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L'inverno delle startup

L'inverno delle startup
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Qualche giorno fa, uno dei più importanti investitori della Silicon Valley ha detto che per il settore tecnologico e in particolare per le criptovalute, è iniziato l’inverno; ma ha aggiunto di non spaventarsi perché, come è arrivato, l’inverno finirà. Per dimostrarlo, un altro ha annunciato di aver creato un nuovo fondo da 4,5 miliardi per investire nel settore.

L'immagine da Trono di Spade, questo "inverno delle startup", rende bene l’idea di quello che sta capitando a causa della guerra e della crisi finanziaria. In altri tempi, guardando i titoli azionari andare in picchiata verso il basso, avremmo detto che la bolla speculativa si sta sgonfiando, come accadde nel 2000. Ma rispetto a quel drammatico crollo, questa volta la speranza è che i fondamentali del settore siano più solidi; se così fosse saremmo davanti soltanto a una trasformazione esemplificata da una espressione mitologica: “Stanno sparendo gli unicorni, è il momento dei centauri”.

Gli unicorni sono le startup con una valutazione superiore al miliardo di dollari, una definizione coniata nel 2013 da un investitore che aveva creato una specie di classifica di tutte le startup del decennio che avevano raggiunto quel traguardo: erano 39, una media di 4 ogni anno. Qualche mese fa erano diventate più di mille, risultato di un'economia che per anni, con i tassi di interesse azzerati, ha iniettato denaro facendo schizzare le valutazioni delle startup destinatarie di investimenti importanti. Se prima i membri del club degli unicorni stavano in una stanza, adesso hanno bisogno di un teatro. Lo status di unicorno è diventato il sinonimo di successo, anche se quei valori sono slegati dal fatturato e dai profitti (molte startup di successo non fanno profitti per anni).

 

Ora quella stagione è finita, dicono: quello che conta è il fatturato sicuro, basato su contratti e abbonamenti. Con 100 milioni di dollari di fatturato una startup può definirsi un centauro. Ed è un ritorno ai fondamentali: come per qualunque attività economica, conta quanto vendi e non quanto si pensa che venderai.

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Si chiamano quasi tutte Irina

 
Alessandra Carnaroli mentre declama una sua poesia

Alessandra Carnaroli mentre declama una sua poesia

Con allegria di bambina cedo oggi questo piccolo spazio ad Alessandra Carnaroli, che in una poesia tiene quello che meditavo di scrivere nei prossimi sei editoriali e quattro libri – per fortuna di tutti, dunque, non lo farò. Questo del resto fa la poesia. Dice meglio, dice tutto. S’intitola “Si chiamano quasi tutte Irina”.

Mi dispiace per gli a capo, sostituiti nella prosa orizzontale da questo segno /.  Trascrivetela come si deve, se volete, in verticale: scrivere a mano aiuta a riordinare, capire, ricordare. Poesia: “L’Ucraina è vicina / e la bambina biondissima / che d’estate veniva / in spiaggia a Pesaro / dopo l’esplosione / della centrale nucleare / per prendere il sole / non ammalarsi di tumore / evitare di partorire / un mezzo muflone / chissà se è viva / se è finita anche lei / in una fossa comune / tanto si chiamano / quasi tutte Irina. / *le donne pagano sempre / il prezzo più alto / l’epilazione a luce pulsata / gli assorbenti / come bene di lusso / lo stupro di gruppo”.

Le Poesie di Carnaroli, che è nata a Piagge nelle Marche nel 1979, sono pubblicate da editori minori e maggiori. Quelle nelle edizioni minori sono tra le mie preferite, quelle nelle edizioni maggiori si trovano più facilmente – c’è del buono in ogni cosa, volendo. Per Einaudi è appena uscito “50 tentati suicidi più 50 oggetti contundenti”, trascrivo questa. Dal capitolo “50 suicidi”, dedicata immagino alla madre ma forse la proiezione è mia. “Di crepacuore mentre rileggo / appunti liste della spesa / ascolto messaggi vocali cosa / vuoi per cena / aprire casseforti e cassapanche / provare gonne di due taglie / più piccole / rifare uguali spezzatini / copiare come puntavi / sopra le orecchie i pettinini”.

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L’ultimo idillio

L’ultimo idillio
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La prima cosa bella di lunedì 30 maggio 2022 è l'ultimo idillio, quell'amore che ti capita dopo il mezzo secolo, oltre i due terzi di vita, come ai personaggi di André Aciman sulla High line a New York. Tutti conoscono questo autore per Chiamami col tuo nome. Io lo amo per Città d'ombra a cui debbo molte scoperte.

