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L’uomo e l’ananas

L’uomo e l’ananas
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La prima cosa bella di venerdì 17 giugno 2022 è una piantina di ananas capace di diventare una piccola storia del mondo, raccontata in 5 anni, percorrendo migliaia di chilometri.

Succede che un giorno una donna decide di lasciare il suo fidanzato, un giornalista freelance olandese con un nome da fiction sugli avvocati: Lex Boon. Il suo ultimo regalo è questa piantina di ananas comprata all’Ikea. Per 7,99 euro, scoprirà lui, puntuto, controllando sul sito. Essendo stato piantato, gli resta quella piantina e inizia una storia con lei.

Nel senso che dedica i successivi anni a ricostruire l’avventurosa storia dell’ananas tra guerre, commerciali e non, proteste, esperimenti culinari. Lascia Amsterdam per la Thailandia, poi la Scozia, la Florida, Costa Rica e finirà alle Hawaii. Non essendoci ancora arrivato non so dire se gli indigeni sappiano della pizza Hawaii, con prosciutto e ananas, e cosa ne pensino.

 

So che Lex mi ha già preso, perché invece di ruminare pagine sul suo amor finito e darcele in pasto è andato nel mondo, a inseguire storie, che sbocciano ovunque, anche da un vasetto con un piccolo frutto da 7,99, che cresce, cresce e riconquista la vita.

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(Leggo)
«Non accumulate per voi tesori sulla terra» Mt 6,19-23.

 

Noi tutti conosciamo uomini e donne che non possedevano nulla, ma ci hanno lasciato un’eredità spirituale estremamente arricchente. Penso a san Francesco d’Assisi, così invaghito di madonna povertà, a santa Teresa, a san Francesco di Sales, e tanti altri che trascinano tante persone a dedicarsi a Dio e al proprio prossimo. Questi poveri hanno saputo scoprire il vero tesoro, imperituro, inestimabile, che hanno diviso e continuano a dividere con tutti coloro che ripongono la propria fiducia e la propria ricchezza in Dio.

 

(Prego)

Padre santo, custodiscili nel tuo nome,
perché siano, come noi, una cosa sola. (Gv 17,11)

 

(Agisco)

Apprezzare ogni bene terreno come provvidenza di Dio.

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LE ASSAGGIATRICI

 
 
 

 di Rossella Postorino

Questo libro, vincitore del Premio Campiello 2018, narra attraverso l’esperienza di Rosa Sauer, la vita, i timori, le impressioni delle donne “arruolate” come assaggiatrici di Adolf Hitler nella caserma di Krausendorf. Un ruolo a lungo dimenticato dalla storia e a cui le prescelte non potevano opporre alcun rifiuto. La Postorino si è ispirata alla vera vita di Margot Wolk, un’assaggiatrice del Führer che da paranoico qual era aveva paura di essere avvelenato, da qui la necessità di avere qualcuno che assaggiasse il suo cibo.

Nello scorrere delle pagine ci si immedesima completamente con la protagonista arrivando a condividerne le emozioni, le paure, le perplessità e i tanti interrogativi. Rosa ed altre 9 donne saranno reclutate forzatamente e vivranno sulla loro pelle uno tra i tanti orrori che il nazismo ha saputo perpetrare, in questo caso, rischiare ad ogni pasto la propria vita. Ecco quindi che con il passare dei mesi tra le donne si creeranno dei rapporti di amicizia, per cui la “straniera di Berlino” (soprannome che le donne le avevano dato) si sentirà un po’ meno sola e un po’ più supportata. All’amicizia si accosterà anche un altro sentimento, un amore per il cinico e spietato comandante, Albert Ziegler.

Rosa può apparire a tratti ambigua: appartiene ad una famiglia che disapprova esplicitamente il regime nazista e Hitler, m eppure si ritroverà a lavorare per lui e per fame mangerà voracemente tutto ciò che le viene messo nel piatto; innamorata di suo marito Greg, partito per il fronte russo per combattere si abbandonerà alla storia d’amore con il comandante. Ma Rosa più che ambigua dimostra tutta la fragile e destabilizzante forza di una donna che cerca di andare avanti nonostante i dolori e le paure che si porta dentro.

Rosa si domanda : «perché, da tempo, mi trovavo in posti in cui non volevo stare, e accondiscendevo, e non mi ribellavo, e continuavo a sopravvivere ogni volta che qualcuno mi veniva portato via? La capacità di adattamento è la maggiore risorsa dell’essere umano, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana.»

