Libero

donmichelangelotondo

  • Uomo
  • 50
  • Andria
Leone

Mi trovi anche qui

ultimo accesso: 02 marzo

Profilo BACHECA 2395

donmichelangelotondo più di un mese fa

I MONDIALI IN PILLOLE: URUGUAY 1930

 
 
 
dav

Il suggello dei maestri uruguaiani

Dal 21 novembre al 18 dicembre prossimi andrà di scena la XXII edizione dei campionati mondiali di calcio che verranno disputati in Qatar. Come ben sappiamo, per la seconda volta consecutiva, ahinoi, la Nazionale non ha staccato clamorosamente il pass per il torneo, visto che siamo campioni europei in carica.

Non sarà la prima volta che non ci saremo. La nostra prima assenza è coincisa con la prima edizione del Mondiale che si tenne in Uruguay, meglio dire, nella sola città di Montevideo.

L’idea una decina di anni prima, la scelta al Congresso di Amsterdam della  FIFA del 1928, il torneo due anni dopo in Uruguay. Finalmente la FIFA riesce a organizzare la prima edizione della Coppa del Mondo. Esistono tornei internazionali dedicati alle nazionali, già di un certo prestigio, come la Coppa Internazionale e soprattutto il torneo olimpico di calcio, che a partire dal 1900, è stato inserito tra le manifestazioni olimpiche, seppur questo sport sia ritenuto di basso livello. Ma, nelle intenzioni della FIFA, la Coppa del Mondo deve essere la principale manifestazione calcistica, e non solo. La sede scelta è l’Uruguay, che in tal modo commemora i cento anni del Giuramento della Costituzione. Non a caso lo stadio principale della capitale si chiama Centenario.

Al via quindi, per l’unica volta, alle iscrizioni. Niente qualificazioni. Ci si aspetta il boom di partecipazioni, vi si iscrivono solo in tredici, nove provenienti dal Nuovo Mondo, di cui sette dalla CONMEBOL, la massima Confederazione del calcio sudamericano: Uruguay, paese ospitante, Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay, Perù, Messico, Stati Uniti, Belgio, Jugoslavia, Francia, Romania. Mancano, oltre all’Italia che è una gran bella squadra, alcune delle nazionali più forti dell’epoca, come Austria e Cecoslovacchia, fautrici della cosiddetta scuola danubiana, Germania e gli spocchiosi inglesi, che ne resteranno fuori fino al 1950, ritenendosi i Maestri del Calcio.

Peggio per loro.

Alcune nazionali, come il Belgio, ricevono degli aiuti finanziari per raggiungere l’Uruguay da parte di Rimet, presidente della FIFA, mentre per la Romania re Carol in persona si prodiga per portare la sua nazionale laggiù.

Le squadre vengono suddivise in quattro gironi, uno da quattro squadre, i restanti da tre. Si gioca con un pallone di cuoio che provoca ferite quando è colpito con la testa, e solo a Montevideo, in tre stadi diversi : il Centenario, il Gran Parque Central e il Pocitos.

Il primo gol della storia dei campionati del mondo è di un operaio della Peugeot, Lucien Laurent, nella partita Francia Messico che rischia di essere rinviata per neve, essendo inverno nell’emisfero australe. La partita finisce 4 a 1 per i transalpini. I gironi vengono vinti dall’Argentina, dalla Jugoslavia, dai sorprendenti Stati Uniti, che annoverano tra le loro file immigrati inglesi e scozzesi, e dai padroni di casa dell’Uruguay. Ora, gli uruguaiani sono dei veri maestri di calcio: hanno vinto le edizioni olimpiche del 1924 e del 1928; “se l’Inghilterra è la madrepatria del calcio, l’Uruguay è il padre” dice qualcuno; tra le sue fila può vantare calciatori del calibro di Cea, Andrade – la meraviglia nera -, Scarone. Alla ben nota” garra”, gli uruguaiani associano un calcio tecnico e sublime. Entrambe le semifinali terminano a favore della Celeste e dell’Argentina, che umiliano nell’ordine Stati Uniti e Jugoslavia, la cui partecipazione varrà un buon piazzamento e il ricordo dell’ impresa in un film, diventata in seguito una serie, ben nota in Serbia, dal titolo “Montevideo, Bog te Video!”.

