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Ri-vivere

di Gabriele Romagnoli
 

Ri-vivere

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La prima cosa bella di mercoledì 1 giugno 2022 è la possibilità di vivere due volte. Come nel titolo di un delizioso film spagnolo visibile su Netflix. Con tutto quel che circola occorre una guida sicura per non buttare tempo. La funzione di suggerimento ora ha la scritta "Sorprendimi" e spesso ha quell'effetto: "Che roba è mai questa?".

E allora provate questa storia: un anziano professore di matematica comincia a non saper risolvere più il sudoku e gli diagnosticano l'Alzheimer. Trascina allora la riluttante famiglia (figlia, genero, nipote) in una estrema ricerca dell'amore perduto di gioventù. Una specie di Little Miss Sunshine in Navarra. Bei personaggi, molti sorrisi e quest'illusione di una seconda vita perché a volte sarebbe bello svegliarsi e aver dimenticato la precedente, o una gran parte almeno, e ripartire. Non reincarnarsi (se lo fai, sei semplicemente un altro), ma ri-vivere nei panni di se stessi, senza un passato però, senza sbagli da correggere o traumi da elaborare.

Come una serie antologica, che mantiene il titolo, ma è ambientata altrove, con una diversa colonna sonora e protagonisti che non sanno della stagione precedente. You, the sequel.  

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Non sempre si fa buon uso di quel che si lascia

Di

 Salvatore Memeo

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Della Russia, America e dintorni

Fortuna vuole che le cose non stanno come ce le prospettano, altrimenti avremmo superato la fine e saremmo già in un limbo preso a “nolo” o, comunque, alieno alla realtà. Qualcuno si sfrega le mani e, già contento, si conta l’inimmaginabile… togliendo ai numeri le virgole e aggiungendo zeri a piacimento. Non importa se poi i conti tornano solo nell’immaginario a dare la sensazione di un bilancio positivo.

Quel che s’avverte dall’andazzo: è che il nostro scontento, in modo anomalo, non aiuta a farci “trovare” ciò che a noi non manca, ma talvolta lo rende così riduttivo, fino a farlo sembrare del tutto assente.

Ma non è che ci siano rimedi per entrare nella sostanza cerebrale per rendere ognuno di noi paghi dell’evidenza visto che, in sostanza, si viene il tutto a completare, a definire solo con la Morte, quando questa si presenta, con la falce, a mietere, a chiudere i rubinetti dei nostri dubbi e delle nostre speranze.

È vero che le ritorsioni imposte alla Russia si sono rivelate un puro fiasco, come pur vero che queste abbiano dato l’effetto contrario: come se il debitore che sta portando il saldo venga rapinato per strada dallo stesso creditore. Queste situazioni somigliano ai cani senza coda poiché, se l’avessero, ora sarebbero lì a mordersela.

Resta beffarda l’analisi fatta sul conto, ora su questo, altre volte su quello che io chiamo “vetturini a compiacenza” e che, a piacimento, lasciano appiedati i loro “passeggeri” a metà percorso. Lo faceva a Malta chi possedeva un vecchio autobus Dodge, in sfacelo: lasciato lì dagli inglesi, a dominio compiuto. Molti privati, accaparrandoseli, ne avevano fatto un uso, a dir poco, temerario. Per i passeggeri, viaggiare su quei mezzi, malgrado la velocità ridotta, era come trovarsi tra il dubbioso e l’incerto. In prossimità delle fermate, il mezzo rallentava ulteriormente e chi doveva scendere o salire lo faceva a proprio rischio, con un oplà, sul marciapiede, laddove ce ne fosse stato uno allestito.

