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Estate '21

Estate '21
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La prima cosa bella di martedì 29 marzo 2022 è l'estate del '21. Come forse i più attenti hanno notato, è finita. Non si vince più. Però, che meraviglia averla avuta e ricordarla. Perché ve la ricordate, vero? Ah, che estate meravigliosa, seducente, miracolosa. Brillava lo stellone. Si vinceva per un centimetro, per un soffio di vento. Di rigore, al fotofinish. Per merito, per astuzia, per altrui supponenza. Correva Jacobs in 9,8. Lo inseguiva il pil in 2,7. Trascinava i compagni di staffetta, prediceva il boom Brunetta. Primi i Maneskin a Rotterdam, Sonny Colbrelli a Roubaix. Eravamo tutti più veloci, più alti, più potenti. Ammaliati dal cavaliere bianco e dall'uomo Fuortes.

Ed ecco qua, signore e signori, il fatidico inverno del nostro scontento, il cameriere nerovestito che presenta il conto delle felicità passate. Esoso quello per la macedonia. Ma anche il resto non scherza. Sonny s'è giocato il cuore. Il pil l'hanno corretto al ribasso. La mano di Dio ha guidato un'auto rossa. Al cavaliere bianco si capisce che j'hanno già rotto e non vede l'ora di andarsene, l'uomo Fuortes qui n'honduras. Non viviamo di ricordi. Verrà un'altra estate, prima o poi. Alleniamoci. 

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Sentire il silenzio

 
Pupi Avati al Sacro Cuore durante il suo discorso funebre per l'amico Gianni Cavina

Pupi Avati al Sacro Cuore durante il suo discorso funebre per l'amico Gianni Cavina

Mai una gioia, diceva quello. Nelle ore del mattino dedicate ad approfondire le notizie del giorno prima stavo cercando di capire come e se Abramovich sia stato avvelenato, quando e perché il vicino di casa abbia fatto a pezzi (non si riesce neppure a immaginarlo) la giovane donna sua dirimpettaia, com’è che sempre “quando sei nel momento più alto il diavolo viene a prenderti” – questa era la pagina sugli Oscar. Mi sono imbattuta, a un certo punto, nel discorso di Pupi Avati ai funerali di Gianni Cavina, attore. Un’invettiva, dice il resoconto. Ho un debole per i funerali, e per le invettive. Mi piace stare fra le persone che ricordano qualcuno, ascoltarle.

Da sempre immagino che il morto possa dire la sua, a un certo punto. Sarebbe giusto. Mi piaceva molto anche Cavina, quella sua faccia indulgente, attenta. Pupi Avati, che di Cavina è stato prima amico e poi compagno di lavoro per la vita, si è trovato a Bologna in una chiesa semivuota. Pochi amici, la famiglia, banchi deserti. Si è addolorato, ha detto “provo odio per la mia città guardando questa chiesa. Immaginavo di trovare qui non dico le fanfare il sindaco le bande i cardinali” ma i cittadini, appunto, la gente.

Quello che Gianni ha fatto per Bologna, ha aggiunto, è evidente che non è stato capito. Poi si è rivolto a lui. “So che mi stai ascoltando e so che quando ti telefonavo fingevi di stare bene, lo hai fatto per molti anni, mentivi”. Qualcuno che finge di star bene per non farti dispiacere, non preoccuparti, può essere capito solo da chi ha cuore per farlo – in effetti. Come va? Bene grazie. Neanche un post sui social, Gianni Cavina: ciascuno ha il suo stile. Peccato per chi non sa sentire il silenzio, per chi non c’era.

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(Leggo)

<<In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal  Padre>> Gv 5,17-30.

Operando a favore dell'uomo, Gesù ci rivela il volto del Padre, che è per noi insondabile potenza, ma anche tenerezza, provvidenza e vita.

(Prego)

Al sorgere del sole noi cantiamo
a te, Signore nostro, Dio fedele
sei fonte di bontà e di amore
e sei misericordia al peccatore.

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(Leggo)

«Vuoi guarire?».(Gv 5,1-16).

