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(Leggo)

«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me»

Gv 15,18-21.

 

...e niente, Gesù non ci ha mai ingannato o preso in giro.

 

(Prego)

O Signore, che ci hai detto che il servo non è più grande del suo padrone, concedi a noi, da te eletti e amati come tuoi amici, di discernere ciò che nel mondo è contro la tua volontà da ciò che invece è conforme alla tua Parola.

 

(Agisco)

Di fronte alle difficoltà rinnovare e rinfrancarci nel nostro mettere la fiducia in Lui.

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LE PICCOLE LIBERTÀ

 
 
 

di Lorenza Gentile

Questo racconto leggero, di piacevole lettura, scorre veloce e nella sua semplicità ti rapisce perché ci si ritrova a vivere una Parigi non da turisti, ma da “iniziati” al gusto un po’ bohémien della ville lumière.

La trama si perde nei meandri dei pensieri e delle emozioni di Oliva mentre assapora ed impara piano piano ad apprezzare quelle piccole libertà che ti fanno sentire viva.

“Ci sono piccole libertà che ci cambiano per sempre perché tante piccole libertà ne fanno una grande.”

Nella semplicità delle piccole cose dimora l’eterno di uno sguardo rivolto al nostro io più felice.

Seguire il proprio istinto, mordere con passione attimi di vita imprevisti ed improvvisi, non darsi per vinti perseverando nell’inseguire i propri sogni: tutto questo così apparentemente impalpabile nell’ovvietà dei desideri che ognuno di noi possiede si tramuta in opportunità vere e concrete nell’inaspettata quotidianità di Oliva.

Ci si ritrova, così, ad annusare una nuova positività nel pensare ai tanti “qui ed ora” che tessono la nostra vita immaginando che basta volere perché tutto diventi possibile.

Un felice salto nel regno del realizzabile mangiando macarons stando a cavalcioni sul muretto che costeggia la Senna.

Siete pronti anche voi ad intraprendere questo viaggio? Dedicatevi del tempo spensierato!!!


 
 
 
 
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Mi chiamo Monica Fornelli e scrivo sin da piccolina. Sono una docente di francese appassionata di somatopsichica; lo stare bene per me è essenziale per cui da sempre scrivo per “ricrearmi” un mondo ideale in cui tuffarmi e potermi riequilibrare abbracciando me stessa e al contempo abbracciare virtualmente chi vorrà leggermi. Ho partecipato a vari concorsi nazionali e internazionali tra cui “Il Papavero d’Oro“, “Levante” indetto dalla rivista Radar Sei, “On the air”, “Nino Palumbo”, ottenendo vari riconoscimenti e menzioni in giornali locali come “la Gazzetta del Mezzogiorno“ e “Meridiano Sud”. Alcune mie poesie sono presenti in antologie quali “Fiori Amori” e “Le stagioni” ed. Barbieri; “Parole senza peso” ed. Writers, “Nitriti al vento“ ed. La Conca, “Il Federiciano” ed. Aletti. Nel 2011 è uscita la mia prima raccolta dal titolo “I colori della vita” (ed. Albatros) presentata anche alla fiera del libro di Torino.
 
 

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Dalla politica della Fratellanza e dell’Unità alla retorica dell’odio

 
 
 

Il futuro dei Balcani, complicato e sempre pronto a deflagrare, passa da quello dell’Europa e della Russia

La Costituzione del 1974 dava la possibilità alle Repubbliche di Jugoslavia (Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia, Macedonia, Montenegro) di potersi separare dalla Federazione e di diventare indipendenti, ad eccezione delle due province Vojvodina e Kosovo, dove vivevano delle minoranze, che godevano tutto sommato di una certa autonomia. In un certo senso, Tito aveva intuito che dopo la sua morte, avvenuta il 4 marzo 1980, la Repubblica Socialista avrebbe potuto sciogliersi. Fino ad allora, serbi, croati, bosniaci e sloveni avevano vissuto fianco a fianco, in pace, cercando di favorire “l’unità e la fratellanza” tra le varie etnie e anche dopo la dipartita del Maresciallo non ci furono nell’immediato grossi problemi di convivenza.

