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donmichelangelotondo più di un mese fa

(Leggo)

<<...dove lo crocifissero..>>  Gv 18,1- 19,42.

La più grande lezione che Gesù ci dà nella passione, consiste nell’insegnarci che ci possono essere sofferenze, vissute nell’amore, che glorificano il Padre. Non si vuole essere masochisti, ma amare è anche un impegno!

 

(Prego)

In te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso;
difendimi per la tua giustizia.
Alle tue mani affido il mio spirito;
tu mi hai riscattato, Signore, Dio fedele.

 

(Agisco)

Valuto e valorizzo ogni mio legame.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

(Leggo)

<<...cominciò a lavare i piedi dei discepoli...>> Gv 13,1-15.

 

Il nostro Signore ha esortato sempre durante la vita a scegliere l ostile del servizio, Lui ha continuato ad amare nel dolore Giuda, ha continuato ad amare i suoi discepoli nonostante le loro debolezze...si è reso cibo spirituale per il nostro cuore e per la santità del nostro corpo!

 

(Prego)

Ci ha riuniti tutti insieme Cristo, amore.
Rallegriamoci, esultiamo nel Signore!
Temiamo e amiamo il Dio vivente,
e amiamoci tra noi con cuore sincero.


(Agisco)

Mi impegno a vivere l'adorazione notturna della mia parrocchia o pregare presso il repositorio della parrocchia.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Che succede se la polizia stradale ferma un'auto senza pilota

Che succede se la polizia stradale ferma un'auto senza pilota
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Ci sono a volte episodi che ci ricordano che le cose cambiano anche quando sembriamo immobili. E che il futuro prima o poi arriva. Prendiamo le auto che si guidano da sole. Sembravano imminenti, precedute da annunci roboanti, poi si sono un po’ perse. Ma adesso ci siamo, quasi. Dal 1 febbraio a San Francisco hanno autorizzato l’uso di robotaxi, taxi senza pilota alla velocità massima di 48 chilometri orari. Si tratta di quelli prodotti da Cruise, una società controllata da General Motor e Honda.

 

Ovviamente in una prima fase si è deciso che le corse siano gratuite, perché si tratta di una sperimentazione; tranne quelle notturne, fra le dieci di sera e le sei del mattino. Come sta andando? Alla grande direi. Ma qualche sera fa una pattuglia della polizia ha intimato ad un taxi senza pilota (e in quel momento senza passeggeri a bordo) di fermarsi. Non per caso: aveva le luci spente ed era sera. Multa sicura.

 

Il taxi si è fermato e i due agenti avrebbero voluto intimare, come si fa sempre, al pilota di tenere le mani bene in vista sul volante ma nell’auto non c’era nessuno. Allora sono scesi e hanno cominciato a girare attorno alla vettura vuota mentre i passanti intorno si fermavano commentando divertiti. Quando gli agenti sono tornati alla loro auto per chiedere istruzioni il robotaxi è improvvisamente ripartito e allora gli agenti hanno iniziato ad inseguirlo a piedi. Per fortuna si è fermato un centinaio di metri più in là e un responsabile di Cruise ha successivamente spiegato che il taxi mica stava scappando, ma ha soltanto cercato un posto più sicuro dove stazionare. La scena era surreale eppure è uno squarcio del mondo che verrà. Se c’è un’auto senza pilota, chi ferma davvero la polizia stradale? A chi contesta l'infrazione? A chi chiede di esibire i documenti? All’algoritmo che la sta governando? 

Presto avremo le risposte. Il futuro come sempre arriva.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Opinioni, fascisti e pensiero unico

 
Il cast di "Catarina e la bellezza d’ammazzar fascisti" in scena al Teatro Argentina di Roma

Il cast di "Catarina e la bellezza d’ammazzar fascisti" in scena al Teatro Argentina di Roma

Verità, giustizia, bellezza e altre piccole cose. Ho avuto ieri la risposta alla domanda: a cosa serve il teatro se il mondo finisce? A cosa serve l’arte, che senso ha dipingere cantare filmare danzare, scrivere e disquisire mentre il mondo come lo abbiamo conosciuto muore: di peste di bombe, di carestia. Non dovremmo invece agire, fare cose che cambiano le cose – combattere, sì - anziché limitarci a raccontarle, custodendo come monaci frammenti di memoria?

