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donmichelangelotondo più di un mese fa

(Leggo)

«Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» Lc 2,41-51.

 

...e Maria non lo capì, provò angoscia e tristezza nel cercarlo. Figuriamoci noi ai primi passi nel cammino di fede verso di Lui!

 

(Prego)

O Dio, che dall'eternità hai scelto Maria come vaso eletto dei tuoi doni, fà che seguendo il suo esempio siamo sempre docili a cercare e a compiere la tua santa volontà. Per Cristo nostro Signore.

 

(Agisco)

Ritrovare o rinnovare il gusto della lettura della Parola di Dio.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Morire di lavoro

 
 
 

Perché la Costituzione non sia un mero strumento di fine retorica

Ha colpito qualche giorno fa la notizia della morte di un 72enne del leccese, caduto da un’altezza di cinque metri mentre era impegnato nell’installazione di un montacarichi. La notizia, alquanto dolorosa e triste, fa montare maggiormente la rabbia, in virtù del fatto che l’operaio fosse un pensionato, costretto a dover lavorare, a causa della sua situazione economica indigente. In quella stessa giornata, sono morti in Italia altri tre operai che hanno accresciuto la quota annuale delle morti bianche. Morti di giovani, morti di pensionati, il nostro Paese non riesce a risolvere un problema che ogni anno fa un sacco di vittime e i numeri non sono mai una conta piacevole da passare in rassegna. Nel 2020, anno COVID, l’INAIL ha denunciato 1538 morti sul lavoro, nel 2021 le morti bianche sono state 1221 e nel 2022, a poco meno della metà di questo anno, siamo già oltre quota 500. A questi numeri vanno associati gli infortuni e un confronto può far capire l’emergenza della sicurezza sul lavoro: nel  primo bimestre 2022 le denunce per infortunio hanno rilevato un aumento del 50% rispetto allo stesso bimestre dell’anno precedente.

Di lavoro si muore, nonostante i proclami costituzionali e le innumerevoli leggi sulla sicurezza sul lavoro. Fatalità alle volte, incuria e disattenzione molto spesso. C’è una certa relazione delle morti bianche con il lavoro irregolare, quello che chiamiamo volgarmente “nero”, morti che alle volte non sono nemmeno tracciabili. Numeri che potrebbero assumere quindi proporzioni più grandi.

Qualcuno parla di “caduti sul lavoro”, analogamente a coloro che hanno perso la vita nei conflitti bellici, tornati di moda di recente. Fa pensare tale terminologia, alla luce delle stesse leggi costituzionali che hanno dichiarato lo Stato, “una Repubblica fondata sul lavoro”. I nostri padri costituenti non hanno certo giocato di malizia. Erano anni in cui il lavoro era al centro della vita del Paese, forse anche con tinte troppo ideologiche, ma pur sempre considerato come motore trainante dello Stato democratico. Mai avrebbero dovuto pensare di fare dei distinguo tra lavoro regolare e lavoro irregolare. Ma la loro lungimiranza non aveva certo dimenticato che lo Stato avrebbe “curato la formazione e l’elevazione personale, promosso e favorito gli accordi” (art. 36) e che ci sarebbe stata la parità di retribuzione tra uomini e donne (art.37). Si potrebbe parlare degli articoli 36, in riferimento alla giusta retribuzione e, nel caso particolare del povero operaio di Lecce, dell’articolo 38 che nella fattispecie ricorda: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.

Anche tutta la legislazione, compresa quella comunitaria, successiva alla Costituzione, è volta a dare massima dignità al lavoro e alla sua sicurezza.

Ed eccoci qui di nuovo a doverne fare un astratto riferimento, a dover ricordare la conta quotidiana di morti e feriti che ci lasciano la pelle, proprio come in una guerra. Perché, alle volte, è paradossale dover intendere il lavoro come una sorta di conflitto civile in miniatura, nella quale i diritti vanno conquistati, con il sudore della fronte, se non addirittura con il sangue innocente. Il pensiero va alla fatica quotidiana di chi è costretto a doversi accontentare di quattro soldi, senza lo straccio di un contratto regolare; o a chi dopo anni di studio e fatica è costretto a ripiegare in occupazioni che gli si addicono poco o che attendono ancora la grazia di un posto; o a quelle donne per le quali la parità retributiva resta una chimera. “L’importante è lavorare” si dice, ma con l’ipocrita coscienza di chi sa di trovarsi a dover sbancare il lunario sulla scena dell’umana quotidianità, ostile e rapace.