La finale è una questione di rivalità, il derby del Rio de Plata, un match ad altissima tensione. Prima della gara, l’arbitro belga Langenus, minacciato di morte, prova la fuga, viene intercettato e riportato in albergo, con la promessa di avere salva l’incolumità, e un’assicurazione sulla vita lo incoraggia nell’impresa.

Meglio non rischiare.

La partita è un’altalena di emozioni: segna Dorado per i padroni di casa, Peucelle pareggia e il leggendario Stabile porta avanti l‘Albiceleste. Pareggio di Cea al 57′, sorpasso uruguaiano con Iriarte, e sigillo di Castro per il tripudio dell’Uruguay, in una partita correttissima. I problemi si avranno dopo il fischio di Langenus: un morto e dei feriti negli scontri post gara, chiusura dell’ambasciata uruguaiana in Argentina e rottura delle relazioni tra le due confederazioni sudamericane.

E siamo solo all’inizio.

Capocannoniere del Mondiale : Stabile, 8 reti.

Classifica finale :

1.URUGUAY

2.ARGENTINA

3.STATI UNITI *

4.JUGOSLAVIA

*Per differenza reti.

Ti piace?
donmichelangelotondo più di un mese fa

Cosa ho imparato da un mal di denti

 
 
 

L’importanza di lasciar andare…

Non avevo mai avuto mal di denti in vita mia. Mai, almeno fino a quando, un giorno, non decisi di sbiancarli, fino a quando la mia occasionale dentista non riscontrò delle carie da curare. Premettendo che quei denti, effettivamente, non mi procuravano alcun dolore, scelsi di affidarmi comunque alla competenza di una professionista dimostratasi, dopo, fallace.

Oggi, a distanza di anni da quell’invasiva chirurgia orale, non riesco più a masticare dalla guancia sinistra, le vettovaglie cibarie battono impertinenti sull’affannoso e lancinante molare, costringendomi a triturare pietanze lontano dalla zona pericolosa. Probabilmente, all’epoca, l’inconsapevolezza del benessere mandibolare mi portò a voler rendere perfettibile una condicio già di per sé molto buona.

Oggi, prima di bezzicare consistenti pezzi di pane sbocconcellati in cucina, ricordo, con velata nostalgia, la mia passata capacità di sgranocchiare tutto a 360 gradi, senza prestare attenzione al canale migliore da cui indorare la pillola.

E, solo allora, mi rendo conto di quanto sia importante lasciare andare le cose, evitando di manomettere il corso naturale degli eventi.

Perché, in fondo, ingoiare rospi, a volte, può risultare meglio che masticare amaro.

Ti piace?
donmichelangelotondo più di un mese fa

Che aveva di speciale "l'occhiataccia di Damiano dei Maneskin"?

Che aveva di speciale "l'occhiataccia di Damiano dei Maneskin"?
1 minuti di lettura
 

Un filosofo dell’800, di quelli che si studiano nell’anno della maturità, diceva: “Noi siamo quello che mangiamo”. Due secoli più tardi noi siamo anche quello che leggiamo, postiamo e condividiamo sui social. Per questo da venerdì scorso mi interrogo: che aveva di così speciale, di irresistibile, l'occhiataccia di Damiano dei Maneskin ad una fan per diventare il contenuto più letto per tre giorni di fila? 

 

Per i pochissimi che non abbiano letto quel post, riepilogo brevemente che una fan si è presentata ad un concerto con un cartello in cui diceva di essere stata per molto tempo Coraline - il titolo di una struggente canzone dei Maneskin -  e poi di essere in qualche modo guarita. Era un cartello di ringraziamento ma il cantante lo aveva equivocato evidentemente;  e poi si era scusato. Tutto qui. Una curiosità. Ma venerdì, poco dopo la clamorosa sentenza sull’aborto negli Stati Uniti, il pezzo più letto era, di gran lunga, l’occhiataccia di Damiano; e quando poco dopo Gregorio Paltrinieri ha fatto una impresa epica al mondiale di nuoto, il post più letto era sempre quello dei Maneskin; e quando sabato una importante città ucraina è finita in mano ai russi, quella notizia non ha guadagnato il primo posto; e nemmeno ci è riuscita domenica la storia della bimba uccisa dalla maestra. O la siccità, il caldo, la rivolta nelle spiagge, il ritorno del covid o quello che volete voi. 