Ora, in una novella delicata e cinematografica, con due soli personaggi e pochi cameo, ha messo in scena l'innamoramento cauto ma inevitabile tra un avvocato e una psicologa, entrambi vicino ai sessanta. S'incontrano una mattina in tribunale, in attesa di essere chiamati a far parte di una giuria, da cui si fanno più volte scartare per potersi rivedere. Entrambi sono alla naturale fine corsa dei rispettivi matrimoni, le pile si sono scaricate, come capita. Tocca a lei spiegare quel che sta loro accadendo: "Per accettare di buon grado ciò che ora possiamo perdere in un baleno, e lo sappiamo bene, dovevamo arrivare a tanto così dal limite, dall'essere prosciugati".

Più leggi e più ti viene il desiderio di un'occasione del genere. Ma la cosa veramente bella, sai qual è? Ti è già capitata. E l'hai presa. 

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Inglese per tutti, tutti per l’inglese

 
 
 

La “lingua della Regina”, un passepartout in giro per il mondo

Ponte di collegamento tra tutto mondo, la lingua inglese viene considerata la migliore per la comunicazione internazionale.

È ormai più che rinomata l’efficacia della conoscenza linguistica della lingua inglese e ora che, usciti dalla pandemia, si potrà riprendere ad esplorare il mondo, può essere utile riscoprirne i vantaggi.

La “lingua della Regina”, grazie alla diffusione dell’impero coloniale britannico, è stata la chiave per abbattere la “torre di babele”.

Che si apprenda a scuola o che ne si faccia esperienza da autodidatti, è importante porre le basi giuste per essere poi capaci di sviluppare abilità che ci permettano di orientarci e comunicare ovunque.

Pian piano, a partire dalla generazione “millenial”, si sta diffondendo sempre più l’idea che, cominciare a masticare l’inglese sin dalla più tenera età, sia un ottimo metodo per formare menti modellate sul bilinguismo.

Al giorno d’oggi, nel sistema scolastico italiano, spesso non si dà l’importanza che si dovrebbe all’educazione linguistica inglese. Molte scuole italiane tendono a far maggior spazio alla parte teorica e grammaticale, piuttosto che a quella orale.

Per questa ragione, spesso si tende a impararlo attraverso mezzi alternativi ed indiretti come guardare serie tv e film in lingua originale, tradurre testi di canzoni o fare esperienza diretta con persone provenienti da altre parti del mondo.

Ad oggi ci sono molti mezzi per parlare con gente di altri paesi e mettere in campo le proprie capacità di comunicare anche attraverso improvvisazione.

Fare esperienza su un campo diretto è uno dei metodi migliori e più efficaci per entrare nel pieno di un’altra realtà culturale per comprendere appieno modi di dire e variazioni colloquiali che una determinata zona del mondo può presentare.

L’inglese è fondamentale anche nel mondo del lavoro. Vengono spesso richieste certificazioni linguistiche per entrare in quasi ogni campo professionale.

Tuttavia, quel che piace qui rimarcare è che la lingua inglese permette di vivere esperienze a tutto tondo, di immergersi in culture ed avventure che, specie per i più giovani, sono fonte di conoscenza, oggi, e un meraviglio ricordo domani.

Insomma, pare proprio il caso di dire: inglese per tutti, tutti per l’inglese!

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Nel profumo dell’erba bagnata

 
 
 

Benedicendo la pioggia che lava

Mercoledì scorso ho chiesto a qualche studente come stesse, aspettandomi una risposta positiva data l’imminente fine dell’anno scolastico. E invece il malumore dilagava. Perché? «La pioggia mette tristezza». Io invece ero felice avesse piovuto, perché la prima ondata di caldo è stata impegnativa e a tratti soffocante. Così adesso, mentre scrivo, mi godo il fresco che si innalza dalla vegetazione bagnata dall’ennesimo temporale notturno, con i suoi silenzi e i suoi profumi. Anche perché so bene che si tratta solo di una pausa da questo rovente, prematuro inizio d’estate.

Così, quel giorno a scuola abbiamo parlato del temporale, di che significato potesse avere, dalla parola al fenomeno. E sul finire di un anno scolastico impegnativo ci siamo ritrovati a condividere cuori simili e sensazioni comuni.