E non dico durante le discese a motore spento, dove si auto-inibivano in toto i controlli del mezzo, al solo scopo di risparmiare diesel. mentre in salita, col motore boccheggiante, qualcuno doveva rinunciare alla corsa con un oplà. Ma erano sempre quelli del posto a farlo: ben allenati. L’uomo, prima o poi, si adatta alle più sconce situazioni per sopravvivere. Un vecchio detto napoletano afferma: –L’italiano se fa sicc, ma nun more. Ma si pensa che questo detto sia riferito all’uomo in genere e non solo agli italiani, dal momento che chi scrive ne ha visti dipartire tanti stranieri che erano grassi e pieni di risorse…ahimè che non han potuto consumare, poiché sono deceduti lasciando il tutto ai posteri. Chissà cosa succederà a dissidio chiuso e al congedo degli intrusi che se ne torneranno a casa, coi micidiali mezzi sparsi alla mercè del primo che capita…altro che Malta!

Continuare a mischiare il nulla col niente per ottenere una negatività assoluta è come mettersi ad asciugare le lacrime alle prefiche a pagamento, levandole l’apparenza del dolore artefatto e l’interessato compenso …

Gli sbalzi generati con passi falsi han reso le mete da raggiungere, utopiche, verso vegliardi fini “déjà vu”.

Pure alle evidenze vien data una mano di vernice opaca per farle sembrare quelle che non sono. E che dire delle chiacchiere coi tanti sabbelbüddel (termine amburghese per dire chiacchierone, rompiballe) mascherati da intellettuali che fanno la pantomima ai pappagalli cenerini coi loro ridotti, spiritosi… accomodanti vocabolari? Tireremmo un bel respiro di sollievo, qualora gli chiudessimo la bocca, inalando col naso, dal momento che non lo usano più per avvertire le puzze delle loro stesse menzogne. Pure alla Giustizia le han rubato piatti e pesi tanto che va a avanti a testa o croce…

L’America si guarda bene di proseguire colle promesse di “aiuti” agli ucraini, dopo aver svuotato interi magazzini mentre continua a dirgli: – Andate avanti voi che, a noi, ci scappa da ridere…!

Come abbiamo fatto noi, ahimè, col Cristo, mandandolo al supplizio senza motivo alcuno. Oggi si rinnova la Storia, dopo la Sua Risurrezione, l’Ascensione in cielo, tra bombe, mortai, razzi e diavolerie umane: pronte a rimetterlo in croce più di prima.

Accusare i dolori dell’altro e vestirsi da “mistici” significa essere dei veri paraculi e non solo, ma sadici e maligni, altro che cristiani!

Io non so con quali armi sarà combattuta la Terza guerra mondiale, ma so che la Quarta sarà combattuta con pietre e bastoni (Albert Einstein).

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Le eguaglianze dei diseguali: costituzionalizzare i valori

Di

 Luigi Trisolino

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Pari opportunità, equità e discernimento

L’egualitarismo ed anzi gli egualitarismi, tra forma e sostanza storica, si tingono spesso di colori ideologici. Questi ultimi, purtroppo, non sempre tengono conto della coscienza e delle radici costituzionali del principio di uguaglianza, con il connesso divieto di diseguaglianze ingiuste, e con il conseguente divieto d’irragionevoli disparità nel trattamento delle persone, nell’accessibilità alle risorse, nonché nella stessa vivibilità in società.

Per capire il senso storico dei princìpi di eguaglianza formale e di uguaglianza sostanziale, sanciti nella Costituzione del 1948, è importante studiare i lavori preparatori dell’Assemblea costituente in riferimento all’articolo 3.

È stato osservato che mentre nell’articolo 2 sul principio di solidarietà sociale il costituente ha fatto riferimento al concetto di uomo, nel senso di essere umano, nel testo definitivo dell’articolo 3 sul principio di uguaglianza il costituente ha parlato di cittadino. Da un concetto universalistico si è scesi, così, nell’area linguistica tipica del diritto.

Nel primo comma dell’articolo 3 è stato costituzionalizzato il principio di uguaglianza formale. È stato riconosciuto costituzionalmente che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Oggi il senso comune del progressismo politico e giuridico preferisce parlare di etnie, e non di razze.

