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QUATTRO SALTI IN BICICLETTA

 
 
 

PER SCOPRIRE MASSERIE DEL TERRITORIO

Appuntamento ai Giardini pubblici… “Baden Powell”, in onore del fondatore dei boyscout, che ha scolpito negli animi indicazioni di epiche battaglie personali per dare un senso alla vita: “Guida da te la tua canoa”, “Vedi il peggio, ma guarda al meglio”, “Butta il cuore oltre l’ostacolo”, “La felicità non viene stando seduti ad aspettarla”.

Ancora nessuna presenza umana. Gli alberi intanto bisbigliano calorosamente tra di loro, il sole occhieggia tra i rami che zefiro fa leggiadramente danzare. Profumo inebriante di aria fresca, che voluttuosamente accarezza guance e braccia. Festante nei suoi drappeggi punteggiati di fiori, la dea Flora, immortalata artisticamente da Sandro Botticelli.

Una manciata di minuti di attesa, ed arrivano alla spicciolata, i partecipanti all’escursione ciclistica, organizzata da “Lega Ambiente” di Barletta, pilotata da Raffaele Corvasce, vulcano di iniziative. Trafelato, lingua penzoloni, varca il cancello l’immancabile ritardatario che giustifica il ritardo, aprendo teatralmente le braccia, con un… “impellente bisogno fisiologico all’ultimo momento!”

Nastro di partenza… una trentina di ciclisti, diversi per temperamento, professione, genere ed età. Cappelli gialli con visiera, mani al manubrio, un piede su un pedale e l’altro a terra nel misero fazzoletto di verde pubblico sopravvissuto miracolosamente in un territorio devastato negli ultimi decenni da pazzesche scelte urbanistiche che hanno privilegiato gli interessi di pochi palazzinari. Ultime raccomandazioni, occhi aperti, disciplina sulle strade, per riportare a casa, sana e salva, la pelle.

Un territorio è una realtà molto complessa che va dipanata, per comprenderla, in tutte le sue molteplici variabili, antropiche e naturalistiche. Per tutto il percorso vi provvede, la guida Marco Bruno, giovane atletico, biondo che il giorno precedente era stato alle prese con bambini di scuola elementare, curiosi, entusiasti della vita, ed in altre occasioni si inerpica per montagne, scivola lungo dirupi, attraversa boschi, percorre sentieri, campagne e lande deserte, trainando stuoli di amanti del trekking o di lunghe passeggiate a piedi.

Mediocre la condizione del manto di asfalto e della segnaletica lungo le strade provinciali. Sconnessi e dissestati, i viottoli di campagna, che costringono le biciclette a continui saltelli e manovre tortuose nel vano tentativo di evitare spuntoni di roccia, buche, solchi di carreggiate, pozzanghere. I pavimenti pelvici, le vesciche e gli intestini, confabulando tra di loro, esprimono un forte disagio e disappunto.

Compaiono all’orizzonte altri amanti della bicicletta, allora la mano si stacca dal manubrio e sventola allegramente. Quando, poi, giunge il frastuono dei trattori trainanti irroratori, erpici o frese, gli organizzatori ne invitano i conducenti a rallentare, con il classico gesto della mano che va su e giù.

I cigli delle strade si fanno onore con il rosso smagliante dei papaveri, il giallo ed il bianco dei cuscini di margherite.  I petali di malva evocano la filastrocca: “La donnina del male di denti va nel bosco tra mille lamenti, un poco di malva cogliere vuole per fare il decotto al dente che duole…”

Nuvole di calendule, che curavano naturalmente le ferite purulente, quando Fleming non aveva ancora scoperto la penicillina, corteggiano, con le corolle giallo-arancio, che a sera timidamente si rintanano nel proprio animo vegetale, i generosi ulivi.  Apprezzati per la bontà dell’olio e delle olive, poco invece per la sconosciuta virtù terapeutica delle foglie capaci di elasticizzare i vasi sanguigni, contrastare il colesterolo LDL ed il diabete, potenziare il sistema immunitario.

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ORTO E CUCINA

 
 
 

È molto nobile assumere il compito di avere cura del creato con piccole azioni quotidiane, ed è meraviglioso che l’educazione sia capace di motivarle fino a dar forma ad uno stile di vita“: queste parole, tratte dalla Laudato Si‘ di Papa Francesco, hanno ispirato il progetto “Orto e Cucina“, un laboratorio ecologico e didattico  per bambini promosso da Angela Pomo

Ciao, Angela. Da dove nasce l’idea di avviare un orto didattico?