In realtà il termine rimanda immediatamente a qualcosa di temporaneo, di passeggero, tanto provvisorio quanto violento. Assomiglia a una reazione di rabbia, a un’esplosione improvvisa, come suggeriscono i lampi e i tuoni che lo accompagnano. “Temporale” si dice anche, in un linguaggio un po’ arcaico e spiritualeggiante, di un potere terreno, di beni sottoposti alla fugacità del tempo, opposti alle cose durevoli ed eterne. Eppure, quel giorno non ci siamo soffermati su questa accezione.

Abbiamo parlato della pioggia, del pluvere che porta in sé l’idea di scorrere, fluttuare, nuotare e galleggiare, dalla radice indoeuropea plav– o plu-. Abbiamo condiviso la necessità di imparare a lasciar andare le cose che non servono, di galleggiare sulle parole inutili, di imparare a nuotare nelle cattive acque delle mancanze, delle pretese, delle manipolazioni, delle autogiustificazioni, delle menzogne di chi è più instabile e inaffidabile di uno stesso temporale. Dove c’è acqua, poi, c’è di mezzo lo “scivolare”, un verbo instabile, contrario all’equilibrio, opposto al controllo che rincorriamo ogni giorno di cose, persone, attimi, della vita insomma. Eppure, scivolare a volte è salvifico, perché lo si può fare senza farsi male, con armonia e dolcezza, come se alla marcia frenetica del quotidiano si preferisse improvvisamente una danza scoordinata e divertente.

E farsi scivolare è ancora più importante: farsi lavare da un’improvvisa, imprevista, fresca pioggia di leggerezza; farsi pulire da incommensurabile meschinità, dietro le quali si perdono le migliori energie; farsi purificare dall’inutile sforzo di cambiare ciò che non può essere cambiato, di aiutare chi non vuole essere aiutato, di comprendere enigmi sfiancanti. Mollare la presa da responsabilità di cui ci siamo inutilmente caricati. Sperimentare il cambio di programma, l’improvviso, l’inaspettato. E cogliere le tracce di eternità nel profumo dell’erba bagnata e nelle pozzanghere che brillano al tramonto di un sole rinnovato. Perché, forse, ciò che è temporaneo ci insegna a non inquadrare l’eterno nella durevolezza e nell’ufficialità delle perfezioni, ma come possibilità dischiusa anche in una piccola goccia di pioggia non prevista.

Occorre, di tanto in tanto, prendersi una pausa e benedire la pioggia che interrompe le ondate, di caldo e di sciocchezze, scambiate per oro colato solo perché brillano alla luce del sole. «Io non ho ancora imparato a farmi scivolare tutto addosso. Ma meglio ruvida che viscida», diceva la grande Anna Magnani. Ed aveva ragione: difatti, non si tratta di diventare superficiali o incapaci di farsi scalfire. Solo di capire quando è il momento di fermare ciò che sta andando troppo in profondità senza meritarlo. Non tutto merita di restarci sulla pelle, di lasciarci un segno nella carne. E il temporale sa bene cosa spazzare via.

Quello che deve restare, resta. In una freschezza che fa bene, che dà la carica per le nuove ondate. Perché di certo non possiamo evitare né le calure che seccano e bruciano, né gli sbalzi di temperatura e di umore, né l’instabilità del tempo e delle persone. Ma possiamo imparare a cavarcela in ogni tempus. E a fare di un temporale una poesia per la vita.

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Perfetta letizia (Paradiso XI)

 
 
 

«O insensata cura de’ mortali, 
quanto son difettivi silogismi 
quei che ti fanno in basso batter l’ali!»

(Paradiso XI, vv.1-3)


L’undicesimo del Paradiso è uno di quei canti che immancabilmente si leggono a scuola e, anche per chi non ha frequentato il liceo, non sono rare le occasioni in cui si citano le nozze mistiche di Francesco d’Assisi con Madonna Povertà, che è appunto il contenuto principale qui narrato.

Parla ancora san Tommaso, un domenicano, e celebra il panegirico del fondatore del francescanesimo, così come nel canto che segue sarà un francescano, san Bonaventura, a inneggiare ai meriti di San Domenico, padre dell’Ordine dei Predicatori a cui Tommaso appartiene.

Dopo un incipit in cui Dante prende le distanze dalla insensata cura de’ mortali che, coi loro difettivi sillogismi (vv.1-2), stendono le ali verso il basso piuttosto che puntare in alto (vv.1-3), ecco che Tommaso interviene nuovamente ed esplicita i dubbi generati nella mente del poeta dalle sue stesse dichiarazioni laddove aveva definito l’ordine dei Domenicani con le parole u’ ben s’impingua se non si vaneggia mentre di Salomone aveva detto che, dopo di lui, non nacque il secondo.