Nel secondo comma dell’articolo 3 è stato costituzionalizzato il principio di uguaglianza sostanziale o materiale. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Interpretando in maniera evolutiva il secondo comma, i cittadini sono titolari della propria libertà e devono essere trattati con ragionevole uguaglianza, in quanto esseri umani. I cittadini sono considerati anche come lavoratori, in quanto titolari di posizioni dinamiche nella partecipazione all’organizzazione politica, sociale ed economica del Paese.

Nei lavori preparatori dell’Assemblea, il principio secondo cui la legge è uguale per tutti, sancito nel primo comma dell’articolo 3, è stato definito come “eguaglianza di diritto” ed al contempo è stato salutato come “eguaglianza di fatto” per il suo riferimento alla pari dignità sociale. Ai padri costituenti era chiaro che il secondo comma rappresentava lo sviluppo del primo. Le linee valoriali di tendenza non erano più incentrate sullo Stato liberale classico dell’Ottocento, ma erano delle linee evolutive, spostate in avanti sulla socialità.

Nel secondo dopoguerra italiano era avvertita l’esigenza di socializzare le libertà della persona, come singola e come associata all’interno delle diverse e plurime formazioni sociali.

Il relatore Lelio Basso, uomo della sinistra socialista e fondatore della rivista “Il Quarto Stato”, espose le visioni critiche verso una eguaglianza che rimanesse allo stadio di eguaglianza meramente formale. Il socialista Basso aveva infatti sostenuto quanto segue: “Non basta l’eguaglianza puramente formale, come quella caratteristica della vecchia legislazione, per dire che si sta costruendo uno Stato democratico. (…) L’essenza dello Stato democratico consiste nella misura maggiore o minore del contenuto che sarà dato a questo concreto principio sociale”.

Il concreto principio sociale a cui Basso si riferiva era quello di “eguale trattamento sociale”. A questa formulazione del principio, la maggioranza dell’Assemblea preferì la più umanista e meno statalista formulazione della “pari dignità sociale”.

Per quel che riguardava l’articolo 3, il presidente di commissione in Assemblea, Meuccio Ruini, aveva sostenuto posizioni di riequilibrio egualitario tra i sessi. Egli nella relazione al progetto ha sostenuto che “Il principio della eguaglianza di fronte alla legge, conquista delle antiche Carte costituzionali, è riaffermato con più concreta espressione, dopo le recenti violazioni per motivi politici o razziali; e trova oggi nuovo e più ampio sviluppo con l’eguaglianza piena, anche nel campo politico, dei cittadini indipendentemente dal loro sesso”.

L’onorevole Fanfani, favorevole ad adottare la formulazione della “pari dignità sociale” nell’articolo 3, aveva espresso il suo parere in Assemblea, dicendo che “Noi partiamo dalla constatazione della realtà, perché mentre prima, con la rivoluzione dell’89, è stata affermata l’eguaglianza giuridica dei cittadini membri di uno stesso Stato, lo studio della vita sociale in quest’ultimo secolo ci dimostra che questa semplice dichiarazione non è stata sufficiente a realizzare tale eguaglianza”.

In Assemblea ci furono intensi confronti e molte critiche anche sul dovere della Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali. L’onorevole Epicarmo Corbino del Partito Liberale Italiano avrebbe voluto leggere nell’articolo 3 della Costituzione che “È compito dello Stato rendere possibile il completo sviluppo della persona umana”. Egli ha sostenuto quanto segue: “Che cosa significa rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale? Potrebbe significare eventualmente togliere qualsiasi ostacolo di ordine giuridico, economico e sociale, togliere allo Stato la sua natura di Stato. Se l’obiettivo che noi vogliamo raggiungere è quello dello sviluppo della personalità umana, affermiamolo”.

