Mio padre sarebbe stato un uomo più felice se non avesse avuto una famiglia. Non fosse stato per i suoi quattro figli, avrebbe divorziato da tempo e si sarebbe trasferito in qualche altra città. Gli piacevano Stockton, che era piena di italiani, e Marysville, dove si poteva puntare giorno e notte sul lotto cinese. I figli erano i chiodi che lo tenevano crocifisso a mia madre. Senza di loro, sarebbe stato libero come un uccello. Non gli andavamo particolarmente a genio, e di certo non ci amava proprio. Eravamo soltanto dei ragazzi comuni, normali, e senza qualità al di fuori dall'ordinario; lui aveva sperato in qualcosa in più. Eravamo una corvé che andava fatta: non una messe abbondante, non asparagi o fichi o datteri, ma una cosetta da poco, patate grano e fagioli, e lui a questa fatica era dannato, gli toccava di bestemmiare e scalciar zolle finché il raccolto non maturava. Era un montanaro venuto dall'Abruzzo, un nasone dalle mani grosse, basso (uno e sessanta), largo come una porta, nato in una parte d'Italia in cui la miseria era spettacolare quanto i ghiacciai circostanti e dove qualunque bambino che fosse riuscito a sopravvivere per i primi cinque anni ne avrebbe campati ottantacinque. Logicamente, non molti riuscivano a compiere cinque anni. Di tredici che ne erano, restavano soltanto lui e mia zia Pepina, che ne aveva ottanta e abitava a Denver. La sua durezza, mio padre l'aveva ereditata da quel modo di vivere. Pane e cipolle, si vantava, pane e cipolle: che altro serve a un uomo? Ecco perché per tutta la mia vita ho provato ripugnanza per pane e cipolle. Lui era qualcosa di più che il capofamiglia. Era giudice, giuria e carnefice, Geova in persona. Non c'era nessuno che potesse avere a che fare con lui senza litigare. Non gli piaceva quasi niente, in modo particlare sua moglie, i suoi figli, i vicini. la chiesa, il prete, la cità, lo stato, il suo paese e il paese dal quale era emigrato. Né gli importava un fico secco del mondo intero, né del cielo né delle stelle o dell'universo, né del paradiso né dell'inferno. Ma le donne, quelle gli piacevano. Gli piaceva pure il suo lavoro e una mezza dozzina di paisani che, come lui, erano italiani del genere dittatoriale. Era un perfetto artigiano la cui fantasia e perizia sembravano essersi concentrate in quele mani meravigliosamente forti, e benché si definisse un impresario edile, io m'ero abituato a considerarlo uno scultore, perché a una pietra poteva dare la forma di un uomo o d'un animale. Era un muratore superbo, veloce e preciso. Ma anche un eccellente falegname, stuccatore e cementiere. Provava un grande disprezzo per se stesso, e tuttavia era orgoglioso, e perfino presuntuoso. Nick Molise era convinto che ogni mattone che aveva posato, ogni pietra che aveva modellato, ogni marciapiede o muro o caminetto che aveva costruito, ogni lastra tombale che aveva ideato appartenessero alla posterità. Aveva una passione tremenda per il lavoro: e con uno sguardo amaro seguiva il sole, il quale, a suo parere, si muoveva troppo rapidamente nel cielo. Terminare un lavoro lo riempiva di una profonda tristezza. Il suo amore per la pietra rappresentava un piacere ancor più pregnante dela sua passione per il gioco, o per il vino, o per le donne. Di solito andava avanti ben oltre l'orario di lavor, anche al buio, e tra i manovali e gli aiutanti aveva una cattiva reputazione perché li faceva sgobbare troppo. Col sindacato muratori era sempre in pessimi rapporti. La città di San Elmo era il suo Louvre, il suo museo a cielo aperto offerto ali occhi del mondo. Ce l'aveva col comune che non riconosceva il suo talento. Se il consiglio comunale l'avesse premiato con una medaglia o un diploma forse tutta la sua vita sarebbe cambiata. Che diamine: ogni anno la camera di commercio distribuiva commende ai cittadini degni di nota; a Cramer, il concessionario della Ford, avevano dato il diploma di "uomo dell'anno", e così a G.K. Laurel, il farmacista. E allora, com'è che nessuno si accorgeva di quanto Nick Molise aveva fatto per quel buco di culo di città?
John Fante - La Confraternita del Chianti















