Gli eventi positivi ti mettono sotto pressione, senti di non meritarli…
Siamo tutti, forse erroneamente, portati a considerare solo i traumi negativi, mentre da non sottovalutare sono soprattutto i traumi positivi.
Gestire la felicità o, come la definiscono gli psicologi più contenuti, la “serenità”, credetemi è il lavoro più difficile al mondo.
Non è un caso che la maggior percentuale di “impazziti” risieda tra i vincitori della lotteria. Persino il filosofo Anassagora sosteneva che la neve fosse nera, a dimostrazione di quanto sia complicato apprezzare la bellezza del presente, ma terribilmente umano preoccuparsi del futuro.
Gli eventi positivi ti mettono sotto pressione, senti di non meritarli, li ponderi come limitati e poco duraturi. Siamo contagiati così tanto dalle vecchie esperienze da evitarne di nuove, dimenticando che in Natura tutto migliora e progredisce.
Si intitolano “Marco ti voglio bene” e “Il viaggio di Claudia” i due cortometraggi girati ad Andria dal regista Riccardo Cannone e dal suo vice Giovanni Cicco. Storie di discriminazione nei confronti degli omosessuali, delle persone sole, ma anche storie di redenzione e di crescita comunitaria.
Ciao, Riccardo. Perché hai scelto di adattare in un cortometraggio il romanzo “Ragazzi che amano i Ragazzi” di Piergiorgio Paterlini?
“Ragazzi che amano i Ragazzi” raccoglie i racconti di vita di alcuni minorenni italiani. Piergiorgio Paterlini ha rielaborato in questo volume -pubblicato da Feltrinelli nel 1991- varie testimonianze di adolescenti che per la prima volta parlano liberamente e con semplicità del proprio orientamento omosessuale. Una di queste testimonianze dice della necessità di cercare ascolto e della impossibilità di trovarlo. Questo tema, toccandomi profondamente, ha ispirato un racconto cinematografico da ambientare ad Andria con tinte drammatiche e toni delicati. Il cinema permette di concentrare insieme suggestioni lievi e emozioni profonde nel tempo breve di un cortometraggio. Anche la musica può farlo, certo, e infatti la musica composta espressamente per il corto contribuisce al progetto. Una musica ispirata alla colonna musicale de “I 400 COLPI” di Truffaut.
Qual è il messaggio che lancia “Marco ti voglio bene”?
Vedi Miky, non penso che un’opera d’arte lanci dei messaggi: per quello, se posso permettermi una battuta, c’è whatsapp. Credo che un film, bello o brutto che sia, rientri nella categoria delle opere d’arte. Nel corto c’è una citazione di una altissima opera d’arte, un film di Pierpaolo Pasolini “Il Vangelo Secondo Matteo”: in una inquadratura c’è su una parete una fotografia che abbiamo rielaborato e che rimanda al film. E’ stato un modo per ricordare il grande regista e poeta nel centenario della sua nascita. Alla tua domanda rispondo ritenendo che la visione di “Marco ti voglio bene” offra l’occasione di riflettere su situazioni problematiche e sulle scelte che possano essere adottate per superare efficacemente le difficoltà anche nella nostra città, Andria.
A partire dal ddl Zan, cosa sarebbe opportuno facessero le istituzioni per favorire l’emancipazione della comunità LGBT+?
Il ddl Zan prevede “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”. Penso che una persona lesbica, gay, trans gender, bisessuale abbia bisogno che le istituzioni impediscano con forza le discriminazioni in base all’orientamento sessuale. Le istituzioni devono garantire diritti civili uguali per tutti: matrimonio, adozione. Le istituzioni della nostra città, di Andria, devono lavorare per aumentare la conoscenza degli effetti nefasti che comportano le discriminazioni, tutte le discriminazioni: di genere, di sesso, del colore della pelle, delle diverse abilità. E’ importante ribadire tutto questo: siamo in tempi in cui ancora qualcuno può giustificare a livello planetario una guerra atroce sostenendo che sia originata dai Gay Pride! Chiudo dunque aggiungendo che ho partecipato con orgoglio dal 1994 a tutti i Gay Pride tra Roma, Bari, e Barletta Andria Trani, e parteciperò a quello in programma per il 28 giugno di quest’anno. Vieni?