Assegnare alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli, economici e sociali, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona, nonché l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale dell’Italia, non era una prerogativa soltanto socialista. Anche il pensiero liberale puro partiva dalla garanzia dell’uguaglianza formale, per promuovere l’uguaglianza materiale e le pari opportunità per tutte le persone. Il metodo liberale puro curava la socialità politica senza l’ausilio dei feticci collettivistici della statolatria. Il metodo liberale autentico voleva preservare le libertà individuali durante ogni percorso istituzionale di riformismo sociale e popolare. Il fine sociale della rimozione degli ostacoli non poteva (e non doveva) essere realizzato con i mezzi della repressione illiberale degli individui.

Sulla questione dell’articolo 3, in dottrina è stato osservato che l’uguaglianza si è resa storia, legandosi all’affermazione di concreti diritti costituzionali.

Negli anni Quaranta, durante i lavori dell’Assemblea costituzionale il socialista Lelio Basso auspicava una formulazione del principio di uguaglianza che andasse oltre il semplice formalismo giuridico. Il carattere  democratico  della Repubblica, secondo Basso, non avrebbe potuto essere veramente tale fino a quando l’articolo 3 non sarebbe stato realizzato, e quindi fino a quando non sarebbero state eliminate le disuguaglianze economiche e sociali.

Secondo un autorevole orientamento di dottrina, l’uguaglianza costituzionale consisteva anche nell’impegno della Repubblica a “rendere eguali o più eguali i soggetti, riducendo le asimmetrie potestative, economiche, sociali e culturali fra i suoi membri”.

La strada per l’eliminazione delle ingiustizie sociali ed economiche non è mai una strada lineare, e il successivo crollo delle ideologie politiche ha conferito alla scienza giuridica un carico maggiore, anche nella gestione delle aspettative di benessere sociale raggiungibile da ciascun individuo, in relazione ad ogni specifica situazione temporale ed ambientale.

La “storia di lotta di classe” si è fatta storia di equilibri pragmatici, che sappiano tenere insieme nel migliore dei modi i fondamentali valori costituzionali della libertà e della uguaglianza. Nella crisi di valori politici degli anni Dieci e degli anni Venti del ‘900, la profondità e la franchezza dialettica dei politici non politicanti d’allora, ci appare autorevole. Al di là di ogni rischio d’anacronismo politico, rileggendo i lavori preparatori sull’articolo 3 della Costituzione repubblicana ancora oggi abbiamo l’opportunità realistica di edificare un metodo di valori ideali ma concretizzabili, senza sventolare facili bandiere ideologiche.

L’uguaglianza che fece l’Italia si spogliò dei semplicismi dell’egalitarismo tradizionale. Gli Italiani che faranno l’uguaglianza del futuro si armeranno culturalmente di una pazienza riformista, a socialità liberale: tra libera accessibilità all’impresa e mercati aperti, disponibili all’inclusione di ogni meritocrazia.

Al principio? Forse il caos, al di qua della ragione: al di là di ogni ragionevole speranza.

Al fine (ma mai alla fine)? La socializzazione delle plurime speranze, e dei loro mezzi di realizzo; possibilmente.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Amoris Laetitia

Di

 Redazione

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Disorientamento o provocazione?

A meno di un mese dal X incontro mondiale delle Famiglie a Roma (22-26 giugno 2022), a sei anni dalla promulgazione del Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus (MIDI), con il quale papa Francesco ha riformato il processo canonico per le cause di dichiarazioni di nullità matrimoniale e a 5 anni dalla pubblicazione dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, con cui la comunità cristiana è sollecitata a vivere una nuova “forma ecclesiae”, che è quella della parabola della pecora smarrita (cfr. Lc 15,4-7) tutta “in uscita”, in cammino, che si mette in gioco per ogni situazione umana, cercando di discernere la volontà del Signore e di intercettare le esigenze e le difficoltà delle famiglie di oggi, si pone all’attenzione dei lettori una riflessione/testimonianza di don Ferdinando Cascella su AL in rapporto all’accompagnamento e discernimento pastorale e giudiziale.