L’orto viene impiantato ogni anno per uso personale della nostra famiglia (anche se ogni anno ci ritroviamo a fare consegne a domicilio ad amici e parenti). Viviamo in campagna da più di due anni e qui ho avuto modo di osservare il duro lavoro della cura dell’orto (è mio marito Franco a occuparsene), ho imparato io stessa ad apprezzarne i frutti cercando in tutti i modi di evitare gli sprechi. Ho pensato che spesso diamo per scontato quello che troviamo sulla tavola e che probabilmente attribuiamo al cibo solo un valore economico.

A chi si rivolge e quali obiettivi si prefigge questa iniziativa?

L’iniziativa si rivolge ai bambini dai 5 ai 10 anni, ha l’obiettivo di educarli al rispetto della natura, dei suoi frutti e del lavoro dell’uomo. Certo non abbiamo l’ambizione di riuscirci in cinque giorni ma ci piaceva l’idea di stimolare in loro la curiosità, la bellezza, la cura e soprattutto il rispetto della terra. Stimolare l’attenzione sull’impegno del contadino e della massaia che con il loro lavoro diventano cooperatori di un progetto più grande, ognuno ha un compito, un ruolo, se svolto bene, ne viene fuori sempre qualcosa di buono per tutti

L’idea della “coltivazione” rappresenta le giuste nozioni da somministrare ai bambini in quanto terreni fertili all’apprendimento?

I bambini sono terreno fertile per l’apprendimento e questo rappresenta per me una grande responsabilità. In questo progetto non sono sola, il centro FORMAMENTIS e l’agronomo dott. Nicola Sgarra sono miei compagni di viaggio. Per me sono semplicemente Francesca e Nicola, due ragazzi (ex acierrini) che conosco da molti anni e che si sono realizzati nel loro percorso di studi. Le belle relazioni rimangono ed è stato altrettanto bello ritrovarsi per questa iniziativa dove ognuno metterà in campo le proprie competenze a servizio di questi fanciulli. Alla proposta del campo ORTO e CUCINA, molti genitori hanno risposto con grande entusiasmo. Molti lamentano che sia troppo breve, solo cinque giorni. Capiamo bene che con la chiusura della scuola i bambini da gestire a casa sono un problema (se potessi li porterei tutti in campagna da me per lasciarli liberi di giocare in tutta sicurezza), ma non abbiamo pensato al nostro progetto come ad un baby parking. Abbiamo tempi e ritmi scanditi ed organizzati tra attività ludiche e ricreative che sveleranno ai bambini il mondo meraviglioso che hanno sotto i loro occhi.

Se è possibile immaginarlo, come credi si svilupperà in futuro tale progetto?

Non lo conosco, ma non vedo l’ora di scoprirlo! Per cinque giorni staremo con i bambini dalle 9.00 alle 17.00 ma mi piacerebbe in futuro offrire anche la possibilità di pernottare. La struttura permette l’utilizzo di tende e sacchi a pelo. In estate, in campagna il cielo è meraviglioso e dopo una faticosa seppur divertente giornata trascorsa a coltivare la terra, le relazioni, le buone pratiche della convivenza, è bene alzare lo sguardo al cielo e, perchè no, coltivare anche i sogni. Ma questo presuppone, data l’età, la presenza dei genitori, allora penso: potrebbe diventare un‘esperienza per famiglie? Chissà, magari…

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Oriana Fallaci inadatta a Livorno

 
Lo zaino di Oriana Fallaci, inviata in Vietnam e in Medio Oriente, è custodito nella Biblioteca Lateranense di Roma

Lo zaino di Oriana Fallaci, inviata in Vietnam e in Medio Oriente, è custodito nella Biblioteca Lateranense di Roma

Da un articolo di Eva Giovannini pubblicato ieri sul Tirreno e da Michele Serra su queste pagine ho saputo che la città di Livorno ha deciso di negare l’intitolazione di una via a Oriana Fallaci con una duplice argomentazione: non era livornese ed era diventata, nell’ultima fase della sua vita, troppo “di destra” - perciò inadatta alla città culla del comunismo. Colpisce la demenzialità di entrambe le ragioni e lo dico senza offesa per nessuno: non so del resto chi le abbia portate avanti, non è rilevante. Il campanilismo civico ci priverebbe di viale Mazzini e via Cavour fuori da Genova e Torino, esempi a iosa.

