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(Leggo)

Mc 9,2-13

<<Rabbì è bello per noi star qui!>>.

 

Entra, vieni con me, lascia ogni preoccupazione. Ci sono solo io adesso per te. Creare l'ambiente è già preghiera. Quindi anche a casa , in un angolino, in un ritaglio di tempo si possono abbassare i toni della luce, delle suonerie, delle voci Ecco una vita semplice, ai più anche fallimentare può essere meravigliosa? Questa è la sua sfida per ognuno di noi. Ma adesso adiamo, saliamo!

 

(Prego)

Coloro che il roveto ardente ha conquistato
son radunati attorno a te nel Regno eterno
nella sete han cercato il tuo volto di luce
solo te han seguito, ora vivono in te.


(Agisco)

Dedico del tempo alla preghiera personale

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Norme U.E.: il consumo moderato di vino non è cancerogeno

 
 
 

Rientrato allarme tra i viticoltori italiani e pugliesi in particolare. Intanto un  parco eolico rischia di sorgere nel territorio delle dop Manduria

Il pericolo è scongiurato ma sono stati giorni di timori e di ansie per il futuro della vitivinicoltura pugliese. Una autentica levata di scudi quella che è seguita all’annuncio dell’Unione Europea di poter arrivare ad etichettare il vino (insieme ad altri alcolici come la birra), come alimento ad alto rischio cancerogeno, alla vigilia dell’approvazione       del piano anticancro europeo (BECA), sul rafforzamento delle strategie dell’Europa per combattere la malattia. Ma per fortuna, anche grazie alla grande mobilitazione di Paesi come l’Italia e la Francia e del mondo agricolo europeo, è passata la linea con la quale la Commissione europea ha evidenziato la differenza tra uso e abuso nell’alcol.

I Consorzi di tutela dei vini pugliesi, quali il Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria dop, il Consorzio        del Salice Salentino doc; il Consorzio di Brindisi e Squinzano doc insieme a  Confagricoltura       Puglia, avevano preso una posizione congiunta su questo autentico fulmine a ciel sereno che ha fortemente destabilizzato, almeno per qualche giorno, uno dei comparti leader del settore primario, con la Puglia una delle regioni leader della vitivinicoltura internazionale. In Puglia si contano 60 prodotti DOP IGP e il settore nel suo complesso genera un impatto economico pari a 623 milioni di euro nel 2020 (+24,0% sul 2019) grazie al lavoro di 16.074 operatori.

 

“In Italia e soprattutto in Puglia il vino non è una bevanda, è molto di più. Il vino è cultura, è racconto dei territori,         è parte di una tradizione secolare oltre che una componente della Dieta Mediterranea, una dieta sana ed equilibrata         e che è anche patrimonio immateriale dell’umanità; dunque il vino non può essere criminalizzato.

È necessario scongiurare il rischio che decisioni avventate e dogmatiche mettano in pericolo il futuro di una filiera strategica per il nostro Paese come     quella vitivinicola, senza peraltro riuscire a trovare una soluzione ai problemi di salute pubblica. Il consumo responsabile, rimane   l’unica vera ricetta contro i rischi alcol- correlati. Se passasse il piano, i Paesi membri potrebbero adottare pesanti restrizioni sul vino, provocando danni enormi alla filiera: etichette con alert sanitari; divieto​ di pubblicità; divieto di sponsorizzazione; aumento delle tasse. Tutto questo a discapito dei nostri produttori. Ci batteremo perché non vada in porto, anche perché il vino è uno degli elementi   produttivi    più importanti       del Pil e della bilancia commerciale, tra i pochi che non hanno visto diminuire investimenti e posti di lavoro neanche in tempi di crisi. Una brutta immagine per l’Italia vitivinicola e per la Puglia, una delle       regioni italiane simbolo di vini di alta qualità”.

Ma come dicevamo, per fortuna è passata la linea della Commissione europea che ha evidenziato la differenza tra uso e abuso nell’alcol. In pratica è stata rimarcata la netta differenza tra consumo moderato e abuso di alcol. Ed è l’abuso, come in ogni cosa, che porta rischi in termini di salute pubblica. Pericoli che non giungono invece con il consumo moderato e responsabile di vino, combinato a stili di vita sani previsti dalla nostra dieta mediterranea. La differenza tra uso ed abuso deve essere cristallizzata da una massiccia campagna di sensibilizzazione ed educazione al consumo.