Secondo te, Giovanni, da aiuto regista, che tipo di sentimento fa da trait d’union tra “Marco ti voglio bene” ed il secondo corto “Il Viaggio di Claudia”?
Questa volta in vesti differenti da aiuto regista. Voglio innanzitutto ringraziare Riccardo, regista, di avermi dato questa opportunità di esser tornato a collaborare con lui nella realizzazione di questi due cortometraggi, che effettivamente nascondono un legame tra loro, se pur velato. Ecco, nella fase di preparazione dei due lavori, confrontandomi con lo stesso Riccardo, si è parlato di un percorso che ognuno di noi debba fare nella ricerca della felicità, nel cercare di essere se stessi, nel riconoscersi, nel sapersi valutare. A ciò, mi vengono in mente alcune parole tratte da un discorso fatto da papa Francesco proprio sulla felicità:
“Essere felici è smettere di sentirsi una vittima e diventare autore del proprio destino. Essere felici è lasciare vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice. È avere la maturità per poter dire: “Ho fatto degli errori”. È avere il coraggio di dire “Mi dispiace”. È avere la sensibilità di dire “Ho bisogno di te”. È avere la capacità di dire “Ti amo”. Possa la tua vita diventare un giardino di opportunità per la felicità … che in primavera possa essere un amante della gioia ed in inverno un amante della saggezza.”.
Credo sia proprio questo cercare di essere se stessi ciò che lega i nostri due protagonisti: Michele in “Marco ti voglio bene”’ potrà diventare autore del proprio destino se riuscirà a smettere di nascondersi e si aprirà all’associazionismo; l’altra, Claudia, protagonista de “Il Viaggio di Claudia”, potrà diventare autrice del proprio destino se saprà accettare l’aiuto che le viene offerto.
La ricerca della felicità è un percorso tortuoso, per questo non ci si deve sentire sbagliati nel chiedere aiuto, i due cortometraggi ruotano proprio intorno a questo concetto.
Dal punto di vista giovanile, il viaggio interiore che affrontano i protagonisti può fungere da rinascita partecipativa per le nuove generazioni?
Credo proprio di sì. Bello come entrambe le storie siano ambientate in una città come Andria. La rinascita di una comunità parte dall’agire e dal rimboccarsi le maniche delle nuove generazioni. Non bisogna aver paura di dire la propria, di mettersi in gioco, solo così le belle parole sul “cambiamento” di cui molto spesso ci si riempie il vocabolario possono tradursi in vera realtà. Bastano piccoli gesti per mantenere viva quella fiammella che si chiama passione. Io l’ho rivista in molti miei compagni di viaggio che hanno collaborato alla realizzazione dei due cortometraggi, Luca, Mattia, Marianna, Davide, Amedeo, Gabriele, Michele e tanti altri che hanno messo la loro passione, la loro dedizione nel realizzare qualcosa che potesse offrire all’intera comunità cittadina un monito di speranza.
La prima cosa bella di martedì 21 giugno 2022, primo giorno d'estate, la stagione che ci salva, è che in un altro calendario siano, invece, le idi Di Maio.
In questo spazio non passa praticamente mai la politica, men che meno italiana. Difficile possa essere in sintonia con il titolo. Questa è un'eccezione. Come dieci piccoli indiani stanno arrivando alla fine tutti quelli che hanno iniziato la legislatura con la fanfara e il giuramento.
È stata una legislatura da dimenticare, ce li stiamo infatti scordando uno dopo l'altro, i ministri del Conte 1. Dov'è ora l'imprescindibile Savona? Savona o morte, tutti tranne lui, e allora se non lui l'impeachment...e adesso?
Dov'è il professor Tria, quello con la borsa sottobraccio che correggeva gli sforamenti? Dov'è Toninelli? Non vogliamo saperlo. Dov'è l'ennesimo Fontana? Avrà trovato casa la Trenta? Chiedi chi era Bussetti. Stiamo arrivando al vertice.
Salvini non è più l'uomo col sole in tasca, o in testa. E vacilla Di Maio, il capo politico che dispensava posti e ora ne cerca uno per sé. È una nemesi perfetta che ad avversarlo sia la sua creatura di un lunedì svagato. Poi toccherà pure a lui. Sento già l'obiezione: non è che al prossimo giro ci sarà da stare allegri. No, ma la vita è adesso.