Evidentemente, se quest’ultima affermazione intende ribadire che nessuno è stato pari a Salomone in sapienza, la prima prende le distanze da quei religiosi che, invece che seguire l’esempio e la regola di San Domenico, si lasciano traviare dalle passioni terrene: di qui lo spunto per narrare l’agiografia di Francesco.

La descrizione della sua nascita è di quelle riservate solo ai più grandi personaggi della storia, ma il punto più alto si tocca quando Dante scrive del matrimonio con Madonna Povertà. Per lei, Francesco corse in guerra del padre (vv.58-59), per lei tutti gli altri seguaci si scalzarono, per lei e con lei Francesco ebbe la prima e seconda approvazione papale, rispettivamente da Innocenzo III e Onorio III, sino a quella definitiva, con le sacre stimmate accolte sulla Verna.

Rileggendo questi versi, mi è tornato alla mente il capitolo ottavo dei Fioretti di San Francesco, quello in cui il Santo d’Assisi spiega ad uno spaesato frate Leone in cosa consista la perfetta letizia. Lo riassumo, ma il contenuto è noto.

Muovendosi da Perugia a santa Maria degli Angeli, nel cuore di una gelida notte di inverno, mentre il vento, il ghiaccio e la neve picchiano duro, ad un sempre più stupefatto frate Leone, Francesco chiarisce che perfetta letizia non è fare miracoli o convertire moltitudini né parlare tutte le lingue o conoscere tutte le scienze. Perfetta letizia è bussare alla porta del convento che tu stesso hai fondato, magari tirandolo su una pietra dopo l’altra, e sentirsi dire, va’ via, non ti conosco; quindi, bussare ancora e ancora ed esserne scacciati a suon di randellate.

San Francesco, lo sappiamo, è il santo dei paradossi, l’unico che abbia veramente meritato il titolo di alter Christus, ma a me piace considerare il lato universale del suo esempio e vorrei provare a riassumerlo così: chi ha rinunciato a tutto, veramente a tutto, non ha più nulla da perdere, niente da temere; quando ti sei definitivamente spogliato, chi può ancora ferirti?

Sotto il velo delle apparenze, il vello dell’orgoglio, la vela delle ambizioni, possiamo gonfiarci quanto vogliamo, ma di tutto saremo svuotati. Liberarcene prima, accettare di metterci a nudo, farlo per scelta, può legittimamente sembrare assurdo e follia, impossibilità.

Eppure, conduce alla perfetta letizia. Dice san Francesco.

Søren Kierkegaard: «Ci vuole del coraggio morale per essere afflitti; ci vuole del coraggio religioso per essere lieti».

Albert Einstein: «Se verrà dimostrato che la mia teoria della relatività è valida, la Germania dirà che sono tedesco e la Francia che sono cittadino del mondo. Se la mia teoria dovesse essere sbagliata, la Francia dirà che sono un tedesco e la Germania che sono un ebreo».

Bill Gates: «Quanto mi trovo alle conferenze sull’informazione tecnologica e la gente dice che la cosa più importante al mondo è fare in modo che le persone possano connettersi alla Rete, io rispondo: Mi state prendendo in giro? Siete mai stati nei paesi poveri?».

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“Nessun giorno è uguale”

 
 
 

UNA COPPIA DI FENICOTTERI NIDIFICA A BARLETTA

L’anno scorso, nel mese di giugno, due germani reali, un’anatra muta e tre anatroccoli incedevano elegantemente, solcando la spumeggiante acqua marina, e zampettavano goffamente sulla sabbia inerbata, imbrattata da bottiglie di plastica e lattine che avevano contenuto la dolce, micidiale bevanda statunitense, nera come la pece.

Neanche un giorno mancavi al goloso appuntamento. Non appena il sole si affacciava sul rettilineo balcone dell’orizzonte, con piedi felpati ti avvicinavi a loro, olezzanti per fragranze marine, la tua mano scivolava lieve come una piuma sul dorso dei soffici ed umidi corpi, sfioravi la testa sinuosa.

Rimanevano tranquilli, compiaciuti alle empatiche attenzioni umane. Eri diventato, insomma, uno di famiglia con la tua lunga ombra che ti seguiva cautamente. Scodinzolavano nel sentire la tua voce e riconoscevano subito la tua inconfondibile andatura caracollante tra ciottoli, immondizie e spuntoni di roccia.

Smettevano momentaneamente di affondare il largo becco nell’acqua salata alla ricerca di cibo, di mordicchiare la succulenta erba, scostando quella rinsecchita color terra di Siena od ocra, di strappare dai loro corpi ciuffi di piumaggio che la brezza di terra faceva volteggiare prima di appenderli come soffici banderuole alle cime di alti arbusti spontanei.

