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donmichelangelotondo più di un mese fa

Criminalizzare la solidarietà

 
Gli sbarchi di migranti a Lampedusa proseguono senza sosta, solo ad aprile sono stati più di mille

Gli sbarchi di migranti a Lampedusa proseguono senza sosta, solo ad aprile sono stati migliaia

Parlavo qui giorni fa del caso di Andrea Costa, presidente dell’associazione Baobab Experience, accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, traffico di esseri umani, per aver raccolto i 250 euro necessari a nove persone in transito da Roma verso Ventimiglia. La sentenza è attesa a giorni. Venerdì scorso, intanto, ha espresso il suo parere sul caso Mary Lawlor, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei difensori di diritti umani. Lawlor, docente al Trinity College di Dublino, riferendosi alla lunga inchiesta giudiziaria su Costa e sull’attività del Baobab ha scritto che “non avrebbe dovuto aver luogo”. “Criminalizzare la solidarietà”, ha detto, è quel che sta accadendo: deve finire.

Anche Amnesty international ha commentato che “procedimenti penali per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare nei confronti di attivisti, volontari e associazioni hanno spesso un effetto paralizzante e ostacolano l’attività umanitaria”. Criminalizzare la solidarietà mi pare una definizione esatta del sentimento (del progetto politico?) in corso tutto attorno a noi. Costa, in specie, si è pubblicamente esposto in opposizione alle politiche di governo di Matteo Salvini, quando il leader leghista quando era ministro dell’Interno.

Il flusso migratorio non è diminuito, dicono i dati, ma se ne parla molto meno e questo restituisce la sensazione di cessato allarme, diciamo così. Il colore della pelle dei nuovi migranti in fuga dalla guerra fa il resto. Questi sono bianchi, quelli erano neri. Sarà una semplificazione, ma è sotto gli occhi di tutti il plauso che le istituzioni accordano ai volontari che assistono persone ucraine in fuga. Sono gli stessi volontari, Baobab tra loro.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Ritiro pasquale comunitario
Abbazia del Goleto (Sant'Angelo dei Lombardi)
30 aprile 2022

SUL BATTESIMO
Il battesimo ci rende figli di Dio,per sempre...e pertanto l'innocenza non è uno stato definitivo bensì un cammino continuo di cadute,corse,risalite,smarrimenti e ritorni. Proprio come Pietro,egli divenne santo non perché perfetto ma volenteroso nel rimettersi continuamente in gioco. Solo per amore,come Gesù verso ognuno di noi.

 

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Ritiro pasquale comunitario
Abbazia del Goleto (Sant'Angelo dei Lombardi)
30 aprile 2022

SUL BATTESIMO
Il battesimo ci rende figli di Dio,per sempre...e pertanto l'innocenza non è uno stato definitivo bensì un cammino continuo di cadute,corse,risalite,smarrimenti e ritorni. Proprio come Pietro,egli divenne santo non perché perfetto ma volenteroso nel rimettersi continuamente in gioco. Solo per amore,come Gesù verso ognuno di noi.

 

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donmichelangelotondo più di un mese fa

La confessione di Iosonocorallo

 
 
 

L’insolito titolo è ispirato al primo campione del mondo ad aver risolto il cubo di Rubik in 22’’95 secondo. “Minh Thai”, infatti, èun brano dell’artista Iosonocorallo, il racconto di una sbornia finita male, la confessione aperta di chi vuole mettersi a nudo senza temere il giudizio degli altri

Qual è il vero nome di Iosonocorallo e da dove nasce la scelta dello pseudonimo?

Il nome è nato osservando me stesso e il mio modo di essere. E’ una metafora del mio carattere in quanto mi ritengo una persona molto riservata, introversa e sempre molto concentrata a capirmi fino in fondo ma al tempo stesso la musica mi aiuta a mettermi in risalto. Mi identifico, quindi, nei coralli che, pur trovandosi nei fondali marini, si riconoscono subito grazie al loro colore e alla luce che emanano.

“Minh Thai” è il titolo del tuo nuovo brano. Perché hai deciso di dedicarlo al recordman del cubo di Rubik?