L’arte è davvero una forma di lotta anche quando i teatri diventano rifugi e tombe, lazzaretti? Lo è, mostrano Tiago Rodrigues, drammaturgo e regista portoghese, e i suoi fenomenali attori in scena. “Catarina e la bellezza d’ammazzar fascisti”, sarà ancora per due giorni al Teatro Argentina di Roma. Non perdetelo, è l’azione di scena più potente che possiate vivere. Rodrigues, 45 anni, ha scritto un meraviglioso testo fluviale, partitura per otto voci: si chiamano tutti Catarina, i protagonisti, in omaggio alla bisnonna che per vendicare Catarina, bracciante assassinata dai fascisti, ne uccide ogni anno uno  – un complice, un mandante – e queste volontà lascia: che tutti nella sua famiglia continuino a farlo a partire dal loro ventiseiesimo anno.

L’ultima delle Catarinas non riesce. Il dubbio entra “come vento dalla finestra”. E’ questa dunque la giustizia? Memorabile il monologo della Catarina madre sulle “opinioncine”, sulla libertà di parola – il dibattito in corso sul pensiero unico. Vero protagonista dello spettacolo è il pubblico, sempre illuminato da mezza luce. Arriva infine il comizio del politico, parole che sentiamo distrattamente ogni giorno. E lì, nella reazione del pubblico, il teatro diventa azione, torna coscienza.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Orfani bianchi

 
 
 

di Antonio Manzini

Quante stelle sono in cielo, dimore eterne di bimbi volati precocemente via da una vita pesante come il piombo?

Quante madri, dilaniate sino all’inverosimile, hanno subito sulla propria pelle lutti del genere?

Questo è l’epilogo di tanti “orfani bianchi” ovvero bimbi che una madre la hanno ma poi si svegliano una mattina e le loro mamme non ci sono più. Partite. La maggior parte verso l’Italia. A fare le badanti, a prendersi cura dei nostri vecchi e dei nostri figli. Mentre i loro vecchi e i loro figli restano da soli, in Romania, Moldavia, Ucraina, Polonia o Russia.

I figli a distanza crescono con le nonne, le zie, i vicini di casa o addirittura da soli in istituti per minori, gli “internat” anche a causa dell’assenza degli uomini, i padri, spesso violenti, spesso semplicemente fuggiti.

Secondo l’Unicef sono almeno 350mila in Romania, 100mila in Moldavia.

Per questi bimbi la separazione dalla madre è troppo dolorosa, l’attesa troppo lunga da sopportare. Nei casi meno drammatici, questi bambini finiscono per essere depressi, sviluppano dipendenza dalle droghe o dall’alcol, o prendono la strada dell’illegalità. Nei casi più drammatici si tolgono la vita, anche a dieci, undici, dodici anni. Un gesto estremo con cui cercano di far tornare le proprie mamme.

L’altra faccia della medaglia di questi orfani bianchi sono queste donne costrette dalla necessità a lasciare ciò che di più caro hanno per salire su un pullman che le porterà in Italia.

Un Paese in cui è il mercato dell’assistenza familiare che le cerca. Le vediamo guidare sotto braccio i nostri anziani, accompagnarli negli ultimi anni della loro vita, occuparsi di quello di cui non vogliamo (o possiamo) più occuparci.

Fare la badante significa vivere nella stessa casa dell’anziano assistito, lavorare senza sosta, trascorrere notti in bianco. È un lavoro logorante e, a volte, non c’è nemmeno la comprensione o la tenerezza di qualcuno che possa alleggerire il carico fisico ed emotivo di queste donne straziate.

Tutto questo sapientemente descritto dalla penna di Antonio Manzini. Un romanzo che ci sbatte in faccia tanto orrore senza mezzi termini e con risoluta e voluta crudezza. Una vergognosa e tremenda realtà da cui inconsapevolmente sfuggiamo dietro la serena cortina d’ignavia sempre più impegnati a godere del nostro tranquillo rifugio mentre fuori si abbatte una tempesta inimmaginabile.

Un libro da leggere assolutamente.