(Leggo)
«Entrate per la porta stretta» Mt 7,6.12-14.
Il fatto serio della fede, evitare latristezza ed evitare la delusione. La porta stretta ci dice le difficoltà di ogni giorno nelle relazioni, nel lavoro e ovunque. Ma il fatto di superarla, nasconde la gioia e la serenità di attraversare quei momenti difficili.
(Prego)
Grande è il Signore e degno di ogni lode.
(Agisco)
Non perdere l'entusiasmo per gli ideali di verità, di carità e giustizia.
Qualche giorno fa mi sono operato alle corde vocali. Nulla di grave ma mi hanno imposto di stare in silenzio per un po’. In particolare, si è raccomandato il professore, niente telefono. Infatti quando parliamo al telefono, ci sforziamo di più. E così sono finito involontariamente dentro un piccolo esperimento sociale: vivere senza telefono (una settimana).
Ci sono diverse storie radicali di gente che ha rinunciato totalmente alla tecnologia o ad essere connessi su Internet. Esperienze quasi mistiche, prossime all’eremitismo. Nel mio caso è stato diverso: potevo leggere le email, scrivere le chat, ma niente telefonate (e nessuna video riunione, di quelle che punteggiano le giornate lavorative di moltissime persone). Come è andata? Fatico ad ammetterlo ma è andata da dio. E quando mi sono accorto che stavo meglio senza essere continuamente interrotto da una telefonata e senza passare ore prigioniero di una video riunione, mi è tornato in mente il surreale dibattito che ci fu in Parlamento quando in Italia arrivò il telefono e molti parlamentari vi si opposero preferendogli il telegrafo.
La tesi di fondo era: chi vorrà davvero parlare in tempo reale con qualcun altro senza che resti qualcosa di scritto? Era una tesi sbagliata, il telefono è fondamentale. Ma da quando è diventato mobile e smart e ce lo portiamo sempre dietro, non è soltanto il resto del mondo ad essere sempre raggiungibile da noi, siamo anche noi ad essere sempre raggiungibili dal resto del mondo. In qualunque momento, in qualunque luogo, qualunque cosa stiamo facendo. In questa settimana senza telefono, è come se mi fossi ripreso la libertà di godere certi momenti. Di gestire le cose con i miei tempi. Non serve una convalescenza alle corde vocali per farlo, negli smartphone c’è una funzione, non disturbare, che consente solo ad un numero limitato di contatti di interrompervi. Gli altri, possono attendere in fila.
Vanessa Incontrada a Napoli durante il concerto di Gigi D'Alessio quando il pubblico ha intonato "Sei bellissima"
Anche a me sembra bellissima Vanessa Incontrada, e non lo dico perché è “giusto”, “corretto”, perché è un “segnale educativo” così le ragazzine prima o dopo capiranno che non serve essere esangui e fisicamente inesistenti, fatte di vetro, per essere belle. No, lo dico perché mi sembra davvero stupenda, in quella foto a Napoli con le rose sul seno e i capelli sciolti sulle spalle. Assai più bella davvero di tante taglie 38-40 per un metro e ottanta di altezza che, quando le sfoglio sui giornali, mi fanno un po’ paura, un po’ tristezza, penso a quante privazioni, quante barrette che sanno di segatura, quanti diuretici e quanto tofu, che sofferenza.
Poi certo ci sono anche quelle che nascono con un metabolismo così, che non fanno nessuno sforzo e anzi, magari vorrebbero essere più tonde, avere più carne: ci sono magre di natura, non lo fanno apposta. Ma insomma, ecco, quanto sarebbe bello tornare a prima di tutto questo, a quando le donne erano come erano e gli uomini pure – solo che per loro vale ancora, vale sempre. Lo sguardo più feroce, in questo tribunale permanente che ti vuole somigliante ai modelli da sfilata, è delle donne sulle donne, tuttavia.
