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(Leggo)
Mt 13,18-23
"...ascolta la Parola e la comprende..."

 

Essenziale è l’ascolto. “Chi ha orecchi ascolti”. Ogni cosa nasce in noi dall’ascolto: già da piccoli impariamo a parlare solo attraverso l’ascolto e possiamo avere una relazione vera con l’altro solo se prima lo ascoltiamo. Un discernimento vigilante ci porterà a valutare “chi ascoltiamo” e “cosa ascoltiamo”. Ma oggi ci viene anche mostrato “come ascoltiamo”.

 

(Prego)
Di Cristo splendore del Padre del Sole di ogni mattino nel primo chiarore del giorno la terra racconta la gloria.

 

(Agisco)
Vai nel tuo quartiere, centro storico, campagna e guarda con occhi diversi e cogli le bellezze che prima ti sfuggivano...

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I benefici dell’ippoterapia (IAA)
Di
Miky Di Corato -
15 Febbraio 2022
La relazione emotiva che si instaura fra uomo e animale porta evidenti benefici anche, e soprattutto, sul piano psicoterapeutico, specialmente per i bambini. A spiegarcelo è la Dott.ssa Psicologa, Conny Cafagna, responsabile di attività in Interventi Assistiti con gli Animali (IAA), e tecnico istruttore di Equitazione. Ed è proprio sul rapporto paziente-cavallo che si concentra la nostra chiacchierata.

Salve, Dottoressa. Quando si entra nel linguaggio specialistico medico, è corretto utilizzare il termine “ippoterapia”?

Oggi è corretto parlare di Interventi Assistiti con gli Animali, IAA, nel caso specifico, con il cavallo. Tali interventi sono improntati su rigorosi criteri scientifici e necessitano di una regolamentazione scientifica volta a tutelare sia il paziente/utente che gli animali coinvolti con l’intento inoltre di arginare il dilagante pressapochismo che spesso si nasconde dietro termini ed azioni confusive, che in molti casi causano più danni che benefici all’interno del settore. Il Ministero della Salute, al fine di potenziare la collaborazione tra medicina umana e veterinaria, ha istituito il “Centro di Referenza Nazionale” per gli Interventi Assistiti con gli Animali e Pet Therapy ed approvato le “Linee Giuda nazionali per gli IAA”. Ciò che emerge con chiarezza dalle Linee Guida Nazionali è il riconoscimento del valore riabilitativo delle attività mediate dagli animali da parte del Ministero della Salute e la conseguente diversificazione della sfera terapeutica da quella educativa, fino a quella ludico-ricreativa e socializzante. Tali interventi prevedono il coinvolgimento di un’equipe multidisciplinare composta da diverse figure professionali ed operatori che concorrono alla progettazione e realizzazione dell’intervento, ognuno con le proprie competenze, in stretta collaborazione sinergica.

Quali caratteristiche deve avere un animale coinvolto negli Interventi Assistiti con gli Animali?

Un animale è coinvolgibile in attività educative, ludico-ricreative e terapeutiche che lo vedono interagire con l’uomo , se possiede le seguenti caratteristiche: attitudini legate alla specie, alla razza, alla linea genetica; preparazione alla relazione con l’uomo; istruzione ai compiti richiestegli negli Interventi Assistiti con gli Animali ed abilitazione allo svolgimento di questi stessi.

A livello empatico, cosa spinge il cavallo ad entrare, più di tutti, in sintonia con l’uomo?

È considerevole il fatto che il cavallo sia ricco di valenze comunicativo-emozionali, in quanto questo animale, quale ponte relazionale e facilitatore di disposizioni relazionali, si pone come protagonista per eccellenza del rapporto bidirezionale affettivo tra uomo e cavallo. Il cavallo rappresenta uno dei mezzi indicati più efficaci in grado di stimolare l’individuo sul piano emotivo, sensoriale, affettivo sino a quello cognitivo e sociale; possiede infatti peculiarità specifiche dettate dalla sua natura e caratteristiche intrinseche in grado di facilitare l’apertura verso il mondo esterno grazie al piacere di una relazione speciale e ad una presenza viva ma non propositiva: il suo movimento, il suo calore, il suo odore fanno sì che tutti i sensi siano in gioco e ne potenzi i differenti ambiti.