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donmichelangelotondo più di un mese fa

Tutti in piedi

 
 
 

 Contro gli stereotipi della disabilità

Remake della pellicola francese “Tutti in piedi” di Frank Dubosc, “Corro da te” è una commedia del regista Riccardo Milani, con protagonisti Pierfrancesco Favino, Miriam Leone, Pilar Fogliati, Michele Placido, Pietro Sermonti e Piera Degli Esposti.

Il film si dipana all’orizzonte della linea sottile del politicamente scorretto, accendendo i riflettori sulla scintilla d’amore che scocca fra Gianni e Chiara, lui affetto da cinismo di gassmaniana memoria, lei paraplegica costretta su una sedia a rotelle.

Da sempre restio alla prossimità delle limitazioni fisiche, Gianni si approccia a Chiara per rinvigorire la sua fama di sciupafemmine, senza  calcolare, però, il coinvolgimento sentimentale a cui dovrà soccombere, trasformandolo, improvvisamente, in un inguaribile romantico.

Sebbene Favino e la Leone facciano del loro meglio per risultare credibili attraverso gag divertenti, “Corro da te” tange la disabilità con un tatto troppe volte utilizzato, il vano tentativo di rompere le righe ed esorcizzare lo sguardo verso il diverso restando, però, impelagati in una sceneggiatura gradevole ma, estremamente, prevedibile.

L’altalenante campagna di sensibilità cercata da Milani trova, altresì, a mo’ di serendipità, inaspettatamente, argomentazione nell’oscillazione del rapporto uomo/donna, o della coppia in generale, rispolverando l’abnegazione ed il sacrificio, concetti oggi ormai utopistici nella costruzione relazionale.

Il fatto che il cinema italiano ricorra, sempre più frequentemente, a versioni francesi e spagnole di copioni non originali la dice lunga sulla penuria di idee di produttori e registi. Rilevante è invece la concezione d’amore e la paura ad essa legata: se per il disabile, infatti, la principale difficoltà consiste nell’incontrare una situazione sentimentale, per il ”normodotato” la preoccupazione è mantenerla.

In ogni caso, “Corro da te” infonde nello spettatore buoni propositi che è sempre bene non ignorare…

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Lettera di un giovane soldato russo costretto al fronte

 
 
 

Caro Direttore,

mi chiamo Ivan e ho ventidue anni. Ti scrivo in questa maniera un po’ arcaica innanzitutto perché a me scrivere lettere piace tantissimo, e poi perché voglio abituarmi alla comunicazione epistolare, visto che qui da noi potrebbero staccarci internet da un momento all’altro. Se mi chiedi cosa penso della guerra, sinceramente, non saprei dirtelo con precisione, essendo la mia prima chiamata alle armi, ma, in tutta onestà, credo sia una figata pazzesca!

Sono lusingato che il presidente Putin abbia scelto proprio me fra tanti, è un uomo probo e giusto, ha l’Italia nel cuore ed Arcore è la sua seconda casa. Che onore servire il Paese, la nostra è una delle prime potenze mondiali e niente e nessuno potrà sconfiggerci, nemmeno la NATO!

La questione di internet, poi, è un’ingiustizia bella e buona! Ma è un atto dovuto nei confronti dei disertori, di quelli che il fato ha messo contro di noi. Considero una pagliacciata la protesta della giornalista con quei cartelli in diretta al telegiornale. Oh, anche Tolstoj ha parlato di “Guerra e Pace”, Muratov di Novaya Gazeta ha ricevuto il Nobel, si vis pacem para bellum, ho ancora in mente l’incisione sul cornicione dell’accademia di Kazan…

Denazificazione, questo ci ha ordinato l’alto comandante in grado, e a me gli Ucraini sono sempre stati un po’ antipatici, altro che zona cuscinetto, qui bisogna alzarsi dal letto e trasformare il sogno in realtà: liberiamo il Donbass e restituiamo legittimità alla Crimea!

Vi confesso, però, che tempo fa avevo una fidanzata ucraina, l’avevo conosciuta durante la messa del patriarca Kirill, abitava nei dintorni di una chiesa, in una cittadina il cui nome iniziava per “B”. B come bionda, occhi verdi, un culo da paura, facevamo l’amore h24, poi le nostre strade si sono divise. Helena, le comprai persino una borsa Chanel, di quelle che oggi le nostre influencer stanno facendo a pezzi in streaming.

