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Una valigia piena di sogni

Una valigia piena di sogni
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Una valigia non è solo una valigia, avrebbe detto un grande pittore del secolo scorso. Una valigia è quello che ti serve per partire e scoprire il mondo. Un contenitore di oggetti necessari, ma anche di sogni. Una valigia è tutto quello che hai, se sei fortunato, quando scappi dal tuo Paese in guerra. Come i profughi dell’Ucraina.

 

Michael Kogelnik nella vita vuole fare valigie. Vuole fare “la valigia più leggera del mondo”, meno di un chilogrammo, e questa leggerezza, un po’ come Italo Calvino, lui la collega alla felicità. E quindi la sua valigia perfetta è gialla come il sole. Ha 35 anni, è nato a Salisburgo, ma ha ascendenti italiani e appena ha potuto si è trasferito in Italia, sul lago Maggiore perchè, dice, "niente è bello come i nostri laghi". Qui ha fondato la sua startup e l'ha chiamata Bazza, perché voleva un nome fortemente italiano e lo voleva con due zeta nel mezzo; e su un sito ha trovato questa espressione bolognese “solo perché suona bene”.

Per la startup aveva preso in affitto un capannone e un piccolo edificio alle porte di Novara e assunto un team, poi è scoppiata la guerra in Ucraina. Ha visto come noi in tv migliaia di persone scappare portandosi tutta la vita in un trolley e ha pensato: per un po’ possono venire a stare da noi. Non tutte, ovviamente: due famiglie. In due settimane il team di Bazza ha smontato gli uffici del piano terra e li ha trasformati in un appartamento adatto a ospitare anche bambini piccoli, giochi e peluche compresi.

 
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All’inaugurazione c’era anche il sindaco di Oleggio, che si è prodigato per i permessi. E dalla regione di Cerkasy sono arrivate due giovani mamme e quattro bambini (i mariti sono rimasti a combattere). Presto, sperano, potranno tornare a casa; presto, spera Michael, la valigia più leggera del mondo sarà sul mercato. Ma intanto ha capito una cosa: che il materiale più importante per farla sono i sogni.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Viva le Forze Armate della Resistenza

 
Michele ha fatto l'Accademia di Modena nel 1966

Michele ha fatto l'Accademia di Modena nel 1966

Michele Pezzetti, nato a Savona, 75 anni, colonnello in pensione, volontario del 118

Vorrei onorare in occasione della ricorrenza del 25 Aprile i militari ( di leva ed effettivi) che parteciparono alla Liberazione. Questa storia è sconosciuta ad una larga parte degli italiani.  Tantissimi giovani  hanno combattuto la guerra di Liberazione con addosso l'uniforme del rinato esercito italiano. L’armistizio dell’8 settembre 1943 aprì le porte dell’Italia all’invasione nazista. Due gruppi d’armata sotto il comando dei Feldmarescialli Erwin Rommel (al nord) e Albert Kesselring (al centro – sud) disarmarono e imprigionarono la gran parte delle Forze Armate italiane (solo la flotta riuscì a sfuggire alla cattura prendendo il largo ma la corazzata “Roma” fu affondata da aerei tedeschi con perdita di quasi tutto l’equipaggio).

Il Paese venne occupato e si scatenò sul suo territorio una guerra cui partecipò, oltre alle forze partigiane inquadrate in quello che sarà poi chiamato Corpo Volontari della Libertà, l’esercito italiano con proprie unità regolari che assunsero il nome di Primo Raggruppamento Motorizzato quindi Corpo Italiano di Liberazione e infine Gruppi di Combattimento.

In particolare, i Gruppi di Combattimento erano sei ed erano denominati “Piceno”, “Friuli”, “Cremona”, “Folgore”, “Mantova” e “Legnano”. In totale circa 60.000 uomini equipaggiati, armati e addestrati dai britannici. A queste truppe si affiancarono le “Divisioni ausiliari” italiane non direttamente impiegate in combattimenti ma essenziali per il supporto logistico degli angloamericani.

