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donmichelangelotondo più di un mese fa

(Leggo)

«...la vostra tristezza si cambierà in gioia.» Gv 16,20-23.

Questa realtà è transitoria, quello che è definitivo, eterno, è la gioia di incontrarlo, risorto, nella certezza di non perderlo mai. Mentre viviamo in questa vita, la certezza della sua presenza ci appaga; non abbiamo bisogno di interrogarci sul passato o sul futuro. Cristo, Signore risorto, dà il senso ultimo della storia e della nostra vita.

(Prego)

Dice il Signore: «Non vi lascerò orfani. Vi vedrò di nuovo e si rallegrerà il vostro cuore».

(Agisco)

Pregare per quelle mamme tentate dall'aborto.

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Gli avverbi di De Mita

Tre anni fa, a 91 anni, Ciriaco De Mita era stato rieletto sindaco della sua citta, Nusco

Tre anni fa, a 91 anni, Ciriaco De Mita era stato rieletto sindaco della sua citta, Nusco

La prima volta che il giornale mi ha mandata a parlare con Ciriaco De Mita non avevo ancora 26 anni, il Muro di Berlino era al suo posto ed era in corso una delle faide interne alla Dc al cospetto delle quali la Guerra Fredda appariva un processo lineare. De Mita, da poco ex presidente del Consiglio, aveva appena rinunciato a formare un nuovo governo. Gli sarebbe subentrato Andreotti. Mi ricevette in un suo studio privato, alzò solo un attimo gli occhi dalla scrivania e senza rivolgermi la parola (“Buongiorno”, forse, disse a mezza bocca) chiamò al telefono il mio direttore. “Questa non è adatta, non può capire”, gli disse davanti a me, “questa” ero io.

Sconsolato dalla risposta, passò a dettare sillabando. Non c’erano i social né l’attuale suscettibilità, dunque a posto così. Dopo due ore nel labirinto delle subordinate, incisi e sospiri, tornai con quattro cartelle scritte a mano che declamai al collega esegeta della lingua dei ‘basisti’: ogni corrente dc aveva difatti un esperto nella traduzione di quel preciso idioma. “Interessante questo passaggio”, disse fermandomi a metà della terza cartella: “Questo”, e ripeté fra diecimila parole un solo avverbio di otto sillabe.

Ho passato i primi quindici anni della mia vita di cronista a decifrare la complessità della prosa e del pensiero dei leader politici, i secondi quindici a piangerne l’assenza: di prosa, di pensiero. Qualche anno fa, ormai con me amichevole non so se per abitudine o per resa, mi ha presa sottobraccio, in Transatlantico, e indicando un suo giovane collega ha detto: “Quando dice una cosa semplice è perché mente”. Anche voi, ho risposto, mentivate. “Sì, ma sapevamo sempre per andare dove”, e ha allungato il passo contento.

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La decadenza del servizio clienti

di Riccardo Luna
 

La decadenza del servizio clienti

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Con i call center sta accadendo un fenomeno interessante. E non è ovviamente l’esasperazione per le continue telefonate promozionali. (A proposito qualche giorno fa ho chiamato un tale per intervistarlo e questi ha iniziato a inveire dicendomene di tutti i colori e in sostanza ribadendo che non voleva cambiare abbonamento).

 

No, il fenomeno interessante dei call center è un altro. In pratica se ci devono trovare per venderci qualcosa, lo fanno in ogni momento, una persona con voce suadente si presenta promettendo di aiutarci e lì inizia la televendita. Ma se invece siamo noi ad aver bisogno di loro, per cambiare una prenotazione e verificare qualche dato, veniamo rimbalzati da una chat online dove un bot prova a far finta di aver capito di cosa abbiamo bisogno; a segreterie telefoniche dove veniamo invitati a premere il tasto uno o due per andare avanti fino a che non ricominciamo dal via. Insomma, il fenomeno è questo: le vendite le fanno gli esseri umani; il servizio clienti lo fa una rudimentale intelligenza artificiale.

Non è casuale: gli esseri umani sono ancora molto più bravi ma costano di più e se devi tagliare, tagli sul servizio non sul fatturato. Il risultato è che quando arriva la telefonata qualcuno effettivamente ci casca e cambia abbonamento al gas, alla luce o al telefono; mentre se devi esercitare i tuoi diritti, far presente un malfunzionamento, o semplicemente se hai bisogno di aiuto, sei spacciato. Per porre un argine al dilagare delle chiamate di marketing partirà presto un nuovo strumento, il registro delle opposizioni; ma sarà il caso di occuparsi anche del secondo aspetto.