Di lavoro si muore, fisicamente e nell’animo.

È paradossale dover riferire che un uomo di 72 anni,  dovesse barcamenarsi per portare a casa qualche centinaio di euro in più, oltre la pensione, spicciola e poco dignitosa. Avrebbe dovuto godersi il suo meritato riposo, magari accompagnando i nipotini al parco, oppure spendendo il suo tempo con i suoi coetanei in qualche bar o in piazza a raccontarsi della vita che è stata. Il lavoro è dignità ma talvolta viene privata della sua veste più bella per porsi al servizio degli sporchi interessi di chi specula e di chi si arricchisce. C’è invece chi nobilita il lavoro e ne da valore, non solo economico: una nota azienda ha garantito ai figli di un dipendente morto di tumore al fegato lo stipendio per tre anni, con la possibilità di vedersi finanziati gli studi fino a 26 anni.

Per fortuna c’è ancora chi gratifica il lavoro e che lo considera un valore aggiunto all’interno della comunità, gente che da lustro a quegli articoli fondamentali della nostra Costituzione, il più delle volte rimaste un mero strumento di retorica e interpretazione giuridica.

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Morire di lavoro

 
 
 

Perché la Costituzione non sia un mero strumento di fine retorica

Ha colpito qualche giorno fa la notizia della morte di un 72enne del leccese, caduto da un’altezza di cinque metri mentre era impegnato nell’installazione di un montacarichi. La notizia, alquanto dolorosa e triste, fa montare maggiormente la rabbia, in virtù del fatto che l’operaio fosse un pensionato, costretto a dover lavorare, a causa della sua situazione economica indigente. In quella stessa giornata, sono morti in Italia altri tre operai che hanno accresciuto la quota annuale delle morti bianche. Morti di giovani, morti di pensionati, il nostro Paese non riesce a risolvere un problema che ogni anno fa un sacco di vittime e i numeri non sono mai una conta piacevole da passare in rassegna. Nel 2020, anno COVID, l’INAIL ha denunciato 1538 morti sul lavoro, nel 2021 le morti bianche sono state 1221 e nel 2022, a poco meno della metà di questo anno, siamo già oltre quota 500. A questi numeri vanno associati gli infortuni e un confronto può far capire l’emergenza della sicurezza sul lavoro: nel  primo bimestre 2022 le denunce per infortunio hanno rilevato un aumento del 50% rispetto allo stesso bimestre dell’anno precedente.

Di lavoro si muore, nonostante i proclami costituzionali e le innumerevoli leggi sulla sicurezza sul lavoro. Fatalità alle volte, incuria e disattenzione molto spesso. C’è una certa relazione delle morti bianche con il lavoro irregolare, quello che chiamiamo volgarmente “nero”, morti che alle volte non sono nemmeno tracciabili. Numeri che potrebbero assumere quindi proporzioni più grandi.

Qualcuno parla di “caduti sul lavoro”, analogamente a coloro che hanno perso la vita nei conflitti bellici, tornati di moda di recente. Fa pensare tale terminologia, alla luce delle stesse leggi costituzionali che hanno dichiarato lo Stato, “una Repubblica fondata sul lavoro”. I nostri padri costituenti non hanno certo giocato di malizia. Erano anni in cui il lavoro era al centro della vita del Paese, forse anche con tinte troppo ideologiche, ma pur sempre considerato come motore trainante dello Stato democratico. Mai avrebbero dovuto pensare di fare dei distinguo tra lavoro regolare e lavoro irregolare. Ma la loro lungimiranza non aveva certo dimenticato che lo Stato avrebbe “curato la formazione e l’elevazione personale, promosso e favorito gli accordi” (art. 36) e che ci sarebbe stata la parità di retribuzione tra uomini e donne (art.37). Si potrebbe parlare degli articoli 36, in riferimento alla giusta retribuzione e, nel caso particolare del povero operaio di Lecce, dell’articolo 38 che nella fattispecie ricorda: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.

Anche tutta la legislazione, compresa quella comunitaria, successiva alla Costituzione, è volta a dare massima dignità al lavoro e alla sua sicurezza.