Più interessante è la seconda causa della bocciatura: da vecchia era diventata un po’ fascista. A parte l’arroganza di darsi la patente di giudice, in questa sommaria analisi dell’evoluzione del pensiero Giovannini si domanda: chi ha stabilito il dogma della superiorità cronologica delle opinioni? Cosa pensi da ultimo vale più di quel che hai pensato prima? E’ interessante a questo proposito “Invecchiare come problema per artisti”, di Gottfried Benn, Adelphi. Poche pagine in cui Benn si domanda cosa sarebbe successo se artisti morti giovani avessero vissuto cent’anni e viceversa, se i centenari fossero scomparsi in gioventù: porta illuminanti esempi, a un tratto scrive che “alla fine della vita si aprono allo spirito rassegnato pensieri fino allora impensabili, sono come demoni beati che si posano splendenti sulle cime del passato”.

Non credo che lo spirito di Oriana Fallaci fosse rassegnato. Escluderei anche la beatitudine dei suoi demoni. Pensieri impensabili si affacciano sempre, però, col tempo. Per fortuna non a tutti capita di essere sottoposti al giudizio della commissione comunale per la toponomastica.

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Le parole si sciupano

 
La villa in Versilia che molti indicano come di proprietà del presidente ucraino

La villa in Versilia che molti indicano come di proprietà del presidente ucraino

In un luogo di villeggiatura della costa toscana le anziane signore riconoscono in Zelensky l’uomo che incrociavano fino all’estate scorsa in infradito, avviarsi con un telo in spalla verso il mare. Tanto una persona perbene, commentano all’ombra dei pini: che sfortuna questa guerra. Una “sfortuna” lontana, vista dalla Versilia, qui dove russi e ucraini facoltosi possiedono ville di vacanza confinanti e dove molti si sono rifugiati ben prima di tre mesi fa, prima che le ostilità iniziassero – informati con lungimiranza, si vede. Cordialità, conversazioni fra tavoli vicini.

La guerra, si sa, è da sempre una faccenda che non riguarda chi ha denaro. Se non fosse per il problema delle sanzioni ci sarebbe quasi da non accorgersene, mi dice un ristoratore che non fa i nomi, dei suoi clienti più assidui, naturalmente, ma ride quando aggiunge che “sono molto più esagitate le discussioni fra esperti e giornalisti filo russi e filo ucraini in tv che quelle fra russi e ucraini che vivono qui”. Non c’è da stupirsi, ripeto, che la sintonia della ricchezza possa far premio sull’identità patria.

Più interessante è invece lo stupore, a volte il divertimento, con cui si guarda, da questo ovattato luogo, al dibattito tv. “E’ come se la guerra fosse lì, tutta in tv”, dice il titolare del locale: una guerra di protagonismi, di posizionamento identitario. Una smania di primeggiare che è via via diventata fine a se stessa. C’è qualcosa di sempre meno autentico, di sempre più stucchevole e distante dalla sofferenza nella battaglia di opinioni, e non si tratta solo delle cosiddette liste di proscrizione – da dove vengano, perché siano stilate. E’ che le parole, a usarle troppo e usarle male, si sciupano.

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Cosa ci insegna Catullo sul nostro rapporto con i robot

Cosa ci insegna Catullo sul nostro rapporto con i robot
(reuters)
Alcune sue poesie hanno gli stessi meccanismi dei nostri post su Facebook e Instagram
2 minuti di lettura
 

Grazie ai miei figli ha riscoperto il greco e il latino. Non tanto le versioni, quanto la letteratura. E’ un ripasso istruttivo. Per esempio, rileggendo Catullo - che ho sempre adorato - ho notato come certe poesie adottino gli stessi meccanismi dei nostri post su Facebook e Instagram, quando vogliamo mandare un messaggio alla persona amata che ci ha lasciato. Tipo: lo sto dicendo al mondo quanto soffro solo perché anche tu lo sappia e capisca che nessuno ti amerà mai così.

 

In questo viaggio nel tempo mi è capitato un filosofo greco, Senofane, il quale diceva che se gli animali potessero disegnare, i cavalli raffigurerebbero dio come un cavallo e i buoi come un bue. Questa attitudine spiega perché da sempre continuiamo a fare robot di sembianze umane: sì, lo so, ce ne sono di forme diversissime, ma la stragrande maggioranza è antropomorfa. Dal primo, il famoso Elektro, che debuttò il 30 aprile 1939 alla fiera di New York intitolato “il mondo di domani”. Elektro era stato realizzato in due anni dalla Westinghouse ed era un colosso: alto più di due metri, pesava oltre cento chili. Conosceva 700 parole ma non sapeva combinarle fra loro, parlava per frasi fatte. In compenso poteva svolgere ben ventisei azioni diverse, tra cui spiccava la capacità di gonfiare un palloncino fino a farlo scoppiare (cosa che farà di Elektro un'attrazione nelle fiere di paese per circa un decennio). Ma la cosa per cui Elektro è passato alla storia è il fatto che sapesse accendersi una sigaretta e far finta di fumare.

