Quando iniziai la
professione di giornalista ero piuttosto giovane, mi ero laureata
da poco e avevo molti sogni nel cassetto. Immaginavo con piacere
che avrei girato il mondo, avrei conosciuto tanta gente, avrei
vissuto situazioni che un altro lavoro non mi avrebbe consentito
di vivere. Sarei entrata nella mente e nel cuore degli uomini e
avrei carpito le loro emozioni, le avrei fatte mie per poi
riproporle ai miei lettori. Conservavo
ancora molto di quel mio entusiasmo quando, una mattina del 13
febbraio di alcuni anni fa, il direttore del mio giornale mi
chiamò e mi incaricò di fare un'intervista. Pochi giorni prima
era accaduto uno spiacevole fatto di cronaca, come ce ne sono
tanti, forse un po' più strano degli altri, più
insolito. In un piccolo paese
della provincia di Roma, a ***, un giovane, a detta di tutti dal
carattere molto introverso e scontroso, aveva fatto
raccapricciare non pochi dei suoi concittadini, cavandosi gli
occhi con un punteruolo nel bel mezzo della piazza del paese.
Subito soccorso, il ragazzo fu portato al reparto oftalmico del
più importante ospedale della capitale. I migliori specialisti si
prodigarono per salvargli gli occhi: tutto fu tentato, ma
inutilmente. Il ragazzo, con il suo gesto irrazionale, aveva
compromesso del tutto la vista: era diventato cieco,
completamente cieco. Un gesto inspiegabile, compiuto
probabilmente in un momento di follia... CONTINUA QUI: //digilander.libero.it/mara.alei/racconti_in_giornate_di_pioggia_leggi_opera.htm