Sui carrarmati yallet spunta una Z, no, non quella di Zorro, ma il simbolo dell’operazione militare speciale, al posto della spada abbiamo fucili d’assalto e granate, ma il generale ha menzionato anche altra roba pesante. Armi chimiche? Direttore, mi meraviglio di te! Quelle ce l’ha il figlio di Biden nei laboratori di Mariupol, lui e il suo socio Zelensky, che però, dai, fa un po’ ridere. Sapevi facesse il comico? L’ho scoperto l’altro ieri, mentre stavamo sparando fuochi d’artificio a Zaporizhzia, abbiamo fatto razzìe in un ristorante del posto (per scongiurare una nuova Chernobyl) e sulla parete c’era una foto proprio di Zelensky con Sean Penn, Grillo e Di Maio che, secondo il ministro Lavrov, di cucina, diciamo così “diplomatica”, se ne intende! Tra una sbornia ed un hangover, abbiamo incrociato lungo la strada del Nord Stream 2 il Sindaco di una città, non ricordo esattamente quale, con indosso una t-shirt di Salvini. Ci ha raccontato, divertito, della gag con Matteo, della sua amicizia con i nostri oligarchi, e dei 49milioni di buoni motivi per spegnere i condizionatori ed acquistare l’energia americana.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Se Armando avesse ragione

 
 
 

Dialogo tra due amici dopo tanto tempo…

Non più di due giorni fa, ho avuto la fortuna di rincontrare un caro amico. Di tanto in tanto mi tornava in mente, provavo a cercarlo, ma niente, non avevo più il suo numero di cellulare, né il suo indirizzo, né lo ritrovavo sugli elenchi telefonici …oggetti ormai spariti. In quel momento mi tornavano in mente gli episodi della vita che avevamo condiviso ed erano stati tanti, avevano cementato la nostra amicizia ed avevano nel modo in cui ognuno di noi le avesse vissuti ed il significato che ne avesse dato, quanto profondamente diverso fosse il nostro carattere.

Era stato questo a tenerci insieme? Non riuscivo a dare una risposta a questa domanda. Io però ero felice di recuperare questi ricordi, ciò restituiva un senso alla mia vita e mi concedeva la certezza di averla vissuta e di non averla buttata via.

Poi, come capita a volte, per una mera casualità, in occasione di una rara uscita dal mio piccolo mondo in comunità, mentre passeggiavo per una affollata strada di una grande città, a noi vicina, l’ho riconosciuto, l’ho chiamato, l’ho raggiunto, e ci siamo abbracciati. “Antonio!”, ha esclamato, “Antonio, come stai? È da tanto che non ci si vede …quanti anni sono trascorsi, quando è stata l’ultima volta, dove ci siamo lasciati e non più incontrati?”.

Quante domande, troppe domande: mi sono sentito in difficoltà e frastornato, non sapevo cosa rispondere, mentre il mio caro amico sorrideva compiaciuto ed incalzava nel suo chiedere.

All’improvviso mi si sono rischiarati i pensieri e mentre raggiungevamo un tavolino del bar per continuare comodamente la nostra conversazione, o meglio ciò che lui aveva continuato a domandare senza sosta, ecco che mi sembrava di aver capito. Sì che erano trascorsi più di vent’anni, ma lo avevo lì di fronte a me e lo ritrovato dopo vent’anni anni esattamente come lo avevo lasciato: uguale. Uguale in tutto: nella sua raffinata eleganza, nel suo tratto signorile, nel suo sguardo ammiccante ed attento, nel sorriso bonario e intrigante, in quel suo modo così particolare di dire e non dire, di esprimere un concetto, ma lasciare a me l’onere di continuare a riflettere ad alta voce, ad osservare e considerare i  fatti della vita, sempre in una prospettiva futura.

Una volta seduti e mentre ammiravo osservavo il taglio prezioso ed elegante della sua giacca, gli ho chiesto: “Armando ma come fai ad essere sempre così?”.

Mi ha guardato profondamente negli occhi ed ha risposto: “Antonio, nella vita non devi mai, dico mai, guardarti indietro: mai!”.