Perché ognuno di noi ha avuto, almeno una volta nella vita, un cubo da risolvere. Oggi noto sempre di più questa sensazione di timore di sbagliare.  E’ come se ci fosse sempre qualcuno lì pronto a vedere cosa fai, cosa dici e come lo dici per poi giudicarti e questo comporta delle forti limitazioni. Dovremmo sentirci un po’ più liberi di sbagliare per poter imparare qualcosa dagli errori.

Semmai ne avesse, i benefici di un hangover giustificherebbero gli effetti negativi di una sbronza?

Al momento, un hangover non mi ha mai portato benefici!

In vino veritas, progetti futuri?

Prossimamente usciranno altri singoli e poi, sicuramente, tornare con la musica dal vivo.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Un libro

 
 
 

«Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade verranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo la incredibile virtù e lincredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, incredibile universo che ci fissa in volto»

(G. K. Chesterton)

Il libro di Dio ha una caratteristica che lo distingue dagli altri: se lo lasci aperto davanti alla tastiera del tuo computer e torni nella stanza il giorno dopo, non vedi un libro, ma guardi una casa. È lì, qualsiasi atro testo avrebbe forse pensato di essere stato dimenticato, lui no: trasuda pazienza e  ha l’aria di chi ammette di essere rimasto tutto il tempo ad aspettare, senza mai aver rinunciato a credere che saresti tornato.

Ci puoi tranquillamente parlare con quel libro, perché non è come quelli (anche bellissimi) che ti sorprendono, ti tagliano o ti rasserenano: il libro di Dio solo una cosa fa… risponde e non giudica. Se gli parli male, se lo interpreti a modo tuo, non si offende, ti perdona perché sei tu a non sapere quel che fai. Sei innocente e prima o poi ti illuminerai.

Va bene, è vero, forse il mio libro di Dio parla un poco di più, se si può: è pieno di post-it, zeppo di linee colorate e appunti presi a matita, ma tutto questo non è che il segno di tutte le conversazioni che ci siamo fatti negli anni.

Noto che spesso abbiamo anche cambiato lingua, parlato in greco, a volte siamo scivolati nel latino. L’italiano è stato davvero una cosa rara, forse uno sfondo che correva sempre in aiuto, perché le cose più belle ce le siamo dette in ebraico; forse era quello il modo migliore che il libro di Dio aveva per farsi capire: versione originale.

Shemà, Israel… il libro chiama. E tu lo senti, piano piano sempre più chiaro. Fino a che non ti scopri ad ascoltarlo. Ed è quello l’esatto momento in cui devi essere pronto, perché il libro di Dio non lo ha mai nascosto: ascoltami, in qualche modo dice, ma attento, perché ti accorgerai che finalmente hai trovato il modo giusto da una cosa, perseguiteranno te, come hanno perseguitato me.

Alcune persone, dicono, hanno imparato ad ascoltare l’Universo e avvertono, quando ne parlano, di fare attenzione, poiché quanto stanno per dire stride terribilmente con tutto quanto conosciamo. Bene, io mi metto sempre in posizione di ascolto quando si tratta di qualcosa che va oltre la mia conoscenza, e in quei casi ho scoperto che certi discorsi non sbagliano un colpo, non uno, salvo che per un verso, che non è un errore, ma solo una sfumatura.

L’Universo, che è ovunque,  è anche nel mio libro. Creazione Sua? Queste sono altre storie e non era di loro che stavo parlando.

In verità, in verità vi dico, non stavo parlando assolutamente di niente.

Amen.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Doppio cognome e tempo libero

 
Una rivoluzioanria sentenza della Corte Costituzionale definisce lesiva la presenza del cognome di un solo genitore sugli atti di nascita

Una rivoluzioanria sentenza della Corte Costituzionale definisce "lesiva" la presenza del cognome di un solo genitore sugli atti di nascita

Dev’essere che non c’è lavoro, il volontariato è in crisi e le passioni personali si sono estinte insieme alle mezze stagioni giacché da due giorni – leggo – è in corso una gara a occupare il tempo libero: tutti a chiedersi come si farà a gestire la novità del doppio cognome, se i figli ne avranno quattro e i nipoti otto, e allora quante righe ci vorranno sui documenti, pensa che memoria ci vuole quando uno si presenta per non parlare delle cifre ricamate sui corredi, ammesso che esistano ancora i corredi, facciamo le camicie.