La caduta del Blocco Orientale ha favorito ataviche rivalità tra le diverse etnie che hanno scatenato l’inferno delle guerre jugoslave. Non è un caso che la prima Repubblica a separarsi, la Slovenia, avesse vissuto il distacco in maniera quasi indolore, in virtù del fatto che lì le spinte etniche erano meno pressanti rispetto al resto della Federazione e per la maggiore vicinanza del territorio al contesto mitteleuropeo, col quale gli sloveni avevano maggiore affinità. Diverso discorso per quei territori dove vivevano fianco a fianco croati, serbi e musulmani che si fronteggiarono in una guerra che conobbe l’infausta variabile della pulizia etnica. Non solo bisognava reclamare l’indipendenza territoriale, ma i confini nazionali dovevano essere “purificati” dalla presenza straniera. Si doveva perseguire il sogno della Grande Serbia, della Grande Albania o della Grande Croazia, una riunificazione etnica che avrebbe disgregato il vecchio Stato in entità etniche allargate, che minacciavano anche Stati sovrani terzi (discorso che riguarda la creazione di una Grande Albania comprendente territori della Grecia).

A questo proposito, difficile pensare a una proiezione geografica della distribuzione etnica dei vari popoli, allorquando le etnie convivevano e si mescolavano, nel vero senso della parola, rendendo impossibile una delineatura grafica sulla cartina. E allora la soppressione, le violenze e gli esodi si resero utili per eliminare la presenza ostile, un tempo il fratello nell’unità dello Stato (il motto della RSFJ era “Bratstvo e Jedinstvo fratellanza e unità). Portare a termine l’unità etnica ha comportato la creazione di Stati sui quali restano forti dubbi e resistenze. È il caso del Kosovo,  eticamente diviso un tempo in albanesi e serbi (non esisterebbe il kosovaro in senso stretto), che rappresenterebbe il primo passo verso la creazione della Grande Albania, una transizione verso uno Stato unitario albanese; o il caso ancor più spinoso della Bosnia-Erzegovina, un Paese creato a tavolino all’indomani degli accordi di Dayton, che non dispone di una vera e propria costituzione, ma di un accordo internazionale scritto in inglese, dove il fuoco del conflitto brucia ancora sotto la brace, in una situazione volutamente tenuta in sospeso dalle forze straniere, pronte a riaccendere la miccia nella polveriera balcanica.

Non è giusto tuttavia pensare all’inevitabilità di un conflitto etnico e lo dimostra la secolare convivenza delle varie etnie, come viene spesso ricordato dai romanzi di Andrić e dalla volontà di creare uno Stato degli Slavi del Sud che riunisse i vari popoli in un’unica realtà nazionale e che si liberasse dell’oppressione austro-ungarica. Ancor oggi a Belgrado ad esempio vivono e lavorano croati, albanesi e macedoni, in un contesto di tolleranza, e proprio in Serbia esistevano scuole per albanesi e ungheresi (presenti ancora), insomma in favore delle minoranze. Anche dal punto di vista della lingua, le differenze sono pressoché minime. Viene da pensare che la disgregazione dello Stato jugoslavo sarebbe stata inevitabile anche perché costituzionalmente definita a suo tempo, ma un conflitto così cruento e sanguinoso poteva essere evitato, soprattutto dalle potenze atlantiche che hanno colpevolmente indugiato sugli orrori che venivano commessi al di là dell’Adriatico, sfruttando la debolezza storica della Russia.

Il futuro dei Balcani, complicato e sempre pronto a deflagrare, passa da quello dell’Europa e della Russia. L’attuale conflitto ucraino russo potrebbe divenire il pretesto (la Republika Srpska da tempo chiede di separarsi da Sarajevo e il Kosovo teme un’azione di Belgrado) per riaprire la contesa in nome di ragioni etniche sempre disponibili per la causa.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

La gestione dei rimproveri in un team

La gestione dei rimproveri in un team
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Se c’è una cosa che ho imparato in tanti anni che mi occupo di startup e che seguo la cultura della Silicon Valley, è l’importanza della gestione dei rimproveri in un team (ma anche in una famiglia): se vuoi che una squadra resti una squadra, se non vuoi umiliare chi ha sbagliato, se lo vuoi aiutare a sbagliare meno, il rimprovero non è mai pubblico. Davanti ai colleghi. In una chat che tutti possono leggere.

La segnalazione di un errore si fa in privato. Fare il contrario è una pubblica gogna. Vuol dire esporre il malcapitato anche alla riprovazione dei colleghi: è un’umiliazione inutile e dannosa che giorno dopo giorno demolisce una squadra. Lungi dall’impedire altri errori, che invece ci saranno, impedisce altre iniziative, proposte, idee. Trasforma i componenti di un team in automi che per evitare i rimproveri si debbono conformare a svolgere esattamente le mansioni che gli sono state affidate senza cambiare nulla, senza proporre nulla. Senza il coraggio di segnalarti se stai facendo a tua volta un errore. Questo impoverisce una squadra. Che diventa come una pianta senza fiori. Viva, ma spenta.

