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Poliba-NTT Data: un’alleanza strategica per attrarre i talenti del Mediterraneo

 
 
 

La multinazionale giapponese punta sulla complementarietà con il Politecnico di Bari. Possibili 150 assunzioni entro il primo anno

Fermare la fuga dei cervelli si può e lo si deve fare per non depauperare un territorio delle sue potenzialità. Il Poliba e il colosso giapponese, NTT DATA (gruppo NTT, Nippon Telegraph and Telephone), hanno avviato ufficialmente un percorso di collaborazione scientifica nel quale le attività di studio, analisi e ricerca condotte dal Politecnico potranno integrare le corrispondenti attività e servizi erogati dalla Società nipponica. Si tratta di un primo passo che arriva dopo tre anni di lavoro con un programma ricco di iniziative per contribuire a trasformare Bari in un polo innovativo d’eccellenza sul panorama internazionale.

Un’alleanza strategica che fa dire agli addetti ai lavori che la rivoluzione digitale è qui, in Puglia, in corso, complice il Politecnico di Bari. L’accordo triennale, rinnovabile, risponde alla volontà della multinazionale del Sol Levante di valorizzare la ricerca accademica sul territorio e ridurre il gap esistente tra mondo della scuola e mercato del lavoro. Ed il Poliba oltre al nuovo corso di Laurea Magistrale in Ingegneria della Trasformazione Digitale ha già previsto l’aumento dei posti disponibili per i corsi di Ingegneria Informatica.

Per i non addetti ai lavori, NTT DATA Italia SpA, è parte della multinazionale giapponese NTT DATA, uno dei principali player a livello mondiale nell’ambito della consulenza e dei servizi IT. Digitale, Consulenza, Cyber Security e System Integration sono solo alcune delle principali linee di business. NTT DATA conta una presenza globale in oltre 50 paesi, 140.000 professionisti.

Le forme di collaborazione dell’alleanza scientifica, Poliba-NTT DATA Italia SpA  – e scritto nell’accordo sottoscritto da Francesco Cupertino, Rettore del Politecnico e da Luca Isetta, Chief Operating Officer di NTT DATA Italia, alla presenza del vice Sindaco di Bari, Eugenio Di Sciascio.- avranno ad oggetto, in particolare, la trasformazione digitale delle aziende, attraverso un uso sempre più estensivo delle nuove tecnologie. Ciò permetterà il ridisegno dei processi aziendali e un percorso di aggiornamento e cambiamento delle capacità professionali del personale che opera nell’impresa mediante lo sviluppo di nuove competenze digitali.

L’iniziativa si sviluppa parallelamente all’apertura dei nuovi uffici di Bari di NTT Data Italia e si inserisce nel vasto programma di investimenti previsti dall’azienda, con l’obiettivo di far diventare il capoluogo pugliese un polo innovativo all’interno del gruppo giapponese, favorendo al contempo la creazione di nuovi posti di lavoro (fino a 150 assunzioni nel primo anno).

Gli ambiti principali della collaborazione saranno: Cloud Native Technology, Cybersecurity, Data Intelligence e Intelligence Automation, IoT, Blockchain, HyperAutomation, Opensource, Integration Platform, Customer Relationship management, Digital Supply Chain e Enterprise Resource Planning.

Tale collaborazione sarà sostenuta anche attraverso l’attribuzione di tesi di laurea, borse di studio. Sono previste iniziative di sperimentazione e casi pilota, incluse commesse di ricerca, la partecipazione congiunta a programmi di ricerca nazionali e/o internazionali.

NTT Data si renderà disponibile per attività quali: svolgimento di tirocini a favore di studenti e/o neolaureati dell’Ateneo; l’organizzazione di visite e stage didattici indirizzati agli studenti; l’organizzazione di conferenze e seminari; lo svolgimento di corsi post-lauream d’interesse della Società erogati dall’Ateneo presso la sede decentrata di NTT Data Italia S.p.A. e non da ultimi il finanziamento di assegni di ricerca per corsi di dottorato di ricerca erogati dall’Ateneo su temi concordati.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Imre Nagy, un profeta ancora scomodo

 
 
 

Tanto da far rimuovere nottetempo la sua statua

Il Parlamento è una delle attrazioni turistiche più note di Budapest, che nei giorni scorsi abbiamo potuto ammirare nelle prime tappe del Giro d’Italia. Eretto a cavallo tra il XIX e il XX, sul modello del Palazzo di Westminster, domina la sponda danubiana che si trova nel distretto di Pest, un tempo città indipendente. Fino a poco tempo fa, alle spalle dell’edificio, uno spiazzo perlopiù ombroso per gran parte della giornata, si trovava, a pochi metri dalla stazione della metro, un monumento, un piccolo ponte ferroso che attraversava una pozza d’acqua, sul quale si affacciava la statua di uomo occhialuto, col volto sereno e lungimirante, la riproduzione plastica di Imre Nagy, ex primo ministro, tra gli artefici della Rivoluzione del 1956, risoltasi tragicamente con l’invasione dei carri armati sovietici e con la condanna a morte del politico.

Nel 2018 il primo ministro Viktor Orban aveva ordinato nottetempo l’eliminazione del monumento che era stato eretto nel 1996, in occasione del centenario dalla nascita di Nagy. Per Orban, Nagy è un personaggio scomodo, uno dei peggiori comunisti che aveva lavorato con il KGB all’epoca di Stalin, per il quale l’estremo sacrificio non potrà mai cancellarne le “colpe” .

La Rivoluzione d’Ungheria scoppia in un anno cruciale per la storia contemporanea, quel 1956 durante il quale Kruschev denuncia i delitti di Stalin e Nasser nazionalizza il canale di Suez, con la conseguente tensione internazionale. Questa sommossa popolare era iniziata con una pacifica manifestazione in favore di alcuni studenti in Polonia, violentemente soppressa dal governo di Varsavia. Dall’ appoggio disinteressato per la questione polacca, si passò alla protesta contro il regime di Matyas Rakosi, con i lavoratori delle fabbriche, affiancati dagli intellettuali, che diedero vita a consigli operai e che costrinse il Partito a nominare come ministro Imre Nagy che accolse gran parte delle richieste del popolo. Passarono giorni di incertezza, di entusiasmo popolare e di trepidazione, mentre Mosca manteneva un silenzio inquietante, un temporeggiare sinistro in attesa dell’azione di forza, divenuto il marchio distintivo dell’interventismo russo nel corso degli anni: un’invasione di carri armati che causò la morte di civili, di soldati e del ministro della difesa Pal Maleter, arrestato il 1°novembre 1956,  e che costringeva Nagy a rifugiarsi precipitosamente nell’ambasciata iugoslava, che si trovava in Piazza Degli Eroi. Questo non gli salvò la vita: dopo un contatto tra Krušev e Tito, il 22 novembre fu arrestato e successivamente giustiziato nel giugno 1958. La parabola di Nagy, rapida e dolorosa, un anticipo del “comunismo dal volto umano” di Praga e  delle rivolte di Solidarność, aprì una falla nel mondo socialista e nell’opinione pubblica dei partiti comunisti occidentali.

