Cammini a piedi scalzi sopra il vetro
di ogni sua parola misurata,
un passo avanti e cento passi indietro,
per non sembrare mai la donna sbagliata.
Lui ti disegna i bordi della mente,
decide il tono che deve avere il riso,
ti vuole accesa, ma spegni la tua luce,
ti vuole muta, ma col sorriso.
Ti chiama «mia»,
ma in quel possesso c’è il peso freddo di una gabbia d’oro,
dove ogni giorno perdi un po’ di te,
svendendo la tua anima al suo coro.
E dentro senti un vuoto che divora,
come una stanza in cui manca l’ossigeno,
il cuore che rimpicciolisce ancora,
sotto un giudizio che ti rende fragile.
C'è un brivido di freddo nella schiena
quando la chiave gira nel portone,
la sensazione di una corda tena
che stringe il collo senza una ragione.
Ti guardi allo specchio e non ti trovi più,
sei solo il riflesso del suo volere,
un'ombra stanca che guarda verso il giù,
mentre lui beve dal tuo stesso calice.
Ma ascolta il battito che ancora resta,
nascosto sotto il fango del disprezzo:
c’è una scintilla antica nella testa,
che non ha un nome e non ha alcun prezzo.
Un giorno, l'aria tornerà sul viso,
la tua mano aprirà quella prigione.
Rinascerai, riprendendoti il sorriso,
perché la vita non ha mai padrone.