Vi guardavate negli occhi, rotondi i loro, allungati i tuoi, un sorriso empatico si accampava stabilmente sui vostri volti. Estasiati.

Nulla, all’inizio dell’amabile dialogo informale protrattosi per mesi ed anni, lasciava immaginare l’epilogo, drammatico che nel mese di luglio, esploderà tragico all’improvviso in tutta la sua recrudescenza, lasciando tramortiti coloro che, riconoscendo legami tra tutte le specie viventi, riescono a convibrare.

Scomparve, mamma anatra muta! Ed i piccoli uno dietro l’altro, perdendo la sicura guida, procedevano come ebbri. Dopo qualche giorno si volatilizzarono nel nulla assoluto anche loro. Presto arriverà l’identica amara sorte anche per i germani reali.

Non ti desti subito per vinto, speravi che da un giorno all’altro ricomparissero festosi. Chiedesti a destra e a manca, nessuno dei vongolari interpellati seppe ragguagliarti sulle cause della sparizione. “Sono finiti, forse, in bocche fameliche che non arretrano dinanzi a nulla, neanche alla personificazione della bellezza” era il commento più diffuso a cui seguiva una smorfia amara.

Anche i fratini, innocui uccelletti nidificanti sulle spiagge europee, zampe lunghe corpo raccolto, livrea color sabbia dove costruisce i nidi, conoscono la dura fatica del vivere lungo la litoranea di ponente a Barletta dove i volontari della Lega Ambiente danno l’anima per favorirne la presenza e la sopravvivenza, costruendo per loro mimetici ricoveri di legno.

Solo al Cimitero di Barletta, dove i defunti riposano placidamente, pappagalli verdi originari del Brasile, svolazzando tra i neri cipressi e le candide stele di marmo coll’inconfondibile verso roco, si moltiplicano senza che nessuno li disturbi o li infastidisca. Ma nel mondo dei vivi, imprigionati in un’asfittica visione antropocentrica, annaspanti alla ricerca di un senso, invece…

Un giorno dell’Ottocento la scrittrice, giornalista inglese Janet Ross, raccolta, sostava davanti alla statua di bronzo di Eraclio. Dopo pochi minuti di contemplazione dovette con disdegno abbandonare l’ambita postazione. Scriverà nelle sue memorie che in nessuna parte del mondo aveva incontrato monelli petulanti ed insolenti come quelli che l’avevano infastidita a Barletta.

Erano forse gli antenati di quegli indisponenti eredi, piccoli e grandi, che in mille modi cercano nell’epoca attuale con le loro indifferenze, ipocrisie e delittuose azioni di infangare, deturpare e saccheggiare persone e territorio, come se compissero nobili gesti?

Sussurra Paulo, Coelho, uno degli li scrittori più letti oggi, famoso anche per gli aforismi, …

“Nessun giorno è uguale

all’altro, ogni mattina

porta con sé

un particolare

miracolo

il proprio momento

magico, nel quale

i vecchi universi

vengono distrutti

e si creano nuove stelle.”

Si genera affinità elettiva, vedendo i due fenicotteri rosa, una bella coppia, nidificanti a Barletta a breve distanza dal sito che accolse festosamente germani reali ed anatre mute, misteriosamente scomparsi, quando scolaresche e bambini accorrevano a frotte per accoglierli con curiosità e meraviglia.

Il fenicottero rosa, diffuso in Africa, in India, nel medio Oriente e nell’Europa meridionale ha deciso di fermarsi a Barletta, sì, in prossimità della lunga cancellata di ingresso al porto marittimo. Neanche nei sogni più entusiasmanti poteva manifestarsi un evento più fausto.

Il piumaggio, bianco rosato, le penne copritrici, rosse, mentre quelle remiganti, nere. Il becco, rosa.  Una macchia nera staziona inconfondibile sulla punta. Volatili che incantano con le loro movenze e la soffusa grazia delle sfumature corporee.

Il maschio, respirando l’aria della città che negli anni settanta del secolo scorso divenne la più prolifica d’Italia, leggermente più grande della femmina, pavoneggiandosi, propone, ammiccando, l’amplesso. Perentorio il diniego della femmina.

Incredulità? Ecco la foto che, ritraendo la coppia, fuga ogni perplessità! Per il momento la femmina manifesta indisponibilità, ma tutto lascia sperare che le avances del suo compagno presto avranno successo, e implumi rampolli arricchiranno la loro vita ed i nostri occhi.