Una volta il preside di una scuola media ha chiamato un ragazzo per sospenderlo per cattiva condotta. Per i primi 20 minuti lo ha riempito di elogi per il suo talento, al punto che quello pensava lo stesse premiando. Poi gli ha detto che a malincuore lo sospendeva un giorno così che potesse tornare a essere se stesso. Quel preside ha capito tutto: i rimproveri sono fondamentali, ma vanno ridotti al minimo. Solo per le cose davvero importanti e senza umiliazioni. Perché sulla paura di sbagliare non si costruisce alcun successo.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Incanto fonico ordigno di poesia

 
La performer Silvia Calderoni porta in scena MDLSX da Middlesex di Geoffrey Eugenides

La performer Silvia Calderoni porta in scena MDLSX da Middlesex di Geoffrey Eugenides

La voce l’orecchio la parola il respiro, elenca Mariangela Gualtieri, “semi della divinità”. “Mi pare sia sempre più necessario dare voce viva alla poesia, diffonderla come si dà pane agli affamati perché sempre più la denutrizione è psichica e interiore”. Arte Orale, poiché la poesia nasce appunto come evento sonoro: recitata a memoria, cantata, declamata. “Avventuroso cammino verso la solonostra voce. Solonostra voce. Giace sul fondo bambina ammutolita striminzita giace”.

Non ha bisogno di maschere, la nuda voce: maschere per non patire, per proteggere sé, per abbellire sé. “L’incanto fonico”, lo chiamava Amelia Rosselli: così s’intitola questo libro gioiello manuale da mandare a mente. Sottotitolo, “l’arte di dire la poesia”. Strumenti, alcuni: il silenzio, la memoria, la paura, l’attenzione, il respiro, il pianto. “L’aristocrazia degli attenti. La sola a cui appartenere”. E ci guardava entrare da un manifesto, il volto di Mariangela Gualtieri, ieri all’ingresso dell’Angelo Mai – luogo dove si fa un teatro che dà a ciascuno il posto che cerca, luogo libero, nella Roma assediata.

Di nuovo Silvia Calderoni con la compagnia Motus portava in scena, come dal 2015 fa con incessante successo, MDLSX da Middlesex di Geoffrey Eugenides. “Un ordigno sonoro”, dice il programma di sala. Incanto, ordigno. Non si può dire, bisogna vivere l’esperienza di libertà dei confini del corpo, di appartenenza ciascuno al proprio corpo che Calderoni offre al pubblico affamato e spesso infine in lacrime di gioia. Viene voglia di esserci ogni sera a trovar pace ma “non potrò tornare, domenica”, le ho detto. “Non posso”. Ha sorriso: “Il teatro è fatto per questo: per essere perso”. Il teatro, e anche noi.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Un fattapposta che non stava a lista

 
 
 

«Quando c’è equilibrio tra lintrecciare e il non stringere, si sta bene. È legame»

(Fabrizio Caramagna)

Sono giorni che faccio solo una cosa: dimenticare.

Tutto, mi dimentico tutto.

Piena di promemoria, sveglie, trilli, cazzotti in testa, niente: non c’è verso che nulla mi aiuti a ricordare le cose che ho da fare. Tentano di sfuggirmi, si confondono, si allontanano, fanno le capriole e poi, sempre, sempre, dico sempre, per qualche volere Altro, non riescono a scappare.

Ricevo un messaggio, ne invio uno, sento un suono, mi sveglio di soprassalto, mi cade l’occhio su una pietra e, in calcio d’angolo, mi ritrovo a fare quel che dovevo. Manca sistematicamente pochissimo tempo dal momento dello scossone a quello dell’evento e io, però, riesco in qualche modo a portare a termine tutto ciò di cui avevo perso ogni traccia e il fatto di essere trafelata resta a me. Un segreto. Il mondo non lo sa, salvo l’una tantum di emisfero a cui scelgo di farlo sapere.

Praticamente ogni volta che sta per suonare il gong giunge un “fattapposta” a salvarmi la vita.

Ora, pensavo, praticamente arriva qualcosa che “non stava a lista” e salva la vita.

“Un fattapposta che non stava a lista”, il che tradotto dal barese altro non è che “una cosa perfetta nemmeno immaginata”.

Arriva non si sa da dove. Resta là non si sa come. Agisce non si sa perché. Insieme a me risolve. Fatto.