Per comprendere la drammaticità della situazione è utile ricordare la testimonianza di Indro Montanelli, apparsa non molto tempo fa su “Sette”, rotocalco settimanale del Corriere della Sera: «Sabato pomeriggio alle 3 abbiamo lasciato Budapest, avvolta in una coltre di nebbia, di fame e di disperazione […].La gente per le strade ci guardava partire con occhi tristi, buttandoci baci e salutandoci con cenni di mano […]. Un lungo convoglio di trenta automobili che si snodò per i viali tra due ali di popolo che ci gridava: “Non partite!… Non lasciateci soli!… Restate almeno a guardare cosa ci fanno!”».

Del monumento di Nagy restano solo i fotogrammi della memoria e gli scatti delle macchine fotografiche. Inutili sono state le proteste dei democratici che considerano Nagy un eroe nazionale e che hanno alzato la voce per tante altre limitazioni imposte da Orban, che per buona pace dei suoi oppositori e della memoria storica del povero Nagy governerà per altri quattro anni. Per chi oggi fa visita al maestoso Parlamento, troverà alle sue spalle un monumento ai caduti del terrore rosso del 1919, instaurato da Bela Kun, un altro comunista. Uno dei peggiori.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Una parola ruminata

 
 
 

In memoria di Saverio Sgarra

Un uomo buono, una persona pacata, un intellettuale acuto, un professionista serio, una persona integra, un compagno di tante battaglie che, quando apriva boccava, toccava ascoltare con molta attenzione perché il suo parere non era mai banale: voglio ricordare così il mio amico Saverio Sgarra, il medico che tutti abbiamo apprezzato, il vicepresidente nazionale del MEIC, il credente della soglia sempre pronto a sporcarsi le mani piuttosto che a tenerle pulite in tasca.

Soprattutto, voglio ricordare Saverio con le parole raccolte dalla voce di suo figlio Luca, davanti alla sua stessa salma, ora che mi ci sono recato per porgere l’estremo saluto: «Papà veniva da origini umili, era il figlio di un calzolaio e non aveva perso il legame con le sue radici. Non sapeva cosa fosse un orologio di marca o un’auto costosa. Aveva, però, il senso della sua dignità. Dignità. E sapeva ascoltare. La sua era sempre una parola meditata. Spesso ci diceva: “Ci devo pensare, ci devo dormire su e poi vi dirò…”. Ecco, le persone di valore, quello il cui valore non è dato dai titoli, ma dal riconoscimento che le altre persone danno loro, sono persone che sanno ascoltare. Papà sapeva ascoltare. Ed io sono stato un figlio fortunato, fortunato, fortunato…».

Sì, Saverio era una persona di valore. Che ci mancherà. E che pure resterà con noi. Perché anche noi abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo e di imparare dal suo esempio, dalla sua parola prima ruminata e poi incarnata.

Grazie, Saverio. Grazie, amico mio. Che il tuo volo sia leggero.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Quale liberalriformismo nel neorepubblicanesimo?

 
 
 

Contro ogni deriva plebiscitaria neopopulista

In Italia, ahinoi, facciamo referendum costituzionali con cittadini e politici senza memoria. La memoria storico-costituzionale risulta infatti la grande assente, mentre facciamo i referendum e dopo che li abbiamo fatti. Forse perché quella grande memoria si porrebbe come anti-demagogica antagonista rispetto ai grandi poteri retrogradi, che rallentano il respiro stesso delle libertà civiche in società.

Sul referendum costituzionale del 2020 non ci sono state ancora adeguate analisi postume, eppure nel 2023 si andrà a votare alle politiche. Il risultato referendario di settembre 2020 sul c.d. taglio dei parlamentari (e del parlamentarismo stesso), unto da un’aprioristica indifferenza di Stato verso le pluraliste ragioni del No, ci ha lasciato un’eredità dannosa che non potendo accettare con opportuni benefici d’inventario, accettiamo con un più riformista beneficio del dubbio. Le ragioni del progresso trovino già in piedi i cittadini di repubblicana coscienza sulle ingegnerie politiche di sano investimento, per l’economia libera del domani, per il parlamentarismo liberale a partire dall’oggi. Per il bene dell’Italia.

Accettando l’eredità neoplebiscitaria dei populismi, la maggior parte dei votanti ha reso tutti i cittadini eredi di un parlamentarismo gnomo, che è peggio rispetto ad un Parlamento semplicemente composto da gnomi, figli di un più circoscrivibile tempo irredento con incertezze condivise. La varietà delle ragioni del No al referendum è stata liquidata monoliticamente come sponda di difesa delle ombre di un passato politico che non piace. Le vittoriose ma non gloriose ragioni del Si, invece, sono state impresse sugli immediati disbrighi delle fragili coscienze come una veloce via di fuga da un presente vuoto. La voce omnisciente spacciatasi per realista nella narrativa referendario-statalista ha intonato nei mass-media un inno d’indifferenza, pur di fronte al rischio di una subdemocrazia di solitudini, dove gli individui subiscono la rarefazione del proprio peso rappresentativo sotto il filtro alterante delle neopartitocrazie.

La logica all’interno della quale ha vinto il Si referendario decostituzionale è stata la logica della rincorsa elettorale del momento, per far rimanere a galla i già accomodati sulle pubbliche poltrone di ricambio. Ed ecco che quella falsa indifferenza dei vertici governativi verso gli interessi personali dei signori del perenne carpe diem, nella tifoseria del Si, ha portato il pane ad aprioristiche faziosità ben lontane dallo spirito di promozione della libera scelta secondo coscienza civica, per il cosiddetto bene comune.

Occorre trovare nuove nonché idonee soluzioni di contenuto politico per una macchina pubblica che sta sempre più dismettendo la propria funzione genetica di rappresentare tutte le geografie economiche, culturali ed esistenziali della eterogenea Italia, occidentale patria italeuropea che può ancora atlanticizzare all’insegna del progresso liberale la propria area di influenza nel Mediterraneo. Non si può dismettere la denuncia avverso le neopartitocrazie mobili che bloccano lo sviluppo, proprio ora che con il drastico taglio al Parlamento le arterie della rappresentanza democratica risultano ferite; proprio ora che le libertà dei cittadini risultano disordinate, o nel migliore dei casi custodite con cautele generiche e sproporzionismi al ribasso.