“Il ricordo del passato, il cullarlo come un neonato, l’accarezzarlo come un bene prezioso, ti lascia solo un senso di frustrazione e di dispiacere. Non è vero che le esperienze del passato, la vita vissuta con i suoi momenti di vittoria e di sconfitta, garantiscono la saggezza e la serenità. No, tutt’altro, garantiscono un ingannevole sentimento di vissuto, una delusione del non fatto e la contezza degli anni trascorsi: la tristezza!”.

“Io non mi sono mai guardato indietro. Guardo sempre in avanti sempre”.

“Antonio, devi sapere una cosa che non ho avuto ancora modo di dirti; circa sei anni fa è mancata Serena, mia moglie, te la ricordi?”. Ho annuito incredulo. “Lei non mi diceva nulla dei suoi problemi fino a quando, ormai troppo tardi, le metastasi partite dal seno avevano raggiunto la colonna vertebrale. È venuta a mancare dopo poco.

Ed anche in questa occasione tragica, non mi sono guardato indietro. È del tutto inutile. Ho girato pagina subito e ho ripreso la mia vita. Tu lo sai che lo facevo già quando c’era lei. Ho sempre seguito la mia di vita, le mie aspirazioni, le mie prospettive, i miei desideri. E tu lo sai …e se tra questi c’erano quelli che tu trovavi inopportuni e scorretti, io ho sempre continuato a seguirli a raggiungerli ed a realizzarli. Solo così, guardando al futuro prossimo e mai riprendendo nei discorsi e nei pensieri il passato, ho vissuto la mia vita al meglio”.

Ho replicato: “Ecco perché ti trovo così bene: molto bene. Sempre pimpante, allegro, sarcastico, ottimista”.

“Sì, mi ha risposto, ognuno di noi ha la sua di vita. Credo che l’errore sia quello di pensare di viverla e di condividerla con un’altra. Non è una buona cosa. Così si creano limitazioni, ostacoli, rinunce, rancori: ed è questo il senso per me del famosissimo verso di Quasimodo: ognuno è solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera.

Antonio, non guardarti più indietro: pianifica il tuo presente, coltiva sogni, desideri, fattibilità. Hai bisogno di girare pagina, sei ancora giovane, ricco di entusiasmo e di forza. Antonio, credimi: la tua sera non è ancora arrivata anzi è molto lontana!”.

“Coraggio, non deludermi. Hai molto da fare e da dare, da vivere e da realizzare, pensa solo a te, pensa che tu ci sei, pensa che ora puoi decidere subito di realizzare una tua aspirazione, di concretizzare un tuo progetto. Stai bene e non girarti più indietro, mai più!”.

Ci siamo salutati ripromettendoci di rivederci presto. Non so se sarà possibile o se sia un bene per me. Ora ho bisogno di tempo per riflettere e per metabolizzare le sue parole, le sue riflessioni tanto tanto lontane da me. Ho ripreso poi a camminare ed un pensiero ha continuato a turbarmi: e se avesse ragione Armando? Se!

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donmichelangelotondo più di un mese fa

A mente aperta (Paradiso V)

 
 
 

«Apri la mente a quel ch’io ti paleso 
e fermalvi entro; ché non fa scienza, 
sanza lo ritenere, avere inteso»

(Paradiso V, vv.40-42)

Oltre la metà del quinto del Paradiso è dedicata alla risposta che Beatrice aveva lasciato in sospeso nel canto precedente per sciogliere il dubbio relativo alla natura del voto e alla possibilità di mutarne la materia con altra opera di bene.

Beatrice chiarisce che il dono più grande fatto da Dio all’uomo è quella della sua volontà: il voto non esprime altro che il sacrificio volontario di tale dono e, dunque, se fatto con mente retta, esso ha un valore inestimabile e insostituibile.

D’altra parte, spesso la Chiesa stessa dispensa dai voti e questo merita una spiegazione: Beatrice precisa che si può cambiare la materia di un patto liberamente stretto con Dio, ma non la sua natura. In altri termini: la materia del voto, a determinate condizioni, può variare, ma il patto in quanto tale non può essere cancellato.

Come spesso ci accade, è lecito interrogarsi sulla attualità di simili argomentazioni. In verità, se Dante vi si attarda, è per alimentare la sua scoperta polemica nei confronti delle autorità ecclesiastiche del tempo che, per vil moneta, elargivano dispense a chi poteva, letteralmente, comprarsele. Di qui l’ammonimento rivolto ad ogni cristiano, anche a quelli di oggi, a non prendere alla leggera l’espressione di un voto, per non incorrere nello stesso errore di Iefte o Agamennone, capaci di sacrificare le proprie figlie pur di non ritrattare una promessa sconsiderata e in nessun modo riparabile.

