre mutamenti citati sopra, è possibile notare come ognuno al proprio interno comporti la necessità di uno studio a 360 gradi, provo a spiegarmi meglio. Il cambiamento tecnologico, prende in esame sia un aspetto informatico ma in contemporanea anche un aspetto comunicativo e psicologico. Ogni singolo campo, nello studio e nell’analisi, ha il bisogno di più figure esperte in diverse discipline.

La seconda questione prende in considerazione il metodo, quale tecnica migliore e moderna è più opportuna per trasmettere informazioni ai ragazzi. Si prendono in esame due temi: l’istruzione e l’educazione.  Una didattica circolare, sia sotto il punto di vista della comunicazione, ad esempio creando più dibattito all’interno delle aule, sia sotto un punto di vista dello spazio fisico, ad esempio disponendo i banchi in cerchio, può aiutare alla creazione di un sistema scolastico che permette all’educazione e all’istruzione di lavorare assieme. Per praticare ciò occorre avere una buona capacità di ascolto.

Ecco, all’interno della scuola vi è la necessità di educare e di insegnare questioni che stanno inevitabilmente cambiando la nostra società, occorre adottare tecniche che permettano ad entrambi i ruoli, insegnanti e alunni, di esprimere la propria opinione e di essere ascoltati. Tra circa un anno noi cittadini andremo a votare, quello che mi aspetto dai partiti politici è la serietà e una visione lungimirante nell’affrontare il tema della scuola.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

La salvezza nel riordino

 
C'è chi per cercare di dare un centro alla propria esistenza pratica la meditazione profonda

C'è chi per cercare di dare un centro alla propria esistenza pratica la meditazione profonda

Un pensiero semplice che metto qui prima che mi abbandoni (i pensieri, come vengono, vanno). Sto da molti mesi frequentando varie comunità che danno senso alle esistenze di chi le frequenta. Un po’ per motivi di studio (oibò), un po’ per capire meglio il tempo presente ed eventualmente trovarci posto – anche nessuno – ho preso a guardare più da vicino e talvolta affacciarmi in quelle che per intenderci chiameremo tribù, le più strutturate e note si dicono sette, talvolta chiese, le più semplici sono ovunque attorno a noi: dalle chat di genitori o tifosi o colleghi, a chi si nutre solo di cose coltivate nel raggio di un chilometro, cammina veloce diecimila passi, fa scautismo adulto coi migranti, mangia in bianco, respira profondo un’ora al giorno, svuota la mente, fa vipassana, costellazioni familiari, yoga compulsivo, conosce le sostanze che ci inoculano coi vaccini, rivela la verità sul battaglione Azov.

Ebbene, sarà stata un’illuminazione dovuta all’ultima pratica ma ho “visto” il meccanismo che muove ogni appartenenza: la sequenza colpa-pentimento-espiazione-redenzione, l’architrave su cui è edificata la Chiesa cattolica. Ne ho parlato con Don Matteo, il mio parroco preferito. Gli ho chiesto: quindi, tu rinunci a conoscere te stesso in cambio di un rituale che ti identifica per appartenenza: tieni la tua vita nei cardini, sei nel giusto. Confessi e consegni ad altri i modi e i tempi della tua redenzione. Due anni, dieci, mai, vita eterna. Sì, ha risposto don Matteo. Considera però che consegnarsi al rito è un sacrificio ma anche un sollievo. Ti dà un posto, ti esime dal dubbio, ti salva dal pericolo. Un po’ come il riordino, ha sorriso. Diventi la tua disciplina, e tanto basta.

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Carnefice e vittima

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Tribunale di Kiev, Ucraina. 13 maggio 2022. Foto di Viacheslav Ratynskyi - REUTERS
Tribunale di Kiev, Ucraina. 13 maggio 2022. Foto di Viacheslav Ratynskyi - REUTERS 

Dicono di Vadim che avrebbe ucciso un civile disarmato in bicicletta, nel villaggio di Chupakhivka, nella regione nordorientale di Sumy. Vadim è un sergente russo di ventuno anni. È il primo a essere processato in Ucraina per crimini di guerra. Non leggo niente nel suo sguardo - e non perché i suoi occhi non possano nascondere timore, o rimorso. Ma perché c’è qualcosa di troppo facile nel definire questo giovane braccato un carnefice. Lo è. Ma è anche vittima, della violenza che ha respirato e ha commesso, della violenza che alimenta sé stessa, in guerra, fino al parossismo e all’abiezione. Non è un alibi. È una constatazione.