Rassegnazione e sopravvivenza, sono nominate più volte lungo le pagine ed è proprio in queste sue parole che si nasconde una vita emotivamente e indiscutibilmente provata.

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Nibali per sempre

 
 
 

Tributo di un tifoso a un grande ciclista

Lo scorso 11 maggio nella tappa del Giro d’Italia n°5, la frazione per velocisti da Catania a Messina, la vittoria era andata a Arnaud Demare, il francese della FDJ.

La tappa verrà ricordata soprattutto per le dichiarazioni a fine gara rilasciate da Vincenzo Nibali ai microfoni del Processo alla Tappa, nelle quali ha esternato, in lacrime, le sue impressioni e le sue emozioni riguardo la scelta di lasciare il ciclismo agonistico a fine stagione :«Aspettavo questa tappa da qualche anno. Proprio nella terra dove sono nato e ho iniziato a pedalare volevo annunciare che questo sarà il mio ultimo Giro d’Italia e che probabilmente mi ritirerò a fine anno. Ho raccolto davvero tantissimo nella mia carriera, ho cercato di fare il meglio fino ad ora. Sono emozionato, qui è iniziata la mia storia, con le prime corse in Sicilia, che poi ho lasciato a 15 anni. Ho dato tantissimo al ciclismo e forse è arrivato il momento di poter restituire un po’ quello che ho sottratto alla famiglia, agli amici, a tutto quello che ho sacrificato per le due ruote» (Fonte RAI). Nello sport i numeri contano e hanno un peso specifico: Nibali fa parte del ristretto club di coloro che hanno vinto i tre Grandi Giri; ha vinto il Giro di Lombardia per due volte e una Milano Sanremo. Il più grande rammarico è senza dubbio la caduta di Rio, ai Giochi Olimpici, quando era solo al comando, impresa che gli avrebbe attribuito l’immortalità olimpica.

Nell’immaginario comune lo Squalo dello Stretto occupa il posto di coloro che hanno fatto grande le due ruote in azzurro come Coppi, Bartali, Gimondi e Pantani. Un campione umile e mai arrendevole, capace di colpi da campione, da “uomo solo al comando”, per citare la celeberrima frase di Mario Ferretti. Anche nelle sconfitte ha saputo essere esemplare, non colpevolizzando mai nessuno e prendendosi le proprie responsabilità,  riuscendo sempre a risalire sul sellino della sua bici per riscattarsi. Forte in discesa, temibile in salita, Nibali ha sempre ricoperto il ruolo di leader. Anche nell’ultimo Giro lo Squalo è arrivato quarto, un risultato mica male per chi ha deciso di smettere.

Della straordinaria carriera di Nibali vorrei ricordare tre vittorie, tre flash, quelle nelle quali all’estro e all’imprevedibilità ha saputo associare la capacità di leggere la tappa ed essere al posto giusto, nel momento giusto.

TAPPA 2 DEL TOUR DE FRANCE 2014 YORK – SHEFFIELD.

Nella tappa inglese, una gara che sembra una delle Classiche del Nord, Froome e Contador vengono sorpresi dalla mini fuga di Nibali, che a meno di 3 chilometri stacca il gruppo e precede di 2” Sagan. Una prodezza che gli vale la vittoria e la maglia gialla provvisoria, un presagio per quello che sarà il risultato finale di quella edizione, una vittoria italiana alla Grande Boucle sedici anni dopo Pantani.

19^TAPPA DEL GIRO D’ ITALIA 2016 PINEROLO – RISOUL

Con la vittoria a Risoul Nibali inizia a ribaltare le sorti di un giro che fino a quel momento l’aveva visto un po’ defilato e in grande difficoltà. Merito dell’impresa va dato anche al gran lavoro che fa il compianto Michele Scarponi durante tutto il corso della tappa. Sfrutta la caduta di Kruijswijk e inizia a rosicchiare secondi a Chaves, che stacca negli ultimi 5 km al secondo affondo. Il giorno dopo completa l’opera a Sant’Anna Vinadio strappando la maglia rosa al colombiano.

MILANO SANREMO 2018.

Dopo dodici anni un italiano riporta in Italia una delle classiche più affascinanti e antiche del ciclismo. Indovinate chi? Il nostro Nibali, naturalmente. A 7 km dall’arrivo compie un capolavoro simile a quello di Sheffield. Arriva da solo in Via Roma, resiste agli assalti degli avversari e festeggia in lacrime una vittoria leggendaria.