Porto qui il modesto contributo della cultura ispanica, dove l’uso del cognome materno è legge e prassi. Là ci si è regolati fermandosi sempre a due. Si prende il cognome dei genitori, talvolta scegliendone l’ordine. Esempio. Se Azzurra Meloni Salvini sposa Giacinto Letta Renzi il figlio si chiamerà, poniamo, Guidobaldo Meloni Letta. Potrà anche decidere di anteporre il cognome della madre a quello del padre (Guidobaldo Letta Meloni, quindi) o di usarne solo uno come molti fanno per semplicità e scelta.

Pablo Picasso, per esempio, si chiamava Pablo Ruiz Picasso ma lo conosciamo col cognome dalla madre, donna Maria. Il padre faceva Ruiz y Blasco. I due cognomi sono difatti uniti da una “e” (Guidobaldo si chiamerebbe Letta e Meloni, o viceversa) anche – non solo, anche – per distinguere il doppio cognome dato per legge da certi titoli nobiliari, che sono già doppi o tripli in dote: Benigni Olivieri marchesi di Capo d’Acqua, per esempio. E dunque no, non c’è il rischio di sembrare tutti principi e marchesi, con questa bella civilissima sentenza della Corte. In ogni caso, quanto a lignaggio, non si corre il rischio di confondersi per una e di congiunzione: quasi mai.

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(Leggo)
«... nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo...Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» Mt 11, 25-30.

 

Tranquilli, tutto il peso lo porta Lui a noi lascia e affida solo un pezzettino. Abbiate forza e coraggio, Lui è con noi!

 

(Prego)
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Non è in lite per sempre,
non rimane adirato in eterno.

 

(Agisco)
Essere cristiani significa essere buoni cittadini, mi impegno a diffondere il senso del bene comune di tutti.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Almarina

 
 
 

 di Valeria Parrella

Leggere questo libro in prima persona è un’esperienza particolare un po’ per la trama, un po’ per l’ambientazione e un po’ per i risvolti inattesi.

Si racconta di Nisida che è un carcere sull’acqua, ed è il luogo ove Elisabetta Maiorano insegna matematica a un gruppo di giovani detenuti. Ha cinquant’anni, vive sola e ogni giorno una guardia le apre il cancello chiudendo Napoli alle spalle: in quella piccola aula senza sbarre lei prova a imbastire il futuro. Ma in classe un giorno arriva Almarina, una ragazza rumena dal passato non facile e allora la luce cambia e illumina un nuovo orizzonte.

La storia si dipana quasi come un flusso di coscienza della protagonista in cui si nascondono verità che ognuno di noi nel proprio intimo, nella profondità del proprio cuore ha vissuto, ha esperito, ha sentito.

Temi quali: la morte, il carcere, la solitudine, l’adozione, la professionalità nel proprio lavoro, nascondono un’umanità profonda, strettamente connessa al modo di essere che ogni individuo ingloba in sé.

Un universo di immagini in cui ognuno nel bene e nel male fa la sua parte per destino, per scelta, ma in questo libro tutti sono mostrati con dignità e senza giudizio perché non è mai troppo tardi per donare la dolcezza di uno sguardo, la promessa di un futuro migliore, il tepore accogliente di una famiglia.

Un racconto di speranza per chi vive accecato dal buio…

Finalista al Premio Strega.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Per una filosofia del gesto

 
 
 

A proposito del saggio di Giovanni Maddalena, Filosofia del gesto. Un nuovo uso per pratiche antiche (Roma. Carocci 2021)