L’altro giorno ho conosciuto due cugine, ventenni magnifiche. Una più alta e più magra, una un poco più piccola e tonda. “La prima, quella alta, piace alle donne. La seconda, invece, agli uomini” mi ha sussurrato un loro amico. E però anche questo, che pure rivela qualcosa, resta un giogo: piacere a qualcun altro come metro. Si sente sempre dire, è un mantra motivazionale, che basta piacere a se stessi. A se stesse. Difficile. Il vero traguardo, credo, è fregarsene: distogliere l’attenzione da sé, fare cose, progetti, pensare agli altri.
Il poeta alla ricerca della forza interiore salvifica dell’uomo
Hesse, scrittore e poeta che rappresenta una delle voci più importanti del ‘900 letterario europeo e Premio Nobel per la Letteratura nel 1946, compone le sue poesie negli anni 1895-1962.
Con le sue ineguagliabili doti di scrittore è riuscito ad interpretare tutte le sofferenze umane condannando fermamente la guerra tanto da essere inserito, sotto il regime nazista, nelle liste di proscrizione per i suoi riferimenti ai pogrom e per la sua avversione al nazionalismo e alle guerre. “La guerra esisterà ancora a lungo, probabilmente per sempre. Tuttavia il superamento della guerra, oggi come ieri, continuerà a essere la più nobile delle nostre mete.”
Da esistenzialista quale egli è non può non essere consapevole dell’immutabilità dei destini e delle vicende umane, ma nei suoi scritti ha sempre cercato di ristabilire un’armonia e una solidarietà che potesse riavvicinare tutti gli uomini in costante ricerca della comprensione della propria interiorità che aspira sempre e comunque ad una piena libertà.
“[…]mio il boschetto sacro del passato.
E non meno la celeste arcata del futuro
è la mia patria limpida:
spesso alata dalla nostalgia l’anima mia s’innalza
a scrutare il futuro di un’unanimità beata,
amore, trionfante sulla legge, amore da popolo a popolo.[…]”
(Versi tratti da Il poeta)
Da ogni suo scritto traspare una profonda sofferenza sospinta e sorretta dalla forza insita in ogni essere umano, dall’idea di una libertà volta al poter percorrere la propria strada godendo a pieno della vita.
“Ti abbiamo tagliato,
albero!
Come sei spoglio e bizzarro.
Cento volte hai patito,
finché tutto in te fu solo tenacia
e volontà!
Io sono come te. Non ho
rotto con la vita
incisa, tormentata
e ogni giorno mi sollevo dalle
sofferenze e alzo la fronte alla luce.”
(Versi tratti da Quercia potata)
Questa sua estrema sensibilità nasce dal suo essere totalmente in opposizione con l’ordine prestabilito di una società volta verso un progresso che tende ad asservire l’uomo alle sue ragioni prettamente materialistiche.
Ecco la delicata e poetica descrizione della sua intima diversità:
“Sono una stella del firmamento
che osserva il mondo, disprezza il mondo
e si consuma nel proprio ardore.
Io sono il mare di notte in tempesta
il mare urlante che accumula nuovi
peccati e agli antichi rende mercede.
Sono dal vostro mondo
esiliato di superbia educato, dalla superbia frodato,
io sono il re senza corona.
Son la passione senza parole
senza pietre del focolare, senz’arma nella guerra,
è la mia stessa forza che mi ammala.”
(Poesia, Sono una stella)
Con i suoi scritti Hesse ci insegna a seguire il suo esempio ovvero rievocare il passato doloroso per cercare attraverso un’autoanalisi di riflettere sulla realtà in cui viviamo aprendoci, così, alla possibilità di un’evoluzione interiore.
La diplomazia vaticana ha sempre avuto un ruolo attivo nelle varie crisi internazionali, a partire, in modo specifico, dalla prima guerra mondiale, allorquando Benedetto XV aveva cercato di portare i contendenti alla cessazione degli eventi bellici, attraverso i radiomessaggi e con quella celeberrima nota, datata 1°agosto 1917, che sui libri di storia è ricordata come “l’inutile strage”.
Dopo il pontificato di Pio XII, la cui posizione durante il secondo conflitto mondiale resta al vaglio continuo degli storici, Giovanni XXIII si impegnò costantemente a favore della pace, soprattutto in occasione della crisi cubana della Baia dei Porci. L’impegno per quella tensione internazionale, che fece tremare il mondo, indusse il Papa Buono a scrivere la Pacem in Terris, come monito e speranza, e a prodigarsi attivamente per la pace.