Preme evidenziare che con i due testi pontifici (AL e MIDI) Francesco ha voluto dare origine ad un nuovo approccio giuridico-pastorale spronando la chiesa e gli operatori pastorali e della giustizia a perseguire due obiettivi: a) inserire pienamente la prassi giudiziaria nella dimensione pastorale (cfr. AL 244 e MIDI, art. 2-4 Regole Procedurali); b) rendere più accessibili ed agili le procedure per il riconoscimento dei casi di nullità.

Alla luce di questa breve premessa è apparso opportuno, al Servizio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati dell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie condividere una testimonianza di un sacerdote, in merito ad AL e alla consulenza pregiudiziale o pastorale, che costituisce una delle novità della riforma ancora sconosciuta e poco applicata. A tal riguardo, la risposta di ricezione nelle diocesi italiane, di tale istituto canonico, appare ancora poco conosciuto: esistono esperienze virtuose e consolidate in alcune diocesi del nord (si veda Diocesi di Milano e Bergamo), molto meno nel sud, dove tra le esperienze significative si pone quella del Servizio diocesano dei fedeli separati dell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie. La riflessione di don Ferdinando (parroco della Parrocchia San Lorenzo in Bisceglie e Direttore dell’Ufficio missionario della diocesi) che si pone all’attenzione dei lettori, vuole aiutarci a comprendere l’importanza del servizio ecclesiale, tanto auspicato da Papa Francesco, e i suoi rivolti non solo giuridici ma soprattutto pastorali.

***

Era il 19 marzo 2016, il Papa, Francesco, firmava l’Amoris laetitia. La mole contenutistica e il clima che si era venuto a creare, faceva presupporre di trovarci di fronte ad un librone in lingua “ecclesiastichese” di difficile comprensione e, ancor di più, di attuazione. Poi il capitolo ottavo, i paragrafi 291-312: Accompagnare, discernere, integrare le fragilità: il rischio della freddezza di un diritto senza carità, di un progetto senza passione e di un «logos» senza «sophia» è scongiurato.

All’indomani un po’ tutti si sono chiesti cosa sarebbe cambiato nella vita pastorale con l’Amoris laetitia, anche se, a mio parere, per comprendere questo bisogna prima capire se, ed eventualmente cosa, è cambiato con Evangelii Gaudium. Forse, è la consapevolezza, serena ma anche inquieta, che senza il cambiamento la Chiesa diventa un museo e la distanza tra le sue parole e la vita concreta degli uomini aumenta tanto da non potere essere colmata. Chi si accontenta di essere depositario di qualche verità senza che queste arrivino al cuore degli uomini tradisce le verità, non le difende. Per questo ritengo sia bene partire dall’Evangelii gaudium per comprendere la prospettiva dell’Amoris laetitia.

A seguire, il 25 novembre 2016, l’Arcivescovo Pichierri pubblica la Lettera pastorale “In cammino verso la pienezza dell’amore” con la volontà di «proporre alcune indicazioni per comprendere e recepire al meglio in diocesi l’esortazione apostolica di papa Francesco, e per incentivare la pastorale familiare che ho segnalato come priorità da coltivare».

La Lettera pastorale, nella seconda parte, illustra alcuni orientamenti pastorali offerti alle comunità parrocchiali che si trovano ad affrontare particolari situazioni di fragilità, consapevoli di essere «facilitatori della grazia, annunciatori del “primato della carità” come risposta all’iniziativa dell’amore gratuito di Dio”». 