 

Che cosa hai fatto, Vadim?

gli chiederanno.

 

Che cosa ti abbiamo fatto fare, Vadim?

dovremmo chiederci. 

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Scrivere perché non hai altra scelta

 
 
 

«Scrivo per lo stesso motivo per cui respiro – perché, se non lo facessi, morirei»

(Isaac Asimov)

Ho avuto una giornata piena, è ancora in corso, ma per ragioni di differente natura mi sono dovuta sedere davanti a questo aggeggio del demonio, che non ha alcun rispetto per il mio lato vintage.

Ecco che appare, per fortuito caso, una pagina che insegna cosa serve per essere uno scrittore: originalità, attenzione ai dettagli, tempo, spontaneità, solitudine, perseveranza.

Ora, fermo restando che chi scrive questo elenco lo fa in riferimento alla carriera di un grande, che è Haruki Murakami, mi domando: ma lo conosce? Proprio in qualità di uomo, intendo, ci ha mai mangiato insieme? Io no, naturalmente, e nonostante questo mi è venuto da ridere.

Passi per l’originalità, che però è descritta come cosa studiata a tavolino; l’attenzione ai dettagli, come se scrivere consentisse di essere superficiali; ma santo cielo… il tempo, la solitudine, la spontaneità e la perseveranza.

È una barzelletta?

Ma voglio ancora scremare: per spontaneità intende l’impossibilità di scrivere su commissione. Ci sta, ci sta tutto, lo capisco perfettamente, è esattamente così che funziona e per perseveranza fa riferimento alla capacità di affrontare anche le critiche, senza abbandonare la penna. Va bene, passi, sebbene potremmo anche riconoscere a uno scrittore la fragilità di ogni essere vivente.

Intendo: Giovanni Verga ha abbandonato per vent’anni la sua penna. Come mai non è finito nell’oblio?

E ora i pezzi da novanta però: tempo e solitudine.

A questo punto, io che ho la presunzione di riempire pagine senza nemmeno starci troppo a pensare e solo “per colpa” di chi proprio, in illo tempore, ha scelto di vietarmi di cestinare tutto, a quale categoria apparterrei?

Non ho nemmeno il tempo di ricordarmi come mi chiamo e quando me lo ricordo è solo perché il mio secondo nome anagrafico (Arsedea) scatena la curiosità di chiunque lo legga, la qual cosa mi costringe ogni volta a spiegare da dove viene, cosa vuol dire, perché non mi faccio chiamare con quello e blablabla; non riesco neppure a tenere sotto controllo un posto definitivo per le chiavi della mia auto, non so assolutamente cosa sia una tabella di marcia eppure ne rispetto una ogni giorno senza colpo ferire: come faccio a scrivere, se il tizio dell’elenco ha ragione?

E la solitudine? Vogliamo parlarne? Ogni mattina vedo un numero spropositato di persone che non sono esattamente incontri casuali, ma gli universi con cui batto e combatto per natura stessa del lavoro che faccio; in casa, peggio mi sento. Non ne faccio descrizioni, ma basti un dettaglio su tutti: il cane è capace di guardarmi anche mentre mi lavo i denti. E lui è, in assoluto, il meno ingombrante e più silente di tutti.

Dunque resto appesa con un boh, in teoria e con una risposta molto precisa, invece, in pratica.

Forse scrivere per commercio è tutte le cose sciorinate dall’elencatore abusivo; ma scrivere per la natura stessa dello scrivere, è altra cosa. Se sei originale non è che trovi un modo, se sei attento ai dettagli non è che lo decidi, se sei perseverante non è che lo scegli, se sei spontaneo non è che lo prevedi. Il tempo e la solitudine, non li compri. Né puoi rubarli.

Se ti ritrovi a scrivere, piuttosto, è solo perché non hai altra scelta, sei spalle al muro, c’è una forza esterna che ti guida, spinge, spesso divora. Non ne hai scopi diversi, se non quello dell’espressione: lanci le cose nel mondo, i tuoi pensieri, i tuoi personaggi, te stesso e non fai calcoli di nessun genere. Può andarti male, ma tu non lo stai nemmeno tenendo presente, perché non hai tornaconti su cui focalizzarti.