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La banda larga dei detenuti e dei migranti

La banda larga dei detenuti e dei migranti
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Fino a qualche anno fa, la banda larga era la nostra terra promessa e il digital divide, il divario digitale fra chi è connesso e chi no, ci appariva come il primo problema del Paese.

Oggi i problemi principali sembrano molto più complessi anche perché portare Internet ad alta velocità in tutta Italia è diventato un obiettivo improvvisamente raggiungibile. Un po’ dipende dai fondi del Pnrr e un po’ dal fatto che i rapporti fra TIM e Open Fiber, dopo una rivalità distruttiva, sono entrati in una fase di collaborazione. Insomma già adesso nelle grandi città è abituale vedere persone che guardano una partita in diretta sul telefonino; entro il 2025 potremo farlo anche nelle località balneari o nei tantissimi minuscoli comuni di cui è fatta l’Italia.

L’unico ostacolo sulla strada dell’Italia digitale pare essere la mancanza di manodopera. Qualche giorno fa l’amministratore delegato di Open Fiber ha annunciato oltre 1000 assunzioni di operai per i cantieri, ma ha aggiunto che non ci sono. Nonostante la disoccupazione in Italia sia sempre a livelli record rispetto all’Europa e agli Stati Uniti, Open Fiber fatica a trovare 1000 operai da assumere. E per questo sta valutando due contromosse: la prima, includere la qualifica di operaio di telecomunicazioni nel decreto flussi che regola l’immigrazione; la seconda, rivolgersi ai detenuti.

 

Questa cosa ha incuriosito tutti quelli che non sanno che ormai da moltissimi anni in diverse carceri è in corso un progetto di Cisco per formare i detenuti all’informatica. Di fatto sono corsi che consentono alla fine della pena di trovarsi un lavoro. Ed è uno dei progetti di alfabetizzazione più belli del nostro paese: parte dal concetto che lo scopo della detenzione non si esaurisca nella pena, ma debba prevedere la crescita e il reinserimento di chi ha sbagliato. In assenza di iniziative analoghe, l’esperienza del carcere diventa soltanto la prima di una lunga serie. Per questo l’idea di Open Fiber va sostenuta.

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I più esposti al suicidio

 
Cristian Romaniello, esponente di Europa Verde, promotore della mozione

Cristian Romaniello, esponente di Europa Verde, promotore della mozione

 

E’ stata approvata ieri alla Camera una mozione che impegna il governo a adottare un Piano nazionale di prevenzione del suicidio. L’ha presentata Cristian Romaniello, 33 anni, psicologo, esponente di Europa Verde. Ho cercato i materiali, sinceramente incuriosita dalla possibilità che si possa con successo prevenire il suicidio: una scelta, come sa chi almeno una volta ci ha pensato, che fa il nido nella testa in cui si insedia, cresce in silenzio e diventa un gesto, quando accade, tra i più personali e meno condivisi. Ben di rado agli annunci corrisponde l’azione, difatti.

Anzi, gli annunci assolvono di solito ad altri scopi: più sociali, diciamo così, di relazione. Non sempre, ma spesso. Gli ultimi dati indicati dalla relazione risalgono al 2019, prima della pandemia che come ormai sappiamo ha provocato una crescita formidabile di episodi di autolesionismo. Sono dunque dati per difetto. Si parla di quattromila suicidi all’anno, tra le prime cause di morte per i giovani tra 15 e 29 anni. Le categorie più esposte, tra gli adulti, sono in quest’ordine: gli imprenditori, le donne vittime di violenza, le persone LGBTIQ (“portatrici di fattore di discriminazione”), gli esponenti di forze armate e corpi di polizia, i reclusi nelle carceri.

La mozione indica una serie di cose da fare, prima di tutte un osservatorio nazionale che oggi non esiste. Poi supporto, centri di assistenza e numeri telefonici, formazione. Non so se un suicida possa chiamare un numero verde, me lo domando. Alle soglie del gesto la sofferenza interna è tale per cui la morte appare un sollievo. Ma può darsi. Quel che colpisce è l’elenco delle categorie. Lo leggo e lo rileggo: c’è un pezzo di storia d’Italia, lì dentro.

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(Leggo)
«...sia fatta la tua volontà...» Mt 6,7-15.

 

Chiedendo a Dio che sia fatta la sua volontà, dovremmo comprendere che questa volontà non può essere fatta nell’astratto, o unicamente attraverso l’opera degli altri. Deve essere fatta da noi, in ognuno di noi, con ognuno di noi. Noi chiediamo ciò che ci piace ed egli ci manda ciò di cui abbiamo bisogno.