Presumibilmente presto, una colonia si insedierà stabilmente nel territorio che diede i natali al pittore Giuseppe De Nittis, il cui erede Borgiac, nome d’arte di Borraccino Giacomo, mattacchione estroso ed allegro, ha provveduto a gettare un seme, mettendo in moto le ali della sua spigliata fantasia.

Ecco in successione temporale la frequenza degli eventi finora maturati…

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Chi scrive, scrive perché…

 
 
 

Quando è troppo, è troppo!

Chi scrive crede nella Democrazia, nel Bene Comune e nella Giustizia.

Chi scrive tuttavia deve aprire questo articolo con parole dure: l’Italia è anche ipocrita è puttana. E alludo ai diritti costituzionali negati o riconosciuti per carenze burocratiche in ritardo: fatti di cronaca inerenti la richiesta di suicidio assistito da parte di un essere umano costretto all’immobilità da una malattia, lo ricordano.

E alludo a tutti coloro che affidano la propria istruzione e cultura a dei quiz inumani propinati pare per azzannare l’anima e farci credere che siamo inadeguati per certi lavori.

E alludo alla facilità con cui ogni organizzazione criminale ha potuto uccidere in 40 anni di Repubblica senza che lo Stato sospettasse e impedisse per tempo.

E alludo ai funerali che sono più dei compleanni, alle fabbriche che danno lavoro preventivando diagnosi tumorali, alle metastasi del miserrimo tornaconto politico.

Ogni singolo cittadino di questo Paese a conti fatti è un “cristo” migliore di ogni singolo politico.

Certo, in un paragone con l’immensa Democrazia Americana, ne usciremo feriti e sanguinanti per opportunità e sogni sociali e culturali: ma la Costruzione americana è una delle più guerrafondaie del mondo, si può comprare un’arma e usarla per difendere la proprietà privata dall’uomo di colore, dai messicani, dagli ispanici e portoricani e persino dall’orso Yoghi.

Tutti bersagli mobili per un popolo che ha la necessità di premere il grilletto per soddisfare le proprie frustrazioni ideologiche.

La nostra Costituzione è bellissima, è premurosa, è paterna e materna: scritta da uomini straordinari perché umili e lungimiranti.

La morte di ogni essere umano ci riporta a riconsiderare la nostra posizione sotto un cielo che ci meritiamo poco: tanto spazio per stelle e galassie ma così poco per lanciare in alto oltre il blu e le nuvole e le stelle il cuore.

Il cuore che imbottigliato e conservato sotto vuoto non sa più per cosa battere e quel battito lo compie per mera abitudine.

Tante meraviglie, tanti libri scritti in millenni, tante vite che non insegnano nulla.

Un tempo si accendevano fuochi e uno accanto all’altro si era difesa e conforto.

È bastata una epidemia da COVID per infrangere lo specchio che ci rifletteva egoisticamente felici e dietro l’unica minaccia che temiamo, la morte, ci siamo scoperti cattivi con bravura, spietati. Perché abbiamo compreso terrorizzati che non solo un’arma può uccidere, che per un virus piccolo e invisibile non esiste un’arte marziale da difesa e attacco.

Io resto seduto accanto a Oscar Wilde, a Brecht, a Eduardo, a Pasolini, a Gaber, a De André, a Peppino Impastato, a Falcone e Borsellino, a Rosario Angelo Livatino, a Giuseppe Pinelli, a Luigi Calabresi, a Carlo Alberto Dalla Chiesa, a Moro, a Walter Tobagi, a Paolo Villaggio, a Vittorio Gassman, ad Alberto Sordi, ad Andrea Pazienza, ai passeggeri del volo per Ustica e delle stragi in piazza.

E a tutti i servitori dello Stato e ai morti annegati nel mare freddo. Ne dimentico tanti e chiedo scusa.

Io preferisco essere alla loro tavola assieme a Moana Pozzi che mi sorride e mi ricorda la potenza della libertà e della bellezza e dell’intelligenza: lei è meglio di tanti altri ed è così tanta da scandalizzare la noiosa normalità.

Tutto il resto è in ombra e non mi serve luce perché l’ombra è l’armadio in cui è giusto che sia rinchiuso il nulla.

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IN AMERICA WE TRUST!