Me ne sono appena resa conto, non finirò mai di stupirmi davanti alla follia delle circostanze: quelle funzionano se le tieni insieme.

La divisione profonda, invece, nel nostro modo di osservare e ricordare, il modo assurdo in cui separiamo tutte le cose che già conosciamo e il sistema balordo  per cui non le colleghiamo.

È un totale controsenso. Respiriamo dentro ad un ecosistema in cui è palesemente tutto connesso in maniera perfetta, noi ne facciamo totalmente parte ed è l’intelligenza quella capacità di creare collegamenti.

È vergognoso non collegare. Indegno non creare legame.

E forse è perché io non mi voglio vergognare, né sentirmi indegna, che ho collegato, anche stasera, “un fattapposta che non stava a lista” e, a cinque minuti netti prima dell’evento ics, sto chiudendo questo pezzo, che uscirà domattina e che, evidentemente, avevo dimenticato di scrivere.

Legami e légami. Certe volte è un fatto di accenti.


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donmichelangelotondo più di un mese fa

La gravità delle leggerezze umane…

 
 
 

Durante i conflitti, sono i bambini che non periscono, a diventar adulti in “breve” tempo…

Glissando quelli che noi chiamiamo problemi, dalla nostra vita: ci rimarrebbero noia e indifferenza. Queste ci farebbero uscire da un mondo attivo, vivo, per addentrarci, “auto-spintonarci” in una situazione vegetativa e priva di interessi vitali: vuoto mentale.

A una certa età non sarebbe inutile un bel, robusto bastone per aiutarci a camminare; un buon libro da leggere per tener sveglia la memoria; eliminare certe usanze sbagliate mentre sediamo a tavola…e via dicendo.

Sarebbe veramente d’ausilio munirsi di un sostegno quando le ossa delle ginocchia, mancanti di vitamina “D”, cominciano a dare segni di osteoporosi e a “lamentarsi” sotto il peso del corpo. Non è bello trascinarsi, solo per fare a meno del supporto, che poi nemmeno toglie dignità a chi ne fa uso e non crea certamente disdoro.

Quando si afferma che si è divenuti decrepiti la cosa e riferita agli anni acquisiti, vissuti, peggio ancora se privi di regole. Spesso vedendo alcuni conoscenti, con alcuni dei quali, da ragazzi, si entrava spesso in “competizione” nei giochi, oggi che vanno in giro con le sedie a rotelle per deambulati, mi vien da pensare…

Alcuni di questi mezzi sono muniti di un motorino altre, invece, spinte a mano dall’occupante. Arrivassi alle stesse condizioni chissà a quali competizioni mi confronterei…seduto su uno di essi, ma è meglio lasciar cadere certi pensieri e restare nella propria “pelle”, ringraziando la sorte per quello che si ha e che se ne conosce il “valore”.

Pensandoci bene, sembra che ad una certa età l’incipienza si rinnovi e ci riporti ai primi, insicuri passi: quelli che sono, poi, migliorati e divenuti stabili. Pure gli ultimi che ci verranno dati sembrano somiglianti ai primi, instabili ma che tali resteranno… o peggioreranno, fino all’immobilità…?

E che dire dei passi inconsueti messi da taluni accentratori? A parer loro sembra sentirsi pedagoghi nell’indirizzare interi eserciti per risolvere problemi “personali”. È un fatto paradossale farli partire su mezzi corazzati, per poi farli ritornare a casa su sedie a rotelle, se non stecchiti in una bara o finiti in “fosse comuni”?

I conflitti, di ogni genere, lacerano il tessuto sociale e disabilitano ogni forma democratica di vivere civile. Sono essi che innescano rancori a catena e non solo. Essi creano disparità tra i popoli, fame, economie impazzite, lutti a non finire, disabili e povertà. Sono solo in pochi i beneficiari ma che hanno la cinica sfacciataggine di decorare i pochi coglioni rimasti, come per dire: -Questa è la medaglia, tieniti pronto per la prossima volta.

Di questo passo, per accontentare e tenere impegnati tutti i nuovi disabili si dovrebbe poi organizzare delle paralimpiadi ogni mese?

Ma di che cosa stiamo parlando, lo vogliamo dire? Dopo le mascherine, e gli orecchi tappati per non ascoltare la voce dei saggi, pure i paraocchi, per non guardare gli scempi che fanno le guerre? Ché nessuno veda! Al pari dei somari che girano i mulini?

A proposito di mulini: ma ci sarà qualcosa da macinare, visto la piega che sta prendendo la scarsità di cereali?