(Prego)

Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita. (Sal 26,4)
(Agisco)

Trovare lo spazio per la preghiera nella mia giornata.

 

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L’assalto alla diligenza o all’intelligenza dei votanti?

 
 
 

Ora che la propaganda elettorale tace…

A piacimento, volersi trovare al posto dell’altro quando conviene ma poi fugarsi al primo accenno di difficoltà, equivale ad essere opportunista. Ma a volte è meglio sfilarsi nei casi in cui, il fiuto accusa che l’altro dispone di “risorse” poco allineate colla razionalità.

Ma cos’è la razionalità? È un senno ben fortificato oppure è un “recipiente” colmo di stravaganze, dove il raziocinio, sciolto da guinzagli inibitori, assume, secondo il caso, l’ossimoro specifico, facendone tassello accomodante di una logica personale?

In questo periodo di propaganda elettorale, ad ascoltar comizi, sembra che tutti i candidati-oratori han ragione e che la “pura” verità, spesso coincida coi nostri interessi…beh, allora? Datosi che i candidati rappresentano dei partiti o liste civiche, perché non diamo loro la possibilità di fare un’altra ammucchiata, eleggendoli tutti? (grande coalizione-confusione). Facendo così si toglierebbero di mezzo i tanti galoppini che vengono a chiederti il voto per questo o per quel candidato da mandarti il cervello in frantumi. Senza parlare dello sciupio degli stampati che t’invadono ovunque, anche sotto i piedi, prima ancora di essersi manifestati in illeciti vari.

Questa mattina mi arriva un messaggio di un amico il quale asserisce d’aver rifiutato di stringere la mano a un candidato di Barletta poiché lo ritiene personaggio poco affidabile. Vorrei tanto che me ne indicassero uno, dico uno, al quale poter stringere io la mano senza restare mortificato poi, d’averlo fatto. Allora che pesci pigliamo? Per chi è meglio votare, per un uomo o per una donna, per il nuovo oppure per il vecchio? Coi tanti “pesci d’aprile” che ci han riservati, dopo essersi portato a casa quelli “guizzanti”, la scelta è, a dir poco, enigmatica.

Ora, coi nuovi “pescatori di voti” che hanno investito i propri risparmi in propagande varie, scordandosi di comprar “barche” e con i combustibili alle stelle, pescheranno sulla terraferma e dalle casse già dissanguate? Ci sarà certamente il consigliori di turno, il puparo, ad indicargli in quale specchio del “Genesaret” dovranno buttar le reti ed inventarsi nuove escamotages per rimpinguarle. Miracoli non se ne fanno più: solo ruberie. La calca di creduloni che li avrà votati e meglio che si porti qualcosa da casa, per il “picnic”, visto che non resteranno che “lische e croste”, che nessuno vorrà deglutire.

Non si sa più a chi credere oltre al buon Dio. Pure quando il cervello si arroventa a trovar conclusioni, tra queste, emerge sempre il dubbio che stia prendendo un abbaglio. Oltre tutto è sempre la coscienza ad erigersi imperiosa e comandare di fare il dovere-diritto e andare a votare. Io l’ho sempre fatto. Il più delle volte per far contento l’amico, tacendo i miei intenti. Diciamo che mi sono nutrito di insoddisfazioni, assecondando le richieste dell’altro. Avverrà la stessa cosa per lui, oppure questo suo modo di appoggiare taluno piuttosto che talaltro significhi crearsi una propria “chiesa” col relativo “santo” protettore? Ma se così fosse, non è meglio tenersi stretta la propria conoscenza e tutte le ferite per acquisirla, piuttosto che continuare a sbattere e sempre per colpa degli altri?

Nello spazio ridotto della gabina elettorale, a sipario chiuso, con l’andazzo dei tempi sembra che pure il cervello sia restio a scegliersi un nome, tra i tanti nuovi salvatori di sé medesimi. Io ci provo anche questa volta, ma ahimè tirando a sorte tra i tanti consigliatemi…troppi saranno gli esclusi, i trombati, ma non avrò, fino a qui, ragion di rimorso…

Dato che esistono oratori balbuzienti, umoristi tristi, parrucchieri calvi, potrebbero anche esistere politici onesti (Dario Fo).