Al termine della lunga e drammatica campagna d’Italia 1943 – 1945 si stima che più di 3.000 soldati siano caduti nella dura lotta per la liberazione (molti di questi riposano oggi nel Sacrario di Mignano Montelungo).  I combattimenti di Monte Lungo, Monte Marrone e Filottrano così come la liberazione di tante città italiane, tra cui Bologna, rappresentano la misura del prezioso contributo dell’esercito italiano alla riscossa e alla liberazione dell’Italia umiliata e oppressa.

Non va mai dimenticato che questi soldati mostrano speranza nella totale disperazione dei più e coraggio nel generale scoramento dei molti, offrendo il loro sacrificio per quell’Italia libera e democratica che oggi conosciamo.

L'interesse per la partecipazione delle Forze Armate nasce anche dal fatto che ho fatto la carriera militare, frequentando ln Accademia di Modena nel 1966 e congedandomi da colonnello. Ma in Accademia nessuno ce ne parlò mai. Invece nel 1992  ero a Bologna in servizio presso una unità di elicotteristi. Ero il più alto in grado dopo il comandante. "Domenica devi andare in mia rappresentanza a una cerimonia perché mi hanno invitato e non posso andarci". Non ricordo il nome del paese, ma era stato al centro di aspri combattimenti in quanto sito proprio sulla terribile tragica linea gotica. Arrivato sul posto seppi che si commemorava un episodio della Seconda Guerra Mondiale.

La cerimonia iniziò con la deposizione di una corona in un cimitero....ma scoprii solo allora che era un cimitero militare dove erano sepolti un migliaio di ragazzi italiani tutti morti fra i 20 e i 30 anni di età. "Chi sono?", chiesi. E solo allora - già ufficiale superiore - seppi che su quel fronte a cercare di sfondare le linee nazifasciste avevano combattuto soldati italiani, partiti dalla Puglia facenti parte del rigenerato esercito italiano assieme con gli alleati.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Daniel è solo

Daniel è solo
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La prima cosa bella di giovedi 28 aprile 2022 è Daniel, il ragazzo solo protagonista del romanzo di Patrick Fogli Così in terra. Come canta l’altro Vasco: “è un superpotere essere vulnerabili”. Ho cominciato a leggere il libro per simpatia verso l’autore e per la dedica a Otto, il suo gatto scomparso. Ho continuato perché mi ha attratto il protagonista, Daniel, il ragazzino che la madre accompagna in un istituto di suore a cinque anni e abbandona lì, perché muore. Crescendo diventa un illusionista famoso, uno di quelli che la gente chiama “mago”, non sapendo che nome dare a qualcosa che non capisce eppure ha una spiegazione. Qualcosa che sta dentro ognuno di noi, ma solo pochissimi riescono a manifestare. L’interruttore che l’accende è la solitudine. Non incontrare altri, non ascoltare altri, non sentire l’elencazione della legge dei limiti, non avere l’educazione claustrofobica che assegna a ciascuno un quadrato. Non essere cattivi. Sono stati tutti soli i “maghi” della storia. Se n’è avuto più paura che dei dittatori, perché questi erano e sono spiegabili, perfino (direbbero quelli del marketing) aspirazionali. Nessuno vuole essere incomprensibile. Eppure adesso è di maghi che avremmo bisogno. Di bambini soli, buoni e senza confini. Daniel sa di non essere un mago, per questo lo è. 

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(Leggo)
<<Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna>> Gv 3,31-36.
Se noi crediamo in Gesù, Figlio di Dio, abbiamo già la vita eterna. Gesù è il germe della speranza attraverso il quale Dio agisce nel mondo. Dio è diventato un altro, si è fatto uomo. Quindi anch’io posso diventare un altro: ho la fortuna di diventare un uomo, un essere umano in un mondo a volte inumano.

(Prego)
O Dio misericordioso, che ci hai reso partecipi della testimonianza divina donataci dal tuo Figlio, affidandogli le tue stesse parole: Fa' che la nostra fede diventi ogni giorno più feconda per la vita eterna.

(Agisco)
Far percepire ai miei coetanei la bellezza del credere in Gesù vivere sulla terra e con la testa in Paradiso.