Quando è infatti la conformazione stessa del motore parlamentare ad essere depotenziata in una retorica dominante, subdemocratica e a-liberale, si possono anche eleggere tanti piccoli Schumacher alla guida del Paese (Schumacher che non vedo); ma la Ferrari non c’è. Intendiamoci, il sistema parlamentare italiano non è mai stato una Ferrari, ma avrebbe potuto aspirare a livelli qualitativi superiori a quelli già sperimentati, ristrutturandosi intorno alle migliori riflessioni di un sano e prudente riformismo costituzionale. E invece no, domina la retorica delle masse, all’interno delle quali gli individui perdono il volto assaliti da penetranti narrative di cyber-collettivismo.

La vittoria del metodo pressappochista portato avanti dalle agende deparlamentarizzanti, stilate da grilli apriscatolette e leninisti sbiaditi nelle lavatrici del tempo, ci ha consegnato un imminente parlamentarismo amputato di ogni prospettiva di rinascita rappresentativa. Con un taglio orizzontale irragionevole nel suo preciso quantum, al di fuori di ogni garantismo di rappresentabilità per le minoranze varie, contro ogni visione liberale di spinta neocostituzionale e neorepubblicana, la questione metodologica purtroppo viene fatta apparire come un vezzo per pochi ed elitari intellettuali. E invece no, la questione metodologica è la madre di tutte le questioni.

La macchina della comunicazione ufficiale delle maggioranze, così, si adopera per lasciar passare alla pubblica opinione il messaggio  secondo cui l’ingegneria costituzionale – fatta invero d’irrinunciabili checks and balances – è una invenzione di visionari fuori dalla realtà. È invece proprio sulla cura dosimetrica di quei pesi e contrappesi infrastatuali che bisogna lavorare politicamente, adesso, pur nella contingenza negativa del momento. Si può ed anzi si deve ripartire proprio dalle strutture istituzionali che storicamente assicurano le libertà civiche agli individui. Proprio in un momento di vicissitudini dolenti per l’ordine e l’economia occorre investire in capitali umani, progetti produttivi, cantieri strategici, da un lato, e in democrazia parlamentare, dall’altro lato nonché simmetricamente. Fra il litigioso Parlamento nel suo complesso, e il governo nel suo amplesso spesso autoreferenziale ed egoriferito, occorre imbandire tavoli che ritornino a maturare il senso della effettiva e inalienabile divisione tra i poteri dello Stato.

Da un lato occorrono investimenti in economia, dall’altro nell’ingegneria del diritto costituzionale, agendo con prudenza e con coraggio sulle ferite istituzionali del parlamentarismo, muovendosi con tatto sui diseconomici – rebus sic stantibus – nonché spericolati equilibri interni a ciascun potere dello Stato, incluso quello giudiziario.

L’esercizio meta-abusivo della decretazione d’urgenza, il ricorso ondivago e sfrenato all’istituto della fiducia da parte dei governi per celare le proprie incapacità di osare senza abusare, il giuoco del ping-pong sui testi normativi tra i due rami parlamentari: sono queste alcune delle questioni da affrontare. L’efficientamento e l’ottimizzazione di un Paese si misurano infatti sul sistema del fare le leggi rappresentando tutti i cittadini e tutte le aree geografiche, da un lato, e sul sistema di garanzia degli investimenti economici, infrastrutturali, lavorativi, dall’altro lato, in audaci simmetrie. La lungimiranza repubblicana si nutre d’altronde di armonie d’intenti pragmatici, al di là degli ideologismi delle destre e delle sinistre di struttura.

Nei tragici anni tra la prima e la seconda guerra mondiale e tra quest’ultima e l’avvento della repubblicana èra ricostituente, in Italia, il razionale sussulto politico liberale ha tracciato prospettive pragmatiche, ha seminato contributi di sapienza normativa, ha raccolto i frutti di un percorso di liberazione del suddito, poi cittadino, dagli orpelli di una statualità pesante e sovrabbondante.

La configurazione statuale odierna può diventare molto più leggera e risolutiva, priva di tutti i passaggi delle dittature burocratiche del tempo presente, priva di tutte le lentezze e i ghirigori concettuali che la dottrina giuridica spesso rileva e sconfessa, quando non li ricrea.

Si sono fatti passi avanti sul procedimento amministrativo per quanto concerne le tempistiche, la trasparenza, le responsabilità, le potenzialità partecipative in istruttoria, malgrado spesso ciò resti solo sulla carta; si sta arretrando però sul piano più sistemico della forma di governo, e quindi nella sfera di rapporti tra le varie anime istituzionali dello Stato. Con un silente, progressivo depotenziamento del Parlamento si sta sgretolando lentamente la robustezza della stessa forma di Stato, e quindi degli equilibri garantistici all’interno del rapporto tra governati e governanti in senso ampio. I tagli del Parlamento si traducono infatti in un ulteriore minor peso qualiquantitativo dei cittadini, di fronte al potere pubblico.

Il parlamentarismo a vocazione neopartitocratica che si prospetta all’orizzonte dopo la vittoria del Sì al referendum costituzionale 2020, rischia d’indebolire ancor di più le conquiste del realismo repubblicano del secolo scorso. Le sfide per il neorepubblicanesimo militante si fanno quindi più intense, anzitutto a livello metodologico. Occorre conseguentemente diffondere la cultura dell’investimento per declinare al meglio un’offerta politica condivisibile e ad ampio raggio, per il Paese Italia, davanti agli elettori in carne ed ossa.

Più innovativi nell’establishment, più forti del mainstream: ruggisca tra le righe delle proposte neorepubblicane di riforma per l’Italia l’eco di ciò che rilevò Piero Gobetti, un bel po’ di tempo fa: “Le nostre sono antitesi integrali: restiamo storici, al di sopra della cronaca, anche senza essere profeti, in quanto lavoriamo per il futuro, per un’altra rivoluzione”. Quale altra ed alta rivoluzione? La rivoluzione del neorepubblicanesimo liberalriformista, federalista italeuropeo ed al contempo italatlantico-internazionale. Soprattutto ora che occorre più che mai dialogare con tutti, Russia compresa, ma contrapporsi demo-libertariamente alle politiche ed alle mire post-nazisovietiche di Putin.