Temo che questo sia un concetto duro a morire.

Una persona a me cara un giorno disse: per scrivere ad alcuni serve studio, ad altri niente, perché la loro penna è un dono.

Dunque spero che Murakami, dal suo Giappone, non debba mai leggere ciò che ho letto io. Perché nel suo caso, sono certa, non parliamo di studio e non parliamo di elenchi: esiste il talento e quello è una cosa che va oltre ogni categoria. Ce l’hai o non ce l’hai. Punto.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Cccp, col cavolo che perdiamo

 
Una scena del film "Crazy for football" con Sergio Castellitto e Max Tortora

Una scena del film "Crazy for football" con Sergio Castellitto e Max Tortora

C’è una piccola storia che non capisco, ve la riassumo qui. A Roma esiste da vent’anni una società sportiva da sempre – come si dice – “impegnata nel sociale”. Collabora col Centro Astalli, Save the Children, il Centro per la Giustizia minorile. Nel 2018 il capo dei suoi allenatori, Enrico Zanchini, ha creato e allenato la nazionale di calcio delle persone con problemi di salute mentale vincendo il Campionato del Mondo. Da quella incredibile esperienza è stato tratto un film, “Crazy for football”, vincitore di un David di Donatello.

Enrico Zanchini era interpretato da Max Tortora. La Rai ne ha fatto una fiction. Oggi la società ha 230 tesserati, tredici squadre di bambini dai cinque anni a ragazzi di sedici. L’ultima pattuglia di un esercito di più di mille calciatori formati dalla fondazione. La società ha sede al Faro, in zona viale dei Colli Portuensi, in un’area di proprietà della Croce Rossa. Quale miglior connubio, verrebbe da dire. Invece no: la Croce Rossa vuole sfrattarla. Vuole riprendere possesso dell’area, anche se ancora non ha nessun progetto per l’uso di quel terreno: contesta il contratto di locazione. Il Municipio ha tentato una mediazione, riconoscendo l’importanza della società sportiva anche per il quartiere, ma non c’è stato niente da fare.

La Croce Rossa si è rivolta al tribunale civile per ottenere lo sfratto. La società si chiama CCCP 1987. Ai fondatori sembrò divertente: Col Cavolo Che Perdiamo. Certo non è possibile che la Croce Rossa abbia, per uno spiacevole equivoco, esteso a loro le sanzioni contro Putin. Sabato 14, alle 11, al Faro si terrà un’assemblea pubblica: per chi ha domande, per chi non ha capito bene, per chi vuole. La Croce Rossa è invitata.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Who Pod?

Who Pod?
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La prima cosa bella di venerdì 13 maggio 2022 è che nella sfida tra l'uomo e l'aggeggio, l'uomo a imparato a prevalere alla distanza. Prendete l'I Pod, per esempio. È durato ventun anni.

Mio nonno ha avuto la radio: lui se n'è andato e lei c'è ancora. Mio padre la televisione e si sfidano ogni sera da ottant'anni. Nella mia vita ho accolto e sepolto molti congegni. Ho fatto parte del "Popolo dei fax" e della "Generazione I Pod".

Vidi nel metro di Parigi uno con la scatoletta bianca e le cuffiette: doveva essere parente di Steve Jobs. Mi sembrò una meraviglia, la mia musica in tasca. L'avevo ascoltata con il giradischi, il mangiadischi, il walkman, l'autoradio, i dischi, le cassette, i cd, i file Mp3.

 

Avrei visto i blackberry nascere e scomparire. Il phone diventare smart. Il pc spezzarsi in due e diventare I Pad (se vuoi la tastiera, a parte). Meteore da polso, da mettere davanti agli occhi, prototipi che mi raccontano in segreto, mentre mangiamo in ristoranti senza finestre. Ci vorrebbe, come fecero per i gusti dei gelati Ben & Jerry, un cimitero per oggetti finiti. Non smarriti, finiti.

È stato bello, è stato utile, ma soprattutto, eh già: noi siamo ancora qua. 

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(Leggo)

«Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» Gv 14,1-6.