Anche gli altri sommi pontefici si sono espressi su quelle crisi regionali che hanno segnato gli ultimi decenni. Il pensiero va in particolare a Giovanni Paolo II che è intervenuto nella prima Guerra del Golfo e nelle guerre balcaniche. Francesco è l’ultimo di questa lista, ma non ultimo per impegno e prodigalità. Prima ancora della crisi ucraina ha parlato di una terza guerra mondiale a pezzi, rilevando tutte quelle particolari crisi belliche dimenticate dalla gran parte dei potenti della terra. Con la guerra in Ucraina la sua preoccupazione, e non solo la sua, è aumentata, e la possibilità di una terza guerra mondiale, nemmeno tanto sottaciuta dai protagonisti di questo conflitto, ha visto un maggior protagonismo da parte di Bergoglio che si è proposto più di una volta come mediatore di pace. D’altra parte il suo pontificato si basa anche sulla volontà di essere un operatore di pace. La schiettezza di Bergoglio si è rivelata con maggiore intensità nella recente intervista a Civiltà Cattolica, parole che ogni cristiano dovrebbe attendersi dal Vicario di Cristo e da chi guida le comunità cristiane. Ha criticato giustamente l’appoggio di Kirill alla guerra russa :«Ho avuto una conversazione di 40 minuti con il patriarca Kirill. Nella prima parte mi ha letto una dichiarazione in cui dava i motivi per giustificare la guerra. Quando ha finito, sono intervenuto e gli ho detto: “Fratello, noi non siamo chierici di Stato, siamo pastori del popolo”».
Il papa ha condannato l’azione militare del Cremlino, ma non ha voluto attribuire tutte le colpe a Putin. Non esistono buoni e cattivi, il lupo della favola di Cappuccetto Rosso pronto a sbranare l’innocente, ha detto riferendosi al presidente russo. Bergoglio questa volta ha analizzato la situazione con le lenti della neutralità, il che non vuol dire assolutamente il non schierarsi, correndo il rischio di essere annoverato tra gli ignavi, ma essere più che mai evangelico, in nome della verità, di quella verità che rende davvero liberi ed è un concetto che ha ribadito anche nel suo colloquio nella succitata intervista, quel “faccia a faccia” che non perde il rapporto con la realtà e con le persone. Papa Francesco critica anche la poca lungimiranza con la quale gli occidentali, e la NATO, si sono rapportati con la superpotenza russa :«il pericolo è che vediamo solo questo, che è mostruoso, e non vediamo l’intero dramma che si sta svolgendo dietro questa guerra, che è stata forse in qualche modo o provocata o non impedita».
Abbiamo bisogno di verità, della franchezza con la quale Francesco ha messo sul piatto i nodi nevralgici di un conflitto innescato dalla cenere della precedente guerra nel Donbas, alimentato dalla tensione delle parole, dagli spionaggi e dai proclami, esploso nella devastazione di morte e dei rifugiati per i quali la vita non sarà più come prima. Per gli ucraini, le vere vittime, il Sommo Pontefice ha avuto parole di profonda tenerezza, riconoscendone tutto l’eroismo. Il commento del Papa supera anche la mancanza di critica che tanti media stanno avendo nei confronti di una guerra che dimentica le sue ragioni più profonde, come ha dimostrato il caso Innaro e altre accuse mosse verso la RAI. Non si tratta di assolvere Putin, la sua resterà una scelta deplorevole, come le dichiarazioni di becero nazionalismo di Medvedev, ma vanno capite le cause e le reali motivazioni che hanno portato il mondo a un passo dal baratro. Quell’abbaiare alle porte del nemico ha seminato zizzania e ha caldeggiato profonde incomprensioni. Certo, anche le parole dei leaders europei non aiutano a risolvere pacificamente la disputa, ne tantomeno l’invio di armi che fanno dell’Ucraina l’agnello sacrificale da strizzare il più possibile per indebolire Mosca, o per credere di farlo. Draghi, in visita a Kiev, ha riferito che l’Ucraina deve poter avere la pace che vuole, alle condizioni precedenti al 24 febbraio, per intenderci. Un incitamento a continuare, un procrastinare la ripresa del dialogo tra le parti belligeranti. La verità delle parole di Francesco va oltre i paraocchi di una propaganda forzata e si affida a quella pericope evangelica che ci ricorda che “il nostro parlare sia si si, no no”.