Quale futura rivoluzione riformista? La rivoluzione di un piano di riforme che declini inalienabilmente l’esercizio delle libertà d’impresa con pari possibilità di accesso e di crescita, che assicuri i traffici nella pienezza ed effettività della nuova frontiera della socialità che è l’antitrust, in una dimensione non soltanto eurounionale bensì transnazionale tout court. La rivoluzione diplomatica che preservi ciascun individuo-sovrano dalle false nonché anacronistiche socialità dei socialismi reali; che diffonda indistintamente gli strumenti del sapere libero; che garantisca l’equilibrio neutrale della giustizia al di là delle cinta murarie di parti defunzionalizzate delle magistrature; che minimizzi il ruolo di maxi-filtro di fatto delle mafie d’ogni tipo nelle scelte individuali, familiari, economiche e culturali dei cittadini.


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donmichelangelotondo più di un mese fa

I racconti brevi di Anderson

 
 
 

Verrà presentato venerdì 27 maggio, alle ore 18.00 alla libreria Feltrinelli di Bari, il libro “Morte nel bosco e altre storie americane” di Sherwood Anderson, pubblicato da DOTS edizioni. Si tratta infatti della prima traduzione italiana, a cura di Flavio Zaurino e Domenico Lonigro, completa di Death in the Woods and Other Stories, opera imprescindibile per gli amanti di Anderson, uno dei maestri della short story statunitense, osannato da personaggi come Bruce Spingsteen, Philip Roth, Nick Cave e Cesare Pavese.

Perché Sherwood Anderson è considerato il padre della letteratura americana?

Flavio Zaurino: In letteratura, ancor più che nei tribunali, le attribuzioni di paternità (o di maternità) si sprecano e sono oggetto di dibattiti particolarmente accesi. Non appena un libro fa il suo ingresso nel mondo, subito ci si affretta a trovargli padri, nonni e antichissimi trisavoli, preferibilmente nobili. Di conseguenza, ogni autore che acquisisca una certa notorietà e dimostri di possedere una voce peculiare e distinta è destinato a essere ritenuto responsabile di una lunga serie di filiazioni più o meno dirette. Ci tocca però sgomberare subito il campo da ogni equivoco: Sherwood Anderson non è il padre della letteratura americana. In primo luogo, egli stesso mai ha ambito a tale posizione, come conferma a più riprese la sua biografia; in secondo luogo, riconoscergli un simile ruolo farebbe torto agli Emerson, Whitman e Thoreau, agli Hawthorne e ai Melville, insomma a tutti gli scrittori che hanno animato quello che il critico Matthiessen ha definito come “rinascimento americano”, quella seconda metà dell’Ottocento nella quale si posero le vere fondamenta della letteratura americana, in un periodo in cui Anderson era poco più che un bambino, essendo nato nel 1876.

Detto questo, l’equivoco consente sin da subito di far luce sull’autore e sui suoi meriti: Anderson è stato e continua a essere per molti versi un cosiddetto “scrittore per scrittori”, un autore apprezzato probabilmente più dai suoi colleghi che da pubblico e lettori. Una sorte – peraltro non così rara – che nel caso specifico è stata propiziata soprattutto da colui al quale si può serenamente imputare la responsabilità dell’equivoco: William Faulkner.

È stato l’autore di The Sound and the Fury, infatti, a ripetere in più occasioni che senza i libri di Sherwood Anderson non ci sarebbero stati quelli di William Faulkner, di Ernest Hemingway, di Francis Scott Fitzgerald e di tanti altri scrittori. Che, ancora, sarebbe impossibile immaginare la letteratura americana moderna senza gli scritti di Anderson. Si tratta, a ben vedere, di affermazioni tutt’altro che infondate: i testi di storia della letteratura americana certificano una influenza piuttosto netta ed evidente del maturo Anderson sui giovani Faulkner ed Hemingway (pur con esiti alterni, in termini di rapporti personali). Ed è altrettanto vero che Sherwood Anderson ha indubbiamente influenzato il modo di scrivere negli Stati Uniti dei primi tre decenni del Novecento, inaugurando forse per primo la grande stagione modernista. Il nostro autore, d’altra parte, muove i primi passi in un paese che va lasciandosi alle spalle un passato dai tratti insieme idilliaci e selvaggi, che si appresta ad abbracciare con entusiasmo il prorompente industrialismo dal quale nascerà l’America attuale. Da questo mondo in rapida e violenta trasformazione Anderson trae la sostanza di cui sono fatte le sue storie, che consegna alla pagina e ai lettori elaborando una prosa apparentemente semplice, premeditatamente spontanea, ben poco letteraria in senso classico. Una scrittura che, fin dagli esordi, mostra una straordinaria capacità di raccontare la realtà senza ipocrisie e orpelli retorici, e che tuttavia non rinuncia al potere evocativo della parola. Quella di Anderson fu, a suo modo, una piccola rivoluzione e non stupisce dunque che i suoi racconti fossero considerati da alcuni contemporanei addirittura scandalosi, quando non proprio immorali. Nel solco da lui tracciato si mossero poi scrittori destinati a un successo ancora maggiore. Tutti figli di Sherwood Anderson, a loro modo. Figli tanto ingombranti, in alcuni casi, da condannare il padre a un oblio ingiusto.
Da dove deriva lo stile unico, sottile e ironico delle short stories di Anderson?

Domenico Lonigro: T.S. Eliot, nello celebre saggio Tradition and the Individual Talent, definisce la mente dell’artista in termini piuttosto efficaci: quelli di un deposito. Un grande magazzino nel quale l’artista – sia egli un poeta, un romanziere, un pittore… – accumula sensazioni, immagini, frasi o anche semplici grumi di parole che lì rimangono fino al punto in cui – così ancora Eliot – tutti gli elementi utili a formare un nuovo prodotto d’arte non sono finalmente presenti.

Ecco, poste queste premesse, bisogna innanzitutto dire che nei racconti di Anderson confluiscono tutti gli elementi – antropici e più latamente umani, in primo luogo, ma poi anche sociali, ambientali e paesaggistici – di una America preindustriale ormai al tramonto. D’altro canto risulta difficile, se non impossibile, rintracciare un’origine unica per quello che viene comunemente definito lo “stile” di uno scrittore, e di Anderson in particolare. Sarebbe forse più funzionale parlare di “scrittura” tout court: di una voce, per usare un altro termine abusato che purtuttavia possiede forse maggior diritto di cittadinanza nel caso delle opere di Anderson.