I ceceni, poi. Questi ne hanno combinate di tutti i colori: “putti(a)nate” a non finire… hanno inveito sulle povere, indifese donne, lasciate dai loro uomini impegnati al fronte alla mercè degli aggressori. Nei Talk show non si fa che parlare a vanvera: lo fanno un po’ tutti, col meno garbo possibile, per dare quel macabro tocco di sadismo il quale, per molti, diventa beffardo intingolo… come se la guerra sia stata una manna piovuta dal cielo e non dall’inferno.

Si sta rendendo evidente che sono in molti a bagordare cinicamente su di una tragica situazione, dove la resa dei conti si dimostra ancora lungi dall’esser liquidata. Forse perché le pazzie messe in atto non han trovato ancora il riconoscimento dell’Io malato, o forse è dovuto all’euforia dei pazzi appunto, che non si sono posti un limite, dopo averlo superato…?

“Perché quasi niente quanto la guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell’uomo.”  (Oriana Fallaci)

“Nello sport si vince senza uccidere, in guerra si uccide senza vincere.” (Shimon Peres)

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Per un reale dialogo tra biologia e teologia

 
 
 

Il contributo di Angelo Vianello

I primi decenni del XXI secolo vedono il pensiero filosofico-scientifico che, pur impegnato in primo luogo su vari livelli a far fronte a diverse e inedite sfide per loro natura sempre più planetarie, non tralascia quel non secondario tema ereditato dalla modernità, il confronto fra scienza e fede, o meglio fra il sapere scientifico e quello derivato dall’esperienza di fede, confronto che ha visto protagonisti gli stessi fondatori della scienza moderna; se con Galileo ha assunto, com’è più noto, risvolti drammatici, con Newton poi tale confronto è stato meno lacerante e nello stesso tempo più costruttivo, come ampiamente documentato da Hélène Metzger nell’ancora e quasi unico lavoro nel suo genere  del 1938, Attraction universelle et religion naturelle chez quelques commentateurs anglais de Newton (Hélène Metzger, vittima della Shoah, filosofa della scienza, 27 gennaio 2021). E non a caso è stato ancora ritenuto cruciale da diverse figure del ‘900, a partire da figure di scienziati-filosofi come Max Planck, Albert Einstein,  Pierre Teilhard de Chardin, Stefan J. Gould sino a Giovanni Paolo II, il cui papato, sulla scia delle indicazioni del Concilio Vaticano II, tra le altre cose è stato caratterizzato da una non comune attenzione verso questo problema ritenuto cruciale per evidenti ragioni pastorali tese ad avviare su nuove basi il rapporto con la contemporaneità, una volta individuate alcune cause del secolare conflitto grazie alla coraggiosa presa in carico del ‘Caso Galileo’.

E’ da segnalare che  in questo campo  sono tuttora impegnati in prima persona gli stessi scienziati, credenti e non credenti, coadiuvati dal fatto che da una parte, a partire dagli anni ‘70 del secolo scorso, sono venute meno quelle immagini unilaterali della scienza di stampo vetero-positiviste grazie agli sviluppi degli studi storico-epistemologici col darci non secondari contributi per affrontare su nuove basi i valori cognitivi in essa impliciti; e dall’altra  soprattutto in area anglosassone e nell’ambito della tradizione teologica riformata liberale è venuta a consolidarsi la cosiddetta Theology and Science, dove figure come Ian Barbour prima e dopo Robert J. Russell, fisico teologo, hanno messo proficuamente in atto quella che chiamano  a creative mutual interaction (Quando cosmologia ed escatologia si incontrano, 9 dicembre 2021). Tutto questo, insieme con la piena metabolizzazione delle conseguenze del ‘Caso Galileo’ in campo cattolico col portare ad iniziative varie come il  Centro di ricerca DISF e Nuovo SEFIR, ha gettato le basi per avviare un rinnovato dialogo tra scienza e fede, una volta che sono state, a dirla con Papa Benedetto XVI,  liberate dai rispettivi ‘restringimenti ideologici’ ereditati dal passato; ma ciò è stato possibile dopo un loro reciproco e salutare  bagno di umiltà epistemologica nel senso avanzato da più figure di filosofi della scienza come Federigo Enriques, Gaston Bachelard,  Karl Popper ed Edgar Morin, i cui lavori hanno avuto il merito di demolire gli ‘assoluti terrestri’ e di spogliarci dal mito dell’onniscienza per usare dei termini di  Dario Antiseri e Mauro Ceruti.