L’approccio al cavallo è consigliato solo ad un target infantile/adolescenziale , o può essere  esteso anche al paziente adulto?

Le attività mediate da un animale così grandioso come il cavallo ha una notevole influenza sul miglioramento e sullo sviluppo di competenze trasversali di giovani adulti e bambini con difficoltà e compromissioni sul piano affettivo-relazionale, comportamentale e delle abilità nelle diverse aree della funzionalità globale della persona.

Nell’ottica della multidisciplinarità, è plausibile creare ponti fra un approccio con il cavallo come conoscenza di base, ed attività psico-educative didattiche?

La straordinaria emozione e sensazione che suscita la relazione di un bambino con un animale come il cavallo contribuisce allo sviluppo di aspetti educativi quali, accettazione di regole, disciplina, autocontrollo, socializzazione ed integrazione in un gruppo e soprattutto, a livello personale, vantaggio psichico di un notevole rinforzo di autostima, autocontrollo, senso di responsabilità, fiducia in se stessi e negli altri.

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Quando Dio rimane un mistero…
Di
Salvatore Memeo -
15 Febbraio 2022
è la nostra fede che lo svela

Viviamo nel mistero. La vita stessa è un mistero. Tutto ciò che ci circonda lo è, se manca la fede.

Considerando mistero tutto ciò che ne rimane escluso dal nostro intelletto e che preclude ogni ragionamento razionale, possiamo affermare, con rispetto della forma e della sostanza, che il Mistero assoluto è Dio.

Egli, però, pur essendo Mistero, non si cela ma si “rivela” col Creato. Ci ha dato i vari sensi per farsi notare e che spesso, noi, non attiviamo positivamente, escludendo ogni forma di ricerca in tal senso e, a volte, negando pure l’evidenza dei messaggi che Egli ci invia. È in questi casi che il nostro scetticismo ci allontana dalla rivelazione e ci inchioda nei quesiti a cui, noi stessi, non “vogliamo” darci risposte.

Le distanze tra i corpi celesti, dove la misura è fatta in anni-luce, infittiscono il mistero. Lo sviluppo di queste lunghezze ci porta ad impossibilità e scoramenti, dove solo la razionalità oggettiva ci rende esenti da eventuali traumi. A volte si dà nome mistero ai tanti top-secret. Ma sono solo situazioni rese tali per le varie ragioni inerenti alle discrezionalità mantenute, sia a scopo di interesse personale, sia di impresa o sia per ragion di Stato. Sono segreti, più che misteri.

Da che mondo è mondo la scienza continua nelle ricerche per scoprire nuovi “passaggi” nel labirinto infinito della vita. Dagli aminoacidi, al cianuro, al brodo primordiale… Di questo immenso Universo-orologio che, come tale si muove e che, come precisione, non sono occorsi gli svizzeri a elaborarlo, poco o nulla conosciamo. L’orologio con le sue lancette è ripetitivo nella sua funzione rotatoria. Lo è pure il cosmo ma con ben altri e differenti movimenti tanto da dare qualche indizio alla mente umana ma non certamente a svelarsi e mettersi a nudo, in chiaro, in evidenza, nella sua complessità. Non per nulla è infinito e, come tale, inarrivabile.

Pure la filosofia affanna, laddove l’intelletto travalica la “ragione” e di questa ne fa un uso di comodo o distorto.

Quando Giacomo Leopardi si chiede: A che tante facelle? / Che fa l’aria infinita e quel profondo infinito seren? / che vuol dir questa solitudine immensa? / ed io che sono?

Egli si “rivolge” al mistero con la risposta che è nella stessa domanda: – Io che sono? Se non si accetta di essere figli di Dio si rimane nel mistero più assoluto. Il Leopardi, eccedendo in pessimismo, si chiede: -Che sono? Ecco dove sta il mistero: – Chi siamo o cosa siamo? Riteniamoci figli di Dio piuttosto che semplici cose nelle Sue mani. Siamo figli di Dio. Pure le nostre cose fanno parte di Lui. Quando il Poeta aggettiva la parola “infinito” con “sereno” lo fa in modo fantasioso poiché nessuno è in grado di determinare le condizioni di quella parte dell’universo che, all’uomo, resta aliena, misteriosa appunto.