Pur avendo il pensiero  filosofico una lunga e tortuosa storia come ogni sano percorso di ricerca sul reale per scovarne le  ‘infinite ragioni’, come le chiamava Leonardo Da Vinci, a volte non ha dato sufficiente attenzione critica ad alcune  componenti essenziali che hanno accompagnato sin dai suoi albori la stessa storia dell’umanità, come ad esempio quel costante fenomeno della violenza ed il gesto, movimento del nostro corpo per comunicare; mentre si sono sviluppate in modo organico le filosofie dell’arte,  della scienza,   della tecnica,  del diritto,  del linguaggio, della religione e della politica,  tali aspetti sono stati affrontati in parte all’interno di settori specifici come la storia, la psicologia e l’antropologia che, pur avendo dato dei contributi non secondari alla loro comprensione, non sono approdate ad una trattazione di tipo  più teoretico. Tale operazione si rivela più che mai necessaria sia per coglierli  nel loro pieno spessore storico-concettuale e sia per meglio metabolizzarli con più coscienza socio-epistemica sul piano esistenziale per il semplice fatto che appartengono alla nostra storia individuale e collettiva; prenderli in carico, inoltre, serve anche a ricordarci, sulla scia di Edgar Morin, che non siamo solo homo sapiens, ma spesso homo demens, le cui derive stanno assumendo connotazioni planetarie sino a investire più che mai, rispetto al passato, quelle che Michel Serres ha chiamato ‘totalità viventi’ come il clima, l’ambiente, la terra che dipenderanno  in maniera irreversibile dalle nostre scelte.

In questi ultimi anni ci vengono in aiuto da più parti degli itinerari di ricerca che stanno inserendo questi reali  quotidiani in una precisa riflessione organica a largo raggio, come la filosofia della violenza da parte di Lorenzo Magnani, Filosofia della violenza (Milano-Udine, Mimesis 2021)  e la filosofia del gesto, percorso a sua volta portato avanti da Giovanni Maddalena in Filosofia del gesto. Un nuovo uso per pratiche antiche (Roma. Carocci 2021), a partire dall’ovvia domanda su cosa essi siano effettivamente e su quali ragioni trovino il loro modo d’essere. Come molte ricerche sulla violenza  rientrano nelle discipline storico-sociali, così gli studi sui gesti delle mani o del corpo hanno dato origine al quel vasto capitolo che va sotto il nome di gesture studies  con l’investire l’antropologia, la psicologia, la sociologia, l’etologia, la neurologia, la linguistica e la robotica col portare nel 2002 alla fondazione dell’International Society for Gesture Studies (ISGS) con la rivista interdisciplinare Gesture; ma come denuncia Maddalena e autore di precedenti lavori sul pragmatismo, questa dimensione dell’umano non ha ricevuto una trattazione filosofica adeguata alla sua complessità pur avendo una lunga storia, col far parte in modo costitutivo della nostra vita per il ruolo del gesto nelle varie forme di comunicazione e nell’interazione sociale.

L’ottica filosofica per la sua vocazione sintetica che è le propria, pur facendo tesoro dei risultati ottenuti nelle singole discipline che in maniera più analitica ne  colgono alcuni aspetti, permette di cogliere più in profondità quella che viene chiamata “l’antica pratica dei gesti” e nello stesso tempo porta a intravvederne lo “spettro di azioni molto più ampio che include anche i riti, le performance artistiche, la comprensione diagrammatica della matematica e gli esperimenti scientifici”. Ma  per capirne il ruolo, bisogna liberarsi da alcuni ostacoli epistemologici, a dirla con Gaston Bachelard, costituiti da una parte dal vedere  l’atto conoscitivo come un puro fatto concettuale  e da  “antiche dicotomie , come quelle tra mente e corpo” incuranti di altri aspetti della conoscenza e dall’altra parte dall’idea che solo “il corpo, l’esistenza, la materia, la carne, il temperamento” senza il necessario sforzo critico razionale possano costituire la base dell’impresa cognitiva.  A tutto ciò si è aggiunto, a partire da fine Ottocento, un “ulteriore dualismo quello fra conoscenza e comunicazione “ processo che avviene “quando la conoscenza è compiuta” sino a cadere nell’idea che “la comunicazione è la realtà”; contro questi dualismi ritenuti insoddisfacenti è necessario per Maddalena “trovare una via nuova, davvero unitaria” con l’andare oltre “il ragionamento concettuale analitico” per abbracciare quello “sintetico”, ritenuto “processo originale” più in grado di far dialogare il corpo, la pratica, l’azione e la comunicazione “all’interno della conoscenza e  per la conoscenza”.