Ed eccoci qui di nuovo a doverne fare un astratto riferimento, a dover ricordare la conta quotidiana di morti e feriti che ci lasciano la pelle, proprio come in una guerra. Perché, alle volte, è paradossale dover intendere il lavoro come una sorta di conflitto civile in miniatura, nella quale i diritti vanno conquistati, con il sudore della fronte, se non addirittura con il sangue innocente. Il pensiero va alla fatica quotidiana di chi è costretto a doversi accontentare di quattro soldi, senza lo straccio di un contratto regolare; o a chi dopo anni di studio e fatica è costretto a ripiegare in occupazioni che gli si addicono poco o che attendono ancora la grazia di un posto; o a quelle donne per le quali la parità retributiva resta una chimera. “L’importante è lavorare” si dice, ma con l’ipocrita coscienza di chi sa di trovarsi a dover sbancare il lunario sulla scena dell’umana quotidianità, ostile e rapace.

Di lavoro si muore, fisicamente e nell’animo.

È paradossale dover riferire che un uomo di 72 anni,  dovesse barcamenarsi per portare a casa qualche centinaio di euro in più, oltre la pensione, spicciola e poco dignitosa. Avrebbe dovuto godersi il suo meritato riposo, magari accompagnando i nipotini al parco, oppure spendendo il suo tempo con i suoi coetanei in qualche bar o in piazza a raccontarsi della vita che è stata. Il lavoro è dignità ma talvolta viene privata della sua veste più bella per porsi al servizio degli sporchi interessi di chi specula e di chi si arricchisce. C’è invece chi nobilita il lavoro e ne da valore, non solo economico: una nota azienda ha garantito ai figli di un dipendente morto di tumore al fegato lo stipendio per tre anni, con la possibilità di vedersi finanziati gli studi fino a 26 anni.

Per fortuna c’è ancora chi gratifica il lavoro e che lo considera un valore aggiunto all’interno della comunità, gente che da lustro a quegli articoli fondamentali della nostra Costituzione, il più delle volte rimaste un mero strumento di retorica e interpretazione giuridica.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Io non sono adatta a quest’epoca

 
 
 

«Il mondo ora contiene più fotografie che mattoni»
(John Szarkowski)

Siamo nell’epoca del commercio e delle immagini, fattene una ragione.

Tutto ruota intorno all’immagine.

Non c’è niente che funzioni meglio di un’immagine studiata a tavolino.

Guarda che nell’immagine devi essere tu.

Guarda che poi sembri in posa.

Guarda che devi guardare nell’obiettivo.

Guarda che non va bene farsi fotografare con gli occhiali da sole.

Per certe cose serve il fotografo professionista.

In effetti a molti piacerà moltissimo dare un volto a certe vicende.

No, ma tu sei cocciuta, invece ogni tanto devi calare la testa, ciò che si vede fa mercato.

Sei esasperante, nelle foto hai sempre gli occhiali da sole e ridi solo se sei con chi ami.

 

Va bene, abbiamo capito, avete tutti ragione, ma non considerate quello che un tempo sarei stata stanca di ripetere e che ora non ripeto più a nessuno, perché sono diventata refrattaria a tutto quanto risulti vano.

 

Io non sono adatta a questa epoca.

L’unica cosa che per me può ruotare intorno a qualcosa è la terra intorno al sole.

Le cose studiate a tavolino, a casa mia, sono fatte di lettere e numeri e se sono figure, sono quadri.

Io non so mettermi in posa.

Se mi si chiede di guardare un obiettivo, lo fulmino per principio e volontariamente.

Gli occhiali da sole servono a riparare gli occhi dai raggi ultravioletti e se ti stanno fotografando all’esterno e in quel momento, vale tutto!

Il fotografo professionista può andare a fare le campagne elettorali; e io detesto le campagne elettorali!

Quello a cui molti vogliono dare un volto è un problema di molti, non mio.

Io sono cocciuta, è vero. Ho imparato che devo dare ascolto a chi ne sa più di me, lo faccio. Ciò non significa che io non mi voglia prendere a schiaffi tutte le volte che devo andare contro la mia stessa natura, per ragioni che non staranno mai né in cielo e né in terra.

Sono esasperante, è vero anche questo: in foto ho sempre gli occhiali da sole e rido solo se ho un motivo che davvero mi stia facendo ridere. Sono io!!

 

Detto ciò, la verità è una ed una sola e potremmo addirittura farne titolo di un libro, ma un libro serio: l’utilità sessuale e commerciale dell’immagine e la sua inutilità naturale.

