
Si guardavano. Fino a quella notte, i loro sguardi si erano incrociati solo dietro le palpebre chiuse, in quel territorio nebbioso dove la mente si spoglia di ogni difesa.
Eppure, lì, nella penombra della stanza reale, si erano riconosciuti all'istante.
Non servivano spiegazioni.
C'era una comprensione totale, immediata, come se le loro anime si parlassero da sempre in una lingua antica che nessun altro poteva sentire.
La loro vera essenza era lì, svelata: un segreto immenso, fragile, da custodire a ogni costo dal mondo esterno.
Il gatto, immobile come una statua di velluto scuro sulla credenza, teneva i suoi occhi ambrati fissi sull'uomo: una diffidenza felina e assoluta che pesava nell'aria più di qualsiasi accusa. Era come se il felino avvertisse l'intrusione di quel legame impossibile nella realtà.
Il corvo ruotò la testa, dirigendo lo sguardo lucido prima sulla donna, poi fissandolo dritto sull'uomo, riconoscendolo per l'ombra che era sempre stata nei sogni di lei.
Corvo: «Vi muovete nel buio come se vi appartenesse, ma dimenticate che anche le ombre hanno un limite. Soprattutto la tua, che finora ha camminato solo nei corridoi del sonno e ora pretende di calpestare il pavimento del risveglio. Questa notte la città non nasconderà i tuoi passi, uomo dalle piume invisibili.»
La donna accennò un sorriso amaro.
Tra loro non servivano parole; c'era quella condivisione silenziosa di visioni, di promesse notturne e di desideri nati tra le lenzuola e la nebbia, così forti da essere quasi dolorosi ora che erano fatti di carne e ossa. Cosa sarebbe successo adesso? Il futuro era una pagina bianca e spaventosa.
Donna: «Le ombre non ci nascondono, vecchio mio. Ci accolgono. Nei sogni eravamo liberi, è la luce del giorno che ci trova sempre impreparati. Il nostro desiderio è lì, a un passo... lo sento. Ma non ora. Non ancora. Se muoviamo la carta sbagliata adesso, se sveliamo questo legame prima del tempo, distruggeremo tutto. Il momento deve essere quello giusto.»
L'uomo, avvertendo il peso degli occhi del gatto e la verità vertiginosa nelle parole del corvo, rimase appoggiato allo stipite della finestra.
Sistemò il bavero del cappotto, lo sguardo rivolto alla strada bagnata, ma la sua voce era bassa, calibrata solo per lei, custode dello stesso mistero sospeso tra il sonno e la veglia.
Uomo: «So aspettare. Abbiamo camminato sui carboni ardenti delle nostre illusioni per trovarci fin qui, nel mondo reale. Non sarò io a bruciare tutto per un attimo di impazienza. Ma la corda è tesa, e lo sai anche tu: svegliarsi fa paura. Allora, corvo... parliamo di fatti o continui a fare l'indovino sulla nostra natura?»
Fece un impercettibile passo avanti.
Il gatto tese subito i muscoli ed emise un sommesso soffio di avvertimento, vigilando su di lui come una guardia silenziosa, per assicurarsi che non rompesse quel patto di attesa, quel delicato confine tra il sogno e la realtà.
Il corvo spiegò per un attimo le ali, un fruscio cupo prima di posarsi di nuovo, imperturbabile.
Corvo: «I desideri sono fili invisibili, ma stringono più delle catene. E tu, che finora sei stato fatto della stessa sostanza della notte, dovresti saperlo. Sta a voi decidere se difendere questo segreto prima che l'alba cancelli le vostre tracce... e le vostre illusioni. Perché il risveglio, a volte, bussa senza chiedere il permesso.»
Un respiro profondo, spezzato, tagliò l'oscurità.
La donna aprì gli occhi di scatto, il cuore che batteva a ritmo forsennato contro le costole. Nessuna strada bagnata fuori dalla finestra, nessun uomo dal bavero sollevato appoggiato allo stipite. Solo la penombra familiare della sua stanza, il ticchettio reale della sveglia e il ticchettio della pioggia sui vetri.
Era tutto un sogno.
Mentre cercava di riprendere fiato, si mise a sedere sul letto e tese lo sguardo verso i suoi due compagni di sempre.
Il gatto era accovacciato ai piedi del letto, una sfinge scura che la fissava senza battere ciglio. Sul trespolo vicino alla finestra, il corvo teneva la testa inclinata, le piume lucide che riflettevano la debole luce della notte.
Entrambi la guardavano con un'intensità innaturale, come se fossero appena tornati da quel viaggio oltre le sue palpebre insieme a lei.
Il gatto si stirò lentamente, socchiudendo gli occhi ambrati in un'espressione di sorniona sufficienza.
Gatto: «Davvero romantico, mia cara. Ma la prossima volta che decidi di invitare uno sconosciuto nella tua testa, potresti evitare di farmi fare la parte della guardia giurata? Ringhiare a comando persino nei sogni è decisamente faticoso per i miei standard.»
Il corvo scosse le ali con un fruscio secco, sollevando lo sguardo verso il soffitto prima di emettere un verso roco, che risuonò come un'eco antica nella stanza.
Corvo: «I cancelli del sonno si sono chiusi, ma i fili sono stati tesi. Hai bagnato la carne con l'inchiostro dei fantasmi, donna che cerchi la notte. Lui cammina ancora tra i tuoi pensieri, e l'eco di quel passo reale o immaginario che sia... ha già iniziato a consumare il tuo risveglio.»