Ed in tale contesto, caratterizzato dalla  presenza per lo più di fisici, viene ad inserirsi l’originale lavoro, definito ‘molto ricco e felicemente interdisciplinare’ dal compianto giornalista scientifico Pietro Greco, del biochimico Angelo Vianello Sapere e fede: un confronto credibile. Per un dialogo possibile tra biologia e teologia (Udine, Forum Edizioni, 20182) con la prefazione di Federico Vercellone e la postfazione di Alessandro Minelli che ne hanno illustrato alcuni salienti aspetti. Autore di altri importanti lavori riguardanti l’evoluzione della vita, la biodiversità, l’altruismo e le sfide dell’Antropocene (Per una visione agapica dell’Antropocene, 3 marzo 2022),  Angelo Vianello, da savant o scienziato a lavoro ed engagé nel senso bachelardiano del termine, ci offre un non comune percorso storico-epistemologico caratterizzato da una parte da una presa di coscienza veritativa del continente scienza  ed in particolar modo del composito universo delle scienze della vita, anche grazie ad una piena metabolizzazione dei risultati raggiunti nell’ambito del pensiero complesso, e dall’altra dalla presa in carica di alcune proposte di teologi come Hans Küng e Jürgen Moltmann; non a caso, grazie all’esperienza maturata attraverso lo studio dell’evoluzione dell’uomo, ci offre una lettura particolarmente interessante della Teologia della speranza di questo teologo col fare sue anche alcune indicazioni  espresse in Scienza e sapienza, che gli hanno permesso di guardare al mondo della fede da diverse prospettive aperte al confronto critico con altri saperi al fine di “salvare l’esperienza umana e, più in generale, la biosfera”. Armato di questa doppia consapevolezza epistemica ci viene così offerto  un percorso teso al confronto con un nuovo esprit, nel senso di Gaston Bachelard, con i due ‘pilastri del tempo’, come li chiamava S. Gould, con l’obiettivo insieme teoretico-esistenziale di “trovare   delle sintesi che possono facilitare, sul piano culturale, il rispetto delle reciproche diversità”, anche perché come già Galileo aveva diagnosticato, e poi ribadito da Giovanni Paolo II, non ci può essere conflitto tra due verità, ma esso si verifica quando si propongono   false e fuorvianti interpretazioni di entrambe, come storicamente è avvenuto ed avviene spesso per motivi ideologici.

Ma è da tenere presente, per capire meglio il percorso di Angelo Vianello, che le scienze della vita, a differenza della fisica che ha dovuto per affermarsi come sapere autonomo portare avanti una contestuale e difficile ‘filosofica militia’ come la chiamavano Federico Cesi e lo stesso Galileo, si sono  sviluppatesi nella seconda metà dell’Ottocento da Darwin e Bernard a Mendel e Pasteur quando il sapere scientifico si era ben consolidato con le sue specifiche ‘ragioni’ a dirla con Federigo Enriques;  e per questo  i maggiori protagonisti  non si sono particolarmente impegnati sul terreno epistemologico per chiarirne le modalità d’essere, operazione sempre necessaria per evitare false interpretazioni, il che è avvenuto spesso, com’è noto, per la teoria dell’evoluzione. Mentre i fisici alle prese con altri radicali cambiamenti hanno continuato nel corso del primo Novecento a produrre una ricca mole di dibattiti sulla natura del reale fisico, in campo biologico, se si escludono gli importanti contributi di Teilhard de Chardin, S.  Gould, Ernst  Mayr e Jean Piaget, non si è verificata una cosa del genere e si è dovuto aspettare la riflessione prodotta dal pensiero complesso che non a caso si è nutrito in particolar modo dei contenuti veritativi impliciti nell’universo delle scienze del vivente.