Vanità, vanità, tutto è vanità. Non c’è niente di nuovo sotto il sole. Una nota: questa non è Acca, questo è Qoelet. E Qoelet è parola del Signore.

Adesso sbrogliamola questa matassa, popolo di cristiani.

Amen.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Cosa disturba in quella serie tv

 
Itziar Ituno Martinez in una scena della serie disponibile sulla piattaforma Netflix

Itziar Ituno Martinez in una scena della serie disponibile sulla piattaforma Netflix

Ho visto una serie tv che sul momento mi era sembrata didascalica, mi aveva a tratti quasi infastidita. Eppure son giorni che ci penso, non mi esce dalla mente: si è insediata nei pensieri come un fatto. Se qualcosa che vedi in tv ti cambia è notevole, tanto è raro: vale la pena chiedersi perché. In questo senso ve la suggerisco. S’intitola nell’originale “Intimidad”, che non significa esattamente “Privacy” come nella traduzione proposta dalla piattaforma: intimità, piuttosto, appunto.

Il tema è la diffusione non consentita di video con contenuto sessuale, pratica molto più diffusa di quanto le cronache non mostrino: un male del tempo. E’ una serie spagnola, precisamente basca, girata a Bilbao - tra le città più misteriose e belle d’Europa. La protagonista è Itziar Ituno Martinez, eccellente attrice in Italia conosciuta soprattutto come l’ispettore Murrillo nella Casa di Carta. In questa serie, creata da Laura Sarmiento e Veronica Fernandez, è vicesindaca in carica con ambizione di candidarsi a prima cittadina, quando ecco che un video in cui fa l’amore sulla spiaggia con un uomo che non è suo marito viene diffuso da tutte le reti sociali, le tv, ovunque.

Il suo partito, conservatore, la scarica. La sua famiglia, specie la figlia adolescente, viene travolta. Atre storie simili emergono, c’è una giovane donna suicida, un’ispettrice ostinata, un sentire comune unanime che prevede che tu, successa una cosa simile, sia definitivamente condannata ad essere “quella del video”: vittima e colpevole. Ma non è così, invece. E se disturba, perché a volte disturba questa storia, è lì che tocca qualcosa che persino nei più consapevoli di noi ancora non si è mosso, dinosauro di morale. Vale la pena.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Ministra Lamorgese, le presento Khaby Lame

Ministra Lamorgese, le presento Khaby Lame
Con 142 milioni e 400 mila follower ha sorpassato Charli D’Amelio
1 minuti di lettura
 

Da questa notte Tik Tok ha un nuovo re. Si chiama Khaby Lame e con 142 milioni e 400 mila follower ha sorpassato Charli D’Amelio. La cosa è interessante per un sacco di motivi. La prima è che Khaby Lame ha inventato un genere: nei suoi video non ha mai detto una parola, sono sketch brevi, divertenti, tutti giocati sulla mimica del viso e delle mani che spesso fanno un gesto, diventato iconico, come a dire “hai visto?”.

 

La seconda è che il personaggio social Khaby Lame è un figlio della pandemia, del fatto che con il primo lockdown la fabbrica alla porte di Torino dove lavorava lo licenziò e lui si mise a far video. Ma la terza ragione non è meno importante. Per tutti Khaby Lame è “il tiktoker italiano”: visto che è arrivato in Italia dal Senegal quando aveva un anno (ora ne ha 22 anni); visto che qui ha fatto tutti gli studi (non era un grande studente); visto che qui ha fatto mille lavoretti prima di diventare creator. Eppure non ha la cittadinanza. Ne parlammo un anno fa quando lo incontrammo; ai tempi era a quota 100 milioni di follower ed era già diventato una celebrità globale.

 

Sul tema allora lui preferiva non fare polemiche, era sicuro che tutto si sarebbe risolto. E invece siamo ancora qui: Khaby Lame non è cittadino italiano, non può avere il nostro passaporto e i nostri diritti. Forse il primato mondiale desterà da questo lungo sonno i responsabili del Viminale che hanno sul tavolo la sua pratica per ottenere la cittadinanza. Ma quanti ragazzi come Khaby Lame ci sono nel nostro paese? Quanti sono italiani a tutti gli effetti tranne il fatto che questo paese continua ad ignorarli? Possibile che non ci sia un partito che voglia fare questa battaglia politica per i diritti?