 

I popoli chiamano la loro terra “patria”. Ciò sottintende una protezione, un conforto ed implica amore. Ci sentiremmo a casa nostra nella casa del Padre, ci sentiremmo a nostro agio, rassicurati. Questa è l’opera fantastica dell’amore: trasformare quattro mura anonime nella propria casa e un servo in un figlio.

(Prego)

O Padre, che sei la meta finale del nostro cammino, Fa' che seguiamo la via del tuo Figlio che ci guida verso di te, rivelandoci la pienezza di vita nella tua casa.

(Agisco)

Essere segno e presenza di Cristo per chi soffre.

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Tonino Abbattista

 
 
 

A vent’anni, stagnino, maestro di scuola elementare a ventitré.

Come un’ape attratta dall’irresistibile profumo di fiori di campo, ti precipiti dalla città di De Nittis a San Ferdinando dove una corolla di persone speciali, entra nel cuore del volume “Nu picche dolce e….n’àte pìcche amàire” di Antonio Abbattista e ne illumina anfratti, pianure e rilievi.

Approdi trafelato all’ auditorium dell’Istituto “Michele dell’Aquila”. Ahimè! Due fanciulle del servizio d’ordine ti bloccano l’accesso per il certificato verde, riottoso alla scansione de lettore ottico. Insisti, interpellata la coordinatrice… perplessità, poi, via libera. Riprendi a respirare.

Cantiere già aperto, luci soffuse, operatori al lavoro. Rosario Lovecchio, direttore della biblioteca parrocchiale “Don Milani, microfono alla bocca. Neanche una mosca vola. Il pubblico, raccolto, compiaciuto, ascolta in silenzio. Così, In punta di piedi raggiungi la prima fila e ti accomodi in un’accogliente poltroncina turchese.

Dietro il maestoso tavolo, alla plancia di comando…

…la poetessa, Tina Ferreri Tiberio, coordinatrice degli interventi. Maestosa nella sua semplicità ed umiltà, un tempo docente di storia e filosofia al Liceo scientifico, autrice della bella raccolta “I sentieri del vento”, di cui ricordi in particolare “Ogni volta mi perdo/ quando guardo/ il Tuo infinito ed eterno/ondeggiare. / Sussurri al vento/ e nell’indefinito abbraccio/ dell’Universo/ rinfrangi le onde e…/ attraversi il tempo”

….. Don Mimmo Marone, un’icona, un faro che illumina coscienze. Un lievito, genera alveoli di cambiamento personale e sociale. Da una vita si batte, impavido, contro ogni forma di prevaricazione e sfruttamento e porge la sua pietosa mano a tutti quelli che bussano alla porta della sua lungimirante visione ed azione evangelica. Gremite le sue liturgie religiose, e Tonino partecipa fervidamente.

… Luigi Palmiotti, occhi che ormai vedono solo ombre, appassionato cultore di storia e tradizioni locali. Risiede a Bisceglie, dove dirige il museo della civiltà contadina, che ospita figure di cartapesta dell’Abbattista. Immancabile, ogni settimana, la capatina alla casa dell’anziano suocero, che coltiva viti e ulivi di San Ferdinando.

…Pina Catino, responsabile dell’Unesco nella città del poeta Leonardo De Mango, promuove significative iniziative culturali, artistiche e storiche. Organizza e guida escursioni sul territorio che lasciano un segno di meraviglia e soddisfazione in tutti i partecipanti.

Ascolti con emozione gli interventi, che lumeggiano i tratti salienti del volume, ne assapori la lettura delle poesie decantate dalla poetessa Tina, da Rosario e da Ermanno Acquaviva, uno dei tanti bimbi di allora che hanno la straordinaria fortuna di formarsi culturalmente ed umanamente nell’aula-laboratorio dell’autore del libro. L’atmosfera diventa magica, inspiegabilmente provi la sensazione che da un momento all’altro il grande Tonino debba apparire con la fisarmonica fibrillante.

Commenta Rosario: “Per me, c’è più umanità su una panchina della nostra piazza dove si riuniscono tre o quattro anziani che conversano tra di loro in dialetto, che nei salotti televisivi dove improvvisati e improbabili tuttologi parlano dell’universo mondo, con lo scopo di riscuotere il gettone di presenza.” Egli auspica l’alba di un giorno in cui il dialetto possa essere insegnato nelle scuole, restituendo identità linguistica ed esperienziale alle comunità del territorio.