La decadenza dei servizio clienti. Compra qualcosa online e se c’è un problema con qualche eccezione (tipo Amazon) finisci in un buco nero. A meno che non ti piaccia dialogare con una intelligenza artificiale piuttosto scema peraltro. 

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Uber e i tassisti non sono più quelli di una volta, per fortuna

di Riccardo Luna
 

Uber e i tassisti non sono più quelli di una volta, per fortuna (reuters)

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Mi ricordo le barricate, i tafferugli, gli insulti e le minacce. A Roma, ma non solo. Era il 2015 e la guerra dei tassisti a Uber in Italia toccò il suo apice. Sono passati sette anni e quella siglata ieri da ItTaxi è più di una pace: è un'alleanza. Da giugno dentro la app della società di San Francisco ci saranno anche dodicimila taxi.

 

Nel frattempo il mondo è cambiato, ma soprattutto sono cambiati i tassisti: messi all’angolo dall’arrivo di Uber, hanno fatto l’unica cosa che potevano fare. Non le barricate. Migliorare il servizio.

 

 

Oggi quelli che ti dicono che non hanno la carta di credito o che hanno il POS rotto sono una piccola minoranza, gli altri spesso li puoi pagare tramite smartphone; per chiamarli, nelle grandi città, una app dedicata ha preso il posto del radio taxi che spesso ci costringeva ad attese infinite. Con le stesse app è possibile sapere chi arriverà a prenderti, su quale auto, e alla fine dare un punteggio al servizio ricevuto; e una mancia. In sette anni i tassisti hanno fatto quello che non avevano fatto nei settanta anni precedenti. Ma anche Uber è cambiata: l’idea che chiunque, senza una licenza, potesse mettersi a fare il tassista con la propria auto per arrotondare è stata accantonata, travolta da sentenze contrarie ma anche da incidenti più o meno gravi capitati ai passeggeri. Oggi Uber si è evoluta e punta a diventare una piattaforma per la mobilità urbana in cui ci siano tutti i servizi, legali e autorizzati, a disposizione del cittadino, comprese bici e monopattini. Sullo sfondo si intravedono un giorno città meno trafficate, meno inquinate, più vivibili. 

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La spesa a casa in 10 minuti forse non ci interessa più tanto

di Riccardo Luna
 

La spesa a casa in 10 minuti forse non ci interessa più tanto (reuters)

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Per qualche mese la spesa a casa in dieci minuti ci è parso il futuro verso cui stavamo andando. Erano i mesi del lockdown e in Germania era partita a razzo una startup che aveva trovato il modo di realizzare quella promessa usando bene tecnologia e magazzini di quartiere: ordini online e in 10 minuti il tutto ti arriva a casa. 

 

Gli investitori si erano entusiasmati mettendoci oltre un miliardo di dollari, la valutazione di Gorillas era volata facendone la startup cresciuta più in fretta nella storia e quei soldi erano serviti a finanziare la crescita su diversi mercati europei. 

Non era sola Gorillas a giocare in questo nuovo campionato chiamato quick-commerce, una evoluzione ultra rapida dell’ecommerce. Adesso la frenata: Gorillas ha annunciato il licenziamento di 300 persone. Anche il principale competitor, la startup turca Getir, ha annunciato che licenzierà il 14 per cento dei suoi dipendenti, circa 500 persone. Intendiamoci, è tutta l’economia che sta frenando, e tutte le aziende ne stanno soffrendo. Il meccanismo è semplice: con i tassi di interesse alti, ci sono meno soldi per gli investimenti e quindi mancano i capitali per continuare a finanziare la crescita di startup che per affermarsi continuano a bruciare decine di milioni di dollari al mese. Gorillas, per esempio, perde 90 milioni al mese. 

 

Epperò forse è il quick commerce ad essere al capolinea. Una pratica nata durante il lockdown, quando era complicato o sconsigliato uscire di casa e la spesa a domicilio in dieci minuti ci sembrava una figata. Ma adesso la pandemia sembra alle spalle e abbiamo tutti una voglia matta di uscire di casa. In giro nelle nostre città ci sono ancora maxi affissioni di Gorillas e Getir che ci decantano la meraviglia dei dieci minuti. Sembrano parlare del passato. 

