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B.e.l.f.a.g.o.r

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Ariete

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B.e.l.f.a.g.o.r più di un mese fa

La regina del ribaltare 

 

Dice “ti credo”, ma prepara il dubbio,
giura “per sempre”, ma ha già un piede altrove.
Cambia umore come il cielo di marzo,
e chi la prende sul serio, finisce bagnato.

Le parole le usa come profumo:
belle da sentire, ma svaniscono in fretta.
Ti fa salire in alto col sorriso,
poi ti spinge giù — “era solo uno scherzo”.

Ha l’arte sottile del ribaltare,
trasforma la colpa in scena teatrale.
Finge confusione, ma sa bene dove colpire —
e quando lo fa, sembra quasi ti accarezzi.

Non è tempesta, è vento calcolato:
soffia dove ferisce, e poi si scusa piano.
Dice “sei tu che non capisci”,
e intanto riscrive la storia a suo piacere.

 

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Senza fili”, dici.
Come se strappare tutto fosse sempre libertà.
Come se il vento sapesse dove portarti meglio di chi ti ha amato.
Come se il silenzio che scegli non fosse, in fondo, solo un altro modo per fuggire.

Parli di copioni come se vivere con gli altri fosse solo teatro,
ma dimentichi che anche l’autenticità ha bisogno di testimoni.
Che essere parte di qualcosa, a volte, non è recitare:
è condividere, cedere, costruire.

Ti sei liberata dai fili, sì.
Ma i fili, a volte, erano mani tese.
Erano voci che ti chiamavano per nome.
Erano legami, sì, ma non catene.

Che libertà è quella che calpesta ogni appartenenza?
Che orgoglio è quello che teme il compromesso?
Non è più coraggioso restare, provare, fallire,
che andarsene per non dover più rispondere a nessuno?

Puoi anche dire “io sono” senza parlare,
ma non dire che questo ti basta.
Non dire che il silenzio pesa più dell’abbraccio.
Non dire che il vuoto è più vero del legame.

Perché se davvero sei libera,
allora smettila di gridarlo.

Belfy  😈 

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È stata tua la colpa, allora adesso che vuoi? Volevi diventare come uno di noi E come rimpiangi quei giorni che eri Un burattino ma, senza fili E invece adesso i fili ce l'hai

Adesso non fai un passo se dall'alto non c'è Qualcuno che comanda e muove i fili per te Adesso la gente di te più non riderà Non sei più un saltimbanco Ma vedi quanti fili che hai

È stata tua la scelta, allora adesso che vuoi? Sei diventato proprio come uno di noi A tutti gli agguati del gatto e la volpe, tu L'avevi scampata sempre Però adesso rischi di più

Adesso non fai un passo se dall'alto non c'è Qualcuno che comanda e muove i fili per te

E adesso che ragioni come uno di noi I libri della scuola non te li venderai Come facesti quel giorno Per comprare il biglietto e entrare Nel teatro di Mangiafuoco Quei libri adesso li leggerai

Vai, vai e leggili tutti E impara quei libri a memoria C'è scritto che i saggi e gli onesti Son quelli che fanno la storia Fanno la guerra, la guerra è una cosa seria Buffoni e burattini, no, non la faranno mai

È stata tua la scelta, allora adesso che vuoi? Sei diventato proprio come uno di noi Prima eri un buffone, un burattino di legno, ma Ma adesso che sei normale Quanto è assurdo il gioco che fai

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All’inizio pensavo fosse un miracolo.
Una di quelle che non incontri mai due volte.
Era arrivata come la musica da una finestra aperta nel cuore della notte: inspiegabile, fuori luogo, eppure perfetta.

Occhi da tempesta. Mani da ladra di tempo.
Diceva cose tipo: “Io non sono fatta per restare. Ma se resto, è peggio.”
E rideva come se ogni risata fosse un’esplosione.
Ballava in mezzo alla strada, tra le auto, tra le regole, tra la gente che si voltava solo per capire se fosse reale.

Aveva teorie su tutto.
Sul caffè (“Va bevuto a occhi chiusi, sennò ti entra solo in bocca”), sull’amore (“O ti fa a pezzi o ti rimonta meglio”), sulla noia (“È una malattia, curala con le spine”).
Parlava di costellazioni come se ci abitasse. Scriveva poesie sui muri.
Mi ha insegnato a urlare senza voce.

Con lei ogni giorno era una vertigine: dormivamo in macchina, cucinavamo alle tre del mattino, leggevamo Bukowski nudi sotto la doccia.
Mi ha fatto tatuare una parola inventata sul polso.
Mi ha detto: “Questo è il nostro dizionario segreto.”
E io l’ho fatto.
Perché quando sei con una cometa, non ti chiedi dove atterrerai.

Poi.

Poi è iniziato il vero spettacolo.
Ha cancellato tutti i miei contatti perché "la memoria va pulita come una ferita".
Ha bruciato il mio diario, dicendo che “i pensieri non si conservano, si vivono”.
Ha litigato con mia madre per una questione di “aura sbagliata nella cucina”.
Mi ha lasciato nudo sul balcone a parlare con le piante, “perché devono conoscerti”.
Ha detto al mio amico che il suo cane era una spia.
Ha provato a sposare un manichino.

E io?
Io cercavo ancora la musica della prima notte.
Ma era finita.
Era solo rumore.

Lei non era una cometa.
Era un fulmine che fingeva di essere luce.
E io, idiota, ballavo sotto la pioggia pensando fosse poesia.

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Una di quelle donne che sembrano uscite da un film francese girato solo con luce naturale.
Capelli scompigliati come se il vento l’avesse scelta. Parlava con la voce di chi non ha paura di sbagliare, rideva come se tutto fosse una sfida tra lei e il mondo.
Mi disse: “Non mi serve un motivo per esistere, mi basta il disordine”.
E io lì, stregato, come un ragazzino davanti al primo incendio.

Aveva idee strane.
Diceva che i sogni si mangiano a colazione, che le regole si usano solo per accendere il fuoco, e che la logica era una stampella per chi aveva dimenticato come correre.

Cinque minuti con lei e pensavo di aver conosciuto l’inizio della rivoluzione.

 

Ma poi.

Mi ha svuotato il frigo perché "stava cercando energia cosmica nelle conserve."
Ha acceso incensi ovunque, incluso nel microonde.
Ha detto al mio capo che “non esiste il tempo” e ha chiuso la mia videochiamata perché le "vibrava male la stanza".
Ha adottato un piccione. In casa. Gli ha fatto un profilo Instagram.

E io lì, con in mano l’incendio.

Libertà?
No, fratello mio.
Era solo matta.
Ma, per cinque minuti… che meraviglia.

 

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