 
 
 

I PANNI SPORCHI DELLA DEMOCRAZIA AMERICANA

Nel 1835 esce negli Stati Uniti un saggio in lingua francese di Alexis de Tocqueville, “Democrazia in America”. Comparando il sistema francese con quello americano, il magistrato transalpino delinea le caratteristiche della società a stelle e strisce. Oltre a rilevarne i pregi accattivanti, sottolinea l’acuirsi delle diseguaglianze sociali come la schiavitù – che porterà alla dolorosa guerra di secessione del 1861 – e della progressiva tirannia della democrazia, in quello che il saggista chiama dispotismo. Questa intuizione, una profezia, ha avuto un impatto considerevole, a partire dalla base della stessa società americana.

Col passare del tempo, è sorto nello spirito americano l’inconscia e famelica pretesa di essere detentori di una visione politica da dover condividere ad ogni costo e con ogni sforzo, in un messianismo di nuova generazione. Questa difesa dei propri diritti, della visione globalizzante dell’essere democratico, parte dal cittadino, che non è solo l’infinitesima cellula della società, che va educato coi valori democratici, ma è inteso come parte della milizia civile, un esercito naturale necessario che ha “il diritto  di detenere e portare armi”. Il ben noto secondo emendamento della Costituzione americana richiama all’importanza di difendere lo Stato libero, per intenderci democratico, dalle minacce che possano scalfirne la sicurezza. In nome di tale libertà, che non potrà mai essere infranta, assistiamo a una difesa ad oltranza dell’utilizzo delle armi che conosce una di quelle distorsioni che probabilmente avvalora le parole di Tocqueville. A distanza di poche settimane, l’America è ripiombata nell’incubo degli attentati, orchestrati da cittadini insospettabili, esaltati suprematisti o vittime del bullismo dei loro coetanei, che scaricano le pallottole delle loro sofferenze e delle loro folli idee su inermi civili. L’ultimo episodio, di qualche giorno fa, avvenuto nel profondo Texas, ha visto morire ventuno persone, diciannove bambini e due adulti, rimpinguando il numero delle sparatorie dall’inizio del 2022, oltre duecento. Artefice di questa impresa del terrore, un ragazzo diciottenne, Salvador Ramos che aveva comprato l’arma in occasione del suo compleanno e che aveva già orchestrato tutto in quella sua mente annebbiata, nutrita e incoraggiata probabilmente dai tragici precedenti. Salvador Ramos non ha riconosciuto l’autorità e il buon senso che dovrebbe guidare i cittadini di uno stato democratico.

Dello Stato democratico per eccellenza. Infatti ha ignorato la voce autorevole della famiglia, di sua nonna, che aveva colto i sinistri presagi dell’azione del nipote, cercando di sviarlo dalle sue intenzioni, col risultato di restarne gravemente ferita. Poco prima di passare all’azione, ha messo in guardia la società tramite Facebook sulle sue intenzioni omicide, restando ovviamente inascoltato dalla platea del social. Il risultato è stata una carneficina, un pianto inconsolabile di genitori straziati dal dolore nell’atto del riconoscimento dei corpi dei loro cari, per alcuni dei quali è stato necessario il riconoscimento del DNA.

Il presidente Biden ha usato parole di sconforto più che di reazione. Si è detto “disgustato e stanco” e si è chiesto “quando, per l’amor di Dio, affronteremo il problema delle armi?”, un tono dimesso rispetto alle ringalluzzite dichiarazioni contro la guerra, non da ultime quelle in difesa di Taiwan, parole che ha lasciato basiti non pochi americani.

Come ben si sa, la lobby delle armi negli Stati Uniti è molto forte e gestisce un mercato che non conosce crisi. Per un americano ottenere un’arma è diventato più semplice anche grazie al mercato online, un modo per aggirare i controlli che hanno comunque una certa rigidità. Colpisce dunque l’impotenza del Presidente della più grande democrazia del mondo nel trovare una soluzione ad un problema che riguarderebbe il bene comune dello Stato, la sua reale difesa. Già Obama aveva cercato di ovviare a questo annoso problema. Sorprende nel particolare periodo storico, nel quale gli USA fanno il diavolo a quattro per risolvere le crisi internazionali in corso in nome della tanto conclamata democrazia, la difficoltà di risolvere problemi interni che mettono a rischio uno dei fondamenti della vita civile, come quello della convivenza. Basti ricordare i problemi che gli afroamericani ancora oggi hanno nel non vedersi rispettati a pieno i loro diritti o la mancanza di una politica sanitaria per tutti i suoi cittadini. Lo Stato democratico continua a sancire il diritto di detenere e utilizzare armi, in nome della difesa dell’individuo e della legittima difesa, un Far Westlegalizzato, un ritorno all‘Homo homini lupus. La democrazia dei politici fa fatica a imporsi sul dispotismo oligarchico di chi fa affari macchiati dal sangue di vittime innocenti. Resta la fiducia che il modello democratico Made in Usa possa trionfare in un mondo più libero e più giusto. E allora ben venga buttare all’aria le nostre esperienze democratiche, alcune delle quali secolari, fondate sul rispetto, sul dialogo e sulla solidarietà, in nome di armi, suprematisti, razzisti e pretese imperialistiche mascherate da organizzazioni obsolete. Perché in fondo anche noi restiamo affascinati dal sogno americano e siamo convinti della sua bontà che trionferà sui nostri nemici, e per questo che gridiamo con fede cieca in America we trust!