Perché se ogni scrittore che meriti tale definizione ha un proprio stile, una propria scrittura, una propria voce dunque, quella di Sherwood Anderson a maggior ragione si differenzia e si fa riconoscibilissima nel momento in cui la lettura dei racconti deve fare i conti col tono di pacata confidenza, con un umorismo tenue e sommesso, con una garbata reticenza che, mentre guarda all’intimità dei personaggi, lo fa sempre con estrema delicatezza.
Se, infine, vogliamo parlare in senso stretto di ironia, o meglio ancora di
humour, possiamo senz’altro dire che leggendo i racconti di Anderson – in specie quelli che raccontano la vita interiore di personaggi difformi e irregolari calati in un universo governato da leggi spesso impenetrabili – si ha l’impressione che l’autore avesse compreso appieno che la differenza tra il lato cosmico delle cose e il loro lato comico dipende da soltanto una sibilante. E qui parafrasiamo quel che Nabokov scriveva a proposito di Gogol, uno scrittore al quale Anderson è stato accostato in più di un’occasione.
Qual è il principale elemento che si rischia di perdere nella traduzione di Morte nel bosco e altre storie americane?   

F: Una massima celebre nel settore degli studi sulla traduzione afferma che “ogni traduzione è un tradimento”. Al di là dell’indubbia efficacia del gioco di parole, la frase possiede un insindacabile fondo di verità. Tradurre è tradire, senza ombra di dubbio, e nondimeno la nostra traduzione di Morte nel bosco e altre storie americane è stata guidata dalla volontà di rispettare fino in fondo e nella massima misura possibile le intenzioni originarie dell’autore. Dopo questa bella dichiarazione d’intenti, tuttavia, dobbiamo già fare parziale ammenda: il titolo originale della raccolta è infatti un altro. Quando fu pubblicata per la prima volta, nel 1933, l’opera si intitolava Death in the Woods and Other Stories: il tradimento, seppur minimo, c’è stato anche questa volta, ma possiamo spiegare tutto. Preferire l’aggettivo “americane” ad “altre” non è stato altro che una logica conseguenza: dei sedici racconti che compongono la raccolta, quindici sono di ambientazione americana e tutti, in misura maggiore o minore, manifestano evidenti legami col sostrato sociale, paesaggistico e culturale degli Stati Uniti di quegli anni. Anni tipicamente “americani”, poi, nell’immaginario europeo: parliamo di un periodo che spazia dai primi decenni del Novecento alla fine del Proibizionismo, un’epoca in cui gli U.S.A. si configurano come potenza mondiale, iniziando a porre le basi della successiva egemonia culturale, destinata a vacillare solo dopo la guerra in Vietnam.

Se invece vogliamo parlare di un singolo elemento che rischia di andare smarrito nella traduzione in italiano – e sulla salvaguardia di questo elemento si sono concentrati tutti i nostri sforzi – non possiamo non fare riferimento al tono di Anderson: a quella voce sommessa e ironica di cui dicevamo in precedenza, che sulla pagina si traduce in una certa reticenza di fondo sempre pronta ad affiorare, in uno sguardo compassionevole ma mai pietoso, in un senso dell’umano che costituisce a nostro avviso il nucleo fondante della sua narrativa. La necessità di preservare simili, inconfondibili qualità ha richiesto peraltro una delicatissima operazione di calibratura resa particolarmente ardua dall’ampia varietà di registri che Anderson si dimostra capace di toccare, specie in una raccolta particolarmente eterogenea qual è quella da noi tradotta.

Probabilmente, a muoverci più d’ogni altra considerazione nel nostro lavoro, è stato questo obiettivo: dare anche ai lettori italiani la possibilità di leggere i racconti di uno scrittore che dà prova di una sensibilità e di un’ampiezza espressiva non comuni.
Il fil rouge che unisce i sedici racconti tende a colpevolizzare o a essere indulgenti con vizi e virtù degli esseri umani?          

D: Come dicevamo, a tenere insieme i sedici racconti è senz’altro la qualità della scrittura: si è parlato a tal proposito di stile, di voce, di sguardo. Sono termini che si equivalgono, in una certa misura e fino a un certo punto, fatte le opportune distinzioni che non a caso sono state poste in premessa.

L’autentico collante dell’opera è rappresentato dalla figura dell’autore/narratore: quella di Sherwood Anderson in Morte nel bosco e altre storie americane è una presenza costante ma mai ingombrante. L’autore non travalica mai i confini della pagina pur essendo sempre o quasi sempre presente e ben riconoscibile, tanto che non sarebbe fuorviante parlare – per noi che l’abbiamo tradotto, certo, ma anche per i lettori – di un dialogo sempre possibile: tutto quel che c’è da fare è prestare ascolto, fare attenzione ai dettagli di cui si compone la scrittura di ogni racconto. Così facendo, oltre a narrazioni sempre godibili e a personaggi estremamente realistici, si entra in un rapporto attivo, quasi confidenziale, con l’autore e con le sue creature. È forse per questo che autori del pieno modernismo, come i già citati Faulkner e Fitzgerald, lo hanno riconosciuto come “padre”.

Un padre, Sherwood Anderson, dimostra tuttavia di esserlo soprattutto verso i suoi personaggi, quelli che altrove definisce i suoi “grotteschi”: donne e uomini osservati da vicino, sempre con delicato umorismo ed elegante compassione. Lo scopo di Anderson, d’altro canto, non è mai quello di esprimere espliciti giudizi morali; si dimostra anzi uno scrittore ben poco incline a separare nettamente vizio e virtù, bontà e cattiveria. Quel che più conta per lui è catturare e restituire al lettore le centinaia e centinaia di verità – tutte meravigliose e degne di essere raccontate – che ogni singolo essere umano porta con sé. Un autore simile, tanto curioso nei confronti dell’umanità, tanto pronto a indagarne le luci e le ombre senza mai distogliere lo sguardo, non può che invitare alla comprensione e, non da ultimo, alla presa di coscienza del destino ultimo che accomuna tutti gli esseri umani.


Consigliereste ai giovani la lettura di Sherwood Anderson?

F: Questa domanda da un lato ci coglie di sorpresa, dall’altro ci offre una possibilità.