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Orientamento Uniba

Di

 Francesco Maria Cassano

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Con l’iniziativa Open Campus 2022 riprende l’orientamento in presenza

L’Università Aldo Moro di Bari, oltre ad essere impegnata nelle molteplici scoperte, che costituiscono un motivo di vanto per la regione pugliese e, più in generale, per il Belpaese, ha anche assunto l’impegno di ripristinare l’orientamento in presenza. È così che, nella giornata di mercoledì 27 aprile, si terrà la seconda edizione di Open Campus 2022, nel Campus universitario “E. Quagliariello” dalle 9.30 alle 16.30. Tale giornata è dedicata a tutti coloro i quali siano interessati (ad esempio studenti e famiglie) a ricevere maggiori informazioni in merito ai percorsi di studio dei Dipartimenti Scientifici del Campus e del Dipartimento di Medicina Veterinaria.

In aggiunta, nello spazio all’aperto nella corte interna Dipartimento Interateneo di Fisica avverrà la presentazione dell’offerta formativa per il prossimo anno universitario da parte di professori, studenti ed operatori dell’orientamento.

Sarà possibile, dunque, informarsi sulle caratteristiche dei vari corsi di studio, quindi venire a conoscenza delle modalità di ammissione, dei piani di studio, degli sbocchi nel mondo del lavoro e delle agevolazioni economiche; si potranno anche chiedere informazioni sui servizi che sono offerti dall’Atene.

Grazie alla disponibilità di rappresentanti degli studenti, docenti e tutor sarà anche permesso colloquiare con loro al fine di ottenere informazioni anche sul mondo universitario nella sua interezza.

L’Uniba opta, in questo modo, per una giusta scelta, dando l’occasione di risolvere dubbi e incertezze a chiunque abbia mostrato interesse al mondo universitario.

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…Ma sono granchi o cicale americane?

Di

 Salvatore Memeo

 -

USA e getta…

Cambiando il menù a base di risotti e sufflè con piatti più pruriginosi “piccanti”: penne all’arrabbiata, gulasch all’ungherese, pizza alla diavola… e che se li porti…uno non pensa, poi, ad eventuali esaltazioni gastriche da far temere forti mal di pancia e dissenteria a non finire. Le “spie” del “cruscotto” segnano già in russo. Sia le disfunzioni che accusa il navigatore, Zelenski sia i “briganti” di “cucina”, che non vedono più lontano dalle proprie “batterie”, sia gli chefs dalle mani bucate, chi comanda in salotto: tutti hanno preso cicale americane dagli occhi rossi, per granchi nostrani, salentini.

Le ricette arrivano da lontano e ce n’è per tutti i gusti, ma più per saperle cucinare, è farle mangiare, che ce ne vuole: sono tutte indigeste. Con gli scarsi e mal preparati camerieri, poi, distratti e mal pagati e che non sanno da dove iniziare, se dagli aperitivi oppure dall’amaro, dopo d’aver servito già la frutta: il sedersi a tavola, non lo si raccomanda a nessuno.

Arriva ancora qualcuno ad offrir brodaglie (armamenti da disfarsene), dove mancano sia Chefs veri sia la minima esperienza per fare dell’ottimo “brodo”. Ecco che con la prossima stagione estiva cominciano a scarseggiare le richieste di manodopera dal settore gastronomia: di cuochi, camerieri, Chef de Rang, Commis, sommelier, lavapiatti: chi l’avrebbe mai detto?  Siamo un Paese che vanta gastronomia di prima “qualità”, si fa per dire, eppure…

Oggi, molti componenti delle ottime vecchie briganti, pardon, brigate di cucina, si sono offerti come Foreign fighters, dove ci si guadagna molto di più, ma col rischio del TFR che potrebbe andare al milite ignoto…

Queste “brigate” si sono “armate” di forchettoni, mestoli, coltelli da cucina, grembiuli a mo’ di corazze, chinois in testa come elmetti protettivi, sac a poche per la refurtiva… è così equipaggiate che si presentano sul posto di “lavoro”

Sono persone, arrivate sul teatro della “cerimonia di divorzio”, verranno affiancate ai tanti macellai che si trovano già a sezionare i “capi”: si può immaginare i menù da offrire…

Non parliamo di pescato fresco poi…coi tanti sottomarini inquinanti e le flotte di ogni Paese alla caccia del primo “Tonno” da colpire: sarebbe meglio farne a meno del probabile, nuovo retato e optare meglio per quello in scatola. A questo punto, non solo le paranze di Mazara del vallo, Manfredonia e San Benedetto del Tronto avranno tirato i remi in barca.