La vita merita sempre di essere pienamente vissuta. Nell’accendere speranze alle nostre aspettative significa porsi nelle “mani” dell’incognito che possiamo definire “Mistero”. Accettando il mistero non facciamo altro che aver speranza in Dio poiché in Lui arriva il nostro desiderio ed è Lui che lo può germogliare, avverare.

Non possiamo spiegare il nulla se in esso non si immagini che alberghi un qualcosa. Il parlare del nulla ci allontana dalla fede. Quando si afferma: –Non ci credo se non tocco con mano è perché uno abbandona la teoria, il sentito dire, per passare alla pratica, alle cose reali.

San Tommaso, per antonomasia è citato spesso come un non credente anche se è nella lista dei Santi. Era stato dubitoso circa la resurrezione di Gesù Cristo, dopo la morte in croce. Egli nemmeno credette alla “voce” tramandata dagli apostoli finché non “affondo” (fece esperienza storica) le proprie dita nelle piaghe del Risorto. “Mistero della fede!”

Essere permeato di mistero eterno significa ben tutt’altro che trovarsi immersi nella totalità di frammenti non ancora specificati. Questo mistero eterno, rimane tangente all’arco della vita di ogni essere. Non si entra nel mistero con la rassegnazione, ma solo con la pienezza dell’amore e della fede in Dio.

Quel “…funesto a chi nasce il dì natale”, di Leopardi: per un non credente è il rifiuto della vita, mentre per un credente è la chiusura di un percorso e non certo di un inizio…

“Io e il mondo siamo una domanda infinita” (Karl Rahner).

“Quando un mistero diventa comprensibile, diventa un miracolo” (Albert Einstein).

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Nelle pieghe di una partita persa c’è una piccola storia luminosa, il capo di un filo che – a tirarlo – racconta un pezzetto di storia d’Italia. David Sisi ha 29 anni, gioca a rugby, è seconda linea delle Zebre. Convocato in Nazionale per Italia-Inghilterra, domenica, era nella formazione che è poi scesa in campo. All’ultimo minuto, però, ha rinunciato. Anna, la sua compagna, stava partorendo a casa, l’ha raggiunta. Mentre la nazionale italiana perdeva, bisogna dire abbastanza rovinosamente, è nata una bambina, Tallula. Un giorno felicissimo. Era già successo, non molto tempo fa, che due giocatori degli All Blacks decidessero di non giocare per il medesimo motivo. Questione di priorità, certo.

Direte: è normale. Forse, ma non ancora tanto, e quando succede che ciò che dovrebbe essere normale lo sia bisogna farci caso. Segna un punto. Mi è venuta allora voglia di conoscere la storia di David Sisi. E’ nato a Rinteln, Germania, in una base militare britannica dove suo padre Carlo prestava servizio. Carlo Sisi era nato in Inghilterra da genitori italiani – il padre dell’Abetone, la madre di Sora – emigrati in Scozia durante la seconda guerra mondiale. Il bambino David cresce in Inghilterra, inizia a giocare a rugby e a sedici anni, quando va al college, inizia a pensare al professionismo. Durante le vacanze la famiglia torna, ogni volta che può, all’Abetone.

Per David sarebbe naturale entrare nella Nazionale inglese ma al momento di scegliere, invece, decide di tornare in Italia. Non certo nella squadra più forte, ma nel paese delle origini. Ottant’anni e due generazioni dopo la storia finisce il suo giro. Di base in base, di guerra in guerra, di campo di gioco in altro campo, fino a una bambina.

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La prima cosa bella di martedì 15 febbraio 2022 è il sogno di riserva di Gianmarco Tamberi. I sogni di riserva sono i più belli perché non si fatica a sognarli, se non si avverano, pazienza, ma se succede...