Nell’alveo e nello spirito di queste indicazioni è, così, nato il Servizio Diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati, importante e prezioso strumento di confronto e supporto col quale diverse volte mi sono interfacciato, nella persona del Vicario giudiziale don Emanuele Tupputi, e la cui funzione ritengo essere la giusta trama per un discernimento fatto a più voci. La puntualità, la celerità con cui ho avuto modo di veder condurre certe operazioni, credo sia un segno di attenzione e serietà che contribuisce non poco alla serenità dei fedeli separati, in cerca di fiducia prima ancora che di sistemazione.

Più di uno, nelle trafelate discussioni di confronto di esperienze pastorali, a proposito dell’Amoris laetitia, ha parlato di disorientamento. Nella mia esperienza di parroco, diverse volte mi sono imbattuto nella gestione di situazioni cosiddette “irregolari”, di fragilità, di storie dove più volte è venuto fuori il presentimento di sentirsi figli di nessuno, racconti che, se per alcuni palesavano un chiaro intento di strumentalizzazione della Grazia di Dio, per altri grondavano della sofferenza di non potersene nutrire.

La lettura dell’esortazione apostolica mi ha decisamente trasmesso la responsabilità di accostarmi alla vita delle persone non classificandole attraverso schemi ideologici o norme astratte, ma ascoltandole, interpretando la loro situazione concreta e il loro desiderio di Dio.

Tra le tante suggestioni che l’Amoris laetitia mi ha consegnato, senza dubbio vi è l’azione peculiare del discernimento, che si presenta complessa per la propria vita e, ancor più, quando la si deve applicare per la vita degli altri.  La tentazione della logica del “tutto bianco o tutto nero” è molto forte ed è insufficiente per “leggere” davvero l’esistenza nella sua complessità. Certo, sarebbe tutto più facile evitare la fatica di cercare e di interpretare le cose in profondità, accontentandosi di soluzioni facili e comode; tuttavia, sia nella vita quotidiana che nella fede, ci accorgiamo che esistono molte “zone grigie”, situazioni che non possono essere incasellate rigidamente nel “o bianco o nero”. Ritengo che il discernimento è, appunto, l’arte di vedere, con gli occhi della fede, come lo Spirito Santo si trovi spesso all’opera anche in situazioni di vita complesse o apparentemente lontane da Dio, per cogliere tutte le possibilità umane, spirituali e pastorali, rimanendo sempre dentro il fiume della Chiesa.

Le situazioni di irregolarità rispetto alla realtà coniugale del Matrimonio, rappresentano davvero una grande sfida che investe in particolare la formazione di ciascun pastore che abbia assunto la responsabilità dell’accompagnamento. Mi rendo conto quanto sia imprescindibile coltivare una equilibrata umanità di fondo, senza correre il rischio di assumere posizioni di rigidità o di distanza, anche per il timore di non saper gestire le quotidiane sfide del ministero. L’insicurezza, infatti, si sposa sempre con una certa inflessibilità. Con compassione e paterna vicinanza, è importante accogliere la storia di ciascuno, sapendo che ogni storia e ogni persona è diversa dalle altre, e che non esistono manuali o prontuari già fatti una volta, e diventare così capaci di proporre una fede e una vita cristiana fatta di relazioni, più che di regole astratte.

Cosa dire: l’Amoris laetitia…?

Nessun disorientamento… mi ha solo molto motivato…!

don Ferdinando  Cascella

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Pensiero per i diversamente alibi

Di

 Miky Di Corato

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La nuova rubrica di Miky Di Corato per i lettori di Odysseo

La considerazione della massa nei tuoi confronti si plasma perfettamente sull’immagine social che riesci a crearti. Sono sempre più convinto, infatti, che la vox populi si rifaccia al giudizio che altre persone danno della tua persona. L’essere circondato da tanti amici offre agli altri conoscenti virtuali l’occasione di esprimere un buon giudizio sul tuo conto. E questo, inevitabilmente, ti aiuta a costruire sempre nuovi rapporti, con sempre maggiore facilità.