La sorpresa nasce dal fatto di non aver mai pensato all’autore, e all’opera che abbiamo tradotto in particolare, come a un autore e a un’opera destinati a uno specifico pubblico di lettori. Certo, il titolo si pone fin da subito a un estremo dell’umana esistenza, prefigurando un evento tradizionalmente associato a età ben più avanzate di quella giovanile. Tuttavia, ecco che sorge la possibilità di identificare un punto di forza dell’opera nell’assoluta eterogeneità che la caratterizza. Morte nel bosco e altre storie americane è una raccolta di testi estremamente vari per personaggi, tematiche e suggestioni: se la morte domina indubbiamente, oltre al titolo dell’opera, anche quelli del primo e dell’ultimo racconto e le relative vicende rappresentate, la vita è invece celebrata in testi come L’inondazione o Un viaggio sentimentale. Vi sono racconti in cui centrale è la figura femminile – Come una regina, su tutti, ma anche Una donna raffinata, Un’altra moglie ed Eccola lì! Si fa il bagno, lei! – e altri in cui il fuoco della narrazione è al maschile: Il ritorno, La lotta, Un viaggio sentimentale. Non mancano poi né l’azione – La parola alla giuria offre in tal senso spunti che oseremmo definire cinematografici – né atmosfere più meditative, raggiunte anche grazie a un sapiente impiego delle descrizioni, come in Questi montanari.

Insomma, una raccolta così complessa e articolata, che rappresenta l’ultima opera dell’autore e per questo forse la più completa e senz’altro la più matura, probabilmente andrebbe letta a ogni età.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Pensiero del giorno…

 
 
 

Spargere di sale

ferita inerme,

non chiedere mai

quanto è lunga la notte.

I boccioli prendono forma,

le stelle crepitano in cielo,

cespugli volteggianti

di nontiscordardimé

solfeggiare nel crepuscolo,

rondini di ritorno a casa.

 

Assaporare attimo dopo attimo il conosciuto come se fosse tutto nuovo, ma con spirito diverso per rilanciare un entusiasmo assopito.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

23 maggio, Giornata nazionale per la legalità

 
 
 

“Ti racconterò tutte le storie che potrò”

Una giornata che ognuno di noi si porta dentro come un marchio a fuoco, come una ferita rimarginata i cui contorni ci riportano alla memoria eventi impastati con impegno, tenacia e sangue.

Tra le pagine del libro “Ti racconteró tutte le storie che potrò” si legge il “cuore” della signora Agnese e viene fuori la dolce e determinata grandezza unica e inimitabile del compianto magistrato.

“Era un uomo che cercava la verità. Mi disse: dove non c’è verità non c’è giustizia. E poi aggiunse: La giustizia lenta è un’ingiustizia per la società.”

“È un rituale che gli ho visto fare parecchie volte in quegli anni. Vestirsi di corsa e andare da solo sul luogo dell’ultima tragedia. Senza dire una parola. Non tanto per iniziare le prime indagini, piuttosto perché sperava sempre che l’amico, il collega, si fosse salvato dai colpi terribili della mafia.”

Nel racconto, voluto fortemente dalla moglie che ha voluto utilizzare gli ultimi mesi della sua vita per lasciare dietro di sé ricordi indelebili di una vita trascorsa accanto al suo e nostro “eroe”, pian piano impariamo a conoscere l’uomo, marito e padre affettuoso, attento, generoso e indimenticabile.

“È in quei giorni che Paolo mi ripete: È’ normale che ci sia la paura in ogni uomo. Ma l’importante è che la paura sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna mai farsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avanti.”

Un libro delicato che ci accompagna nella quotidianità non sempre facile di un uomo che ha saputo rendere grandi valori quali: coraggio, responsabilità del proprio ruolo, generosità nel darsi, impegno profuso con entusiasmo e amore incondizionato.

 

* 19 luglio 1992 la strage di Via d’Amelio.

Paolo Borsellino, il giudice antimafia, si era recato in visita alla madre quando nel breve tratto tra le auto della scorta ed il portone una vecchia Fiat 126 imbottita di esplosivo, innescata a distanza, cancellava la vita del giudice palermitano e della sua scorta.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Trent’anni dopo. Mafie sulla pelle

 
 
 

Si terrà oggi, martedì 24 maggio, dalle ore 19.30, presso la Biblioteca Comunale “G. Ceci”, l’evento “Mafie sulla pelle”, organizzato dal “Forum Città dei Giovani”, che vedrà ospiti l’avv. Michele Caldarola, referente del presidio Libera di Andria “Renata Fonte”, e il dott. Angelo Jannone, colonnello in congedo, esperto del patrimonio dei Corleonesi ed autore del libro “Un’arma nel cuore”. A trent’anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, il ricordo dei giudici Falcone e Borsellino nelle parole del membro del nuovo direttivo del Forum, con delega alle Politiche Sociali, Giovanna Scamarcio.

Ciao Giovanna. Perché avete deciso di organizzare l’evento “Mafie sulla pelle”?

Abbiamo deciso di organizzare questo evento perché riteniamo che sia fondamentale non solo essere consapevoli e “fare memoria” ma anche, in un certo senso, empatizzare per comprendere al meglio cosa è la mafia; un fenomeno che molti ragazzi, percepiscono troppo distante dalla nostra realtà, da questa riflessione scaturisce anche il titolo.

L’avvocato Michele Caldarola illustrerà la situazione mafiosa del nostro territorio, dandoci la possibilità di percepire la mafia più da vicino e conoscere ciò che accade nelle nostre terre, di cui spesso non sappiamo nulla.

Il Dottor Angelo Jannone, invece, racconterà la storia di chi ha lottato in prima persona contro la mafia, rischiando la propria pelle.

Quale insegnamento possiamo trarre dal dott. Angelo Jannone e dal suo ultimo libro “Un’arma nel cuore”?

Il libro del Dott. Jannone non è solo un’ autobiografia ma racconta di “eroi silenziosi“.  Il romanzo permette di immedesimarsi nei protagonisti, (grazie ai racconti delle loro fragilità, di aneddoti, di riflessioni), che hanno trasformato il proprio lavoro in una costante lotta, facendosi carico di tutti i rischi del caso. Una lotta contro un fenomeno, che ancora oggi, è ritenuto indomabile. Può insegnare tanto soprattutto ai giovani che decideranno di intraprendere queste carriere.

Inoltre, riporto la citazione sul retro della copertina: “Un libro che andrebbe preso in mano ogni volta che, a proposito di mafia, verrebbe la tentazione di dire: tanto non serve a niente” (Gianluca Nicoletti, giornalista).

Perché l’esperienza dell’avv. Michele Caldarola, come referente Libera di Andria, è fondamentale?

L’ Avv. Michele Caldarola darà la possibilità al pubblico di aprire gli occhi ascoltando e comprendendo quello che accade nelle nostre terre. Oggi i ragazzi vengono spesso etichettati negativamente, soprattutto da chi non ci prova neanche a confrontarsi con noi.

L’ Avv. Caldarola, invece,  parla spesso ai giovani, ha dato vita, assieme a Libera, a diversi eventi nelle scuole e con i ragazzi. È una persona aperta al confronto e che può insegnare tanto, due aspetti fondamentali per chi ha voglia di conoscere, questo  a prescindere dall’età,

Cosa possono nel concreto fare i giovani per combattere le Mafie?