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L'inverno delle startup

di Riccardo Luna
 

L'inverno delle startup

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Qualche giorno fa, uno dei più importanti investitori della Silicon Valley ha detto che per il settore tecnologico e in particolare per le criptovalute, è iniziato l’inverno; ma ha aggiunto di non spaventarsi perché, come è arrivato, l’inverno finirà. Per dimostrarlo, un altro ha annunciato di aver creato un nuovo fondo da 4,5 miliardi per investire nel settore.

L'immagine da Trono di Spade, questo "inverno delle startup", rende bene l’idea di quello che sta capitando a causa della guerra e della crisi finanziaria. In altri tempi, guardando i titoli azionari andare in picchiata verso il basso, avremmo detto che la bolla speculativa si sta sgonfiando, come accadde nel 2000. Ma rispetto a quel drammatico crollo, questa volta la speranza è che i fondamentali del settore siano più solidi; se così fosse saremmo davanti soltanto a una trasformazione esemplificata da una espressione mitologica: “Stanno sparendo gli unicorni, è il momento dei centauri”.

Gli unicorni sono le startup con una valutazione superiore al miliardo di dollari, una definizione coniata nel 2013 da un investitore che aveva creato una specie di classifica di tutte le startup del decennio che avevano raggiunto quel traguardo: erano 39, una media di 4 ogni anno. Qualche mese fa erano diventate più di mille, risultato di un'economia che per anni, con i tassi di interesse azzerati, ha iniettato denaro facendo schizzare le valutazioni delle startup destinatarie di investimenti importanti. Se prima i membri del club degli unicorni stavano in una stanza, adesso hanno bisogno di un teatro. Lo status di unicorno è diventato il sinonimo di successo, anche se quei valori sono slegati dal fatturato e dai profitti (molte startup di successo non fanno profitti per anni).

Ora quella stagione è finita, dicono: quello che conta è il fatturato sicuro, basato su contratti e abbonamenti. Con 100 milioni di dollari di fatturato una startup può definirsi un centauro. Ed è un ritorno ai fondamentali: come per qualunque attività economica, conta quanto vendi e non quanto si pensa che venderai.

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Gioia chi molla

di Gabriele Romagnoli
 

Gioia chi molla

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La prima cosa bella di giovedì 26 maggio 2022 sono quelli che dicono: mollo tutto. Quel che viene dopo è vario ed eventuale. Ci fanno film, come il temibile “Mollo tutto e apro un chiringuito”. O magliette, della serie “mollo tutto e vivo in barca” o con variazione a seconda del punto vendita: “E vivo a Lipari”, “a Capri”, “a Vattelapesca”. Non è la seconda parte della frase ad avere importanza. Il chiringuito e l’isola sono stati mentali temporanei, non è per la destinazione che si parte, ma per staccarsi da dove ci si trova. Quelli che indossano la maglietta “Mollo tutto” sono quelli che non riescono a farlo, si accontentano dello slogan, guardano il film e si consolano pensando che tutti tornano indietro, che è una deriva. Quelli che hanno davvero mollato tutto, semplicemente non li senti più, qualunque cosa sia loro accaduta. Ma c’è una tenerezza comune in quel desiderio di mollare tutto. Tanti passano metà della vita a cercare di raggiungere una posizione, una riconoscibilità e un’autostima (carica, faccione, firma) e poi capiscono che la felicità sarebbe “mollare tutto”. E’ un po’ aver creduto al guru sbagliato, ma è bello accorgersene. Il passo successivo è comprendere che quel “tutto” era una briciola, bastava un soffio per scompigliare la cabina armadio e i suoi ordinati scheletri. Gioia chi molla.  