 

Fare finta, sì. Perché i robot non hanno polmoni, non respirano davvero. Ma ci piace credere il contrario. Per questo li facciamo antropomorfi. Perché così diventano subito più familiari. Ma il risultato finale è il contrario. E’ l’allarme, la paura: vogliono prendere il nostro posto!, ci rubano il lavoro!. Quante volte è stato detto? I robot invece non ci rubano il lavoro, ormai è dimostrato scientificamente; ma fanno lavori faticosi, pericolosi e usuranti che giustamente non vogliamo fare. Se scoppia una centrale nucleare chi è meglio mandare in ricognizione? Un essere umano o un robot? E quando brucia Notre Dame a Parigi, chi va a spegnere l’incendio in prima linea? Un robot. Del resto i paesi che hanno investito di più in tecnologia e automazione sono quelli dove l’occupazione è cresciuta di più, ma si è trasformata. Non parliamo di nuovi posti di lavoro, ma di posti di lavoro nuovi, diversi. Che prima non c’erano. E’ un problema di competenze, certo: disporre delle competenze necessarie per farli questi nuovi lavori. Non di mancanza di occupazione.

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Cosa studiare per essere assunti in una startup

Cosa studiare per essere assunti in una startup
Su Italian Tech tutte le offerte di lavoro delle startup italiane aggiornate in tempo reale
1 minuti di lettura
 

Stiamo entrando in una fase economica complicata, lo hanno capito tutti, e dobbiamo aggrapparci alle poche cose che ancora sembrano funzionare. Le aziende che assumono nonostante la crisi.

 

Da oggi su Italian Tech, in collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti, pubblichiamo tutte le offerte di lavoro delle startup italiane aggiornate in tempo reale. Mentre vi scrivo sono più di mille. Mille posti di lavoro qualificati, ben pagati, in realtà giovani e dinamiche che stanno crescendo. Non fattorini per portare la cena a domicilio, insomma; o magazzinieri per movimentare i pacchi dei nostri acquisti online.  Per un giovane che abbia finito gli studi, quelle offerte di lavoro sono la situazione ideale.

 

Tra le professioni più richieste ci sono ovviamente gli sviluppatori di software, gli esperti di marketing digitale, ma nel database ci sono anche contabili, venditori e addetti alla comunicazione. Il ventaglio è ampio. Per alcuni posti è necessario stare in sede, per altri è richiesto di trasferirsi all’estero, dove la startup sta cercando di aprire nuovi mercati; per altri ancora è possibile lavorare da casa o da dove si vuole, secondo quella interpretazione estensiva dello smart working che prende il nome di remote working, lavoro a distanza. Più di mille posti di lavoro dall’ancora piccolo ecosistema startup nostrano sono tanti. Dimostrano che nonostante le difficoltà nel trovare capitali, in Italia stanno crescendo aziende solide. E indicano chiaramente una strada ad un giovane in cerca di un impiego: il principale problema non è la mancanza di lavoro, spesso è la mancanza di competenze adeguate. Ma per acquisirle basta studiare nei corsi giusti. Per questo abbiamo lanciato i master della Italian Tech Academy. 

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Dirlo in dialetto anche alla nonna

 
Le schede dei cinque referendumo su cui si è votato domenica. Nessuno ha raggiunto il quorum

Le schede dei cinque referendum su cui si è votato domenica. Nessuno ha raggiunto il quorum

Ha ragione Luigi Manconi quando dice che se fra i referendum ci fosse stato anche quello sulla depenalizzazione della coltivazione della cannabis il quorum ai referendum si sarebbe probabilmente raggiunto. Ma la Corte costituzionale ha bocciato quel quesito, inammissibile perché mal posto. Ricordo bene l’ironia che si è scatenata sull’incapacità lessicale dei promotori: non ci sono più i radicali di una volta, i nuovi non sanno neppure scrivere in italiano.

Ora: non sarà stato solo per questo, e certo da un punto di vista giuridico le domande sui temi di giustizia erano ben poste, tuttavia io non conosco nessuno – neppure tra persone molto ben informate per indole o per mestiere – che alla vigilia del voto abbia saputo spiegare a un vicino, a un amico, a un parente o conoscente di che cosa si trattasse. Certo l’ignoranza non scusa, per restare al linguaggio della legge, la responsabilità di chi non sa resta sua. Certo la campagna politica è stata flebile e quella mediatica impercettibile. E poi faceva caldo, si poteva andare al mare – per fare il verso a quell’antico invito.