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Il potere e la bellezza del Tango

 
 
 

“Il tango non è come la vita, è più facile. Nel tango non c’è possibilità di errore!” (Frank Slade, Al Pacino, in “Profumo di Donna”)

Il tango non è solo un ballo ma un linguaggio multiculturale che assume i tratti della sua essenza originale nella XV edizione dell’Apulia Tango Festival di Bari, un evento che dal 16 al 19 giugno trasformerà il capoluogo pugliese nel centro di questa storica danza, facendoci respirare l’atmosfera melliflua e sensuale di Buenos Aires in una manifestazione organizzata dall’Accademia di Tango Argentino Apulia Tango, con direzione artistica di Nicla Zonno e col patrocinio del Comune di Bari, della Regione Puglia e. dell’Ambasciata Argentina.

La kermesse si presenta come una full immersion nella musica dal vivo performata dai migliori maestri e ballerini del panorama internazionale, straordinari interpreti che daranno vita a workshop, lezioni e spettacoli di alto livello.

Un’occasione da non perdere, insomma, la possibilità di condividere il piacere artistico di fronte al mare pugliese, il tutto grazie alla passione e alla competenza di personalità del calibro di Ariadna Naveira & Fernando Sanchez, Francesca Del Buono &  Santiago Castro, Juan Amaja & Valentina Garnier, Anna Paradiso & Pierpaolo Pellegrini, l’Orquesta Sonder Tango (proveniente dall’Argentina) e i Tdj Javier Guiraldi (Argentina), Rosita Aragione (Italia), Tanita la Brujita (Italia) e Milena Lanza (Italia).

Il programma parte giovedì 16 giugno alle ore 18.30 con una lezione gratuita di tango argentino per principianti assoluti. Si prosegue alle ore 20.00 con la serata inaugurale del festival, che si terrà a Largo Giannella, uno dei luoghi più rappresentativi dello splendido lungomare di Bari, con la Milonga de Bienvenida. Per l’occasione verrà rappresentata, così come avviene nella città di Buenos Aires, una serata di tango argentino – detta appunto Milonga – con la partecipazione di ballerini professionisti e amatoriali, provenienti da numerosissime nazioni.

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Galoppata

 
 
 

Galoppo in un sogno profondo,

sopra cinerei orizzonti apocalittici,

dove l’aria, satura di ossidi rari,

attanaglia il respiro che si fa affannoso:

il cuore aumenta il ritmo

e scalpita con l’animale…

Fermenti e traumi ecologici.

Rispetto mancante per una natura

arresa, spoglia, umiliata, sconfitta…

Galoppo sopra un limbo di sole glaciale

ignaro di Dio e del Suo geniale…

Galoppo sopra vulcani di formiche drogate;

sopra sembianze di mogli ripudiate…

E galoppo verso un giorno

che oramai non arriva:

inghiottito da un abisso di nulla,

da orde di neri africani,

da gialli asiatici e cerei americani,

fecondatori del male e di generi fecali…

Lo scompiglio dell’anima m’assale,

distrugge la mente, ma galoppo.

Le idee, i pensieri, i ricordi,

appesi ad alberi di plastica

che un giorno furono ulivi, ma galoppo.

Futuri regni di cadaveri,

brulicanti di vermi, galoppando prevedo…

E galoppo tra gabbiani impazziti,

arroganti, nei loro voli sinuosi,

sopra un mare stemperato nei suoi colori;

sopra discariche di taniche,

vuote come le promesse;

sopra miriadi di stronzi vermigli:

seri, assorti, fumanti,

mentre sfuma l’astratta realtà del tempo…

E galoppo sopra fanciulle indifese

dal pianto perenne,

sopra stalattiti di corna ossidate,

sopra lapidari

segni di sincera gratitudine,

di riconoscimento a chi

verginità ha perduto.

E galoppo!

Galoppo ancora,

con la milza a pezzetti

e il cuore sugli occhi…

Avanti e indietro nel tempo:

senza ore, senza luce,

dove il tutto è niente

e l’inizio è già fine.

Galoppo nell’etere,

fra squittenti cori angelici:

dispotici, assordanti…

Nevrotico, galoppo, e gareggio,

con autisti falliti, senza membri

(recisi da spose gelose)

che bruciano i figli, per farne benzina…

Galoppo fin sopra un’aia spaziale

dove ha fine la mia cavalcata

e dove smonto dal mio cavallo,

un bizzarro cavallo di “Frisia”…

lasciandolo impastoiato,

fra mille, stanchi e dismessi,

in un desolato, inquinato,

minato prato di ruggine…

 

San Ferdinando 1l/07/1994

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