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Elvis in the building

Elvis in the building

La prima cosa bella del 24 giugno 2022

1 minuti di lettura
 
 
 

La prima cosa bella di venerdì 24 giugno 2022 è il barocco film di Baz Luhrmann su Elvis che rivela una verità su di lui: Elvis has never left the building. E non perché sia ancora vivo. Noi qui abbiamo di lui un'immagine un po' distorta: una musica lontana, troppi chili, chincaglieria, burro d'arachidi. Un'americanata. Perché se i Beatles sono andati negli Stati Uniti, Elvis invece non è mai venuto in Europa. E' rimasto quell'immagine.

Nel film si racconta come l'avidità del manager e l'ignavia del padre lo abbiano di fatto rinchiuso nell'hotel di Las Vegas dove ha continuato a esibirsi anno dopo anno per saldare debiti propri e altrui, scambiando la libertà con i barbiturici. Nella scena più forte rinuncia a partire, tira le tende e chiede altre pastiglie. Per convincere i fan a sfollare, ai suoi concerti annunciavano che aveva lasciato l'edificio, ma non l'ha mai fatto. E' stato prigioniero della propria storia, ha sostituito Kennedy con Nixon, l'America con il mondo. Per sempre nel ghetto. E solo, stanotte. 

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donmichelangelotondo più di un mese fa

(Leggo)
«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta» Lc 15,3-7.

 

Il buon pastore ha tutto il cuore rivolto alle sue pecore, non a se stesso.

 

(Prego)

Il sacramento della carità, o Padre,
ci infiammi di santo amore,
perché, attratti sempre dal tuo Figlio,
impariamo a riconoscerlo nei fratelli.

(Agisco)

Non aver paura della riconciliazione.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Il Poliba conferma la sua eccellenza nella didattica e nella ricerca

 
 
 

Tra i preferiti in Italia per le lauree magistrali e adesso anche nel Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile

Il Politecnico di Bari continua ad inanellare una serie di riconoscimenti che premiano l’impegno e la dedizione della sua classe accademica.

Nei giorni scorsi, il quotidiano economico finanziario de “Il Sole 24 Ore” ha pubblicato un articolo: “Per le triennali la scelta è locale per le magistrali pesa il ‘brand’” nel quale classifica il Politecnico di Bari, nella categoria intermedia, “ibride” per l’esattezza quale miglior ateneo del sud Italia per propensione verso le lauree magistrali. Da più di vent’anni, i percorsi di formazione universitaria in Italia, sono stati trasformati dalla riforma del 3+2 che ha introdotto la laurea triennale a cui segue, in molti casi, quella magistrale.

La classifica de “Il Sole 24 Ore” riporta, riflettendo la comparazione temporale: 2012-13 con 2020-21, appositi indicatori determinati dal rapporto, iscritti magistrali/iscritti lauree triennali. In tale maniera viene rappresentata la vocazione dell’ateneo verso maggiori quote di studenti alle lauree magistrali, triennali, oppure “ibride”.

Ebbene il Politecnico di Bari, nella classifica degli atenei italiani fotografati secondo la scelta degli studenti iscritti ai corsi di laurea triennali e magistrali risulta inserito nella categoria intermedia, “ibride”, con coefficiente, 0,96 (dato 2020-21), risultando il miglior ateneo del sud per propensione verso le lauree magistrali. Le altre università pugliesi sono inglobate nella categoria a vocazione lauree triennali. Si tratta di una quotazione molto sintomatica quella che fa il “Il Sole 24 Ore”, tenuto conto che nel nostro Paese si registra una migrazione di studenti da ateneo ad ateneo secondo il doppio percorso di studio. Infatti, non sono pochi gli studenti che scelgono un ateneo su scala locale per un corso di laurea triennale e successivamente dopo la laurea si iscrivono ad altro ateneo per ottenere la laurea magistrale a beneficio del proprio curriculum. Lo studente infatti, che ha conseguito la laurea triennale e magistrale in due università diverse, si presenta sul mercato del lavoro a suo vantaggio, con l’ultimo titolo ricevuto da quella università più riconosciuta e con un brand superiore.