La chiarezza prima di tutto.
Chiarezza finalmente, di un pastore che ha parlato in nome di Dio, non a favore di egoistiche rivendicazioni nazionaliste, chiese comprese. Parole chiare che non dimenticano il lupo cattivo pronto a divorare la povera Cappuccetto Rosso, ma che scardinano le nostre ottuse convinzioni e la nostra cocciuta consapevolezza di essere dalla parte del vero e del giusto. Un intervento, quello del Pontefice, che lascia aperto dunque il seguente quesito : e se i lupi fossero molti di più?
«Diteli se la luce onde s’infiora vostra sustanza, rimarrà con voi etternalmente sì com’ell’è ora»
(Paradiso XIV, vv.13-15)
Il canto quattordicesimo del Paradiso potrebbe essere indicato come il “canto della luce”, punto e a capo. Nondimeno, proverò a suggerire qualche ragione per questa definizione a bruciapelo.
La narrazione è suddivisa in due distinte sezioni e contiene l’ascesa dal cielo quarto, dei sapienti, al cielo quinto, degli spiriti combattenti per la fede (anche se a me piace più pensare ai “testimoni” della fede, ma questo è un altro discorso: ricordo solo che il Vangelo è scritto in greco e che “testimone” in greco si dice “martyros”…).
Nella prima parte Salomone chiarisce un dubbio di Dante circa la risurrezione dei corpi: essa non solo non spegnerà la luminosità delle anime, ma anzi la farà rifulgere come non mai; nella seconda parte, il poeta vede apparire, in un cielo divenuto rosso fuoco, due scie luminose di anime che incrociandosi perpendicolarmente mostrano al centro la figura di Cristo: Dante confessa ancora una volta di non essere in grado di descrivere ciò che vede e si affida all’immaginazione del devoto lettore.
Ma il tema dominante, anticipavo, rimane quello della luce. Esso ritorna insistentemente in tutto il suo frasario. Mi azzardo a rievocarlo senza attardarmi in riferimenti puntuali: luce, chiarezza, lume, vision, raggio, fiamma, candor, folgòr, lume, rischiari, sfavillar, affocato, roggio, lucore, robbi, splendor, biancheggia, lampeggiava, albor, balenar, scintillando forte.
L’elenco è incompleto – perché, per scelta, non specifico quante volte la stessa parola ritorni, passando, ad esempio, dal singolare al plurale o viceversa – ma ritengo che sia più che sufficiente a cogliere il brillio di questo canto, una lucentezza che è negli occhi di Dante.
Sì, perché per vedere la luce bisogna mantenere gli occhi aperti e, se Dante arde per li occhi belli (v.131) di Beatrice, vien da chiedersi chi o cosa possa accendere il nostro sguardo.
Per conto mio, continuo ostinatamente a ritenere che aprire una finestra sia il modo più semplice per lasciare che la luce entri: di sicuro, mi pare un’azione molto più intelligente che urlare la paura o l’ossessione del buio.
La luce rimane sempre con e per noi, solo che non si decida di chiuderla fuori.
Francesco Bacone: «La prima creatura di Dio fu la luce».
Michael Straßfeld: «La luce si dona liberamente, riempiendo tutto lo spazio disponibile. Non cerca nulla in cambio; non chiede se si è amici o nemici. Si dà di per sé e non si risparmia mai».
Leonard Cohen: «C’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che entra la luce».
«Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi» Mt 7,1-5.
Il solo giudizio severo che siamo abilitati, o piuttosto che abbiamo il dovere di formulare, non deve vertere che su noi stessi. Oh, se potessimo giudicare gli altri con la stessa clemenza che concediamo a noi stessi, il paradiso sarebbe già di questo mondo!
(Prego)
Nell’oppressione vieni in nostro aiuto,
perché vana è la salvezza dell’uomo.
(Agisco)
Che io possa giudicare i segni dei tempi, che possa essere profetico e non dispensatore di calunnie e maldicenze.