 

Che aveva di speciale, di irresistibile, quel titolo? Era ammiccante? Era intrigante? Aveva la parola Maneskin che funziona sempre? Oppure semplicemente è estate e vogliamo contenuti frivoli? Non lo so. Ma mi ricordo che una volta una regina osservò cosa accadde quando, durante la tentata rivoluzione in Iran del 2009, morì Michael Jackson, e sui social tutti ci dimenticammo di Teheran e la rivolta fu schiacciata nell’indifferenza generale. Anche io ho cliccato sull’occhiataccia di Damiano, venerdì, ma ricordiamoci di dare tempo e attenzione alle cose che contano davvero per il nostro futuro.

Ti piace?
donmichelangelotondo più di un mese fa

Posto vacante, anzi due

 
Un'immagine del cimitero acattolico di Roma, vicino alla piramide Cestia

Un'immagine del cimitero acattolico di Roma, vicino alla piramide Cestia

Stavo cercando conferma che la direttrice del Cimitero acattolico di Roma fosse ancora Amanda Thursfield, persona di grande cultura e modi coerenti al suo sapere, la incrocio spesso nei pomeriggi che trascorro lì a leggere, fare silenzio, cercare il bandolo di qualche rovello. Le avrei rivolto direttamente la preghiera di cui vi parlerò fra un momento, quando mi sono accorta che è vacante il posto di lavoro da direttore di uno dei luoghi più belli del mondo.

Ho letto il bando: sono richiesti esperienza nella gestione di un’organizzazione culturale, ottimo inglese scritto e parlato (anche italiano, lo diamo per scontato) e varie altre caratteristiche tra cui, ascoltate, “capacità di lavorare in autonomia, di delegare secondo necessità e soprattutto integrità, entusiasmo ed empatia”. Pagherei per sbirciare i candidati, ai quali in un’altra vita mi aggiungerei di certo, se riuscissi a passare la scrematura iniziale. Voi che potete, correte: le domande si possono presentare fino all’11 luglio, l’incarico inizia dal 1 gennaio 2023.

Se per caso la dottoressa Thursfield fosse reggente, in questo semestre, le chiederei la gentilezza di considerare la petizione firmata da moltissimi perché si trovi in quel mirabolante giardino di anime un angolo per le ceneri di Patrizia Cavalli, poeta. Non importa quando distante da Gadda e Luce d’Eramo, non fa niente se al lato opposto rispetto a Dario Bellezza e Lussu. La zona attorno alla tomba di Gramsci è satura, non parliamo dell’area Keats e Shelley, dove solo i gatti possono. Il sogno sarebbe vicino ad Amelia Rosselli ma anche la compagnia di Gregory Corso, nella vita dopo la vita, sono fiduciosa che a Patrizia potrebbe far piacere. Intanto grazie.

Ti piace?
donmichelangelotondo più di un mese fa

(Leggo)
«Perché avete paura, gente di poca fede?» Mt 8,23-27.

 

Non dimentichiamo che quando ci ritroviamo nelle tragedie per colpa nostra o perché le stiamo subendo...lui è sulla barca con noi!

(Prego)

Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.

(Agisco)

Colui che domina la furia del vento e del mare, porti tranquillità e pace nel cuore di chi vive incapace di amore e di perdono.

Ti piace?
donmichelangelotondo più di un mese fa

Il diritto all’insoluto

 
 
 

Imparando dai nodi

L’irrisolto ci attanaglia. Il problem solving sembra una missione quotidiana, più che una competenza limitata al curriculum vitae. Perché spesso sembra di vivere per risolvere problemi, nostri e altrui. E arrivare a fine giornata senza averli risolti tutti può diventare una fonte di ansia non indifferente.

Questioni sospese, discorsi da riprendere, addebiti erronei, accrediti mancati, scartoffie da terminare, incombenze burocratiche da smaltire, elettrodomestici da riparare, telefonate da fare, libri da finire, esami da preparare, angoli di casa da riparare, ferite da tenere d’occhio, relazioni da reimpostare. A volte, tutto è semplicemente troppo. E, se proprio non si può rinunciare, occorrerebbe almeno dilazionare, sospendere qualcosa e concentrarsi sulle urgenze reali.