Non si devono accettare i compromessi, bisogna agire sempre secondo dei principi quali la giustizia, l’ equità, la civiltà.


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donmichelangelotondo più di un mese fa

Per un reale dialogo tra biologia e teologia

 
 
 

Il contributo di Angelo Vianello

I primi decenni del XXI secolo vedono il pensiero filosofico-scientifico che, pur impegnato in primo luogo su vari livelli a far fronte a diverse e inedite sfide per loro natura sempre più planetarie, non tralascia quel non secondario tema ereditato dalla modernità, il confronto fra scienza e fede, o meglio fra il sapere scientifico e quello derivato dall’esperienza di fede, confronto che ha visto protagonisti gli stessi fondatori della scienza moderna; se con Galileo ha assunto, com’è più noto, risvolti drammatici, con Newton poi tale confronto è stato meno lacerante e nello stesso tempo più costruttivo, come ampiamente documentato da Hélène Metzger nell’ancora e quasi unico lavoro nel suo genere  del 1938, Attraction universelle et religion naturelle chez quelques commentateurs anglais de Newton (Hélène Metzger, vittima della Shoah, filosofa della scienza, 27 gennaio 2021). E non a caso è stato ancora ritenuto cruciale da diverse figure del ‘900, a partire da figure di scienziati-filosofi come Max Planck, Albert Einstein,  Pierre Teilhard de Chardin, Stefan J. Gould sino a Giovanni Paolo II, il cui papato, sulla scia delle indicazioni del Concilio Vaticano II, tra le altre cose è stato caratterizzato da una non comune attenzione verso questo problema ritenuto cruciale per evidenti ragioni pastorali tese ad avviare su nuove basi il rapporto con la contemporaneità, una volta individuate alcune cause del secolare conflitto grazie alla coraggiosa presa in carico del ‘Caso Galileo’.

E’ da segnalare che  in questo campo  sono tuttora impegnati in prima persona gli stessi scienziati, credenti e non credenti, coadiuvati dal fatto che da una parte, a partire dagli anni ‘70 del secolo scorso, sono venute meno quelle immagini unilaterali della scienza di stampo vetero-positiviste grazie agli sviluppi degli studi storico-epistemologici col darci non secondari contributi per affrontare su nuove basi i valori cognitivi in essa impliciti; e dall’altra  soprattutto in area anglosassone e nell’ambito della tradizione teologica riformata liberale è venuta a consolidarsi la cosiddetta Theology and Science, dove figure come Ian Barbour prima e dopo Robert J. Russell, fisico teologo, hanno messo proficuamente in atto quella che chiamano  a creative mutual interaction (Quando cosmologia ed escatologia si incontrano, 9 dicembre 2021). Tutto questo, insieme con la piena metabolizzazione delle conseguenze del ‘Caso Galileo’ in campo cattolico col portare ad iniziative varie come il  Centro di ricerca DISF e Nuovo SEFIR, ha gettato le basi per avviare un rinnovato dialogo tra scienza e fede, una volta che sono state, a dirla con Papa Benedetto XVI,  liberate dai rispettivi ‘restringimenti ideologici’ ereditati dal passato; ma ciò è stato possibile dopo un loro reciproco e salutare  bagno di umiltà epistemologica nel senso avanzato da più figure di filosofi della scienza come Federigo Enriques, Gaston Bachelard,  Karl Popper ed Edgar Morin, i cui lavori hanno avuto il merito di demolire gli ‘assoluti terrestri’ e di spogliarci dal mito dell’onniscienza per usare dei termini di  Dario Antiseri e Mauro Ceruti.

Ed in tale contesto, caratterizzato dalla  presenza per lo più di fisici, viene ad inserirsi l’originale lavoro, definito ‘molto ricco e felicemente interdisciplinare’ dal compianto giornalista scientifico Pietro Greco, del biochimico Angelo Vianello Sapere e fede: un confronto credibile. Per un dialogo possibile tra biologia e teologia (Udine, Forum Edizioni, 20182) con la prefazione di Federico Vercellone e la postfazione di Alessandro Minelli che ne hanno illustrato alcuni salienti aspetti. Autore di altri importanti lavori riguardanti l’evoluzione della vita, la biodiversità, l’altruismo e le sfide dell’Antropocene (Per una visione agapica dell’Antropocene, 3 marzo 2022),  Angelo Vianello, da savant o scienziato a lavoro ed engagé nel senso bachelardiano del termine, ci offre un non comune percorso storico-epistemologico caratterizzato da una parte da una presa di coscienza veritativa del continente scienza  ed in particolar modo del composito universo delle scienze della vita, anche grazie ad una piena metabolizzazione dei risultati raggiunti nell’ambito del pensiero complesso, e dall’altra dalla presa in carica di alcune proposte di teologi come Hans Küng e Jürgen Moltmann; non a caso, grazie all’esperienza maturata attraverso lo studio dell’evoluzione dell’uomo, ci offre una lettura particolarmente interessante della Teologia della speranza di questo teologo col fare sue anche alcune indicazioni  espresse in Scienza e sapienza, che gli hanno permesso di guardare al mondo della fede da diverse prospettive aperte al confronto critico con altri saperi al fine di “salvare l’esperienza umana e, più in generale, la biosfera”. Armato di questa doppia consapevolezza epistemica ci viene così offerto  un percorso teso al confronto con un nuovo esprit, nel senso di Gaston Bachelard, con i due ‘pilastri del tempo’, come li chiamava S. Gould, con l’obiettivo insieme teoretico-esistenziale di “trovare   delle sintesi che possono facilitare, sul piano culturale, il rispetto delle reciproche diversità”, anche perché come già Galileo aveva diagnosticato, e poi ribadito da Giovanni Paolo II, non ci può essere conflitto tra due verità, ma esso si verifica quando si propongono   false e fuorvianti interpretazioni di entrambe, come storicamente è avvenuto ed avviene spesso per motivi ideologici.