“Il vino è prima di tutto un atto culturale e rappresenta uno dei prodotti agricoli più densi di valore sociale, storico e culturale. Un intreccio tra agricoltura ed enoturismo. Il pericolo è stato scongiurato ma non dobbiamo abbassare la guardia. I nostri parlamentari sono riusciti a fermare un attacco al mondo del vino che temiamo non si esaurisca qui. Possiamo però dire che per il momento hanno vinto la ragionevolezza e il buon senso premiando il vino, e hanno vinto tutti i viticoltori d’Italia, della Puglia e del Salento”,stando alle conclusioni dei rappresentanti del Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria dop, del Consorzio del Salice Salentino doc, del Consorzio di Brindisi e Squinzano doc e di Confagricoltura Puglia.

Ma per la vitivinicoltura pugliese i problemi sono anche interni. E’ di questi giorni la notizia che la Giunta regionale ha espresso parere negativo alla realizzazione di un parco eolico nel territorio delle dop Manduria. Il progetto prevedeva l’installazione di 19 aerogeneratori nelle terre del Primitivo, sui territori dei comuni di Manduria, Avetrana (Taranto), Erchie e Torre Santa Susanna (Brindisi). La decisione della Regione è stata presa in considerazione della necessità di tutelare un patrimonio paesaggistico di inestimabile valore, un territorio che ospita le eccellenze della filiera del vino, orgoglio e punto di forza della Puglia, come ad esempio il Primitivo rosso di Manduria, considerato da molti enologi se non il migliore, al top della classifica dei vini rossi d’Italia.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

La fatica appassionata di una Donna maratoneta

 
 
 

Si definisce una testa dura, d’altronde il suo cognome è il nomen omen inciso nell’indole e nel fisico. Già, perché Teresa Capozza è una madre ed un’atleta, guerriera nella maratona della strada e della vita, caparbia nel venir fuori da un terribile incidente stradale, stoica nel tornare all’attività agonistica, una corsa contro la pigrizia per ritrovare, nella fatica e nella passione per lo sport, autostima ed entusiasmo.

Ciao, Teresa. Cosa significa per una donna essere maratoneta?
Saper gestire molte pressioni quotidiane che una donna deve affrontare e rendersi conto che riesci ad andare avanti vivendo la tua vita come vuoi potendo fare qualsiasi cosa, perché i limiti sono solo nella nostra testa.

Come è possibile conciliare gli impegni lavorativi e familiari con l’assiduo allenamento?
Puoi ottenere tutto ciò che vuoi: io ho iniziato dieci anni fa correndo alle 6 del mattino, sveglia prima dell’alba, inverno ed estate, quando tutti a casa dormono, proprio per non dar fastidio a nessuno. Di solito non mi prefiggo molte gare durante l’anno, ma solo quelle che mi permettono di conseguire un buon risultato, solo ed esclusivamente per me stessa, le sfide che mi diano la giusta motivazione per vivere la vita presente e la quotidianità.

 

La diversità fisica e muscolare fra uomo e donna ne inficia la prestazione e il “godimento” per la stessa?
Uomini e donne in questo sport possono essere forti alla stessa maniera, tutto dipende da come ti alleni, dall’alimentazione che segui, e dal lavoro che fai. Una cosa è certa: i runners, indipendentemente dal genere, seguono l’obiettivo comune di correre per far star bene cuore, mente e gambe, perché ciò favorisce il buon umore, migliora l’ autostima, diminuisce lo stress, diverte, ti consente di conoscere gente e posti nuovi, viaggiando, in itinere, si diventa una grande famiglia; oltre al fatto che fa bruciare molte calorie, rinforza il proprio sistema immunitario,fa bene alle ossa ed articolazioni se associata ad uno sport di rinforzo e distensione muscolare,abbassa la pressione del sangue,contrasta il diabete.