Altre volte, invece, la questione può diventare più spinosa, perché qualcosa reclama di restare insoluto. Certo, una società della performance non può accettarlo. Dunque, non lo accettiamo nemmeno noi, che continuiamo caparbiamente a cercare soluzioni a tutto, come se ogni nostro giorno fosse un cruciverba della settimana enigmistica, a caselle fisse, a definizioni nette, a completezze da garantire. Del resto, tra le virtù più in voga oggi, c’è proprio l’essere “risoluti”, ossia “pronti a re-solvere”, a “sciogliere problemi”, a “trovare soluzioni immediate”.

Non tutto però può essere risolto, né subito, né dopo. Succede, cioè, che certe soluzioni, trovate a prezzo di sfiancanti analisi, bramate solo per paura di lasciare qualche casellina vuota, si rivelano peggiori del vuoto stesso, del nodo che non si scioglie. E dovremmo seriamente iniziare a prendere in considerazione l’ipotesi che va bene così. Anche perché spesso pretendiamo da volti e fatti del nostro presente di sciogliere nodi di un passato che non li riguarda, di cui non hanno alcuna responsabilità, semplicemente perché non l’abbiamo nemmeno noi. Si soffre, ci si svuota a volte fino al midollo, si resta cavi e segnati, perché il mistero del male ci tocca tutti, dal primo all’ultimo e può accadere che alcune cicatrici restino ben visibili, fastidiose e doloranti, e che alcuni vuoti restino tali, atti solo a rimandarci indietro l’eco dei nostri gemiti. Ci sono cose, insomma, irrisolvibili.

Che fare? Imparare a conviverci e trovare in quei nodi la possibilità di accorciare le distanze, di congiungere cose, di riassaporare gli intrecci, di reimparare i legami, facendo alleanza coi nodi degli altri. Come in una cordata, in cui non si è solo compagni di scalata, ma si sperimenta un’interdipendenza vitale imperniata su un gioco di attaccature e distanze e di tensione vibrante. Come le corde di uno strumento o quelle del cuore, giacché le parole sono misteriosamente collegate dalla radice indoeuropea k-, alla base dell’idea di “spingere”, “incedere”, “piegare”, “vibrare”. E per chi crede che sia solo romanticismo, anche la parola “cervello” trova qui la sua etimologia. Volgere i nodi in una cordata salvifica è questione complessa, coinvolgente, avvolgente, bisognosa di sentimenti delicati, emozioni accolte e scelte assolutamente razionali, “accordate” in una sinfonia unica, che si chiama “vita” anche nei suoni più gravi, anche nelle stonature.

Insomma, forse possiamo essere sia irrisolti sia felici. Per cui «Lascia stare l’orgoglio del tuo io, il coltello che fruga le ferite. Non credere più di tanto ai traumi, agli errori. In verità ogni giorno sei una cosa nuova, non sai niente della vita e la vita non sa niente di te» (F. Arminio).

Ti piace?
1
donmichelangelotondo più di un mese fa

La nostra Albachiara

 
 
 

Non so più come dirvelo, non so più come smentire queste fake news: io amo il Sud!”

A pronunciarlo, dal palco dello Stadio San Nicola di Bari, è Vasco Rossi, protagonista assoluto di un tour che ha fatto tappa nel capoluogo pugliese raccogliendo 50mila fans, elargendo emozioni, respirando vibrazioni che solo la rockstar di Zocca riesce a trasmettere.

È stato il mio terzo concerto del Blasco nazionale, ma quello dello scorso 22 giugno era un Vasco diverso, un settantenne  a  cui hanno somministrato l’elisir di giovinezza , un uomo saggio che inneggia all’Amore in favore di bambini e anziani vittime di guerra, un cantante che definire tale è riduttivo, un’icona, quasi un simbolo religioso, con buona pace di chi non considera opportuno mescolare sacro e profano.

Generazione di sconvolti che non ha più santi né eroi, la nostra, le nostre, diciottenni che urlano a squarciagola hits degli Anni Ottanta, sessantenni che cantano a memoria successi più recenti.