L’empatia che virtualmente traspare si riverserà, inevitabilmente, nell’inconscio di chi osserva, creando l’illusione di conoscersi da sempre, anche se l’unico vero elemento di contatto è un like o un commento, la trade union che cela l’inganno di essere aggreganti e carismatici.

Potrei, metaforicamente, paragonare questa condicio a quella materialistica di un uomo in difficoltà economica: nessuno lo aiuterà, anzi, se potessero gli darebbero tutti il colpo di grazia. Per un uomo ricco, invece, tanti si prodigheranno ad aprirgli porte e acquiescente reverenza.

La kalokagathia personale dovrebbe essere un valore da apprezzare anche, e soprattutto, nella solitudine, perché, parafrasando i Pooh, un uomo può essere solo per svariati motivi e garantirgli compagnia in quei momenti vi alleggerirebbe dalla vox populi elevandovi alla vox Dei.

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(Leggo)

«Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno» Gv 17,11-19.

Custodia e cammino, libertà col vento in faccia e rischio, fiducia e scommessa su Dio. Un Dio semplice e al nostro fianco, sempre! (Prego, 1Cor 2,2)

Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi
se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.

(Agisco)

Una preghiera per tutte le famiglie affinché vivano in concordia nonostante le difficoltà e che anche io sia di unità e di costruzione per tutti!

 

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Insegnare la felicità

di Riccardo Luna
 

Insegnare la felicità

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In un prestigioso liceo classico di Roma novanta ragazzi quest’anno se ne sono andati prima degli scrutini finali. “Troppa pressione”, la motivazione. Secondo gli studenti i docenti insegnano la competizione e non la cooperazione e prediligono l'addestramento all’apprendimento. Un’indagine ministeriale chiarirà come stanno le cose.

 

Qualcosa però si può già dire, in generale, non sul liceo romano. La scuola esce da tre anni difficilissimi e fondamentali: la Dad ha mostrato l’enorme ritardo digitale delle nostre scuole e anche tutti i suoi limiti. Questa crisi poteva essere l’occasione per ripensare la didattica: le materie, gli orari, i compiti a casa. Secondo diversi indicatori la scuola italiana è fra le più dure del mondo. Ha senso? E’ quello che serve per il futuro dei ragazzi? Possiamo cambiare qualcosa?

 

Non lo so, ma avevamo l’occasione per parlarne, per valutare e ripensare il momento più importante nella vita di una persona: gli anni scolastici. E invece non lo abbiamo fatto. Il risultato è la sensazione di aver perso qualcosa. DI essere tornati indietro. Se chiedete ad un ragazzo come è andata oggi a scuola, probabilmente vi risponderà parlandovi di verifiche, compiti in classe e interrogazioni. Voti e medie matematiche. Punteggi, come in un videogioco. Non di quello che ha imparato. Di una meravigliosa lezione. Di una scoperta che lo ha entusiasmato. 

Non siamo così ingenui da pensare che tutti i prof debbano essere come Robin Williams dell’Attimo Fuggente, ma nemmeno novanta studenti che fuggono in massa da un istituto sono una cosa accettabile. Vorremmo una scuola in cui ci si entusiasma nell’imparare perché è l’unica cosa che dovremo continuare a fare per tutta la vita per essere felici. 

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donmichelangelotondo più di un mese fa

E tu, condividi la posizione?

E tu, condividi la posizione?
La complicata gestione della funzione che rende possibile sapere dove è l'interlocutore. Soprattutto nel rapporto con i figli
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Quando chiamavi qualcuno al telefono, prima che il telefono diventasse smartphone, non avevi bisogno di chiedere “dove sei?”. Era scontato. Il tuo interlocutore era a casa o in ufficio, e lo sapevi benissimo. Dipendeva dal numero di telefono che avevi chiamato. Oggi che i telefonini sono sempre con noi una telefonata ci può raggiungere ovunque e in qualunque situazione. Al punto che prima di “dove sei?” io chiedo sempre “ti sto disturbando?”. 