Il problema va al di là del pensare, visto come stanno messo le cose. Con il Covid-19 e le sue tante varianti, le sanzioni inflitte a destra e a manca e il divieto a certi turisti, sia da una parte sia dall’altra, di varcare le proprie frontiere, inciderà moltissima l’attesa di veder seduto qualcuno a mensa.

Il business dei ristoranti, sarà certamente fallimentare. Gli USA e “getta” poi, che si mantengono alla larga dalla mattanza, intenti come sono a rifilare i loro prodotti “per la fame”: non fanno altro che svolgere la loro lucrosa attività. Qualche reception che rimarrà aperta per fronteggiare la debole richiesta di coperti, si dovrà accontentare di clienti che arrivano coi barconi dall’Africa. Pure dei i tanti che scappano dai Paesi infastiditi dal “rumoreggiare” di certi “piatti”, non consoni ai bassi e riprovevoli livelli di etica e galateo.  A queste masse raminghe bisogna che si tenga conto, senza lasciarle in fila alle mense di carità o farli dormire in hotels con miriade di stelle…

Per le frotte di disperati, preventivamente, bisogna si accaparrino gli ultimi stock di cuoscous da mettergli nel piatto, con ascelle di pollo, purtroppo: i” maiali” ce li terremo nei “nostri porcili”, dove s’ingrasseranno a vista d’occhi, a spese nostre.

Con la chiusura dei ristoranti e la scarsità dei prodotti nei supermercati, molti ci stiamo già improvvisando “potager”. Si spera di andar per campi “inquinati” ma non ancor minati, a racimolare verdure spontanee, con l’accortezza di non danneggiarne le radici…per probabili, intensive rivisitazioni. Gli “entremetier” andranno scomparendo per mancanza di prodotti commestibili appunto. Si spera non aumentino i boucher e i grillardin: con la già tanta “carne” a disposizione e mancanza di celle frigorifero per via delle ritorsioni russe sul gas, sarebbe uno sconsiderato sciupio, mattarne oltre…

A proposito di carne: per dirla alla trilussiana maniera, si baderà bene di sterilizzare gli attrezzi per fare in modo che si macelli con tutta l’igiene possibile. Resta il problema di “benedire” la “ricorrenza-divorzio”. Cirillo I, da una parte e Francesco I dall’altra: primi tutti e due, ma non è questa la loro discordia… è meglio lasciarli ai loro dogmi. È così, per simili ricorrenze, è meglio interpellare uno dei tanti diavoli scegliendolo da questo inferno terrestre, piuttosto che scomodare i santi dal cielo.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Fraternità Universale

Di

 Miky Di Corato

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“La Fraternità Universale: tra utopia, desiderio e realtà” è il nuovo libro di Don Salvatore Sciannammea, una visione ampia e laicale sull’incapacità umana di osservare in maniera approfondita l’enciclica di Papa Francesco, ponendo l’accento sull’importanza dell’unione e della fede nel nome del beato Charles de Foucauld.

Ciao, Don Salvatore. Cosa si intende per “fraternità universale”?

Potremmo tradurre fraternità universale con uguaglianza nella differenza, oppure armonia globale. Come i figli sono uguali, concettualmente, ma differenti nella sostanza, realizzando la loro figliolanza, vivendo da fratelli, allo stesso tempo la fraternità universale spinge a riconoscere il valore dell’umano che ci rende uguale e figli dello stesso Dio, al di là delle religioni, tradizioni, culture e filosofie. È l’appartenenza al genere umano che ci rende fratelli, senza se e senza ma.

Le recenti guerre e pandemie hanno ulteriormente diviso anziché unire gli uomini. Com’è possibile costruire quel senso di comunità disperso già dai tempi di Caino e Abele?