È Vasco, l’uomo delle contraddizioni, il drogato, l’ubriaco, l’anima fragile che non può mai condurre alla perdizione, perché gli angeli sono dalla sua parte, nella sua penna, in quei versi che graffiano le coscienze di chi lo ascolta, di chi vuole una vita spericolata, di chi, come il Sottoscritto, intende vivere e sorridere e dei guai e pensare che domani sarà sempre meglio!

Giuseppe, Annarita, Michela, Gerry, Domenico, Angelica, Patrizia, Jenny, Carmen, Rita, Francesco, Ilaria. I miei compagni di viaggio, note che scorrono sul pentagramma di questa avventura come scalini che portano al paradiso o in curva, fa lo stesso, perché i cuori battevano all’unisono, finalmente di nuovo tutti insieme, fanculo il covid e fanculo la guerra!

È stata la notte di Vasco, del buio che ti fa gridare “sììì, stupendooo”, la notte che tutti ricorderemo per sempre, anche se un senso non ce l’ha, anche se in quel momento sei lì a cliccare rewind pur di non cancellare attimi di felicità. È stata la nostra rinascita, l’albachiara dei nostri sogni…

Ti piace?
donmichelangelotondo più di un mese fa

Il matrimonio non è una formalità da adempiere, ma l’inizio di una nuova vita

 
 
 

“Dio fa dei due sposi una sola esistenza” (AL 121)

Lo scorso 22 giugno Papa Francesco intervenendo all’apertura del X incontro mondiale delle Famiglie (22-26 giugno 2022) rivolgendosi alle famiglie e ai rappresentanti giunti a Roma, dopo aver ascoltato le toccanti testimonianze di alcune coppie che hanno dato voce all’esperienza di tante famiglie del mondo che vivono gioie, inquietudini, sofferenze e speranza, ha fatto sentire la sua vicinanza paterna con un discorso appassionato e di grande incoraggiamento facendo un riferimento alla parabola del buon samaritano ha detto: «Il mio incoraggiamento è anzitutto proprio questo: partire dalla vostra situazione reale e da lì provare a camminare insieme: insieme come sposi, insieme nella vostra famiglia, insieme alle altre famiglie, insieme con la Chiesa. Penso alla parabola del buon samaritano, che incontra per strada un uomo ferito, gli si fa vicino, si fa carico di lui e lo aiuta a riprendere il cammino. Vorrei che proprio questo fosse per voi la Chiesa! Un buon samaritano che si fa vicino, vicino a voi e vi aiuta a proseguire il vostro cammino e a fare “un passo in più”, anche se piccolo. E non dimenticare che la vicinanza è lo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza. Questo è lo stile di Dio. […] Possiamo dire che quando un uomo e una donna s’innamorano, Dio offre loro un regalo: il matrimonio. Un dono meraviglioso, che ha in sé la potenza dell’amore divino: forte, duraturo, fedele, capace di riprendersi dopo ogni fallimento o fragilità. Il matrimonio non è una formalità da adempiere. Non ci si sposa per essere cattolici “con l’etichetta”, per obbedire a una regola, o perché lo dice la Chiesa o per fare una festa; no, ci si sposa perché si vuole fondare il matrimonio sull’amore di Cristo, che è saldo come una roccia. Nel matrimonio Cristo si dona a voi, così che voi abbiate la forza di donarvi a vicenda. Coraggio, dunque, la vita familiare non è una missione impossibile! Con la grazia del sacramento, Dio la rende un viaggio meraviglioso da fare insieme a Lui, mai da soli. La famiglia non è un bell’ideale, irraggiungibile nella realtà. Dio garantisce la sua presenza nel matrimonio e nella famiglia, non solo nel giorno delle nozze ma per tutta la vita. E Lui vi sostiene ogni giorno nel vostro cammino».

Alla luce di queste stimolanti e incoraggiante parole di papa Francesco il servizio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati dell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie ha chiesto a una coppia di sposi Rosa e Liborio, già responsabili della pastorale familiare della parrocchia di San Silvestro in Bisceglie, una testimonianza sulla loro esperienza familiare, fatta di normalità, di fatiche ma anche  di tanta fede e speranza nella presenza, tenerezza e vicinanza di Dio, che come il Buon Samaritano ha guidato la loro esperienza di fidanzati, prima, e di coniugi dopo. Liborio, poi, da diversi anni fa parte dell’equipe del servizio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati dell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie. Si offre di seguito ai lettori e alle lettrici la testimonianza dei coniugi Tridente.