Le poesie di Tonino rievocano la civiltà contadina.  Mestieri scomparsi, umili animali, piante del territorio, utensili di cucina, oggetti che allietano l’infanzia di bimbi, uomini, vita del paese. Aleggia l’eco di Pablo Neruda, attento alla vita delle umili cose quotidiane, degli animaletti insignificanti, dei mestieri vilipesi, che recuperano dignità letteraria.

La lingua? Il dialetto di San Ferdinando, che Tonino apprende dalla mitica zia Margherita, dai genitori, dai vicini di casa, dai coetanei scalzi e cenciosi della strada, dai tanti contadini che frequentano la bottega del padre, stagnino. L’idioma degli avi, un cimelio del passato, crogiuolo di lemmi ed esperienze prodotte dai numerosi popoli succedutisi con le armi in pugno nel territorio, veicolo linguistico guardato con sospetto e puzza sotto il naso, dalle famiglie che vi vedono un retaggio di miseria e di disvalore sociale, un ostacolo all’emancipazione culturale, sociale ed economica.

Oggi, di quell’idioma ne è rimasta una pallida ombra nelle conversazioni informali tra amici e in famiglia, mentre si è diffuso ampiamente nelle chat e nei social network lo squallido linguaggio delle emoticon imposto da torme di esperti della comunicazione assoldati da chi gestisce cinicamente la finanza, l’economia, la politica e la tecnologia.

“Il volume di Tonino Abbattista, costituisce per la nostra comunità cittadina”, precisa don Mimmo, un piccolo tesoro di intelligenza, di ironia, di buon senso. Il suo stile, leggero, dolce, pungente e a tratti amaro, nu pìcche dòlce e… n’àte pìcche amàire.

Ma chi è Tonino Abbattista?

Lo conosci il 29 maggio 1974. Tu, insegnante di lettere della locale scuola media a braccetto di Angela, fidanzata. Sfila al tuo fianco con la sua inseparabile Maria. Il lungo corteo stigmatizza con energia il feroce attentato terroristico di matrice neofascista che il 28 maggio insanguina Piazza della Loggia a Brescia. Partecipi con entusiasmo all’iniziativa politica, anche se il giorno seguente il mitico Marco Bisceglia, prete del dissenso, ti attende a Lavello per la celebrazione del matrimonio anticoncordatario.

Sventola in prima linea la bandiera intrisa del sangue di braccianti di San Ferdinando. Grande sdegno alberga nel volto e nei gesti concitati dell’amico per quei padri di famiglia trucidati perché osano pretendere di entrare in possesso delle terre che avrebbero sfamato i loro figli.  Si infiamma nel parlare di Peppino Di Vittorio, l’uomo che cambia la vita dei lavoratori.

Poi, ti apre l’anima. Fino a vent’anni lavora indefessamente nella bottega paterna, impregnata di fumo, acidi e stridii di metalli, frequentata da casalinghe per teglie di rame da rivestire di stagno e contadini con falci e zappe. Un giorno Michele Mosca, suo fraterno amico, passeggiando sulla pubblica piazza … “Tonino, non puoi continuare a fare lo stagnino per tutta la vita, i tuoi occhi incespicanti…”

Tonino – …E che devo fare…? A vent’anni…?

Michele – Riprendere i libri, ti aiuto io. Ti presenti privatamente agli esami e in pochi anni raggranelli un diploma che ti consentirebbe di svolgere un lavoro meno impegnativo per la vista.

Una boccata di ossigeno per i suoi genitori e la cara zia Margherita. Ogni giorno, infatti, Tornino rincasa con gli occhi infiammati e lacrimanti, mentre il numero delle diottrie scema.

Studiano alacremente, i due amici. A giugno, agli esami di terza media superati brillantemente, gli esaminatori lo lodano per la solida preparazione culturale e l’umanità maturata. Esposti i quadri, i due amici escono raggianti dalla scuola.

Michele – Questo è solo il primo passo, Tonino. Ora devi frequentare una scuola superiore.

A ventitré anni, nel 1961, lo stagnino, mani callose e bruciacchiate, consegue l’abilitazione magistrale. Emozionatissimo il primo giorno, nel mettere piede nella scuola elementare.  Una schiera di bambini, accerchiandolo e strattonandolo, lo guarda con curiosità e timore. Sorride, e i visi si distendono.