Il possesso, termine che in ebraico richiama il nome di Caino, spinge a considerare gli altri come inconsistenti. La parola Abele infatti significa soffio, vanità, inconsistenza. Se non si guarda all’uomo, la guerra diventerà la nostra regola. Gandhi diceva che in questo mondo c’è spazio e cibo per tutti, ma anche che questo mondo è troppo piccolo per chi è avido. Credo che il tutto possa essere semplificato in una questione di sguardi. C’è chi guarda in basso, un po’ come le donne che nel Vangelo guardano il sepolcro. Ci può essere tutto l’amore possibile, ma la mancanza del volto spinge al materialismo, all’immanente e a tutto ciò che è consumabile qui ed ora, ma alla fine è morte. È ciò che accade nelle famiglie quando i fratelli, ad esempio, si dividono in nome di una eredità. C’è poi chi invece, come gli apostoli nell’ascensione, alzano il capo in alto. È l’atteggiamento dell’idealismo, della spiritualizzazione, di un vissuto idealizzato e disincarnato dal reale. Ideale e materiale sono state infatti le matrici di totalitarismi quali il comunismo e il nazifascismo. È guardando, invece,  il volto dell’altro, guardando diritto a se stessi, che  ci si può riconoscere  negli occhi di ogni uomo e donna. È guardando ogni persona negli occhi che lo si riconosce uguale e figlio della stessa famiglia umana. È così che ci si riconosce fratelli e sorelle, figli della stessa famiglia, nella stessa casa comune che è questa nostra terra.

Citato da Bergoglio al termine dell’enciclica “Fratelli Tutti”, Charles de Foucauld sarà tra poco beatificato. Il suo esempio è paradigma di legame conseguenza del compromesso?

Charles de Foucauld è un personaggio paradossale. Ha realizzato una vita cristiana senza condividerla con cristiani, è stato un religioso ma vivendo come eremita, ha vissuto da solo ma era considerato da tutti fratello, il suo eremitaggio infatti era chiamato dai Tuareg casa della fraternità. Decideva delle regole per sé, ma non le rispettava perché si lasciava guidare dalle circostanze. Dinanzi alle regole metteva l’amore folle che si traduceva nell’affetto fraterno verso ogni persona. Voleva convertire i musulmani, ma si è lasciato convertire dal bene che aveva ricevuto da loro perché, povero e ammalato, gli hanno salvato la vita. La sua vita è un canto alla fraternità, visibile come una cattedrale, le cui colonne sono costruite sull’amicizia, con un incantevole tetto che ha la misura del cielo, quello stesso cielo che è sul capo di ogni uomo.

In definitiva, la fraternità universale è utopia, desiderio o realtà?

Penso che bisogna tenere insieme questi tre concetti. È realtà perché uomini come Gandhi, Martin Luther King, Charles de Foucauld e molti altri hanno dimostrato che è possibile. È desiderio perché non si ottiene mai ciò che non si desidera ardentemente, ponendo tenacia, fiducia e concentrazione, trasformando il reale, pronti a pagare di persona il coraggio delle proprie scelte. È utopia fin quando, ad iniziare dal nostro cuore, c’è sopraffazione, avidità, egoismo, orgoglio. Tale utopia però ci spinge a vincere le negazioni disumane per fare risplendere lo splendore del nostro volto, quello che può solo rispecchiarsi attraverso gli occhi del fratello. È un cammino lungo ma per chi ha occhi si intravedono già le gemme di una nuova primavera.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

The Forest

Di

 Paolo Farina

 -

Una storia di amicizia, coraggio e sorellanza

Aprile del ’43, siamo Varsavia, nel cuore del secondo conflitto mondiale. I nazisti imperversano nella capitale polacca, ma non spaventano Zuzanna, adolescente che la guerra ha fatto maturare più dei suoi sedici anni, capace di combinare astuzia e coraggio, nella quotidiana fatica di vivere nel ghetto in cui lei, come tutti gli ebrei, sono rinchiusi.

D’un tratto, l’imprevisto. Si apre una inattesa via di fuga, tanto concreta quanto insperata. Ma c’è un ma: Zuzanna sarà libera se accetterà di far da balia ad Hanna, ben più piccola di lei e tanto ingenua. Fuggiranno in due e loro casa sarà la foresta. Alle spalle, la rivolta ebraica nel ghetto di Varsavia, un fremito di orgoglio e dignità, capace di impegnare per oltre un mese le sovrastanti forze naziste.