***

Prima di parlare della nostra esperienza familiare ci sembra opportuno presentare la nostra famiglia. Noi (Rosa e Liborio) siamo sposati da circa 29 anni, abbiamo tre figli, l’ultimo dei quali con Trisomia 21. Ci siamo conosciuti e fidanzati nell’estate del 1978 a Molfetta quando eravamo poco più che adolescenti e da allora pian piano è cresciuta la nostra storia. Di questo primo periodo ricordiamo con immenso piacere gli anni trascorsi in parrocchia aiutati a crescere da quella splendida figura sacerdotale che è stato il compianto don Luca Murolo (primo parroco della Parrocchia Madonna della Pace di Molfetta). In quel periodo la nostra Diocesi ha avuto la Grazia di avere come vescovo don Tonio Bello che noi abbiamo vissuto personalmente ed è stata una figura educativa importante nella nostra crescita cristiana. In quegli anni si è fatta sempre più strada l’idea di coronare il periodo del fidanzamento con la celebrazione del matrimonio religioso. Intanto abbiamo continuato ad impegnarci in parrocchia come animatori di ACR.

Oltre alle figure sacerdotali, estremamente importanti sono state le nostre famiglie che hanno sempre rappresentato un modello di riferimento e hanno agevolato la nostra storia di amore con discrezione.

Con l’inizio degli studi universitari e il lavoro per sostenerci allo studio, c’è stato progressivamente l’abbandono degli impegni parrocchiali, ma non la frequenza della messa domenicale che è diventata la nostra principale fonte di “abbeveraggio” alla Parola di Dio. Anche quando le relazioni amicali non sono più state essenzialmente quelle parrocchiali abbiamo mantenuto ferma la nostra scelta cristiana.

Con il conseguimento della laurea e l’inserimento in campo lavorativo, abbiamo deciso che era arrivato il momento di dare concretezza alla nostra storia d’amore e ci siamo determinati verso il matrimonio, sempre sostenuti dal nostro parroco e dalle famiglie.

La tappa del matrimonio, ha significato concretamente l’inizio di una nuova vita, non è stata una pura formalità da adempiere. Dopo circa quindici anni di fidanzamento abbiamo imparato gradualmente a vivere la quotidianità di coppia con le gioie e le difficoltà che la vita di coppia comporta. Abbiamo preso coscienza delle diversità caratteriali e abbiamo così imparato a litigare e ad apprezzare i piaceri del vivere insieme. Trascorso qualche anno di assestamento abbiamo pensato di arricchire la nostra famiglia aprendoci alla vita. A posteriori possiamo dire che abbiamo imparato concretamente che i nostri tempi non corrispondono con quelli della progettualità di Dio. La nascita di Marco è stato un ulteriore passo nella maturazione di coppia. L’arrivo del primo figlio insieme all’immensa gioia ti fa prendere coscienza delle responsabilità e degli oneri che difficilmente si mettono in preventivo prima. Insieme, come al solito, abbiamo superato le difficoltà che inevitabilmente la nascita del primogenito comporta nella coppia. Nel 2000 è nato Mattia, in questo periodo crediamo che la nostra relazione matrimoniale abbia subito una fortissima crescita dovuta all’accudimento di due bambini piccoli e ad un inaspettato problema lavorativo. Certamente oggi possiamo affermare che dalla dura realtà di quel periodo ne siamo usciti fortificati come coppia. A questo proposito ci sembra opportuno sottolineare la discrezione con cui ci hanno sostenuto le rispettive famiglie di origine, facendo per noi quello che era loro possibile senza mai interferire nella nostra vita familiare. Quando pensavamo di aver toccato l’apice delle difficoltà di coppia ancora una volta ci siamo ritrovati a dover fare i conti con la sofferenza dovuta ad un aborto spontaneo e alla conseguente perdita di una bambina. Passato il primo momento di normale sbandamento ci siamo aggrappati ancora di più al nostro percorso di fede sempre sostenuti da don Luca che seppure da lontano non ci ha mai abbandonati. Anche questa volta, a posteriori, abbiamo avuto modo di sperimentare la progettualità di Dio per la nostra coppia/famiglia infatti nel 2004 è nato Enrico. Chi legge potrà ben comprendere cosa significa trovarsi inaspettatamente di fronte ad una diagnosi di Trisomia 21. La nostra prima sensazione è stata quella che il mondo in quel momento ci stesse crollando letteralmente addosso. Nulla di più sbagliato, non avevamo fatto i conti con la progettualità di Dio. La nostra famiglia seppure con Marco e Mattia ancora piuttosto piccoli si è compattata e, credeteci, ognuno da quel momento ha iniziato a contribuite come meglio poteva. Per esempio Marco e Mattia sono divenuti i primi terapisti di Enrico. Rosa – ricercatrice CNR – ha deciso di dare una svolta alla sua ricerca sfruttando il suo know how sui Mitocondri per cercare di capire i sistemi energetici non funzionanti in Sindrome di Down. Anni di duro lavoro come mamma/ricercatore le hanno permesso di diventare un importante riferimento nazionale e mondiale per i genitori che hanno bambini con Trisomia 21. Ritornando al frutto del nostro amore, i figli, ormai tutti cresciuti, vivono e crescono in una famiglia normale con le quotidiane difficoltà dove non mancano momenti belli in cui ci si rende conto della ricchezza che loro rappresentano per noi genitori, ma dove altrettanto normalmente ci sono attriti e litigi dovuti allo svilupparsi delle singole personalità. La cosa che ci fa piacere evidenziare è che nel loro rapporto nessuno fa sconti particolari ad Enrico il quale si avvantaggia di questo clima e vive molto bene i rapporti sociali (scuola, sport, scout, parrocchia e ogni ambiente che frequenta).

