C’era un vento sottile quel giorno, che scioglieva i miei lunghi
capelli castani, mentre la salsedine incrostava le labbra di un
sapore amaro, di mare e di attesa.
Non so se mi ha visto, o forse sì, in quel gioco di sguardi
rimasti sospesi, sulla cresta di un’onda che non ha mai toccato
riva.
Il suo viso restava un segreto dietro una ciocca ribelle o
un’ombra di luce, mentre il sole bruciava la pelle già arsa dal
sale.
Avrei voluto dirgli che il mondo finiva lì, tra il suo profilo
sfuggente e il mio passo esitante, ma il vento ha scelto per noi
il silenzio.
Siamo rimasti due rette destinate all’infinito, un incontro mai
avvenuto eppure già eterno, scritto sulla sabbia che la marea,
piano, ha bevuto.
Il sole scendeva lento, tingendo il cielo di arancio e viole, e
io sentivo il peso leggero di ogni pensiero sospeso.
Ogni onda era un battito, un respiro tra me e lui, un sussurro
che non aveva bisogno di parole.
Camminavo, con i piedi che affondavano nella sabbia umida, eppure
leggera, come se ogni passo fosse già stato scritto da qualcun
altro.
E in quel silenzio, in quella lontananza che ci teneva separati,
percepivo una presenza: un fruscio tra le onde, una risata appena
percettibile, come se il mare stesso sapesse ciò che il cuore
ancora non osava.
Non ci siamo mai parlati, eppure il mondo sembrava pronto a
raccontare la storia che il silenzio aveva custodito.
Due rette parallele, ma questa volta, forse, la marea non ci
avrebbe cancellate.
Ci avrebbe solo spinte a guardarci da lontano, pronte a
riconoscerci quando il tempo, finalmente, avrebbe deciso di
aprire la porta al mai.