Per decenni, almeno una volta la settimana raggiungi con tua moglie l’abitazione degli Abbattista. Occasioni di svago e di profonde riflessioni, di convivialità, indimenticabili. Con tanta bella gente! Conosci il tuo amico come le tue tasche e lui è di casa in te, non ci sono segreti tra di voi.

Maestro per quarant’anni, soprattutto maestro di vita. Quando prende la parola, tutti d’incanto ascoltano il vate, perennemente alla ricerca della verità. Mai una parola o un gesto fuori luogo, affabile la conversazione empatica, limpido lo sguardo, sincero ed autentico il rapporto. Ascolta con identico rispetto e raccoglimento le parole di semplici persone del popolo e gente istruita.

La sua aula… un laboratorio di musica, pittura, cartapesta, canti popolari, carri allegorici per i cortei carnevaleschi. Per lo studio della geografia indugia nella lettura del territorio, che fa amare. Per la comprensione della storia, parte dalle vicende quotidiane, interpellando i volti bruciati dal sole e le mani callose dei frequentatori della sua bottega.

Venera profondamente i suoi agnellini, riconoscendo di ciascuno la propria specificità e i talenti. Col fuoco dell’amore e della cultura ne attizza la curiosità e la dignità, come col mantice fa brillare le fiamme della fucina.  I più fragili recuperano la fiducia in sé stessi, i più capaci s’inerpicano agevolmente su alte vette culturali. Tutti imparano ad acquisire e sviluppare capacità creative, spirito critico, attenzione verso l’ambiente e cura delle persone più fragili.

Traduce nel dialetto di San Ferdinando alcune commedie di Joseph Tusiani, poeta, scrittore, traduttore che fa conoscere all’America i grandi classici italiani. Incredibile, Joseph, l’italiano più conosciuto e stimato negli Stati Uniti, assiste gongolante alle rappresentazioni che vedono protagonisti gli alunni della locale scuola elementare.

Intanto, Tonino coltiva i suoi hobby, la musica, in primis. Al compleanno ed all’onomastico una folla di amici e conoscenti invade e presidia la sua abitazione, mentre le calde note della fisarmonica, percorrendo la distesa di viti e peschi, bussa alla porta della remota oscurità.

Diventa magica l’atmosfera conviviale, quando l’archetto del maestro Raffaele De Sanio, primo violinista del Petruzzelli, scivola limpidamente sulle corde del violino. Completa la cornice musicale col suo clarinetto Domenico Daloiso, inseparabile amico dell’anfitrione.

La pittura e la scultura non demordono. Le pareti delle stanze e dei corridoi sono illeggiadrite dai corpi di donne, dai paesaggi, dai ritratti che denotano padronanza delle più svariate tecniche artistiche e l’intensa capacità espressiva.

La poesia e la narrativa, legate alla sua vita, alle sue esperienze, al suo paese, alla sua anima inquieta sono di casa. Oltre al libro di poesie presentato, pregevole la raccolta “Aspitte n’àte pìcche”. Numerosi i racconti e gli articoli pubblicati dai giornali del territorio.

Legge, Tonino, tanto! O meglio ascolta al computer la lettura di giornali e libri. Non si ha una pallida idea della tenacia e della fatica che lo impegnano. Un altro avrebbe lasciato cadere ogni velleità e si sarebbe rassegnato all’ineluttabilità delle condizioni fisiche, ma lui non si dà per vinto davanti ad ostacoli perfino insormontabili.

Gli amici di ogni condizione sociale e culturale gli fanno corteo, un nugolo sterminato! E lui non delude nessuno con la sua disponibilità. Per anni, lunghe conversazioni al telefono con Pietro, un suo coetaneo che si aggira nella sua abitazione con un bastone bianco.

L’ospitalità, incommensurabile! L’accoglienza calda, i fornelli della cucina diventano incandescenti all’arrivo di ospiti. Tutti, trascorrendo ore indimenticabili, al momento del commiato, provano un sentimento di profonda gratitudine, intanto avertono che qualcosa è cambiato nelle loro anime.

L’attenzione verso i beni pubblici lo porta ad interessarsi di politica, quella che si prende cura dei bisogni della gente e rispetta il territorio. Gode del rispetto e della stima degli avversari politici che apprezzano la sua correttezza e linearità.