 

Con gli smartphone in realtà è possibile sapere sempre dove sta qualcuno attivando la funzione “condividi la posizione”. Questa cosa è particolarmente delicata nel rapporto genitori-figli. Nel senso che molti genitori pretendono di sapere dove si trova il figlio adolescente in qualunque momento: “Così se succede qualcosa, so dove venirti a prendere”, è la motivazione. La postilla è che sapere dove uno si trova non vuol dire sapere con chi sta e cosa sta facendo, insomma, l’autonomia del giovane sarebbe salva. E’ un ragionamento sensato.

Il mondo ci appare sempre più pericoloso e i ragazzi hanno sempre più libertà: “condividere la posizione” con i genitori è una minima precauzione. Ma ai ragazzi di solito non va: alcuni se la cavano facendo lo screenshot di posizioni concordate e lo inviano a richiesta; altri sfidano apertamente la pretesa. Fanno bene? E’ difficile rispondere ma ci provo. Quando ero un ragazzo i miei genitori non avevano alcuna certezza di dove andassi quando non ero a casa e per ore, a volte, non potevano telefonarmi. Eppure sono stati capaci di gestire l’ansia. E noi? “Condividere la posizione" mi sembra più un ansiolitico che uno strumento salvavita (non ricordo nemmeno un caso in cui questa funzione sia davvero servita a qualcosa). E’ una questione di fiducia: se non c’è, la tecnologia non può colmare quel buco. Ma costruire rapporti autentici con un adolescente è molto più complicato di condividere la posizione. 
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donmichelangelotondo più di un mese fa

 

Il piano di pace

Il piano di pace
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La prima cosa bella di martedì 31 maggio 2022 è il piano di pace. A intervalli regolari, durante una guerra, sbuca qualcuno che ce l'ha, il piano di pace. È improbabile, ma è bello.

Per esempio, adesso. Putin, Zelensky, Biden, hanno chiaramente un piano di guerra. In compenso un tal Capuano ha un piano di pace. Che qualcosa non torni è evidente. Ma Capuano lo affiderebbe a Salvini. Che coinvolgerebbe il Papa spedendolo di qua e di là. Totò in Vietnam. Però, no. Basta la parola: pace. E anche: piano. Fate con calma.

Ci siamo cresciuti con i piani di pace per il Medio Oriente, ma almeno lì, dopo qualche piazzista degli spazi, sbucava il capo di una superpotenza, convocava le parti nella sua casa di vacanza e imponeva loro di stare buoni finché l'avessero rieletto o gli avessero dato un Nobel. Per la pace. Candidiamo Capuano.

 

Da bambini, se i genitori litigavano, lo stilavamo noi, un piano di pace. In quattro punti. L'ultimo era un regalo per il mediatore. Poi abbiamo capito che l'unico piano di pace per loro eravamo noi, la nostra esistenza, qualcosa che contasse più della prevalenza sull'altro e della stessa felicità dell'uno o dell'altro.

Ecco, bisognerebbe trovare quella cosa lì. Il sospetto è che uomini così siano andati talmente lontani da se stessi da non riconoscerla più.  

 

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donmichelangelotondo più di un mese fa

(Leggo)

«Io non sono solo, perché il Padre è con me»Gv 16,29-33.

 

La prova cui Gesù fa riferimento, la croce, disperde i suoi, ma lui non resta solo, perché egli è dall’origine “con”.
Dall’origine egli è Dio, egli è nel “Co-essere” della Trinità. Il Padre è con lui, il Padre è da sempre con lui e nel grido dell’abbandono sulla croce, quando la “distanza” tra il Padre e il Figlio tocca la sua punta estrema, lo Spirito tenacemente testimonia il permanere della comunione tra i Due.

(Prego)

O Signore, il nostro legame con te ci purifichi
e infonda nel nostro cuore il vigore della tua grazia.

(Agisco)

Se divenissi io catechista?

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