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Capitale umano

 
 
 

«La bellezza è potere; un sorriso è la sua spada»

(Charles Reade)

Signori, lavorare con il capitale umano è dono e dannazione: il regalo più grande e a caro prezzo che la vita possa riservare; pensateci molto bene prima di decidere di imbarcarvi in una simile impresa. 

Credetemi, pensateci bene e se davvero doveste scegliere di percorrere questa strada, focalizzatevi anche sul modus, perché in ballo c’è la vita e quella vita è la vostra.

E vi sottoporranno ad un numero spropositato di ore di tirocinio, vedrete tantissimi occhi, ascolterete moltissime voci, sopporterete un numero spropositato di pettegolezzi, leggerete lunghi manuali e niente di tutto questo sarà inutile.

Quello che non vi diranno è che un giorno potreste trovarvi nella condizione di decidere nel giro di un secondo virgola uno cosa fare: fingere che non stia succedendo niente o prendere in mano un coltello fatto di verità, maschilismo, immaturità, scherno e vigliaccheria, puntandolo dritto alla gola degli allievi che dovete educare, molto prima che istruire?

E non vi diranno nemmeno che una volta preso quel coltello, non potrete tornare indietro e dovrete affondarlo dritto nella giugulare di quelli che vi hanno portato ad armarvi. E non avrà importanza nulla di quanto vi si parerà davanti: sguardi atterriti, fronti sudate, occhi bassi, sorrisi imbarazzati, espressioni di cera, profondissimi silenzi: voi dovrete affondare la lama, senza pietà, perché per quanto capisco possa apparire folle, ci sono casi in cui solo far perire di spada chi di spada ferisce, può portare ad un microsecondo di evidenza e spiegare cosa sia l’infamia.

Ancora, non ve lo diranno che esistono circostanze per le quali a nulla varranno i vostri sudati titoli, non vi diranno che le ossa saranno rami e si spezzeranno una ad una per solidificarsi ogni volta in una posizione diversa.

No, non ve lo diranno che dentro certe deviazioni sociali sarete pressoché impotenti e non avrete scelte a parte abbandonare quei ragazzi al loro destino o prenderli per la collottola, ferendoli.

E, più di tutto, non vi diranno che a teatro concluso, quando avrete dato il meglio della vostra feroce rabbia e della vostra stridente delusione, quando sarete totalmente svuotati e vi chiuderete nel silenzio, davanti a corpi che saranno lì ad aspettare il vostro esclusivo permesso per muoversi, la vostra autorizzazione per andare, arriveranno altre voci dall’esterno a farvi i complimenti.

Nessuno vi avviserà del fatto che quando dovrete andare via dentro il vostro giubbotto di jeans e dietro i vostri occhiali da sole, guarderete in una stanza e vedrete grandi sorrisi di soddisfazione dettati dal fatto che avete avuto un coraggio da leoni e figuratevi se mai nessuno vi dirà che a testa bassa accetterete di portarvi dietro un’alunna che avrà visto tutto, si farà un selfie con voi e, guidando, vi sentirete dire, davanti allo scatto: “E questo fatto che sorride così? Anche dopo una giornata talmente di merda, lei sorride, sorride sempre!”.

No, non ve lo diranno che alcune persone adulte vi riempiranno di belle parole, di comprensione universale, di disegni divini, di gesti eclatanti, di sorprese epocali, ma in mezzo a loro, nel momento topico e nascosto del vostro successo, quando più vi sentirete fragili e tristi, saranno le parole di una piccola diciottenne piena di guai a prendervi in braccio.

Signori, pensateci bene prima di scegliere di lavorare con il capitale umano: vi diranno che è un lavoro dinamico, ma non ve lo confesseranno mai che, nel contempo, è un compito profondamente meditabondo e che al momento opportuno tutto vi consentirà di fare, tranne che meditare.


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