 

Può sembrare strano ma a volte stare in situazioni di dolore ci piace pure (ricordi, relazioni, peccati, ambienti...che ci tolgono il sorriso), perché sono luoghi "che conosciamo" e almeno abbiamo piccole certezze. Ma lui quella proposta ce la farà sempre!

 

(Prego)

La luce ormai nel suo apparire
ridesta il cuore dei credenti
e il canto unanime del mondo
dà nuova forza a chi è in cammino.

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Gli Anni Settanta di Licorice Pizza

 
 
 

Bravo Anderson a sviluppare la sceneggiatura in equilibrio su un filo di rasoio

Ispirato al nome di una catena di negozi di dischi della California Meridionale, “Licorice Pizza” è un film diretto da P.T. Anderson che prevede nel cast, seppur in ruoli marginali, nomi del calibro di Sean Penn e Bradley Cooper, oltre ad un cameo di George DiCaprio, papà del famoso Leonardo.

L’amicizia fra il quindicenne Gary Valentine (Cooper Hoffman, figlio del compianto Philip Seymour) e la venticinquenne Alana Kane (una straordinaria Alana Haim) scorre lungo un plot grottesco e divertente. E’ l’America degli Anni Settanta, l’America delle opportunità vestite da libertà, dell’imprenditoria giovanile che si scontra con la sfrontatezza adolescenziale, degli amori impossibili. Con inquadrature laterali ed ariose, l’incedere del lungometraggio viene catturato da una regia che si estende in uno spazio capace di esaudire i sogni.

 

Quello che può essere definito, a tutti gli effetti, un teen movie, è la rappresentazione dell’interiorità di una tipologia umana alienata e, forse, anacronistica, sicuramente attuale nel protagonismo problem solving dei personaggi, abili nel passare da un fallimento all’altro con entusiasmo ed incoscienza.

In “Licorice Pizza” la fotografia immortala scenari politici che innescano crisi energetiche, con scene di code interminabili alle pompe di benzina a noi oggi famigliari, il tutto allietato dalla potente musica rock dell’epoca, con “Life on Mars” di Bowie che fa da soundtrack al trasporto di materassi ad acqua, straordinaria innovazione hi-tech che fa il paio con flipper elettronici.

Anderson è bravo a sviluppare la sceneggiatura restando in equilibrio su un filo di rasoio, la cappa psicologica che si respira fa quasi da bolla alle mire belliche del law and order di Nixon. La fugace carcerazione di Gary funge da alleggerimento a paturnie che anche gli spettatori abbandoneranno nella visione della pellicola, lasciandosi andare a risate genuine e a ricordi nostalgici.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Apple e il primo Oscar dello streaming

 Apple e il primo Oscar dello streaming
(afp)
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Apple ha vinto insomma il suo primo Oscar con CODA. Che è anche il primo per un film prodotto da una piattaforma di streaming. Cinque anni dopo che Manchester By The Sea, prodotto da Amazon Studios, sfiorò la statuetta più ambita; e dopo i ripetuti tentativi di Netflix con Mank, The Irishman, Marriage Story e Roma (che pure vinse tre Oscar ma non quello di miglior film). Ma soprattutto il trionfo di Apple viene solo tre anni dopo la clamorosa campagna lanciata da Steven Spielberg per impedire che potessero concorrere agli Oscar i film che non avessero avuto un regolare passaggio nelle sale cinematografiche prima di approdare nei nostri computer e nei nostri smartphone.

 

Perché quello non è vero cinema. Poi è arrivato il covid, le sale cinematografiche sono rimaste chiuse per mesi, e lo streaming ha definitivamente vinto la partita sul futuro del cinema. Così come aveva vinto quella sul futuro della musica diversi anni fa. Anche allora fu Apple l’artefice del successo ma in un modo diverso: allora Steve Jobs inventò uno strumento, l’iPod, e un mercato, iTunes, che hanno rivoluzionato il modo in cui la musica viene ascoltata e pagata.