Penso però che quando qualcosa tocca la sensibilità diffusa, se riguarda un tema che le persone riconoscono non c’è giro di parole che lo possa occultare. Si capisce sempre, qualcosa che davvero ci riguarda. La distanza tra il linguaggio della burocrazia e quello della strada è un falso ostacolo, se l’oggetto della domanda si può tradurre e riferire in dialetto anche alla nonna. L’uso dei referendum è uno strumento a doppio taglio. Abusarne, farne cartaccia è un rischio grande. Più di tutto, lo depotenzia non rispettarne gli esiti. Sull’acqua pubblica, per esempio, sappiamo come andò: nulla è mai successo.

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Le parole giuste

Le parole giuste
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La prima cosa bella di lunedì 13 giugno 2022 sono le parole giuste e quelli che si dannano per trovarle: una forma di rispetto per sé stessi, per la lingua parlata o scritta, ma non soltanto. Nel libro di Tove Jansson Il campo di pietra il vecchio giornalista dice al suo direttore: "Parole, milioni di parole che ho scritto per il tuo giornale, capisci cosa vuol dire aver scritto milioni di parole e non poter mai essere sicuri di aver scelto quelle giuste? E così si diventa silenziosi, sempre più silenziosi". Vuol dire bloccarsi al bivio tra una ripetizione e l'uso di un sinonimo, con la sensazione che solo la prima scelta sia efficace, ma possa irritare. Cercarla allora, quell'altra parola, ma dentro di sé, non con "Google-sinonimi", perché riesca naturale quanto la prima. Sapere che non ci saranno più reti: né editor, né correttori di bozze, nessuno che dia un'ultima occhiata. Senza filtri. Non confondere velocità con sciatteria (non sono sinonimi). Sentire una ferita rendendosi conto, più tardi, che si poteva usare una parola migliore. E smettere di rileggersi. Milioni di parole per diventare silenziosi. Tacere se non si hanno parole necessarie, utili a qualcosa o qualcuno. Portare rispetto al lettore, il più cortese tra gli estranei.  

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Dancin’ men

Dancin’ men
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La prima cosa bella di martedì 14 giugno 2022 sono gli uomini che ballano da soli, quando nessuno li vede, persone serie travolte da un improvviso desiderio di assecondare la vita. E’ un impulso che non ha spiegazione logica. Li vedi rigidi ai concerti, in discoteca non li vedi proprio, hanno bisogno del loro spazio e tempo e neppure loro sanno quando accadrà. Tornano da una lezione di filosofia del diritto, dalla chiusura del giornale di cui sono direttori, dal tribunale. Appendono la giacca. Esitano. Li ha fregati Norman Mailer con I duri non ballano, ma ha scritto anche altre cose sbagliate. Balla perfino Salvini, ma si pesta i piedi da solo. Gli altri invece rivelano inattesa eleganza, infantile allegria, sincronia con tutti i possibili tempi. Certo, c’è bisogno della musica giusta, perché questi di solito ascoltano Keith Jarrett o Leonard Cohen. Ma questa è la seconda sorpresa: non aspettatevi Let’s dance di David Bowie o Satisfaction dei Rolling Stones. Quando si scravattano lo fanno in ogni possibile senso. Esiste una playlist per duri che ballano. Se la passano. Nell’olimpo di hit parade: al numero 3 Don’t let me be misundesrtood dei Santa Esmeralda, al numero 2 Una vita in vacanza dello Stato Sociale e al numero 1 Get Lucky dei Daft Punk. State fermi, se ci riuscite. 

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(Leggo)

«egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» Mt 5,43-48.

Gesù dice le cose come se fossero le più naturali al mondo. Gli uomini di fede amano, è risaputo.  Ma, in fondo, chi amiamo? Persone che ci stanno simpatiche, che la pensano come noi, che appartengono al nostro gruppo, che ci piacciono. In fondo amiamo coloro che ci amano, restituiamo un sentimento, magnifico! Esattamente come fanno tutti, anche coloro che non credono. Gesù è tagliente e destabilizzante mentre parla: cosa facciamo di straordinario se amiamo chi ci ama? Cosa c'è di eroico nel voler bene a chi se lo merita? Gesù ribalta la prospettiva: il discepolo è chiamato ad amare ogni uomo, nemico o amico.

(Prego)

Padre santo, custodiscili nel tuo nome,
perché siano, come noi, una cosa sola. (Gv 17,11)

(Agisco)

Coltivare la mitezza senza perdere il gusto della verità.

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