Rimasta, miracolosamente, illesa da un incidente stradale, cosa ti ha spinto a tornare a correre?
La testa dura che ho (ride) non per nulla mi chiamo Capozza, anche se, detto francamente, ho un cuore fragile e un’anima troppo buona (non sarei una runner se fosse il contrario). Tornando a noi: è stato brutto l’incidente tra l’altro tornavo da un bellissimo allenamento di corsa al Pulicchio di Gravina dove ho visto un panorama della nostra Murgia stupendo, all’ alba e dopo poi il buio totale. Sì, ho rischiato di non esserci più. Ma non mi sono arresa e non mi arrendo, perché la vita mi deve ancora un sogno, quello di vedere i miei figli realizzare il loro. Ho tanta strada ancora da percorrere e tanto ancora da imparare e da insegnare ai miei figli Giada e Giovanni Maria (la mia principale ragione di vita). La corsa mi ha dato una grande mano quando dieci anni fa mi sono avvicinata a lei: sono diventata più sicura di me, anche se c’è da lavorare ancora, sono cresciuta nei rapporti con le persone, nel lavoro e nella vita, ho maturato scelte, decisioni importanti, ho imparato ad avere pazienza: non a caso mi alleno su lunghe distanze e gare di resistenza. In realtà sono un’ultra maratoneta e lo sono grazie al Direttore di questo giornale, il mio caro prof. Paolo Farina perché mi ha permesso di accompagnarlo “correndo”, ovviamente, nel 2018 nella sua cinquantesima ultramaratona a Cagnano Varano. La voglia di ritornare a correre dopo l’incidente è merito anche dei miei amici dell’ Ass. MARATONETI ANDRIESI senza i quali gli allenamenti di corsa non sarebbero un divertimento ed un piacere ed ai quali dico grazie per aver creduto in me per avermi dato la possibilità di entrare come consigliera nel direttivo dell’ Associazione. Mi piace ricordare, in particolare, l’amico Dante Ragno che purtroppo è andato via prematuramente, lasciando un grande vuoto attorno a noi.

Quale consiglio daresti a chi si avvicina a questo mondo?

Innanzitutto di fare sport sempre, qualsiasi tipo di sport, perché, ripeto, fa bene al corpo alla mente e all’ anima, magari cambiare per arrivare a capire quale sia la propria inclinazione sportiva migliore e poi seguirla, anche solo per non rischiare di vivere per inerzia. L’atletica leggera, nello specifico, offre libertà di movimento e di pensiero: sei tu, le tue gambe, la tua testa, il tuo spirito e la strada!

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donmichelangelotondo più di un mese fa

La truffetta Nft di Melania Trump

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Alla fine di dicembre anche Melania Trump ha annunciato di voler entrare nel mondo degli Nft, i Non Fungible Token, che in questo momento stanno andando fortissimo fra i collezionisti di oggetti digitali. E così l’ex first lady della Casa Bianca ha messo in vendita i primi esemplari di una serie chiamata Head of State Collection, aperta dalla versione digitale di un acquerello dei suoi bellissimi occhi blu.

“Sono orgogliosa di questo progetto che sosterrà le mie iniziative per aiutare i bambini”, ha detto la Trump e l’asta online è partita. Prezzo di partenza 175 dollari, prezzo finale 185 mila dollari. Ma quello che accade nel mondo degli Nft, ogni transazione, avviene su un registro pubblico immodificabile che tutti possono consultare e così è stato facile scoprire che il vincitore dell’asta del primo Nft di Melania Trump è stata Melania Trump. Ovvero il portafoglio del profilo che ha creato quell’opera digitale ha trasferito ad un altro portafoglio una somma che poi è stata trasferita ad un terzo che con quei soldi ha piazzato l’offerta vincente. Il meccanismo anche nelle aste fisiche non è nuovo. Ma volendo è simile a quello che capita in certi mercatini dove trovi quei tipi che ti chiedono di indovinare sotto quale coperchio ci sono i soldi e c’è sempre un compare che scommette e vince per dimostrare quanto è facile, poi ci provi tu e perdi tutto. Una truffa vecchia come il mondo che il digitale sta soltanto replicando. In questo momento nel settore degli Nft casi analoghi ma con nomi meno celebri dell’ex prima donna degli Stati Uniti si stanno moltiplicando. Spesso le valutazioni astronomiche che vediamo sono gonfiate semplicemente trasferendo (riciclando?) gli stessi soldi fra due conti della stessa persona. E’ un peccato, perché ci sono anche tanti artisti che in buona fede si stanno avvicinando ad un settore che potrebbe avere un senso. Serve qualche regola, nel frattempo muovetevi con cautela. 