Gianmarco Tamberi è famoso: ha vinto l'oro ex aequo nel salto in alto la scorsa estate all'olimpiade dopo aver mancato per infortunio l'occasione 4 anni prima, quando era favorito. Una delle immagini simbolo, non solo dei Giochi, è stato il suo gesso spezzato sulla pista e la scritta che c'era sopra: "road to Tokyo". Un sogno quasi impossibile, ma realizzato.

Poi, la scorsa settimana, è stato convocato in America per giocare la partita delle celebrità nell'AllStar Game della Nba. E ha detto: "La notizia più bella della mia vita". Calpesterà lo stesso parquet dei suoi idoli della pallacanestro. L'atletica è il suo mestiere, il basket la sua passione.

È l'emisfero destro del suo cervello, la parte glabra del volto quando lo spaccava in due. Tutti abbiamo un sogno di riserva, conosco professionisti di successo, imprenditori pieni di soldi che darebbero tutto per poter cantare una sera sul palco con i Rolling Stones. Se dovesse realizzarsi, come per Tamberi la chiamata dell'Nba, sarebbero felici quanto alla prima causa vinta, al primo milione o all'oro di Tokyo. Ma in maniera diversa. Forse per questo accade, come una soddisfazione dal secondogenito. E alla fine tieni nel portafoglio quel biglietto. Un giorno sei arrivato in fondo alla strada per Tokyo, ma da lì, sollevato da un vento finalmente benevolo, in America.

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(Leggo)
MT 13,10-17

"...a voi è dato di conoscere i misteri..."

 

È molto bello che nei discepoli e nelle discepole l’esito del lavorio della Paro­la-seme è una domand­a: “Perché a loro pa­rli in parabole?”. Tornare a sentire è imparare di nuovo a farsi domande, a inte­rrogarsi, a stupirsi e meravigliarsi, a scoprire che niente è scontato e dovuto e che dire “non so” è fonte di sapienza e di gioia, di liber­tà e di incontro.

 

(Prego)
Il giorno risplende di luce
la terra è ripiena di gloria
torniamo a pregarti con fede o Cristo Signore del mondo.

 

(Agisco)
Ringrazio Gesù per la sua costante presenza nelle difficoltà e nelle gioie.

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'Italia, dimmi di sì', il video per chiedere la riforma della legge sulla cittadinanza 

 

 https://video.repubblica.it/cronaca/italia-dimmi-di-si-il-video-per-chiedere-la-riforma-della-legge-sulla-cittadinanza/408146/408855 

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10 Mila metri sopra il cielo

 

 La prima cosa bella di lunedì 14 febbraio,

 

inesorabilmente San Valentino, è la fissazione di farlo a 10mila metri sopra il cielo, che porta a regalarsi un viaggio su Love Cloud. È un volo privato per due persone che decolla da un piccolo aeroporto vicino a Las Vegas. Costa circa mille dollari, dura 45 minuti. A bordo invece dei sedili c'è un letto con lenzuola di raso rosso e una scatola di quei cioccolatini dell'ambasciatore. Il pilota tira la tendina, mette le cuffie e ciao. Scopo del gioco è entrare nel club del sesso ad alta quota, una fissazione così improbabile da essere diffusa.

È più scomodo, rapido e infelice, ma è stato venduto come un prodotto di marketing e quindi attira. Già non si capiva quello che ti voleva amare tre metri sopra il cielo, figurarsi più su. Per cento dollari in più si può avere un pasto a bordo e chi sceglie quell'alternativa e la vista del Nevada dall'alto, può già risparmiare i soldi per il divorzista. È sempre bello quando pongono la domanda: "Qual è il posto più strano dove l'hai fatto?". Di solito succede alla radio. Una volta un simpatico ascoltatore ha risposto al conduttore: "A casa tua, mentre non c'eri". Silenzio. Pubblicità.