Sperando che questo percorso di vita della durata di ben 44 anni possa essere utile a chiunque lo legga e possa far emergere che nelle varie fasi della vita, noi coppie cristiane, dobbiamo sempre avere come riferimento l’Amore immenso anche se irraggiungibile di Gesù Cristo estrinsecato sulla Croce vivendolo alla luce illuminante del Vangelo, soprattutto quando le cose non vanno come vorremmo con la fiducia che Lui sa di quello che abbiamo realmente bisogno.

Rosa e Liborio

Ti piace?
donmichelangelotondo più di un mese fa

Dante militante

 
 
 

«Ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso 
tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo 
de la mia gloria e del mio paradiso»

(Paradiso XV, vv.34-36)

Il quindicesimo del Paradiso è il primo dei tre canti dedicati a Cacciaguida degli Elisei, trisavolo di Dante, che si muove incontro a lui come una stella cadente, lo accoglie come Anchise fece col figlio Enea nei Campi Elisi e accosta il suo viaggio a quello di san Paolo.

L’atmosfera, densa di affetto, è dal mio punto di vista velata da un eccesso di moralismo: prima una tirata di Dante su quanti è giusto che siano all’inferno perché non apprezzano l’intercessione dei beati – Bene è che sanza termine si doglia (v.10): ma davvero si può pensare e scrivere una cosa simile? – poi, la lunga paternale di Cacciaguida, che rievoca i tempi di una più piccola, modesta e, soprattutto, morigerata Firenze, i cui usi erano ben lontani da quelli corrotti da ricchezza e lussuria propri dei tempi di Dante. Chiosa Cacciaguida, con evidente intento sarcastico: una Cianghella e un Lapo Salterello (v.128) sarebbero degni di essere paragonati a Cincinnato e Cornelia. Come dire, un fiorentino e una fiorentina di dubbia moralità accostati, in chiasmo, a due esempi tra i più illustri della proverbiale virtus romana.

Il canto si chiude commemorando la partecipazione di Cacciaguida alla seconda crociata – e anche su questo avrei da ridire… Qui egli perse la vita per mano dei musulmani, gente turpa (v.145), e nondimeno tale martirio gli valse l’ingresso in paradiso, a differenza del figlio Alighiero I, il bisnonno di Dante, che già da cent’anni sconta la propria pena purificatrice nella prima cornice del Purgatorio.

Vabbè, non mi si scalda il petto, è evidente.

Mi viene piuttosto in mente quel che un grande poeta e scrittore dei nostri tempi, Franco Arminio, chiama “scoraggiatore militante”, colui che, in qualsiasi posto viva, anche il più bello – e non mi pare che Firenze sia tra i peggiori – vede solo negatività, riesce comunque a lamentarsi e criticare e, alla fatidica domanda: che c’è di bello nel tuo paese?, risponde puntualmente: niente!