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L'abolizionista

di Gabriele Romagnoli
 

L'abolizionista

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La prima cosa bella di mercoledì 25 maggio 2022 è un padre abolizionista che si ricorda l'aforisma di Nietzsche: "Maturità dell'uomo è ritrovare da grandi la serietà che da bambini si metteva nei giochi". Cammino di sera, sempre per le stradine di Ventotene. Da una casa con la porta aperta escono tre bambini schiamazzando. Si intuisce che sono parenti, fratelli e cugini. Due chiudono il terzo in un angolo e gli dicono: "Adesso sei il nostro schiavo e fai tutto quello che diciamo noi!". Il bambino abbassa la testa. Rallento. In quel momento dal tinello su strada esce un uomo sulla quarantina, furioso: "Che cosa avete detto? Uno schiavo? Nessuno è uno schiavo, neppure per scherzo!". Uno dei bambini si difende: "Ma facciamo a turno!". L'uomo la prende ancor peggio: "Non ci sono turni per la schiavitù. Non deve esistere. Per nessuno. Non ci si gioca. Se vi risento parlare di schiavi, domani niente mare!". Gli altri adulti, dentro casa, sembrano chiedersi se non stia esagerando, ma credo abbia ragione lui e i primi a rendersene conto sono proprio i bambini. Prima che crescano, prima che pensino sia possibile, che la storia sia un turno e la sofferenza degli altri uno scherzo. Prima, molto prima: adesso. 

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Il vecchio passaporto

di Gabriele Romagnoli
 

Il vecchio passaporto

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La prima cosa bella di venerdì 27 maggio 2022 è il vecchio passaporto. Ogni dieci anni c’è questa piccola cerimonia: te ne consegnano uno nuovo, ma ti ridanno (con un taglio che lo rende inservibile) quello vecchio. Riaprirlo è un modo per ripassare la tua vita, la storia di un decennio e perfino fare i conti con il futuro. Dal Machu Picchu al Circolo polare artico (che hanno timbri appositi) ho sorriso alla bellezza dei ricordi, ho contato gli ingressi in America, notato il vuoto 2020-2022. Fin lì tutto bene. Poi sono venute le cartoline degli addii. Capita sempre, a ogni cambio del documento. In quello precedente erano luoghi come lo Yemen e la Siria (Shibam e Aleppo vivranno per sempre, ma nella memoria), in questo a suscitare l’effetto sono i visti per la Russia. La macchina del tempo si rimangia il Riviera Express da Bordighera a Mosca (e poi, con un altro treno, su fino ad Arkhangelsk), le stazioni della metro nella città imperiale, le chiese di San Pietroburgo. Non ci sarà più modo, tempo, forse nemmeno voglia. Si viaggia, ma all’indietro: frontiere chiuse, realtà diverse. Mc Donald’s che lascia la Russia, Starbucks che lascia la Cina, non è una ritorsione, non è la sconfitta della globalizzazione, è solo l’avviso di una retromarcia. Il mondo è un uovo Fabergè, meraviglioso e colorato, ma devi poterlo girare fra le dita per capirlo, o guardi sempre la stessa pietra.  

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La celebrazione della morte

di Michele Serra
 

La celebrazione della morte

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Queste stragi di bambini negli Stati Uniti (più di 45mila morti all’anno per armi da fuoco!) sono abominevoli quanto una guerra, e senza nemmeno le ragioni, pretestuose o meno, di una guerra. Non c’è un torto da vendicare, non il fantasma di una nazione da resuscitare: c’è la morte, solo la morte da celebrare, in un giorno qualunque. Quelle stragi nelle scuole sono il pozzo dal quale non c’è risalita, il male che non sente nemmeno il bisogno di definirsi, il più irrimediabile presagio di estinzione, la pazzia al potere, Satana che si manifesta persino a chi non crede che esista.
Una società che genera, in forma oramai strutturale, questo orrore, e non è capace di fermarsi, e ripensarsi daccapo, dalle radici, è una società che non ha domani. Il governatore del Texas, e tutti gli uomini di potere che, contro l’evidenza, continuano a benedire le armi da fuoco come simulacro della libertà americana, evidentemente considerano gli americani, bambini compresi, carne da macello, e la cosiddetta libertà un feticcio, un totem, un idolo al quale fare sacrifici umani.


Non c’entra niente il pregiudizio antiamericano, c’entra il giudizio sulle azioni umane. Un Paese nel quale è lecito rimpinzare di armi ogni casa, e comprare un fucile da guerra è un gesto alla portata di qualunque ragazzino, non è un Paese che può esercitare una leadership morale credibile. Una legge che metta fine a questa abominevole libertà di sparare sarebbe un segnale di speranza per il mondo intero: ma da quanti anni la aspettano inutilmente, gli americani pacifici, e con loro gli esseri umani che odiano la violenza?

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