 

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Kierkegaard: il filosofo della possibilità
Di
Francesco Maria Cassano -
14 Febbraio 2022
Conosciamo il pensiero di uno dei più noti filosofi degli ultimi tempi, annoverato assieme a Schopenhauer nella corrente dell pessimismo

Søren Aabye Kierkegaard nasce a Copenaghen, in Danimarca, il 5 maggio dell’anno 1813 e scompare nella stessa città l’11 novembre 1855. Cresciuto in una famiglia dal padre molto religioso, decide di iscriversi alla facoltà di Teologia all’università di Copenaghen. Successivamente, a Berlino partecipò alle lezioni di Friedrich Schelling, il quale, insegnando la sua filosofia, parlava della netta distinzione tra realtà e ragione. Inizialmente ascoltava con piacere le lezioni, ma in seguito ne rimase deluso. Questo perché Schelling è collocabile nell’idealismo, quindi nel positivismo, mentre lui, come Arthur Schopenhauer, è collocabile nel pessimismo. Kierkegaard vive un’esistenza travagliata, colma di incertezze che avremo modo di comprendere meglio successivamente, trattando il suo pensiero filosofico. Più nello specifico, egli, nel ‘’Diario’’, parla di ‘’grande terremoto’’ e di ‘’scheggia nelle carni’’; con queste due espressioni il filosofo si riferisce ad avvenimenti spiacevoli che hanno segnato la sua vita (uno di questi è, per esempio, la fine del fidanzamento con Regina Olsen, citato nel caso del ‘’grande terremoto’’).

La filosofia del danese si contrappone all’idealismo romantico tedesco per quattro punti: egli esalta la singolarità dell’uomo, gli idealisti l’universalità dello spirito; egli rivaluta l’esistenza concreta, gli idealisti propendono per la ragione astratta; egli crede nell’inconciliabilità delle alternative, gli idealisti nella sintesi conciliatrice della dialettica; egli considera la libertà come possibilità, gli idealisti come necessità.

Come si può intuire, il danese non è certamente un sostenitore di Hegel, uno dei maggiori esponenti dell’idealismo. Riteneva, infatti, che la sua filosofia fosse pretenziosa e incoerente.

Addentrandoci nel pensiero filosofico di Kierkegaard, uno dei concetti fondamentali consiste nella considerazione dell’intera esistenza dell’uomo basata sulla categoria della possibilità, con accezione negativa. Dal suo capolavoro ‘’Aut-Aut’’ emerge che egli tratta due tipi di possibilità: la ‘’possibilità-che-sì’’ e la ‘’possibilità-che-non’’. Dunque, egli ritiene che l’uomo sia sempre dinanzi a terribili alternative, che non fanno altro che paralizzarlo; è così che l’uomo si trova in uno stato di indecisione e prova angoscia, ma anche la non-scelta genera angoscia. Così si perviene all’impossibilità della scelta, che è la condizione di indecisione e di instabilità dell’io (il cosiddetto ‘’punto zero’’). Per questo motivo è stato definito ‘’discepolo dell’angoscia’’. È da ricordare che anche lui ha provato questa sensazione e ne ha parlato nel caso della ‘’scheggia nelle carni’’.

Secondo Kierkegaard la verità è soggettiva. Egli, conseguentemente, esalta il singolo sul genere, come abbiamo visto precedentemente. Per questo motivo, egli esalta la soggettività dell’esistenza dell’uomo; si perviene, così, alla soggettività della religione e quindi ad un rapporto intimo, personale, con Dio.