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Ya, mama. Ya, mama

 
Bruno nei giorni scorsi è stato dimesso dall'ospedale, ma ancora non è del tutto guarito

Bruno nei giorni scorsi è stato dimesso dall'ospedale, ma ancora non è del tutto guarito

Bruno Bertolini, Roma, 87 anni, ha insegnato Biologia cellulare nella Facoltà di Scienze della Sapienza

Ya, mama, Ya, mama. Sono in un letto del Policlinico Umberto I Roma, polmonite da Covid. Una miriade di messaggi sonori, i più diversi, si intreccia. Sono messaggi che raggiungono operatori distanti, magari impegnati in mansioni diverse, ma che li rassicurano o li mettono in allarme sul buono o cattivo funzionamento di sistemi affidati alla loro sorveglianza, sulla situazione di pazienti affidati alle loro cure.
Ora i messaggi sonori sono un po’ diminuiti. Sta calando la sera e nel buio che avanza, comincio a notarne uno differente dagli altri. È un bambino, di 6-8 anni che chiama con voce accorata “Ya, mama. Ya, mama”. Non so in che lingua chiami, ma il messaggio è chiaro. Viene il buio, la mamma è lontana, forse non c’è neanche più, e lui la chiama perché venga ad abbracciarlo.  Il bambino non cede al dolore, alla paura, continua a chiamare. “Ya, mama. Ya,mama”, poi mi accorgo che il messaggio è troppo regolare, che si ripete a intervalli sempre uguali, misurabili a orecchio. È anche questo uno dei tanti messaggi di controllo che si intrecciano nella notte.
Non c’è nessun bambino che invoca disperato la sua mamma. Mi metto il cuore in pace. Anche se, vecchio nonno, in un letto d’ospedale, nulla avrei potuto fare per un virtuale nipotino. Mi metto il cuore in pace… mi metto il cuore in pace… questo è un inesistente bambino elettroacustico, ma mi ricorda quanti bambini reali piangono per il freddo e la fame nella neve dell’Europa orientale, per i disagi dei campi profughi, o giacciono annegati sulle spiagge del Mediterraneo.
Tra qualche giorno spero di uscire dall’ospedale. Ya, mama, Ya mama, che sia elettronico o che sia gridato da un bambino vero, ci risuoni nel cuore. Ognuno di noi, nel suo piccolo, faccia anche solo quel poco che non gli cambia la vita, affidandosi a qualcuna delle organizzazioni che si occupano dell’infanzia in stato di disagio. È meglio pentirsi per aver fatto qualcosa che pentirsi per non aver fatto niente.

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La pagliuzza e la trave

 
Studenti e studentesse protestano a pancia scoperta contro la frase della dirigente del Righi

Studenti e studentesse protestano a pancia scoperta contro la frase della dirigente del Righi di Roma

Al quarto giorno, la dirigente scolastica ha dovuto dire che “rispetta la sensibilità della ragazza e degli studenti” perché “se uno ritiene di essere stato offeso è giusto che io lo rispetti”. Ma no, gentile preside, dovrebbe essere lei a esigere rispetto: le consegne sono semplici. Ci sono persone di giovane età che vanno a scuola per imparare a vivere (non solo storia e matematica ma limiti e responsabilità, regole di convivenza) e persone di età adulta che sono lì per insegnarlo.

Se gli educatori sono terrorizzati da coloro che dovrebbero educare nulla funziona più. Se i genitori si organizzano a difendere i loro figli, la scuola smette di assolvere alla sua funzione. Certo, ci sono insegnanti migliori e altri meno capaci. C’è chi sa farsi rispettare naturalmente e chi no, come nella vita. La frase “non sei sulla Salaria” rivolta a una ragazza che in classe si fa un videoselfie da postare su TikTok scoprendosi il corpo non è un distico elegiaco, certo. Ma non è neppure un’ingiuria: è un modo di dire colloquiale, altrove si dice “pari uno scorfano” senza che la protezione della fauna ittica insorga.