A questa che potremmo definire una “certificazione di qualità”, si aggiunge la partecipazione del Poliba al Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile. 25 università e 24 grandi imprese si alleano in una Fondazione per la mobilità sostenibile, la cui sede centrale è Milano dov’è avvenuta lo scorso 9 giugno la firma dell’atto costitutivo di questa Fondazione (la veste giuridica di questo Centro) che gestirà le varie attività. Al Poliba viene affidato il coordinamento delle attività di due dei 14 nodi nazionali del centro, dedicati ai servizi innovativi per la mobilità, all’idrogeno e ai nuovi combustibili. La missione di questo Centro è chiara e strategica: accompagnare la transizione green e digitale in un’ottica sostenibile, garantendo la transizione industriale del comparto e accompagnando le istituzioni locali a implementare soluzioni moderne, sostenibili e inclusive nelle città e nelle regioni del Paese. Il Centro è, infatti, una risposta concreta ai bisogni di crescita di un settore chiave per l’economia che da solo, si stima, raggiungerà un valore complessivo di 220 miliardi di euro nel 2030, assorbendo il 12% della forza lavoro. Stiamo parlando di quello che in ambito europeo viene chiamato il “Green New Deal”. Sempre più rilevanti sono i temi legati alla decarbonizzazione, alla decongestione delle reti di trasporto, alla mobilità autonoma connessa e smart, alla sicurezza dei veicoli e delle infrastrutture, all’accessibilità, all’inserimento nel mercato di nuove professionalità e competenze. Cinque saranno i vettori del progetto, ovvero le aree e gli ambiti tecnologici di maggiore interesse: mobilità aerea; veicoli stradali sostenibili; trasporto per vie d’acqua; trasporto ferroviario; veicoli leggeri e mobilità attiva.

Il Centro sarà strutturato secondo l’impostazione Hub&Spoke, ovvero con un punto centrale a Milano e 14 nodi distribuiti in modo capillare da Nord a Sud, a garanzia di quel riequilibro territoriale alla base delle iniziative indicate dal PNRR e grande obiettivo di modernizzazione del Paese.

“Come Politecnico di Bari – sostiene il Rettore, Francesco Cupertino – abbiamo la responsabilità delle attività di due dei 14 spoke del centro riguardanti i servizi innovativi per la mobilità e l’idrogeno e i nuovi combustibili, oltre a partecipare agli spoke per la ricerca su materiali innovativi per la mobilità e sul tema delle smart roads e CCAM (mobilità cooperativa, connessa e automatica). Per noi, questa importante iniziativa rappresenta un’ottima occasione per sostenere gli obiettivi di sviluppo della Puglia, in settori strategici e in rapido cambiamento come l’automotive, la transizione ecologica e digitale nella mobilità e, contemporaneamente, consente di contribuire, con le nostre competenze, alla realizzazione del PNRR a livello nazionale».

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Paolo Maria Rocco

 
 
 

Poeta, traduttore, narratore

Prima di ogni altra parola che presenti e spieghi quel che può, la parola alla poesia:

 

La nota porta forse un altro nome

se suona discordante con il tempo

lineare, e anche se supera il confine

dell’extratemporale. È il punto

sospeso del decorso, forse

Infinitesimale, l’improvviso

che s’incunea nel presente

e lo isola da ciò che non è ancora

ente? È la perennità divina

e immota che arriva semplicemente

dove sta? È forse il dito della mano

che stampa sul fortepiano il timbro

 

dell’eternità? Un rumore impercettibile

all’orecchio umano, l’alto tono

, come primo disse Damiano, della forza

sopra di noi vitale che sovrintende

all’esistere e al divenire nel silenzio

oltremondano? Forse neanche serve, dici

lo sguardo per avvertire la dimensione

astratta della vicenda che il finito eleva

all’infinito: anche il fiore che ho posato

rivivrà sulle tue labbra, al ritmo rarefatto

d’altra esistenza in vita, l’anima separata

in un tempo senza forma né durata.

 

La poesia è tratta dalla più recente silloge poetica di Paolo Maria Rocco, “Temi e Variazioni”. Letture critiche ne hanno sottolineato la rilevanza dello stile poetico e dei contenuti che aprono alla Poesia nuovi orizzonti di indagine tematica e di ricerca linguistica.