Un altro dei concetti fondamentali del pensiero filosofico del filosofo danese consiste nel chiarire le possibilità fondamentali che si offrono all’uomo, cioè gli stadi, dunque le alternative, dell’esistenza. Questi sono tre: il primo è la vita estetica, il secondo è la vita etica e il terzo è la vita religiosa. Ogni stadio è caratterizzato da un proprio tipo di vita; i primi due sono i due stadi fondamentali dell’esistenza e fra di essi vi è un ‘’abisso’’, che è maggiore tra il secondo e il terzo stadio. Gli stadi non sono connessi: si può scegliere in quale rimanere. Vi è, però, un ordine gerarchico in questi stadi: si può passare dal primo al secondo e dal secondo al terzo, ma non si può tornare indietro dopo aver effettuato un passaggio, poiché il secondo stadio è migliore del primo, così come il terzo è migliore del secondo. Parlando della vita estetica, la sua immagine è quella di Don Giovanni, protagonista del suo romanzo ‘’Diario di un seduttore’’; ricordiamo che ‘’Don Giovanni’’ è anche un celebre capolavoro di Mozart. Don Giovanni vanta molteplici relazioni con donne, ma questo è dato dalla sua incapacità di trovare in una donna quell’infinità di piacere e di realizzazione della quale va in cerca. Dunque la dimensione della vita estetica è quella edonistica, dell’immediatezza: si evita la ripetizione e si va sempre in cerca di nuove esperienze che possano arrecare piacere. Questo tipo di vita, però, si rivela poi insufficiente e misera nella noia e per poter uscire da questo stadio è necessario lasciarsi andare alla disperazione; è così che si passa alla vita etica. Lo stadio etico è la scelta della vita perché si sceglie la libertà, quindi si sceglie di vivere. L’immagine della vita etica è l’uomo-marito e l’uomo nel mondo del lavoro. Questo stadio è caratterizzato dalla ripetitività, da una routine che si ripete continuamente. Scegliere questa vita significa anche pentirsi, perché l’uomo perviene al conoscimento della sua intera storia, interfacciandosi con gli aspetti positivi e negativi e quindi è a conoscenza anche della parte più crudele della sua storia. E così l’uomo, pentendosi, perviene allo stadio della vita religiosa, con la fede concepita come, appunto, antidoto alla disperazione. L’immagine di questa vita è Abramo, del quale il filosofo parla nella sua opera ‘’Timore e tremore’’. Scegliendo di passare alla vita religiosa si sceglie di sottostare ai principi divini che possono entrare in contrasto con quelli sociali e morali. Infatti Abramo, per dimostrare la sua fedeltà a Dio, uccide suo figlio. Questo tipo di vita comporta, dunque, una rottura con la società; in tal modo si perviene ad un rapporto intimo con Dio, un rapporto assoluto con l’assoluto. Si ha, per questo motivo, il dominio della solitudine. A questo stadio di vita sono associati i termini paradosso e scandalo. Questo perché è posto l’interrogativo su come l’uomo possa sapere che, scegliendo la fede e rinunciando alla dimensione etica, possa essere eletto da Dio. Ciò è causa di angoscia, non essendoci una risposta certa a questa domanda, ma tale questione è superata sempre grazie a Dio, poiché è Lui che indica all’uomo la strada da percorrere. In tal modo l’uomo si tranquillizza e ciò giustifica il perché la fede sia l’antidoto alla disperazione. La fede è anche un paradosso, però, in quanto non si conosce esattamente la sua essenza. Per Kierkegaard la frase peggiore esistente è quella che Cristo rivolge a Giuda: ‘’Ciò che devi fare, affrettalo’’. Questa affermazione causa angoscia, poiché Gesù dice a Giuda di affrettare la sua scelta, generando in lui incertezza. Questo perché l’angoscia è radicata nel futuro in quanto vi è una corrispondenza tra il possibile e l’avvenire.

A proposito di curiosità su Kierkegaard, il danese non era proprio un sostenitore di Hegel, come si è potuto capire dalla sua filosofia. Riteneva, infatti, che la sua filosofia fosse pretenziosa e incoerente.

Nonostante il filosofo danese sia ad oggi considerato uno dei più noti, tra i moderni, a suo tempo non riscosse subito successo. Difatti, per esempio, il suo saggio ‘’Briciole filosofiche. Ovvero un poco di filosofia’’, il quale titolo è una frecciatina a Hegel, il quale elaborava opere considerevolmente ampie, è stato uno dei suoi flop clamorosi. Quando Kierkegaard fu a conoscenza della mal riuscita della sua opera ebbe una crisi tale da portarlo a chiudersi in casa per oltre sette giorni.

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Siamo poco erotici…
Di
Michela Conte -
14 Febbraio 2022

 

Altro che festa dell’amore: tocca tornare a innamorarsi!

È San Valentino, la festa degli innamorati. O dei cretini, dicono gli scettici, che forse sono solo invidiosi. O del consumo, dicono i saggi moralisti. Ed è subito gara di meme, post, commenti, riflessioni, pareri, conditi con impressionante acidità, scritti in competenzese moderno. Come è stato per il Festival di Sanremo, ma anche per Natale, per il black Friday, per Halloween: giorni e giorni di opinioni, accuse e difese improntate a un criticismo da fare invidia a Kant. Quello che è evidente è un irrefrenabile impulso a prendere la parola. O meglio, a digitarla.