Tutto ciò ha determinato sino a qualche decennio fa la mancanza di un ‘dialogo’ costruttivo da parte di questo ambito del pensiero scientifico con il sapere teologico data anche la  complessità delle scienze della vita, su cui aveva attirato già l’attenzione Giovanni Paolo II nei due discorsi sulla teoria dell’evoluzione con l’insistere sulla necessità da parte degli stessi protagonisti di affrontarne le relative questioni metodologiche e le implicazioni teologico-filosofiche per capire le ‘origini’ e le stesse ‘ragioni della vita’, questioni oggi sempre più al centro dell’attenzione. Ed è questo uno degli obiettivi e dei meriti non secondari del percorso di Angelo Vianello che, ponendosi sulla  scia di tali indicazioni come anche sui lavori più recenti di  Christian de Duve,  Stuart Kauffmann,  Fiorenzo Facchini, Francisco Ayala, Francis Collins, Giuseppe Tanzella-Nitti e  Mauro Ceruti, si impegna quasi in una rinnovata ‘filosofica milizia’, tesa da una parte a fare emergere gli intrinseci valori veritativi  delle scienze del vivente e dall’altra, grazie ad esse, a ridare all’esperienza di fede un  rafforzato dinamismo escatologico col fare sue proficuamente  le proposte di Teilhard de Chardin e di Moltmann; ne emerge un solido quadro epistemologico-ermeneutico per gettare le basi di ‘un confronto credibile’, di una ‘dialogo possibile tra biologia e teologia’, ritenuto sempre più ‘ineludibile’ anche perché, come spesso viene ribadito, trova le sue ragioni d’essere nelle “fondamenta nella libertà di pensiero, intesa come la più grande risorsa dell’uomo”.

E come uomo di scienza che ha studiato l’evoluzione dell’uomo, le ‘nostre lontane origini’, ‘le principali tappe dell’Homo sapiens’, ‘l’enigma dell’aggressività’, ‘la sfida ambientale’, Angelo Vianello ci avverte che porre sul terreno più giusto l’auspicata sintesi tra il sapere scientifico ed il sapere della fede, oltre a costruire insieme una più “concezione laica della società”, è un percorso più aperto a diverse possibilità come “aprire a scenari di speranza utili a orientarci nell’agire di ogni giorno e a costruire un futuro che renda possibile la sopravvivenza  di questa nostra fragile esperienza terrena”. E come scienziato al lavoro ha messo in pratica in modo proficuo quella magistrale ‘sintesi’, esposta nei suoi numerosi scritti  a partire da Il fenomeno umano, di Teilhard de Chardin che ha sempre insistito  sul fatto che se le verità scientifiche vengono ben comprese, sono il nutrimento stesso dell’uomo di fede; tale approccio, grazie all’immersione nei dibattiti epistemologici e teologici odierni, poi lo ha portato ad una diversa lettura dei rispettivi contenuti veritativi   e più attenta alla loro autonomia insieme con la coscienza teoretica del fatto che, quando scienza e fede si incontrano e dialogano in modo costruttivo, si arricchiscono entrambe di nuovi orizzonti cognitivo-esistenziali oggi più che mai necessari in un mondo  globalizzato le cui dinamiche  richiedono piani di interventi non più sorretti da logiche unidimensionali ma interdipendenti per le diverse sfide che ci attendono.

Alla luce di tali indicazioni,  Sapere e fede, oltre ad analizzare diversi punti di vista emersi nel variegato universo delle scienze biologiche sempre più bisognose di approfondimenti storico-epistemologici data la dimensione planetaria dei problemi affrontati, è un testo molto ricco di idee finalizzate a creare le basi di una impalcatura concettuale in grado di rendere sempre più “fecondo” il dialogo tra teologia e biologia; esso ‘fa tesoro’ nel senso biblico del termine dello “scenario che emerge dal ‘dibattito alla tavola alta dell’evoluzionismo’” senza cadere in posizioni naturalistiche grazie al fatto che, ormai nel regno del vivente e dell’universo stesso, la storia della vita è concepita  “come una storia di possibilità per esplorare ciò che Kauffman definisce ‘l’adiacente possibile’” dove vengono a giocare un ruolo  strategico  la contingenza e la causalità come ben analizzato da Gould e in Origini di storie  da parte di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti. In tal modo  Angelo Vianello non cade in un facile sincretismo o concordismo, già definito da Giovanni Paolo una vera e propria ‘insidia epistemologica’, in quanto fa suo in modo programmatico il punto di vista  espresso dallo stesso Gould che riteneva la vita piena di diverse potenzialità ed emergenze continue, tale da non dover ‘essere  abbracciata sotto un’unica prospettiva’ con il conseguente e necessario essere non un ‘relativista’ nei confronti della verità, ma ‘un pluralista’ nei confronti di questo reale.

