Secondo l'inventario del 1796, la pala ha 1300 perle, 400 granati, 300 zaffiri, 300 smeraldi, 90 ametiste e poi 75 balasci, 15 rubini, 4 topazi, 2 cammei, in tutto 1927 gemme.
Secondo l'inventario del 1796, la pala ha 1300 perle, 400 granati, 300 zaffiri, 300 smeraldi, 90 ametiste e poi 75 balasci, 15 rubini, 4 topazi, 2 cammei, in tutto 1927 gemme.
La Pala d'oro, conservata nel presbiterio della basilica di San Marco a Venezia, è un grande paliotto in oro, argento, smalti e pietre preziose (212x334 cm). Il corredo dei suoi smalti è tra i più rilevanti nel suo genere. Alcuni risalgono alla metà del XII secolo (il Pantocratore, gli arcangeli, le feste) e sono pezzi pregiatissimi, tra i vertici dell'arte bizantina del tempo.
Una lastra di pietra diversa dalle altre che reca uno strano simbolo: un cuore che racchiude un riccio sormontato da un corno dogale. Questa rappresentazione ricorda che, al di sotto di questa lastra, è sepolto il cuore del 98° doge della Serenissima, Francesco Erizzo (1566-1646 – doge dal 1631-1646). Il riccio sotto al corno dogale è il simbolo della famiglia patrizia Erizzo e deriva dall’assonanza tra ‘riccio’ ed ‘Erizzo’. Le restanti spoglie del Doge si trovano vicino al suo luogo di nascita, nella Chiesa di San Martino Vescovo di Castello, in un monumento fatto scolpire mentre era ancora in vita da Mattia Carnero.
Tetrarchi.
Opera databile verso la fine del III secolo, trasferita a Venezia dopo il saccheggio di Costantinopoli del 1204. Raffigura, in un blocco di porfido rosso dell'altezza di circa 130 cm, le figure dei "tetrarchi", ovvero i due cesari e i due augusti (un cesare e un augusto per ognuna delle parti in cui l'impero romano venne suddiviso dall'imperatore Diocleziano con la sua riforma). Tra gli storici dell'arte è ancora in corso il dibattito in merito a quale delle due tetrarchie si riferisca la scultura.
Una leggenda popolare vuole invece che questa scultura sia quella di quattro ladroni sorpresi dal Santo della basilica intenti a rubare il suo tesoro custodito all'interno e che furono da esso pietrificati e successivamente murati di fianco alla Porta della Carta dai veneziani, proprio all'angolo del Tesoro.