Ed è così che una storia di lotta per la sopravvivenza si trasforma in una storia di amicizia, di coraggio (dal latino cor habeo: “ho cuore”…), di resistenza.

A raccontarci questo accattivante intreccio è la penna di Harriet Webster, alla sua prima prova narrativa di questo genere, magistralmente accompagnata dalla matita di Riccardo Pieruccini.

Il risultato del loro accordo creativo è una graphic novel che si propone come romanzo di formazione per lettori che si affacciano sulla soglia della pubertà, nel tentativo di raccontare loro, con tutta la leggerezza possibile, ma senza superficialità, l’amara verità che fu tragedia di un popolo e di un intero continente. Del mondo intero.

Una storia che annuncia: anche la notte più lunga e tetra ha una sua fine. Prima o poi l’alba torna, immancabilmente: pur nel ricordo di quanti non ce l’hanno fatta, di quanti son passati per il camino. Perché “anche se non sono qui, è come se ci fossero”.

HARRIET WEBSTER

È una scrittrice inglese, appassionata di Storia e racconti di donne coraggiose. Ha iniziato scrivendo e illustrando le proprie storie, contribuendo alla fervente scena del fumetto indie londinese, per poi passare a fumetti per bambini e sceneggiature televisive. Vive a New York con il marito e la sua gatta. The Forest è la sua prima graphic novel.

RICCARDO PIERUCCINI

Riccardo, nome d’arte Ruggine, ha vinto, tra gli altri, il concorso Pierlambicchi per fumettisti esordienti nel 2001. Da allora ha pubblicato per Star Comics, Shockdom, Marvel e Mondadori. Al suo attivo, ha anche incursioni nel mondo del cinema e dell’animazione. Insegna disegno e, dal 2006, collabora con la manifestazione Lucca Comics & Games gestendo la Self Area.

H. Webster – R. Pieruccini, The Forest, ElectaComics 2022, pp.128, €16,90, età di lettura 10+

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donmichelangelotondo più di un mese fa

25 aprile, libertà!

Di

 Michela Conte

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Non un dato, ma un processo; non una meta, ma il percorso

Niente nuoce alla salute come la sensazione di essere costretti in qualcosa. Niente fa male al cuore quanto l’impotenza di fronte alle catene di coloro che amiamo e che sono vittime di dinamiche dalle quali non riescono ad emanciparsi. La libertà, infatti, è un atto di volontà, uno sforzo di amor proprio, immane quando non si hanno le risorse emotive giuste per volersi bene. Lungi dallo spontaneismo e dalla frivolezza con le quali spesso se ne parla, essa resta una conquista impegnativa.

La storia, magistra vitae, insegna: tutte le libertà sono frutto di profetiche prese di coscienza, di percorsi in salita, costellati di insuccessi e solitudini, di lotte spesso marchiate con il sangue. La festa di oggi è un esempio lampante, ovviamente non per chi dà tutto per scontato e, magari, è talmente anestetizzato dall’abitudine da arrivare a considerarsi vittima di un qualche dispotismo nascosto. Nascono così i don Chisciotte postmoderni, sfiniti da illusorie battaglie, schiavi di sè e di illusioni, incapaci di contribuire al bene comune. “La libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione” cantava Gaber in uno dei suoi testi più belli: è l’interesse vivo per il bene comune a renderci autenticamente liberi, poiché la libertà ha bisogno di vincoli e legami per crescere. È il suo paradosso: accoglierlo è accogliere essa stessa, dunque crescere. L’antico adagio della libertà che “finisce dove comincia quella altrui” è sempre valido.