Con questa prospettiva decisamente non analitica e che trova una delle sue ragioni nel “modo di ragionare naturale e dinamico”, ci si pone l’obiettivo teoretico di creare le condizioni per una “nuova concezione della sintesi” dove lo strumento primario è costituito dall’azione significativa del gesto’ nel senso etimologico del termine latino gero, che sta ad indicare il portare, il sostenere; in tal modo si recupera per Maddalena  “l’unità tra comunicazione e pensiero, tra mente e corpo,  tra teoria e pratica, contemplazione e azione”, idea di fondo che sta a monte della Filosofia del gesto. Tale opera, grazie  alla metabolizzazione epistemica di alcuni risultati di punta raggiunti in campo matematico e filosofico, si può considerare come un manifesto di una visione unitaria della conoscenza dove il gesto e l’azione sono il modo con cui ragioniamo creativamente e sinteticamente, dove non c’è separazione tra teoria e pratica, tra aspetto spirituale e materiale che procedono insieme. Da un’analisi, pertanto, di un reale quotidiano che ci appartiene in ogni momento della nostra vita, si ricavano le basi  per un “nuovo paradigma del ragionamento” e degli “strumenti per la conoscenza sintetica”, in quanto nei comuni gesti ed azioni (sollevare un peso, avvicinarci a qualcosa, il toccare, il mangiare, ecc.) è implicito il fatto che sono “portatrici di una conoscenza”, come lo sono il “teatro, il cinema, la danza, i riti, pubblici e privati, gli esperimenti scientifici”

Così  tale breve ma intenso volume passa in rassegna le varie forme di gesto dai gestacci per offendere qualcuno alle imprese eroiche dei condottieri medievali, dai riti della Chiesa ai diversi significati nella lingua francese dove alcuni filosofi della matematica come Jean Cavaillès prima e Gilles Châtelet dopo hanno parlato di ‘gesto matematico’ e del suo carattere creativo; è presente nello stesso Michel Foucault che lo usa in Storia della follia  per capire il ruolo dei sanatori, ed in  Cesare Pavese che lo considera  superiore alle parole prima del suicidio. Così per Maddalena, grazie anche ai suoi studi precedenti sul pragmatismo di Peirce il cui disegnare dei  grafi è considerato un gesto,  la storia del pensiero umano è visto come un continuo processo di acquisizione  di nuove conoscenze dove giocano un ruolo primario i gesti, sinonimi di ”conoscenza sintetica in virtù di una loro struttura” e portatori di un “nuovo significato” grazie al loro modo di rappresentare la realtà. Con questa  nuova configurazione concettuale  del gesto, si ottengono “alcune conseguenze” a partire dal fatto che vengono  meno  i vecchi dualismi cartesiani come mente e corpo, si ridimensiona l’impianto puramente analitico della conoscenza con i suoi processi di schematizzazione e le collaterali “conseguenze storico-sociali” che hanno portato  nel ‘700 a “costituzioni tutte teoriche indifferenti alla vita reale del cittadino fino ai tremendi esperimenti di totalitarismo statale del Novecento”.

Il gesto con la sua struttura sintetica  per Maddalena “comporta un uso della mente in azione attraverso tutta la personalità, spirituale e materiale”, fatto che permette di evitare qualsiasi tipo di estremismo, sia epistemico che sociale;  così l’approfondimento di un reale quotidiano visto nelle sue diverse articolazioni si presenta ricco non solo sul piano conoscitivo nel senso che costringe ad assumere un “paradigma sintetico” col superamento della ormai vecchia “divisione razionalista tra discipline” umanistiche e scientifiche, “sempre interconnesse” e se studiate secondo l’approccio analitico “si allontanano tra di loro ma si riavvicinano quando vengono perseguite e realizzate in chiave sintetica”. In tal modo  la filosofia del gesto, che fa suoi alcuni risultati raggiunti dalla scuola di Fernando Zalamea nella sua ‘filosofia sintetica della matematica’, permette di recuperare in pieno una visione globale della “ricchezza umana” dove “le vicende esistenziali, la cultura generale, le credenze personali” concorrono  all’unisono nella “dinamica della conoscenza” facendola confluire nei processi creativi, inventivi e della stessa scoperta;  nella costruzione del gesto presente in ogni angolo della vita umana dal singolo esperimento scientifico all’invenzione in matematica dove a dirla con Eulero ‘c’è più matematica nella mia matita che nella mia testa’, dalla vita sociale all’universo  artistico, dalla tecnologia  allo stesso lavoro, si esprime in tutte le sue potenzialità il reale con le sue inevitabili rugosità, come afferma Simone Weil.

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