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LabileAurora

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LabileAurora 12 maggio

 

 


The Riddle of Strider

All that is gold does not glitter,
Not all those who wander are lost;
The old that is strong does not wither,
Deep roots are not reached by the frost.
From the ashes a fire shall be woken,
A light from the shadows shall spring;
Renewed shall be blade that was broken:
The crownless again shall be king.


J.R.R. Tolkien, The Lord of the Rings – The Fellowship of the Ring
 

 

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LabileAurora 22 aprile

 

Cara sorella, tra non molto, grandi foreste ricresceranno in noi, fitte e nere di nutrimento. Pensa a questo. Pensa che saremo l’unico suono al mondo.

Tua Atlantica

Siri Ranva Hjelm Jacobsen - Lettere tra due mari

 

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LabileAurora 20 aprile

 


Mille porte fa
quando ero una ragazzina solitaria
in un’enorme casa con quattro
garage e se ben ricordo
era estate,
di notte mi sdraiavo in giardino,
il trifoglio raggrinzito sotto di me,
le sagge stelle distese sopra di me,
la finestra di mia madre un imbuto
da cui usciva un calore giallo,
la finestra di mio padre, socchiusa,
un occhio dove passa chi dorme,
e le assi della casa
erano lisce e bianche come cera
e probabilmente milioni di foglie
navigavano come vele sui loro strani steli
mentre i grilli stridevano tutti insieme
e io, nel mio corpo nuovo di zecca,
non ancora di donna,
raccontavo alle stelle i miei problemi
e credevo che Dio potesse veramente vedere
il calore e la luce colorata,
i gomiti, le ginocchia, i sogni, la buonanotte.

Anne Sexton - Giovane

 

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LabileAurora 20 aprile

 


*

Per i vichi marini nell’ambigua
Sera cacciava il vento tra i fanali
Preludii dal groviglio delle navi:
I palazzi marini avevan bianchi
Arabeschi nell’ombra illanguidita
Ed andavamo io e la sera ambigua:
Ed io gli occhi alzavo su ai mille
E mille e mille occhi benevoli
Delle Chimere nei cieli

(...)

Dino Campana - Genova (da Canti Orfici)
 

 

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Tao-tê-ching
Il Libro della Via e della Virtù

Lao-tzu

 

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Il primo gennaio

 

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzufino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

 

Eugenio Montale - Satura (1971)

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Giunsi a una foresta di alberi decapitati, donne scolpite nel bambù, carne percossa come quella degli schiavi nella schiavitù senza gioia, facce tagliate in due dal coltello dello scultore mostravano due profili separati per sempre, due facce per l’eternità, e toccava a me girare intorno per poter contemplare la donna da ogni parte. Figure mozze di endecagono, undici lati, undici angoli, in legno venato e vulnerabile, frammenti di corpi, corpi privi di braccia e di testa. Il torso di una tuberosa, il ginocchio di Achille, tubercoli ed escrescenze, il piede di una mummia in legno marcito, il docile legno venato modellato in contorsioni umane. La foresta deve piangere e curvarsi come le spalle di un uomo, figure morte dentro alberi vivi. Una foresta adesso animata da facce intellettuali, contorsioni intellettuali. Gli alberi diventano uomini e donne, bifronti, nostalgici del fremito delle foglie. Alberi reclinati, arbusti splendenti e la foresta trema di una ribellione così amara che l’ho sentita lamentarsi nella sua profonda consapevolezza di foresta. Lamentava la perdita delle sue foglie e il fallimento della trasmutazione.

Anais Nin - House Of Incest

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Didascalia

 

Guardai un orologio per leggere la verità. Le ore passavano come le figure di avorio degli scacchi, battendo note di piano, i minuti si inseguivano su fili montati come soldati di latta. Ore come alte donne d’ebano come gong tra le gambe che risuonavano di continuo tanto da non poterne tenere il conto. Sentivo battere le pulsazioni del cuore, udivo i passi dei miei sogni e il battere del tempo si perdeva tra loro come il volto delle verità.

Anais Nin - House of Incest

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Ogni cosa doveva restare immobile e ogni cosa andava in rovina. Il sole era stato inchiodato sul tetto del cielo e la luna era stata immersa profondamente nella sua nicchia orientale.

 

Nella casa dell’incesto c’era una stanza che non si trovava, una stanza senza finestre, la fortezza del loro amore, una stanza senza finestre dove la mente e il sangue si fondevano in una unione senza orgasmo e senza radici come i pesci. Sguardi e frasi promiscue senza scintille che si coniugano nello spazio. L’urto tra le loro somiglianze, si spande l’odore della tamerice e della sabbia, di gusci marci e di alghe morte, il loro amore come inchiostro di seppia, un banchetto di veleni.

Anais Nin - House of Incest

 

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Le stanze erano incatenate tra loro da gradini – nessuna era allo stesso livello dell’altra – e tutti i gradini erano consumati in profondità. C’erano finestre tra le stanze, piccole finestre con spioncini, così che si poteva parlarsi nel buio da una stanza all’altra, senza vedersi in volto. Le stanze erano dense del ritmico palpitare del mare che prorompeva dalle tante conchiglie. Le finestre si affacciavano su un mare immobile, dove pesci immobili erano stati incollati su fondali dipinti. Ogni cosa era stata fatta per restare immobile nella casa dell’incesto, perché tutti avevano una grande paura del movimento e del calore, una così grande paura che tutto l’amore e tutta la vita potessero scorrere via e disperdersi.

Anais Nin - House Of Incest

 

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