Ma è da tenere presente, per capire meglio il percorso di Angelo Vianello, che le scienze della vita, a differenza della fisica che ha dovuto per affermarsi come sapere autonomo portare avanti una contestuale e difficile ‘filosofica militia’ come la chiamavano Federico Cesi e lo stesso Galileo, si sono  sviluppatesi nella seconda metà dell’Ottocento da Darwin e Bernard a Mendel e Pasteur quando il sapere scientifico si era ben consolidato con le sue specifiche ‘ragioni’ a dirla con Federigo Enriques;  e per questo  i maggiori protagonisti  non si sono particolarmente impegnati sul terreno epistemologico per chiarirne le modalità d’essere, operazione sempre necessaria per evitare false interpretazioni, il che è avvenuto spesso, com’è noto, per la teoria dell’evoluzione. Mentre i fisici alle prese con altri radicali cambiamenti hanno continuato nel corso del primo Novecento a produrre una ricca mole di dibattiti sulla natura del reale fisico, in campo biologico, se si escludono gli importanti contributi di Teilhard de Chardin, S.  Gould, Ernst  Mayr e Jean Piaget, non si è verificata una cosa del genere e si è dovuto aspettare la riflessione prodotta dal pensiero complesso che non a caso si è nutrito in particolar modo dei contenuti veritativi impliciti nell’universo delle scienze del vivente.

Tutto ciò ha determinato sino a qualche decennio fa la mancanza di un ‘dialogo’ costruttivo da parte di questo ambito del pensiero scientifico con il sapere teologico data anche la  complessità delle scienze della vita, su cui aveva attirato già l’attenzione Giovanni Paolo II nei due discorsi sulla teoria dell’evoluzione con l’insistere sulla necessità da parte degli stessi protagonisti di affrontarne le relative questioni metodologiche e le implicazioni teologico-filosofiche per capire le ‘origini’ e le stesse ‘ragioni della vita’, questioni oggi sempre più al centro dell’attenzione. Ed è questo uno degli obiettivi e dei meriti non secondari del percorso di Angelo Vianello che, ponendosi sulla  scia di tali indicazioni come anche sui lavori più recenti di  Christian de Duve,  Stuart Kauffmann,  Fiorenzo Facchini, Francisco Ayala, Francis Collins, Giuseppe Tanzella-Nitti e  Mauro Ceruti, si impegna quasi in una rinnovata ‘filosofica milizia’, tesa da una parte a fare emergere gli intrinseci valori veritativi  delle scienze del vivente e dall’altra, grazie ad esse, a ridare all’esperienza di fede un  rafforzato dinamismo escatologico col fare sue proficuamente  le proposte di Teilhard de Chardin e di Moltmann; ne emerge un solido quadro epistemologico-ermeneutico per gettare le basi di ‘un confronto credibile’, di una ‘dialogo possibile tra biologia e teologia’, ritenuto sempre più ‘ineludibile’ anche perché, come spesso viene ribadito, trova le sue ragioni d’essere nelle “fondamenta nella libertà di pensiero, intesa come la più grande risorsa dell’uomo”.

E come uomo di scienza che ha studiato l’evoluzione dell’uomo, le ‘nostre lontane origini’, ‘le principali tappe dell’Homo sapiens’, ‘l’enigma dell’aggressività’, ‘la sfida ambientale’, Angelo Vianello ci avverte che porre sul terreno più giusto l’auspicata sintesi tra il sapere scientifico ed il sapere della fede, oltre a costruire insieme una più “concezione laica della società”, è un percorso più aperto a diverse possibilità come “aprire a scenari di speranza utili a orientarci nell’agire di ogni giorno e a costruire un futuro che renda possibile la sopravvivenza  di questa nostra fragile esperienza terrena”. E come scienziato al lavoro ha messo in pratica in modo proficuo quella magistrale ‘sintesi’, esposta nei suoi numerosi scritti  a partire da Il fenomeno umano, di Teilhard de Chardin che ha sempre insistito  sul fatto che se le verità scientifiche vengono ben comprese, sono il nutrimento stesso dell’uomo di fede; tale approccio, grazie all’immersione nei dibattiti epistemologici e teologici odierni, poi lo ha portato ad una diversa lettura dei rispettivi contenuti veritativi   e più attenta alla loro autonomia insieme con la coscienza teoretica del fatto che, quando scienza e fede si incontrano e dialogano in modo costruttivo, si arricchiscono entrambe di nuovi orizzonti cognitivo-esistenziali oggi più che mai necessari in un mondo  globalizzato le cui dinamiche  richiedono piani di interventi non più sorretti da logiche unidimensionali ma interdipendenti per le diverse sfide che ci attendono.

Alla luce di tali indicazioni,  Sapere e fede, oltre ad analizzare diversi punti di vista emersi nel variegato universo delle scienze biologiche sempre più bisognose di approfondimenti storico-epistemologici data la dimensione planetaria dei problemi affrontati, è un testo molto ricco di idee finalizzate a creare le basi di una impalcatura concettuale in grado di rendere sempre più “fecondo” il dialogo tra teologia e biologia; esso ‘fa tesoro’ nel senso biblico del termine dello “scenario che emerge dal ‘dibattito alla tavola alta dell’evoluzionismo’” senza cadere in posizioni naturalistiche grazie al fatto che, ormai nel regno del vivente e dell’universo stesso, la storia della vita è concepita  “come una storia di possibilità per esplorare ciò che Kauffman definisce ‘l’adiacente possibile’” dove vengono a giocare un ruolo  strategico  la contingenza e la causalità come ben analizzato da Gould e in Origini di storie  da parte di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti. In tal modo  Angelo Vianello non cade in un facile sincretismo o concordismo, già definito da Giovanni Paolo una vera e propria ‘insidia epistemologica’, in quanto fa suo in modo programmatico il punto di vista  espresso dallo stesso Gould che riteneva la vita piena di diverse potenzialità ed emergenze continue, tale da non dover ‘essere  abbracciata sotto un’unica prospettiva’ con il conseguente e necessario essere non un ‘relativista’ nei confronti della verità, ma ‘un pluralista’ nei confronti di questo reale.

Angelo Vianello  ci consegna  questo suo percorso con una ulteriore indicazione, che gli proviene dal  lungo peregrinare nei tortuosi sentieri dell’evoluzione umana, contrassegnata come diceva Teillhard de Chardin sì da continui  ‘strazi’  ma forieri di nuove possibilità, dove è ritenuta essere stata strategica e lo è tuttora la cooperazione tra gli esseri viventi; e questo percorso, che si nutre anche dell’apporto di esperienze poetiche come quella di Mario Luzi, viene arricchito dall’invito di Moltmann  a “contrastare il cinismo dell’annientamento della vita, oggi diffuso nel nostro mondo”, a non “trascurare la sofferenza della natura” e a dare il dovuto ascolto al “gemito della creazione oppressa”  per lottare “per un futuro comune”, condizione indispensabile per la “possibilità di nuova nascita dell’umanità“, proposta condivisa sulla scia delle indicazioni di Ernesto Balducci e di Mauro Ceruti.

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