Profilo BACHECA 247
Cartella a cordella (*)
Sempe è ‘o tiempe d’a scola.
Colibrì nnammurat,
ave ‘o core ca batte:
milleddoje songh ’e battet.
Né ... chiù battere po’ ??
‘O salmone …,
quanne è femmena fatta,
scegle ‘a morte, …
ca pareija pure ‘a panza!
pe’ fa spazie p’è ll’ove.
… Campa 'e grass ca tene,
… n’d'e carn,
… e d’ammore p’e figl,
… n’d‘o core.
Se ng’ave aut …
nn’ho sacc !
=Scandaloso napoletano ! –chiedo perdono-
Correzione è dovere civico !!=
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[ .. e traduco ! :) ]
Sempre è tempo di scuola.
Il colibrì innamorato,
ha il cuore che batte:
1200 sono i battiti (al minuto)
Ehi … può battere più forte !!??
Il salmone … ,
quando è femmina matura,
sceglie la morte, …
ché digerisce pure lo stomaco !
per far spazio per le uova.
… campa del grasso che ha,
… nel corpo,
… e dell’amore per i figli,
… nel cuore.
Se c’è altro …
non lo so !
(*) la cartella a cordella è (era) una scatola di cartone con la tracolla ripristinata, spesso, con uno spago grosso
a cosa ti fa pensare ?
p.s.: se non hai visto il film, guardalo: un viaggio introspettivo in parallelo con il protagonista.
Si può dire meglio di così ?
leggendo nel cuore che fu di mio padre le parole non dette
Vi ho dato tutto quello che ho potuto darvi, senza risparmio –escluso quello che non era saggio darvi-,
a palme congiunte (a me è sempre bastato il poco -d’altra parte per me il poco è stato un caposcuola).
Ho cercato di dirvi quello che un padre deve dire, guardando lontano.
Vi o ho sospinti a salire la china, avendone vagliato metodo e fine alla bottega della ragione,
soffrendo in silenzio la fatica e soffocando gli slanci di tenerezza, per i quali ben ho avuto sensibilità
(gli occhi sempre umidi di un pianto mai pianto -fratello Fely-).
Io ho creduto nel dovere e nella morale, nel principio de “l’uomo”;
ho creduto nella famiglia ed è stata la mia barca.
Vi lascio, in tutto, non meno di quello che ho ricevuto e spero di aver calcato orme d’ uomo.
l mare tormentato dal libeccio si infrange possente sulla scogliera che lo argina; l’avvolge e l’avvinghia montandola sotto ali di gabbiano; la discende spogliandola per rivestirla di spume e per spume la risale; e la discende; e la risale; le solca le pieghe e le scava gli anfratti crestosi; finche il vento che l’agita non vince se stesso, tra l’azzurro e il turchese. Poi vinto si placa e per piccole spiagge segrete la culla in lucida nuda ghiaia perlata con nenia di risacca, l’adorna con cammei di conchiglie e ciocche a boccoli di posidonia, la intride di sue essenze e l’addormenta.
E la costa, che pur si consuma per ogni maroso, quel mare cangiante che la sposa, contiene e trattiene e ci fa guerra e ci fa pace.