A Roma sulla via Salaria ci sono persone che si offrono al mercato dei corpi, dire “non sei sulla Salaria” significa stai composta, per favore, che sei a scuola. Si poteva dir meglio, va bene. Osserva Dacia Maraini che i ragazzi sono esposti continuamente a un mercato, non quello della Salaria ma quello del web: illusi che libertà e popolarità siano la stessa cosa quando è domanda e offerta, invece. Ci deve pur essere qualcuno che dica loro occhio, è anche quello un mercato. Liberi di frequentarlo, ma non qui a scuola. Magari con parole diverse ma è la pagliuzza, questa, non la trave.

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Leggere la Commedia di Dante Alighieri

 
 
 

Claudio Rocco, La Commedia di Dante. Lettura in prosa, Eretica Edizioni

Si legge – o si dovrebbe leggere – per piacere. Si legge, talvolta, anche per dovere. Epperò, la Divina Commedia ha in sé una sfida e una promessa come nessun’altra opera possiede né sono bastati 700 anni di letture e interpretazioni per sondarne a fondo l’universo immaginifico: per questo navigare tra le pagine di Dante dovrebbe essere l’aspirazione di ciascun lettore, tanto più se italiano.

Lo sappiamo, il capolavoro che ha dato origine alla nostra lingua propone un viaggio che ogni uomo e ogni donna vorrebbe, almeno una volta nella vita, intraprendere: e che forse, un giorno, ognuno di noi intraprenderà.

 

Certo, altro è vedere, altro è immaginare, eppure è proprio questo l’indiscusso merito di Dante: riuscire a farci vedereciò che egli ha immaginato. Di più: riuscire a farci vedere ciò egli stesso ha visto.

A questo proposito, la lettura in prosa di Claudio Rocco si offre come una sorta di viatico del pellegrino, un valido supporto per entrare nella lingua di Dante, spesso ben più ricca e polisemica della nostra e, proprio per questo, ahimè, ai più difficilmente comprensibile.

Peraltro, sono state mantenute, laddove possibile, le scelte lessicali ed espressive della Commedia oppure, al fine di facilitarne la comprensione letterale del testo, le stesse sono state affiancate, di volta in volta, alle espressioni o ai termini presenti nel nostro corrente uso linguistico e comunicativo.

In definitiva, un’opera meritoria e di pregio, quella di Rocco, utile strumento per quanti Dante hanno il privilegio di insegnarlo a scuola, ma anche duttile passepartout per quanti vogliano provare a misurarsi in prima persona col viaggio più incredibile che mente umana abbia mai concepito.

 

Claudio Rocco. Giornalista. È stato consulente per la cultura e l’informazione della Regione Marche. Ha pubblicato per l’Università studi su Italo Svevo (Editrice Cappelli di Bologna, rivista “Hermeneutica” Università di Urbino), su Dino Garrone (Edizioni Scientifiche Italiane, di Napoli), sulla cultura italiana del primo Novecento (“Studi Urbinati”, Università di Urbino), per riviste letterarie e musicali, su Benito Perez Galdòs -con menzione di Carlo Bo -, e Tomasi di Lampedusa. Ha pubblicato inoltre studi di storia moderna e contemporanea. Per l’Università di Bari è stato relatore al I Congresso Internazionale di Psicotecnica (Atti editi da Aracne editrice, Roma).

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«Molta gente è venuta a conoscenza dell’esistenza del cervello solo quando gli è stato servito in tavola panato e fritto»

(Dal web)

Il volo pindarico per eccellenza.

Stavo cercando di ricordare da dove diavolo venisse il soprannome con cui mi chiamava mia madre: Papìk. Mi sono arrovellata parecchio prima di illuminarmi e mi è tornato in mente che Papìk è il protagonista di un romanzo che narra la storia di due generazioni di Inuit, le popolazioni indigene delle coste artiche dell’America, distribuite dalla Groenlandia  all’Alaska.

 

Intanto il disappunto: mia madre non poteva che chiamarmi, sempre, con il nome di un maschio, per giunta indigeno. Inutile io mi faccia domande, per darmi risposte. Credo che il tutto si commenti benissimo da solo, almeno agli occhi di chi mi conosce. Ma questa è un’altra storia.