Nel caso del cinema, Apple non ha inventato nulla ma è entrata in un mercato che già esisteva azzeccando un investimento: lo scorso anno, a gennaio, al Sundance Festival, tutto in remoto per via della pandemia. C’era stata la prima proiezione di CODA (che quindi non è davvero una produzione originale, come per diversi film di Netflix che sono stati ideati e realizzati da Netflix). C’era stata la prima proiezione, il film era piaciuto a tutti ed era iniziata un’asta per aggiudicarsi i diritti dello streaming. In gara oltre ad Apple c’erano Netflix ed Amazon e per varie ragioni vinse Apple che pagò la cifra record di 25 milioni di dollari. L’Oscar  di Apple è tutto qui (peraltro ottenuto battendo due film di Netflix). Ma la vittoria più importante è quella dello streaming sulle sale cinematografiche. E non è avvenuta l’altra notte, ma qualche tempo fa. I giudici siamo stati noi, che abbiamo smesso di andare al cinema. Perdendoci qualcosa

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I drenaggi nella mia splendida borsa

 
Francesca è molto fiera della sua bellissima borsa in cui ha nascosto i drenaggi dell'operazione

Francesca è molto fiera della sua bellissima borsa in cui ha nascosto i drenaggi dell'operazione

Francesca Vienna, 45 anni, mamma, moglie, architetto e lettrice di Repubblica

Il 20 giugno 2020 da un normale controllo periodico mi diagnosticano un tumore al seno con metastasi ai linfonodi. Da lì è iniziata la mia vita da appesa fatta di continui vuoti e pieni, chiari e scuri, alti e bassi. In occasione della visita chirurgica pre-intervento realizzo guardando le donne presenti nella sala di aspetto che a seguito dell’intervento avrei dovuto tenere i drenaggi per diverse settimane. Tutte le presenti tenevano i propri drenaggi in una sacca fatta apposta. Al mio rientro a casa ho spiegato a mio marito i tempi e le modalità dell’intervento e che i miei drenaggi sarebbero “entrati” solo in una borsa di un marchio che conoscete tutti. Il sabato successivo siamo partiti da Rimini con meta lo store a The Mall, in provincia di Firenze.

Allo store ci segue Caterina negli acquisti, in un primo momento le spiego le caratteristiche della borsa che cercavo senza precisarne lo scopo, poi le do il dettaglio che avrebbe dovuto contenere dei drenaggi dopo un intervento. Lei in maniera molto garbata non mi fa domande e ci aiuta con cura nell’acquisto in maniera molto cortese e professionalmente ineccepibile. Con l’occasione le lascio i miei riferimenti e contatti per la registrazione come cliente e mi chiede di poter conservare i miei contatti. Il giorno stesso ci scriviamo via messaggio scambiandoci reciprocamente il piacere di esserci incontrate.

Il 27 luglio vengo ricoverata e operata, sola e senza possibilità di vedere nessun viso familiare a causa del Covid. La mattina stessa Interflora mi chiama per consegnarmi uno splendido mazzo di rose a firma della famiglia titolare del noto marchio e Caterina, sottolineo che non potevano conoscere la data dell’intervento. Quel gesto in quel momento mi ha riaperto la porta della vita, facendomi sentire molto meno sola e trovare un sorriso in un momento in cui di sorridere avrei avuto davvero poca voglia.

Il sorriso ho cercato di mantenerlo sempre, a volta riuscendoci a volte meno. Ho lavorato sempre! Ho usato il mio zainetto ed il mio bauletto quotidianamente per quasi 4 settimane conservandoci dentro i drenaggi. Caterina mi ha scritto sempre in momenti per me cruciali senza sapere che lo fossero. A seguito dell’intervento ho dovuto sottopormi 6 mesi di chemioterapia, 1 di radioterapia, poi una trombosi dovuta al port (catetere interno) con 3 mesi di iniezione di eparina, ipotiroidismo di Hashimoto, paura e stanchezza! In tutto questo ho cambiato look, umori, atteggiamenti, stanchezze cosmiche, dolori e fastidi che tuttora conservo, emozioni ed energie.