Ma come? Dante caro, sei in paradiso, incontri il tuo avo, fissi gli occhi ardenti della tua Beatrice, tocchi il fondo della tua gioia e gloria e tutto quello che sai tirar fuori è il solito pistolotto sui costumi corrotti?

Al massimo, avrei potuto concedertelo con Sordello Mantovano. Ora non più.

Non ci posso credere che proprio tu, che vedi Dio per noi, ti ostini nel dividere il mondo tra cristiani e gente turpa; non posso perdonarti che tu ti compiaccia del fatto che ci sia chi sanza termine si doglia.

Questo non è Paradiso. Forse è il tuo, e non voglio crederlo. Di certo, non è quello in cui spero io. Anche se non posso fare a meno di volerti bene: non fosse altro che per il mio, di moralismo…

Amedeo Ansaldi: «Ci sono virtù delle quali i moralisti non sospettano l’esistenza».

Elias Canetti: «Non ho mai sentito parlare di un uomo che abbia attaccato il potere senza volerlo per sé, e in questo i moralisti religiosi sono i peggiori».

Franco Arminio:

«Gli scoraggiatori militanti

li ho scoperti poco alla volta

disegnano un mondo piccolo

di fallimenti e di falliti,

doganieri dell’asma e dell’ attrito,

fiorai di un mondo morto.

adesso neppure li saluto

nego alla discordia

il mio tributo».


Ti piace?
donmichelangelotondo più di un mese fa

La pessima idea di Amazon di far parlare i morti

La pessima idea di Amazon di far parlare i morti
1 minuti di lettura
 
 

Immaginate di tornare a casa e di rivolgervi al vostro assistente vocale. Voi gli dite qualcosa e quello risponde con la voce di un vostro genitore, o del compagno o di un figlio. Che però sono morti. E però parlano, o almeno, diciamolo meglio: l’intelligenza artificiale che sta dentro gli assistenti vocali si è impossessata della loro voce per far dire loro cose che non hanno detto, che forse non avrebbero mai detto, e che comunque non potranno mai dire visto che appunto sono morti.

Riuscite a immaginare un utilizzo più cinico, macabro e stupido di una tecnologia? Ad Amazon no, evidentemente, perché questa cosa l’hanno presentata in pompa magna al loro evento annuale sul futuro, che è in corso in California: è stato un loro scienziato, Rohit Prasad, a farlo dicendo che, per esempio, visto che molti hanno perso parenti a causa del coronavirus, in questo modo potranno non solo risentire la loro voce, ma illudersi di poter ancora avere una conversazione con loro. Oppure, ha detto ancora, i nipotini potranno farsi leggere la favola lasciata a metà dalla nonna appena defunta. Sui social fra i giovani c’è una parola per definire cose così: creepy. Raccapricciante.

 

 

 

Il funzionamento della cosa è piuttosto semplice, ha spiegato lo scienziato di Amazon, ed è basato su un'applicazione dell’intelligenza artificiale: basta fornire una registrazione di qualche minuto del parlato di qualcuno (anche i messaggi vocali che ci ha mandato finché era in vita) e Alexa, l’assistente vocale di Amazon, da quel momento assumerà quella voce. Che ore sono, che tempo fa, mi dai la ricetta del cous cous, quali sono le ultime notizie? Ti risponde il caro estinto.

La cosa solleva un sacco di domande: è legale? A chi appartiene la voce di quelle registrazioni dopo che uno è morto? E ammesso che uno prima di morire ceda i diritti di utilizzo della propria voce, questo vuol dire che un criminale potrà simulare perfettamente la voce di un altro per compiere un reato? Più in generale: che problema grave ha esattamente chi ritiene che nel futuro prossimo vorremo far parlare gli assistenti vocali con la voce dei nostri cari defunti?

La chiamano Human-like Empathy, ovvero il tentativo di costruire delle macchine con un'empatia simile a quella degli esseri umani, ma qui è proprio l’umanità che sembra essere finita in un buco nero. L’unica speranza è quello che è accaduto in sala quando lo scienziato ha annunciato la cosa: un silenzio di tomba. 

Ti piace?
, , , , , , , , , , , , ,