Da Papìk, sono passata a pensare agli eschimesi e al fatto che siano tondeggianti perché in natura le forme tonde trattengono il calore.

Da una tribù di palline, dunque, ho ricordato che quello degli eschimesi è un popolo di tabù, come li definiremmo noi, cresciuto con riti precisi: mai mischiare carne di foca con carne di animale terrestre, per esempio, così come mai contravvenire ai riti del lutto o conciare la pelle delle renne prima che la stagione di caccia sia finita, e così via.

Alla fine sembrano cose incomprensibili, ma di fatto nemmeno a noi mancano le superstizioni: non passare sotto una scala, non attraversare la strada dopo il gatto nero, toccare ferro contro la sfortuna… un’altra serie di faccende irrazionali, ma molto ben radicate nella cultura.

Da questo insensato giro dell’oca, mi sono chiesta come possiamo dirci liberi di cercare la verità, dal momento che, in qualsiasi parte del globo siamo nati, restiamo assoggettati  alle regole di una cultura specifica, nel suo modello limitato. Dacché il mondo è mondo, siamo vincolati dalle tradizioni, dal ceto, dalla nazionalità, dalla religione, dall’educazione, dall’arte, dalle consuetudini, dai costumi, dal cibo, dal clima, dalla famiglia, dal gruppo dei pari: tutte influenze e pressioni che, come dogmi, condizionano le nostre reazioni e, ci piaccia o no, ci fanno uniformare. Pena la solitudine e l’isolamento.

Quindi, mi sono detta, quando mai potremo dirci messi nella possibilità di cercare il vero? O una sua parte? Non è proprio un passatempo da domenica mattina, in giro per uliveti sotto al sole! Si tratta di cercare condizionamenti migliori? O addirittura di uscire da qualsivoglia condizionamento?

Non so rispondermi per il momento: bisognerebbe avere una mente totalmente libera, scevra da qualsiasi proiezione, in grado di comprendere in autonomia senza la guida di altri, una coscienza che si conosca nel profondo per quel che realmente è. Ma, ancora, si può capire cosa “realmente è”, senza cadere nella trappola del “realmente è… rispetto a”?

Sarò franca, non lo so.

Ed ancor più francamente rinuncio: prima di iniziare a pensare avevo preparato l’impasto per le polpette. Ho deciso di continuare: a volte è decisamente meglio friggere.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

La fine del tunnel

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Abbiamo la sensazione, o meglio, la speranza, di essere alla fine del tunnel. Non festeggiamo ancora solo per prudenza, per il timore di venire delusi un’altra volta. Del resto questi due anni sono stati uno spartiacque interminabile tra il mondo di prima e il futuro. All’inizio della pandemia per farci coraggio ci dicevamo, alla fine sarà tutto diverso e saremo migliori.

Cosa è cambiato davvero? E siamo davvero migliori di prima? Siamo un po’ più connessi, è vero, abbiamo imparato a resistere ore in  quelle videochiamate che prima detestavamo, ci siamo abituati a fare la spesa online; e ordinare la cena a domicilio non è più una stravaganza per chi non ha voglia di cucinare; andiamo sempre meno al cinema e al teatro e questo è davvero un peccato; ci siamo stufati di Facebook e anche Instagram non sta tanto bene, mentre sembra che non si possa resistere all’algoritmo di TikTok ma non so se sia una buona notizia; in Italia dovremmo sentire soffiare forte il vento della ripresa economica innescata dai miliardi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ma la transizione, ecologica o digitale, come le rivoluzioni, non è un pranzo di gala: è una battaglia continua dove ogni giorno lotti per un centimetro. Servirebbe più energia ma costa sempre di più. E così nei discorsi ci rifugiamo nel mondo parallelo del metaverso, dove le criptovalute e gli Nft acquistano un valore incomprensibile ai più. E’ strana la fine del tunnel, è come se avessimo paura di uscire a guardare cosa c’è davvero dall’altra parte. Forrest Gump dopo aver attraversato l’America a piedi disse: “Sono un po’ stanchino”. Ecco, sembriamo stanchi. Eppure dovremmo sentirci fieri per essere arrivati fin qui. Fieri e fortunati. Capirlo è il segreto per la felicità.

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