Caterina la sento ancora ed è una persona speciale, ora un’amica cara, sensibile, carina, che conserverò sempre. Ed una vera risorsa per quel famoso marchio della moda, come la famiglia che porta il nome della griffe. Domani ripartirò alla volta dello  store  a The Mall per regalarmi una nuova borsa che mi auguro conterrà chiavi, portafogli e e al massimo biglietti aerei. Sarò sempre affezionata di quel marchio che tutti conoscono.

Questa è la mia storia e volevo condividere come talvolta un regalo a se stessi dall’apparenza futile possa rivelarsi di tutt’altra natura. Un gesto di affetto, di vicinanza, di attenzione per noi stessi e, sorprendentemente, dagli altri.

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Dove attingere la forza che serve

 
Luigi Manconi, fondatore dell'associazione "A buon diritto" che ieri ha festeggiato i vent'anni

Luigi Manconi, fondatore dell'associazione "A buon diritto" che ieri ha festeggiato i vent'anni

Succedono anche cose belle e bisogna farci caso, se no come si fa a trovare la forza di restare diritti, come si riaccorda la sintonia tra il mondo fuori e quello dentro, con quale kerosene si può tenere accesa la luce controvento. Succedono cose belle e capita di dirsi che non servono più, ormai, che sono briciole di un pane finito, tanto vale rinunciare. Invece poi sempre, a insistere e a forzarsi, ci si ricorda che solo l’amore e la bellezza generano potenza: persino si ha il coraggio di scriverlo, tanto è vero a dispetto di chi queste parole può solo deridere.

Ieri l’associazione “A buon diritto”, fondata da Luigi Manconi, celebrava i suoi venti anni trascorsi a difendere i diritti civili, sociali, politici: le libertà fondamentali della persona. C’erano molte persone comuni, molti familiari di chi è stato vittima - dunque a loro volta vittime e testimoni di soprusi - moltissimi artisti che con il corpo la voce il canto e le figure hanno disegnato una festa. Nessuno da solo può cambiare il mondo ma ciascuno può cambiare una vita. L’esperienza fisica di essere lì, in tanti, va in un serbatoio di energia pronta per essere restituita.

La sera prima ero stata a vedere uno spettacolo del teatro Valdoca, “Enigma. Requiem per Pinocchio”, dove la parola poetica di Mariangela Gualtieri risuona nei corpi inauditi di Chiara Bersani, Silvia Calderoni, Matteo Ramponi. Abbecedario della varietà dell’umano. Dice la fata, a Pinocchio, “che se non è amato l’umano ritorna nel niente da cui è venuto. Non cresce. Non ride. Non prende peso. Sta come assentato fiore che non fiorisce, ritorna non nato”. Sta come assentato. Ecco come sta chi non riesce a diventare chi ha davanti, poiché questo è l’amore.

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Il 9 maggio

 Il 9 maggio
(reuters)
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La prima cosa bella di lunedì 28 marzo 2022 è il 9 maggio, presunta data limite per la fine della guerra in Ucraina. Poi chissà, ma bisogna mettere una data alla speranza o diventa un vaneggiamento. Va detto che nessuno ha scritto 2022 e che dopo aver lanciato l’esca i media hanno ritirato, come spesso accade, la canna da pesca. “Putin vuole solo il Donbass”, “Putin vuole arrivare a Lisbona”. “Non ce la fa più”, “Scatenerà la terza guerra mondiale”. Quien sabe? Nel 1939 i giornali americani chiamavano quel che succedeva in Europa “una guerra finta”, i tedeschi a bere birra dietro la linea Sigfrido e i francesi a bere beaujolais dietro la Maginot. All’inizio del 2016, nelle montagne su cui si combatteva, corse voce che una gallina avesse deposto un uovo sul cui guscio era scritto che la guerra sarebbe finita in primavera. Indovini, aruspici e profeti sono una razza dal destino segnato: li disprezziamo quando prevedono sciagure, li incensiamo in caso opposto. La cosa più bella riguarda una delle ipotesi sulla morte di Calcante, veggente della mitologia greca. Si sosteneva che, essendo giunto il giorno in cui aveva predetto la propria morte e stando lui benissimo, morì dal ridere.

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