All’inizio pensavo fosse un miracolo.
Una di quelle che non incontri mai due volte.
Era arrivata come la musica da una finestra aperta nel cuore della notte: inspiegabile, fuori luogo, eppure perfetta.
Occhi da tempesta. Mani da ladra di tempo.
Diceva cose tipo: “Io non sono fatta per restare. Ma se resto, è peggio.”
E rideva come se ogni risata fosse un’esplosione.
Ballava in mezzo alla strada, tra le auto, tra le regole, tra la gente che si voltava solo per capire se fosse reale.
Aveva teorie su tutto.
Sul caffè (“Va bevuto a occhi chiusi, sennò ti entra solo in bocca”), sull’amore (“O ti fa a pezzi o ti rimonta meglio”), sulla noia (“È una malattia, curala con le spine”).
Parlava di costellazioni come se ci abitasse. Scriveva poesie sui muri.
Mi ha insegnato a urlare senza voce.
Con lei ogni giorno era una vertigine: dormivamo in macchina, cucinavamo alle tre del mattino, leggevamo Bukowski nudi sotto la doccia.
Mi ha fatto tatuare una parola inventata sul polso.
Mi ha detto: “Questo è il nostro dizionario segreto.”
E io l’ho fatto.
Perché quando sei con una cometa, non ti chiedi dove atterrerai.
Poi.
Poi è iniziato il vero spettacolo.
Ha cancellato tutti i miei contatti perché "la memoria va pulita come una ferita".
Ha bruciato il mio diario, dicendo che “i pensieri non si conservano, si vivono”.
Ha litigato con mia madre per una questione di “aura sbagliata nella cucina”.
Mi ha lasciato nudo sul balcone a parlare con le piante, “perché devono conoscerti”.
Ha detto al mio amico che il suo cane era una spia.
Ha provato a sposare un manichino.
E io?
Io cercavo ancora la musica della prima notte.
Ma era finita.
Era solo rumore.
Lei non era una cometa.
Era un fulmine che fingeva di essere luce.
E io, idiota, ballavo sotto la pioggia pensando fosse poesia.