Profondo il suo spirito religioso, si accumulano sul tavolo del soggiorno le omelie di Don Mimmo Marone. Adotta assieme la Maria, compagna della sua vita, Carmela e Giuseppe, generosa impresa, molto impegnativa e rischiosa per l’età dei ragazzi avuti dapprima in affido.

Intanto la vista scema, i contorni delle cose e delle persone diventano sempre più evanescenti, così qualcuno immancabilmente lo affianca con piacere e devozione per guidare i suoi passi per le vie della città.

Un’immensa fortuna per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo! Per un paese schiacciato da immensi problemi sociali e criminali!

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Invisibili fuor di metafora

 
Maria Aljokhina, a sinistra, e la sua ragazza  Lucy Shtein mentre provano il travestimento da rider

Maria Aljokhina, a sinistra, e la sua ragazza Lucy Shtein mentre provano il travestimento da rider

Non vediamo quel che abbiamo sotto gli occhi. Che il luogo più sicuro dove nascondersi sia una piazza, mescolarsi alla folla alla luce del sole, è noto. I ladri sanno che è più facile che qualcuno ti fermi se nascondi la refurtiva: se la porti tranquillamente sottobraccio hai più possibilità. E’ così anche nella vita: vediamo quello che ci viene nascosto, è lì che sospettiamo, ma non ci accorgiamo di comportamenti i cui indizi sono disseminati attorno a noi.

La storia di Maria Aljokhina, Pussy Riot, evasa a Mosca dai domiciliari indossando i panni di una rider è illuminante per diverse ragioni. Primo: persino in Russia, oggi, puoi sfuggire al controllo claustrofobico e non serve un piano di evasione da film. Basta, semplicemente, confondersi alla folla – come sempre. Quale folla? I veri invisibili sono i corrieri delle consegne a domicilio. Sono panorama non percepito, lo scenario abituale. La donna è uscita dalla casa dove si trovava ai domiciliari vestita con una divisa di una ditta di delivery, ha raccontato in un’intervista: giacca con cappuccio verde, berretto e zaino con le insegne.

Non ha nemmeno dovuto salutare con disinvoltura, o accelerare davanti alle guardie. Ne ha incrociate molte, fino al confine. Una volta lì, è riuscita a varcarlo al terzo tentativo. La storia è appassionante, ve la consiglio. Mi è tornato in mente che durante il primo severo lockdown anche i corrieri della droga, lo spaccio urbano, consegnavano a domicilio indisturbati. Il fine per cui ti mascheri dipende, in effetti. La questione è quale sia una maschera sicura: dei rider si denuncia la povertà di diritti dicendo che sono “lavoratori invisibili”. Anche fuori di metafora: letteralmente invisibili.

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La scelta di Amedeo

Foto dal sito www.pietredellamemoria.it
Foto dal sito www.pietredellamemoria.it 
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La prima cosa bella di giovedì 12 maggio 2022 è che anche dentro le orribili cronache di una guerra si trovi qualcosa che ridà fiducia nel genere umano. La scelta di Amedeo, per esempio.

Sempre a proposito dell’eccidio di Quota, accaduto nel luglio del ’44. Dopo la mediazione del professore e della maestra i nazifascisti avevano ridotto a 5 gli uomini da fucilare, a distanza di 5 minuti uno dall’altro. Un quarto d’ora, quattro morti. L’ultimo doveva essere Emilio Spinelli, padre di 6 figli.

Raccontano che si fece avanti suo fratello Amedeo, scapolo, rastrellato insieme con lui. Andò dal comandante tedesco e chiese di prendere il posto del fratello, dietro promessa che questo sarebbe ritornato alla sua famiglia. Il comandante assentì. Amedeo abbracciò suo fratello, gli consegnò il portafoglio, si spostò e fu trapassato dai proiettili.

 

Poteva ritenere inevitabile quel che stava succedendo. Poteva pensare che uno vale uno. Poteva giurarsi di prendere in carico la famiglia del fratello. Fece la scelta più semplice, la più difficile.

Poi, come ci ha insegnato il soldato Ryan, a tutti i salvati spetta il dovere di essere uomini per bene, condurre una vita decente e, se possibile, evitare un’altra guerra. 

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