Angelo Vianello  ci consegna  questo suo percorso con una ulteriore indicazione, che gli proviene dal  lungo peregrinare nei tortuosi sentieri dell’evoluzione umana, contrassegnata come diceva Teillhard de Chardin sì da continui  ‘strazi’  ma forieri di nuove possibilità, dove è ritenuta essere stata strategica e lo è tuttora la cooperazione tra gli esseri viventi; e questo percorso, che si nutre anche dell’apporto di esperienze poetiche come quella di Mario Luzi, viene arricchito dall’invito di Moltmann  a “contrastare il cinismo dell’annientamento della vita, oggi diffuso nel nostro mondo”, a non “trascurare la sofferenza della natura” e a dare il dovuto ascolto al “gemito della creazione oppressa”  per lottare “per un futuro comune”, condizione indispensabile per la “possibilità di nuova nascita dell’umanità“, proposta condivisa sulla scia delle indicazioni di Ernesto Balducci e di Mauro Ceruti.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Elon Musk ha un problema. E non è Twitter

Elon Musk ha un problema. E non è Twitter
(reuters)
1 minuti di lettura
 

Elon Musk ha un problema. E non è Twitter. Ma Tesla. Dall’inizio dell’anno le azioni di Tesla, l’azienda di auto elettriche più famosa del mondo, hanno perso il 40 per cento del  valore. E gran parte di questa perdita, il 30 per cento, si è registrata nell’ultimo mese. Insomma da quando Elon Musk ha iniziato ad occuparsi di Twitter.

 

Ad aggravare la situazione il titolo di Tesla qualche giorno fa è uscito da un importante club, quello dei 500 titoli più importanti del mercato azionario che fanno qualcosa di concreto sul fronte della sostenibilità. In gergo, gli obiettivi ESG. Il paradosso è che una delle aziende iconiche della transizione ecologica, quella che ha aperto il mercato delle auto elettriche, è stata espulsa dal circolo delle aziende virtuose e che quindi sono attrattive per gli investitori. Perché? Nelle motivazioni si legge che Tesla non ha una strategia per la decarbonizzazione (è al ventiduesimo posto nella classifica dei 100 peggiori inquinatori del pianeta); e non ha un codice di condotta sul lavoro in grado per esempio che si ripetano casi di razzismo o sfruttamento dei lavoratori già registrati in una fabbrica in California.

 

Musk ha replicato su Twitter ovviamente, definendo i criteri ESG sulla sostenibilità “incarnazione del demonio” e dicendo che il club da cui Tesla è stata esclusa ha perso ogni credibilità. Se ne può parlare. Ed è presto per dare Musk in crisi: Musk del resto in passato è stato in crisi ma ne è sempre uscito alla grande. Epperò intanto va registrato il fatto che la cassaforte dove è custodito il patrimonio dell’uomo più ricco del mondo in questo momento pesa quasi la metà. Le prospettive per i prossimi mesi non sono buone. E questo inciderà anche sulla conclusione o meno dell’affare Twitter.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Sanna Marin come risorsa

 
La prima ministra finlandese Sanna Marin a Palazzo Chigi accolta dal presidente del Consiglio, Mario Draghi

La prima ministra finlandese Sanna Marin a Palazzo Chigi accolta dal presidente del Consiglio, Mario Draghi

La fiammata di italico entusiasmo per Sanna Marin ha un retrotono ormonale che – ai fini reputazionali – sarà bene dissimulare concentrandosi piuttosto sull’opportunità che l’interesse verso questo strano esemplare suscita. Marin (che era premier della Finlandia anche prima di chiedere l’ingresso nella Nato, va detto: forse i fan non l’avevano notata, d’altra parte desideriamo solo ciò che vediamo - come spiega Hannibal the cannibal) è una giovane donna di 37 anni alla guida di un paese, fatto questo già di per sé paragonabile da noi alla femmina barbuta: qui le donne di 37 anni le usiamo al massimo come candidate di bandiera da usare per mostrare che le abbiamo messe in rosa, poi scompaiono e cominciano a giocare i maschi, come è normale.

Ma la Finlandia è un paese semplice, sento dire: non è mica l’Italia, non ha la nostra storia la nostra complessità. Lì ci sono solo betulle e laghetti, saune, al massimo hanno esportato nel mondo – ma è già per palati fini – Sibelius e Alvar Aalto. Più di recente romanzi sull’allegro suicidio. Mah. Comunque non di questo che volevo parlare, ma del fatto che Marin oltre ad avere un solido curriculum accademico e politico (non è una che democraticamente porta in dote la sua incompetenza, come da noi fa moda) ha una biografia interessante. E’ cresciuta con due madri (la sua biologica, la nuova compagna di lei) e ha per questo provato, dice, “un senso di invisibilità” perché “delle famiglie arcobaleno non si parlava”. Pensate, neppure in Finlandia. Ora io non so se questo possa aiutare la causa del ddl Zan, omotransfobia e tutto i comparto di tabù che ci portiamo appresso ma la metto qui: ne approfitterei, nella festa degli ormoni, per fare campagna.

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