Il canto si chiude con la descrizione dell’arrivo nel secondo cielo, quello di Mercurio, dove sono beati quanti operarono per conseguire la gloria terrena. Dante e Beatrice vi giungono con la stessa velocità di una saetta che coglie il bersaglio prima che smetta di vibrare l’arco che l’ha scagliata. Una delle anime, sfolgorando, si rivolge a Dante: scopriremo nel prossimo canto chi sia e quale sia la sua storia.

Apri la  mente a ciò che ti svelo e fissalo nella tua memoria: giacché non fa conoscenza l’ascoltare senza ricordare …le parole di Beatrice, che qui traduco, hanno segnato una buona parte della mia vita. Ricordo ancora la prima volta in cui le udii dalla voce del mio docente di storia. Era il suo modo di invitarci a leggere e capire, a valutare e soppesare, ad essere critici e non canne al vento.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Bellezze delle arti e stranezze dei suoi committenti?

 
 
 

A proposito del “Secentismo”

Ognuno di noi ha il momento disarmonico che noi stessi, nell’altro, chiamiamo “stranezza”.

La cosa più strana, però, è: che chi è strano, la maggior parte di noi, nemmeno se ne accorge di esserlo. Questo per un motivo auto-immaginifico che suscita “immagini” di sé e cerca di sottoporle all’altro consigliandogli di accettarle o, ancora peggio, costringendolo alla sua “strana” ortodossia. Le nostre stranezze assumono fattezze che vanno dal ridicolo al tragico.

Si chiama “Secentismo” il secolo delle stranezze, con gli addomesticati italiani, ridotti a servi (diceva Aristofane che, quando gli uomini diventano servi, Giove gli toglie la metà del senno). Oggi come oggi, non ne abbiamo recuperato per nulla anzi, a causa della nostra tendenza a dire sì, sembra che la nostra capacità di intendere si sia ridotta ulteriormente.

Un “sì” e un “no”, mano nella mano. Sono due opposti che si parlano. Si tengono per mano per comunicarsi, attraverso una stretta (impulso al cervello) secondo l’opportunità o lo svantaggio. Lo stesso come fanno soprano e tenore per bilanciare e dare pari tempo ai loro vocalizzi sulla scena: è la leggera stretta delle loro mani che decide la lunghezza della nota.

Allorquando un “no” oppure un “sì” diventano assoluti e ognuno delle due parti in gioco (trattativa) ne detiene l’opposto: si resta fermi e impantanati e non si va da nessuna parte…

Questo significa mantenere le proprie posizioni, le proprie idee: essere intransigenti insomma.

Con un sì incondizionato, oppure estorto, o con l’intento di ricavarne benefici immeritati v’è il rischio di cadere in sottomissione e perdita di dominio. Si potrà finire in una forma di cortigianeria, di servilismo se il “sì” dissennato ha lasciato la mano del “no” ragionevole, poiché verrà a mancare quel “contatto” per dare impulso alla ragione ad indicare la via maestra…

C’è stato un periodo in cui la politica da una parte e la religione dall’altra, avevano quasi azzerato la “ragione” dei singoli, sostituendola col loro pensiero di autorità e dominio. Man mano che la “stranezza” assumeva il volto autoritario, il gesuita, con le sue scomuniche, faceva il resto, senza apparire prevaricatore. Metteva in condizione una persona timorosa che, per paura di finire all’inferno dopo morto, a malincuore, accettava quello che gli veniva offerto, da vivo, sulla Terra.

Però bisogna si guardi l’altra faccia della stessa medaglia, dove risalta, l’arte. Era appunto nelle arti figurative, spregiudicate e inaspettate nelle fattezze formali, a porre l’accento antitetico, quasi di rivalsa nei confronti del potere. Una forma di “ribellione” che si libera nei pazienti per scuotersi di qualcosa di opprimente, la malattia appunto, scatenando il pensiero in un “Fai da te”. I sofisti greci sostennero il torto e il diritto facendo della ragione un gioco di parole illusorie. Ma veniamo al secentismo.

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