La conferma più altisonante di ciò è la stessa etimologia della parola, dal latino “liber”, che letteralmente significa figlio. Un figlio, in effetti, è una libertà che ti cresce dentro: a partire dalla gestazione, ha bisogno di legami vitali, ma soffoca fino a morire nel controllo esasperante, ad ogni età. Un figlio è un vincolo che, a partire dai primi attimi, ti stravolge i piani, ti libera dall’egologia, e ti costringe a dare il meglio affinché tu possa consegnargli un mondo migliore. E se l’esperienza genitoriale non è scontata (per sorte o per scelta), essere figli, invece, è un’esperienza che ci accomuna, che ci riguarda tutti, che ci avvicina, che ci fa simili, consanguinei di sangue umano, oltre le pure questioni cromosomiche. Proprio come la libertà. Non furono certo i legami di parentela ad animare i partigiani, ma lo sperimentarsi orfani di un vero Paese e il bisogno di sentirsi tutti figli di qualcosa di nuovo, per lasciare qualcosa di buono ai figli che sarebbero venuti. E anche se, dopo settantasette anni, ci ritroviamo in un paese difettato e precario, dovremmo seriamente benedire la resistenza che ha generato la nostra esistenza e imbracciare la libertà che possediamo (e la possediamo!) per continuare la liberazione.

Sì, la libertà non è un dato, ma un processo; non è una meta, è il percorso. E ogni giorno le nostre libertà vanno liberate da qualcosa che le opprime, nella consapevolezza che non esistono libertà private e libertà pubbliche, ma un solo modo di essere ovunque persone mature e autodeterminate. Ciò significa essere in grado di garantire un’osmosi vitale tra l’interiorità e la dimensione pubblica cui ogni persona è vocata, vigilando sulle ricadute sociali della nostra preziosa privacy, la quale non è uno spazio di affrancamento dalle regole, ma il luogo in cui si impara a far pace con i vincoli, con i doveri che abbiamo verso noi stessi e gli altri.

Non sta forse in questo il godimento dell’esistere? Del resto, secondo alcuni, “libertà” e “libidine” sono parole collegate. E allora auguri a tutti: che le nostre liberazioni ci rigenerino alla vita; che le nostre libertà ci donino purissimo, altissimo piacere; che questa giornata ci colga figli di un sogno, ancora e sempre.

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Liberazione e pace

Di

 Giuseppe Losappio

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Incombeva ancora la guerra. Aldo Moro legge nella storia un sentimento nuovo …e scrive una sconvolgente Preghiera

“Siamo tutti in attesa di una liberazione”.

“Noi sentiamo il peso grave di mille oppressioni e la ferocia di questa storia umana senza umanità ci prende in una morsa alla quale non è possibile sfuggire. Chi può ricordare senza raccapriccio il terrore seminato nella nostra vita in mille forme, da tutte le parti con una continuità implacabile, con uno zelo feroce?”

“In questo mondo cattivo noi aspettiamo una liberazione, dal mondo.

Ma questo mondo è fatto da noi, uomini che andiamo intrecciando assurdi rapporti di odio, che andiamo disperdendo la vita che dovremmo salvare e svolgere in tutto il suo valore. Non possiamo essere liberati dal mondo, se non ci liberiamo da noi stessi. Ma chi ci libererà da noi?

Noi sentiamo enunciare, mentre il mondo soffre, un programma di libertà. … Per liberarsi dal bisogno degli uomini lo accrescono smisuratamente e il terrore domina dove passano gli eserciti che sono fatti di uomini; l’uno contro l’altro, fremendo alla vista del volto umano dell’avversario da uccidere”.

Ad ogni lettura di queste parole sublimi, l’incrocio unico, irripetibile e, quindi, assoluto tra le circostanze personali (speranze, dolori, fremiti per dirla ancora con le parole di Moro) e lo scenario locale e globale, nel quale ogni esperienza umana si colloca, alimenta riflessioni e connessioni differenti.

Una guerra, devastante, sanguinosa, orribile come tutte ma non distante come molte altre evoca le parole di uno straordinario libriccino di Immanuel Kant, Per la pace perpetua.

Nell’opera, il filosofo di Königsberg detta le condizioni provvisorie, definitive e segrete per l’ultimo e irrevocabile rifiuto delle ostilità belliche tra gli uomini. Tra le altre (V condizione provvisoria): “Nessuno Stato si deve intromettere con la forza nella costituzione di un altro Stato”. Salvo il caso della guerra civile, ammonisce Kant, nulla lo autorizza. L’intervento di altre potenze nella vita di un “popolo che non dipende da alcuno e che lotta soltanto contro un malessere interno”, sarebbe uno “scandalo vero, rendendo malsicura l’autonomia degli altri stati”.

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