«La produzione di Rocco ha al suo centro la ricerca sul valore polisemico della parola -ha scritto il critico letterario Carlangelo Mauro-, di una sua sacralità che nasce dal rigore “di un attento  compitare”, come leggiamo in Temi e variazioni; in diversi testi di questo libro, il “tu” cui il poeta si rivolge è una presenza femminile inserita in un discorso metaletterario; viene quindi ad essere la poesia stessa: “Vertiginosa altezza da cui mi guardi / e sai che senza te io nell’abisso / non ho altre muse, noto che arrivano / da frequenze radiofoniche diffuse / notizie dell’avvento d’un nuovo mondo” (p. 58). Ricerca che nelle intenzioni dell’autore mira a contrapporsi ad un livellamento espressivo sulle formule più generiche, anonime, e che assume un valore universale, profetico sulla comunicazione dell’Era della globalizzazione. Al J. Moran ha scritto opportunamente che nella poesia di Rocco “è questione di fede. Nei suoi Canti le cose accadono su un piano verticale, tra cielo e terra”. Discorso analogo si può fare per Temi e Variazioni in cui l’originalità della cifra stilistica consente di individuare il nucleo fondante della parola in quella tensione al sacro nel cosmo e nell’io che da Holderlin attraversa tutto un filone di poesia contemporanea; scrive P.M.Rocco: «Non sono freddi i venti / oltre Borea, c’è un alito divino / che s’accende, un sacro fuoco che arde / ancora nel giardino».

 

Premiati in Italia e all’estero i suoi libri tra i quali la raccolta di poesie “I Canti” (2016, Ed. Bastogi), il romanzo di formazione/storico “Virginia, o: Que puis-je faire?” sulla vita di Guido d’Arezzo, inventore della notazione musicale, che s’intreccia con l’esistenza a noi contemporanea della giovane pianista americana, Virginia (2015, Bastogi edizioni); il volume “Divina e altri racconti” (2017), e le raccolte poetiche “Bosnia. Appunti di viaggio e altre poesie” (2019, Edizioni Ensemble), e “Temi e variazioni” (2021, Ed. Il Foglio). Alla cultura balcanica ha dedicato “Antologia di poeti contemporanei dei Balcani” (2019, LietoColle Ed.), “Izet Sarajlić, per Sarajevo. Vita e poesia”, e la traduzione di Predrag Finci, “La stazione e il viaggiatore” (2022, Ed. Il Foglio)

 

Da “Bosnia. Appunti di viaggio e altre poesie

 

C’è luce ancora abbastanza sulla costa

per vedere il colore delle pietre rilucenti

e della torba preziosa nei tuoi occhi. La foggia

è di paesaggio che muta dal fondo del lago,

di natura un’effusione che s’adegua. Il cielo

dalla mia parte, che tu lo sappia, gronda

un sospetto di pioggia, si dilegua

da nubi altezzose che vanno di fretta.

Indignate dal tono incurante del vento

che ciarla di piante e di fronde

ciarla invitanti che frullano pronte

a vestirsi da nude amanti. Un soffio possente

conteso dai nobili piani e dagl’umili

ranghi complotta, vortica in spire

irrisolte, l’ordine si rivolta: le nubi

son basse, son protese le frasche, tutte

lo vogliono, giusto un sospiro le tocca, più presto

diventa l’afflato folata, il giorno è la notte

di cui tutto spariglia, trabocca di terra

nell’aria un che di meraviglia: ora la volta

è una brocca inclinata che versa di gocce

un’armata. Sul litorale la sabbia è un mantello

stellato che ondeggia nella brezza

e si fa pensiero alato nei pressi dell’approdo.

 

Studi e articoli sul lavoro di Paolo Maria Rocco sono apparsi in “Bosniaci.net” (Rivista culturale dei Bosniaci della diaspora), “Barbarico Yawp”, “Franco Abbruzzo.it – Giornalisti per la Costituzione”, “Frequenze Poetiche”, “Isole-Dantebus”, “Educazione&Scuola” online, “Kvaka-Rivista di letteratura” e “Lupiga” (Riviste letterarie croate), “Oubliette Magazine”; “Oδός/Odos-Blog di Cultura” (Istria, Fiume, Dalmazia); “Osservatorio Balcani/Caucaso-Transeuropa”; “PEN-Bosnia”; “SIEM-Specom-Società italiana per l’Educazione musicale” (Macerata), “Euterpe”, “VivereUrbino – quotidiano della Città e del Territorio”; e su quotidiani di informazione nazionali “Oslobođenje” (Bosnia), “Nezavisne Novine” (Serbia), “Il Resto del Carlino”, “l’Avanti”, “Il Giornale Diplomatico”, e regionali “Altrogiornalemarche”, “Il Quotidiano del Sud”; “Il Corriere Adriatico”. Sue poesie sono pubblicate in YouTube e recitate dall’attore Sergio Carlacchiani, e a cura del poeta Elio Pecora in DVD per l’Antologia “Sentire”.

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