Secondo recenti indagini, siamo un popolo intristito e arrabbiato: sarebbe questa la radice della propensione alla critica continua e del bisogno compulsivo di uno spazio di espressione, fondato sulla convinzione che certe cose, certi eventi e certe scadenze richiedano necessariamente il nostro intervento. Ma soprattutto senza il benché minimo dubbio.

Dubitare è un’arte e la sua etimologia parla di relazione: “dubbio” deriva dalla radice sanscrita dva- o dvi-, la stessa della parola “due”. Dubitare, in effetti, è abdicare alla certezza assoluta, fare i conti con il bivio, con la presenza di almeno due opzioni, due alternative, due possibilità. Non solo: questa dualità racconta la relazione come palestra di salutare dubbio, come esercizio di decentramento dell’io. Essere due nella relazione (non solo quella di coppia!) è dubitare della propria autosufficienza e competenza. Perché in ogni autentica relazione vi è di mezzo l’amore, la passione viscerale che confonde le convinzioni, l’attrazione integrale che mette in crisi le convenzioni, come suggerito dal sanscrito kama, che è all’origine di una delle possibili etimologie.

Un’altra etimologia della parola amore potrebbe essere legata al verbo greco mao, “desiderare”. Ma la più bella, che è anche la più discussa, dice che amore deriva da a-mors, cioè “senza morte”. Non è forse il desiderio di qualcosa che ci mantiene in vita? Non è forse la passione a sottrarci ai morsi mortiferi dell’esistenza? Ogni forma d’amore porta con sé il germe della nascita e della rinascita: per questo non possiamo farne a meno.

Ma l’amore, come la vita, è esigente. Esige quel decentramento prima citato. Le parole di chi ama non sono mai assertive. Il tono di chi ama non è mai netto. Perché chi ama è fragile: non debole, non insicuro, non passivo, non sottomesso, ma fragile, cioè non infrangibile, come i toni e i pareri delle nostre impietose critiche su tutto e tutti. Per questo mi viene da dire che, forse, siamo un popolo non solo più triste e arrabbiato, ma meno innamorato e meno predisposto a lasciarsi trafiggere dalle scintille della passione. L’avversione alla giornata di San Valentino racconta spesso un vuoto di eros nelle nostre esistenze, senza che il termine rimandi immediatamente all’esercizio della sessualità, che ne è un aspetto importante, ma pur sempre parziale.

Siamo poco erotici a casa, in cucina, al lavoro, al supermercato, in macchina. Siamo sempre troppo poco innamorati, troppo poco passionali: guardiamo poche albe, ci accorgiamo tardi dei tramonti. Non facciamo caso ai dettagli, alle rughe di espressione, alle sfumature delle voci. Non teniamo abbastanza ai nostri hobby. Non custodiamo come si deve il fuoco delle prime volte. Ci rattristiamo superficialmente e gioiamo con stucchevole pudore. Giudichiamo la rabbia e addomestichiamo il disgusto. E non piangiamo, mai! L’eros è anche questo e la sua mancanza è la genitrice della nostra tristezza, quella che ci spinge a voler colmare i vuoti a tutti i costi, quella che ci convince a parlare, parlare, parlare sempre e su tutto, quella che ci disinnamora dei silenzi dovuti e dei dubbi salvifici.

Allora, quello che mi auguro e auguro a tutti, per questa giornata e per quelle che verranno, è di ricominciare a innamorarsi di cose, animali e persone, a partire da quelle vicinissime e inevitabili. Di essere due (almeno) in ogni dove e in ogni quando. Di partire dal dubbio dell’autosufficienza per culminare nel dubbio del parlare, del commentare, del criticare. Di ripulire la nostra idea di erotismo da ogni distorsione e di recuperarne la portata esistenziale. Perché di mezzo vi è la nostra felicità. Perché, per citare un noto monologo di Benigni, “se non ci innamoriamo è tutto morto”. E il continuo metter bocca su tutto è un indiscutibile accertamento di morte interiore e relazionale.

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