Il termometro segnava 85 gradi. Un caldo secco, brutale e denso
di aromi di pino silvestre, l’unico in grado di sciogliere il
groviglio di nervi rimasto dopo quaranta minuti di Power Clean e
imprecazioni soffocate.
Ero lì, seduta sul mio asciugamano di lino — un vezzo di fibra
naturale per non soccombere alla microfibra della massa — a
cercare di ricomporre la mia immagine di quadro di una
multinazionale. Ma è difficile darsi delle arie quando hai i
capelli schiacciati dalla fatica e il battito cardiaco che ancora
balla il tip-tap sotto il costume intero nero, decisamente troppo
accollato per la tensione che si stava sprigionando in quella
scatola di legno.
Poi la porta si aprì. Entrò lui.
Non si sedette. Sarebbe stato troppo banale per uno che aveva
appena sollevato settanta chili come se fossero sacchetti della
spesa. Con una lentezza studiata, quasi felina, stese il suo
asciugamano sulla panca di fronte alla mia e si sdraiò
completamente. Si mise a braccia aperte, il petto che saliva e
scendeva seguendo un ritmo tutto suo emettendo sbuffi rumorosi da
locomotiva, la pelle ambrata già lucida per il calore. In quella
posizione, era una provocazione diretta alla mia capacità di
concentrazione. Non sapevo chi fosse, né che mestiere facesse, ma
sapevo che mi aveva osservata durante la maledetta lezione di
CrossFit.
I nostri sguardi si incrociarono nel silenzio crepitante. Io ero
seduta, schiena dritta, le ginocchia unite; lui era disteso,
vulnerabile e dominante allo stesso tempo. In quel momento, il
gioco si fece pepato. In sauna non si parla, ma lo spazio tra le
nostre panche era diventato un conduttore elettrico. Lo guardai
scivolare con gli occhi lungo il profilo dei suoi addominali,
senza troppa discrezione — a cinquant’anni, il tempo delle finte
ingenuità è finito, sebbene rimanga un residuo di decenza
istituzionale.
Il silenzio tra noi non era vuoto; era saturo, come l’aria densa
di pino che ci riempiva i polmoni.
Lui si mise a sedere con un movimento fluido, piantando i piedi a
terra. Si sporse leggermente verso di me, i gomiti sulle
ginocchia, riducendo la distanza di sicurezza. Rimase lì, a pochi
centimetri dalle mie rotule, con le mani intrecciate. Era una
posizione di attesa, quasi d’assedio. Il sudore gli imperlava la
fronte e colava lungo il ponte del naso, ma lui non si scostò. Mi
fissava con un’intensità che avrebbe fatto vacillare un intero
consiglio d’amministrazione, cercando in me la crepa, il momento
in cui la "dirigente" avrebbe ceduto il passo alla donna che,
poco prima, aveva lottato contro il cronometro del box.
Io non abbassai lo sguardo. Lentamente, con una deliberazione che
mi stupì, sciolsi la posizione rigida delle gambe. Portai una
mano alla nuca, sollevando i capelli umidi per liberare il collo
dal calore soffocante. Fu un gesto pigro, quasi un riflesso, ma i
suoi occhi seguirono il movimento del mio braccio con una
precisione magnetica, soffermandosi sulla linea della gola che
pulsava al ritmo del mio battito ancora accelerato.
Lui accennò un movimento del capo, quasi impercettibile, come a
sottolineare quella mia piccola resa al caldo. Poi, senza rompere
il contatto visivo, tese una mano. Non verso di me, ma per
afferrare il mestolo di legno appoggiato vicino alla stufa. Lo
vidi attingere acqua dal secchiello. Il movimento era fluido, i
muscoli della spalla che lavoravano sotto la pelle lucida, un
ingranaggio perfetto. Versò l’acqua sulle pietre bollenti.
Ssshhh. Il sibilo violento dell’acqua che diventava calore fu
l’unico suono della stanza. Un’ondata d’aria ancora più rovente
ci investì, costringendoci a socchiudere gli occhi per un
istante, ma nessuno dei due si mosse di un millimetro. In quella
nebbia invisibile, lui si sporse ancora un po’ verso di me,
fermandosi proprio sul confine dello spazio personale. Sentivo il
calore del suo corpo sovrapporsi a quello della sauna, una
pressione termica che toglieva il fiato senza bisogno di
sfiorarsi.
Lo sconosciuto sollevò un angolo della bocca. Non era un sorriso,
era una firma. Con un gesto lento delle dita, si asciugò una scia
di sudore dallo zigomo e poi, con la stessa mano, indicò con un
cenno quasi invisibile l’orologio digitale fuori dalla vetrata,
che segnava l’ora della fine del turno.
Si alzò d’improvviso. La panca scricchiolò, un lamento di legno
che parve un tuono in quel silenzio magnetico. Si caricò
l’asciugamano sulla spalla con un movimento secco, senza mai
smettere di fissarmi. Arrivato alla porta, posò la mano sulla
maniglia. Si voltò un’ultima volta. Non parlò. Si limitò a fare
un cenno con due dita verso i suoi occhi e poi verso i miei, per
poi mimare un gesto rapido nell’aria: il movimento di chi carica
un bilanciere.
Un appuntamento muto, una sfida lanciata oltre il vetro.
Spingendo la porta, lasciò che una lama di luce e aria gelida
tagliasse l’oscurità profumata di pino.
Rimasi sola, il petto che sussultava. La sauna era tornata a
essere solo un eremo di legno, ma l’adrenalina aveva già iniziato
la sua corsa verso il futuro. Mancavano quarantotto ore a
giovedì. Nella mia mente, stavo già controllando la borsa della
palestra, scegliendo con cura il completo per il pros
simo workout.